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ÌCortli Carolina State College
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This BOOK may be kept out TWO WEEKS
ONLY, and is subject to a fine of FIVE
CENTS a day thereafter. It is due on the
day indicated below:
Prof. Dott. D. TAMARO
Direttore della Regia Scuola di Agricoltura con Sezione coloniale
in Sanf Ilario Ligure
TRATTATO
FRUTTICOLTURA
QUARTA EDIZIONE COMPLETAMENTE RIFATTA
con ITi illustrazioni e LXXIV tabelle
ULRICO IlOEPLI
EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO
1915
PROPRIETÀ LETTERARIA
TIPOGRAFIA SOCIALE - Milano, Via G. Mameli, 15
INDICE DELLA MATERIA
Pag.
Introduzione 1
FRUTTICOLTURA GENERALE
Parte Prima: Economia della frutticoltura.
I Importanza agraria ed economica della frutticoltura in Italia 7
II Notizie statistiche della frutticoltura in Italia 9
III .... Principi generali per far progredire la frutticoltura. ... 13
IV Stima degli alberi da frutto 14
Parte Seconda : Riproduzione e moltiplicazione delle piante
da frutto.
I Il vivaio: Definizione del vivaio, sua importanza. Scelta del ter-
reno, sua preparazione e distribuzione 20
II Riproduzione e moltiplicazione 24
III .... Attrezzi e macchine necessarie al frutticoitore 26
IV .... Riproduzione per seme 39
V Semina e cure successive 43
VI .... Moltiplicazione per talea, polloni ed ovolo: Talea ad una sola
gemma - Talea a più gemme - Zampa di cavallo - Magliolo
- Barbatella 47
VII ... Moltiplicazione per margotta: Condizioni di riuscita - Margotta
a ceppaja, a capogatto, a serpente, a tacca ed in aria. . 51
VIII ... Innesto delle piante da frutto: Teoria dell'innesto e condizioni es-
senziali di riuscita - Preparazione dei soggetti e delle marze. 56
IX .... Sull'afnnità e sulla reciproca influenza del soggetto e del nesto. 59
X Innesti principali per le piante da frutto e soggetti relativi . 63
XI .... Innesto a spacco semplice 66
XII . . . Innesto a spacco laterale 71
64604
XIII
XIV .
XV ..
XVI .
XVII
XVIII
XIX
— VI —
Pag.
Innesto a corona 73
Innesto inglese 74
Innesto per approssimazione 78
Innesto a gemma e ad anello 79
I soprainnesti 82
Cura degli innesti 85
Innesti erbacei: Importanza e vantaggi - L'innesto Condurso e
l'innesto Zerboni 86
Parte Terza : Potatura delle piante da frutto.
I Principi generali
II
Ili ....
IV ....
V
VI
A'
88
. Gemme 89
. Rami 91
. Precetti generali della potatura 94
. Potatura secca e potatura verde 102
. Principi generali del taglio dei rami 106
. Taglio secco dei rami a legno 107
Vili . . . Taglio secco dei rami a legno per ottenere dei rami a frutto . 109
IX .... Operazioni accessorie della potatura secca 110
X Potatura verde 118
Parte Quarta: Forme.
I ...
II ..
Ili .
IV .
V ..
VI .
VII
Vili
IX .
Perchè alle piante da frutta si danno forme speciali .... 125
Piramide 127
Fuso 137
Forme basse 138
Pieno e mezzo vento 143
Formazione della corona del pieno e mezzo vento .... 145
Alberello, Cespuglio, Cespaja 151
Cordoni 152
Forme da spalliera e controspalliera 157
Parte Quinta : Sistemi di coltivazione.
I Frutticultura estensiva ed intensiva 165
II Frutticultura campestre 166
III .... Coltivazione lungo le strade o viali 169
IV Brolo 171
V Frutteto casalingo 175
VI .... Scelta della località e distribuzione del terreno per un frutteto
casalingo 177
VII . . . Frutteto di speculazione 186
VIII . . . Frutteti misti 189
Parte Sesta: Coltivazione generale.
I Clima
II Terreno
Ili .... Altitudine, latitudine, situazione ed
esposizione
204
211
215
IV ..
V ...
VI ..
VII .
vili .
IX ..
X ...
XI ..
XII .
XIII
XIV .
XV..
XVI .
XVII
XVIII
XIX
XX .
XXI
XXII
XXIII
XXIV
XXV .
— VII —
Pag.
Distribuzione geografica 218
Sviluppo e funzioni delle radici 322
Preparazione del terreno per l'impianto 225
Scasso del terreno 228
Chiusure dei terreni coltivati a piante da frutto 231
Siepi vive 234
Impianto e cure relative al mantenimento delle siepi vive . 235
Siepi morte 238
Armature per spalliere e materiale usato per legare le piante . 239
Determinazione delle distanze nell'impianto 245
Disposizione degli impianti 247
Epoca della piantagione 249
Scelta degli alberi e loro preparazione per l'impianto . . . 251
Concimazione per l'impianto 254
L'impianto 256
Lavori complementari dell'impianto 258
Cure annuali alle piante da frutto 260
Trapianto di alberi adulti 262
Lavori annuali del terreno - Mezzi per evitare i danni dell'ari-
dità - Sostituzione delle piante morte - Cure alle piante som-
merse da alluvione - Avvicendamento e consociazione delle
piante da frutto 264
Trasformazione in frutteto di vigneto filosserato .... 269
Le piante infruttifere 270
Impollinazione e fruttificazione 275
Parte Settima: Concimazione ed irrigazione.
I Importanza della concimazione e della irrigazione .... 281
II Elementi chimici che costituiscono la pianta, come vengono as-
similati e composti a cui danno luogo 283
Distribuzione delle sostanze organiche e minerali nelle diverse
parti della pianta . 286
Ufficio speciale dei singoli elementi chimici della pianta . . 287
Riepilogo sulla composizione delle piante e sulla loro nutrizione 289
Materiali nutritivi necessari ad una pianta da frutto . . . 289
Concimi naturali. (Lo stallatico - I terricciati - Le foglie, i ger-
mogli, i rami di potatura - Il colaticcio, la colombina, la
pollina, il pozzo nero) 298
Concimi liquidi 301
Concimi potassici 303
Concimi fosfatici. (Perfosfati - Perfosfato doppio - Polvere d'ossa
- Scorie Thomas - Fosfato d'ammoniaca - Fosfato di potassa) 305
XI .... I concimi azotati 308
XII . . . Concimi calcici 310
XIII . . Concimi animali diversi 311
XIV ... Altre sostanze fertilizzanti che si possono impiegare in frutti-
coltura 313
XV .... Sovescio 315
XVI . . . Esperienze di concimazione 316
XVII . . Concimazione dei vivai 319
III
IV
V .
VI
VII
Vili
IX .
X ..
— vili —
Pag.
XVIII . Concimazione di mantenimento 322
XIX .. Concimazioni diverse a seconda dello stato in cui si trovano le
piante 324
XX . . . L'irrigazione delle piante da frutto 326
Parte Ottava :
delle frutta.
Raccolta, conservazione e utilizzazione
I .,
II ,
III
IV
V .
VI .
VII
VIII
IX .
X ..
XI ..
XII .
XIII.
XIV .
XV ..
XVI .
Sviluppo e maturazione delle frutta 338
Fasi della maturazione - Componimenti chimici delle frutta . 342
Raccolta delle frutta 348
Importanza delle frutta nella nostra alimentazione .... 350
Conservazione delle frutta allo stato naturale e gli agenti prin-
cipali che influiscono sulla loro maturazione 355
Cause di deterioramento delle frutte raccolte 357
Precetti per la conservazione delle frutta 358
Fruttaio 359
Cure relative al fruttaio ed alle frutta che in esso si conservano 362
Applicazione del freddo per la conservazione ed il trasporto
delle frutta 364
Conservazione delle frutta fresche con materiale inerte od altro 367
Imballaggio e spedizione delle frutta 369
Conservazione della frutta nell'alcool o nell'aceto .... 374
Conservazione collo zucchero 376
Essiccamento delle frutta 381
Il sidro o vino di frutta 385
Parte Nona;
frutto.
Malattie e cause nemiche delle piante da
I
II
III ...
IV ...
V ....
VI ...
VII ..
VIII ..
IX ...
X . ...
XI ...
XII ..
XIII .
XIV ..
XV . . .
XVI . .
XVII .
XVIII
XIX .
XX ..
XXI .
. Malattie e loro classificazione
. Malerbe - Vischio - Cuscuta
. Muschi e Licheni
. Crittogame parassite e saprofite delle piante da frutto
. Rimedi anticrittogamici e loro applicazione .
. Malattie dovute a crittogame
. 389
. 390'
. 391
. 392
. 393
. 398
. Danni e malattie prodotte da animali 430
. La lotta contro i parassiti animali 431
. Mammiferi - Uccelli e Molluschi dannosi 434
. Grillotalpa - Forfecchia e Pidocchio dell'olivo 435
Tingiti e Psillidi o falsi gorgoglioni 436
. Api (pidocchi gorgoglioni) 439
. Cocciniglie 445
. Papilionidi 449
. Farfalle grosse i cui bruchi (tarli) rodono il legno .... 451
. Farfalle grosse i cui bruchi rodono le foglie (Bombici) . . . 452
. Geometre o Misurine 455
. Tortricì 458
. Tignole 461
. Scarabei 464
. Buprestidi - Bostricidi e Crisomelidi 465
— IX —
XXII.. Curculionidi o Punteruoli 468
XXIII . Scolitidi 471
XXIV . Imenotteri 472
XXV .. Mosche 476
XXVI . Acari 478
XXVII . Malattie prodotte da cause meteoriche 479
XXVIII Malattie dovute a ferite 484
XXIX . Malattie dovute al regime culturale ed a cattive condizioni
del terreno o dell'atmosfera 491
XXX . . Malattie dovute a sostanze nocive trovantesi nel terreno o nel-
l'aria 497
XXXI . Guida per determinare le principali malattie delle piante da
frutto 500
FRUTTICOLTURA SPECIALE
Parte Prima: Piante da frutto a granella.
Pero 513
Melo 557
Cotogno 591
Sorbo 600
Parte Seconda: Piante con un solo nocciolo.
Mandorlo 605
Pesco 622
Albicocco 674
Ciliegio 690
Susino 722
Olivo 755
Pistacchio 769
Giuggiolo 775
Parte Terza: Piante da frutto con più noccioli.
Nespolo 780
Lazzeruolo 790
Parte Quarta: Piante da frutto con semi succosi.
Melograno 796
Parte Quinta: Piante da frutto a bacca.
Vite 803
Fico d'India 829
Ribes ed Uva spina 835
— X —
Parte Sesta: Gli agrumi.
Pag.
Regioni di coltivazione 855
Origine 856
Caratteri botanici 856
Vegetazione 858
Classificazione degli agrumi 858
Specie e varietà coltivate per il frutto 859
Clima per gli agrumi 878
Terreno 879
Moltiplicazione 879
Coltivazione e Malattie 881
Irrigazione 882
Concimazione 882
Potatura 886
Raccolta dei frutti 887
Prodotti secondari degli agrumi 889
Dati economici della coltura degli agrumi 891
Parte Settima: Piante con frutti aggregati.
Lampone 896
Rovo 907
Parte Ottava: Piante da frutti composti.
Fico 913
Gelso da frutto 945
Parte Nona: Piante da frutti secchi.
Castagno 948
Nocciuolo 961
Noce 973
Carrubo 985
Pino da pinoli 992
Parte Decima: Piante esotiche per i paesi caldi.
Aberia 996
Anona 998
Asinina 1002
Banano 1003
Eugemia 1010
Feijoa 1013
Holboelia latifolia 1014
Hovenia 1015
Kaki (Diospiri) 1015
Pachira 1022
Palma del dattero 1022
Passiflore a frutti dolci 1032
— XI —
Pag.
Pavia dolce 1034
Persea gratissima 1034
Psidio 1037
Parte Undecima : Piante da bosco a frutto commestibile.
Bagolaro 1041
Ciavardello 1043
Corbezzolo 1046
Corniolo 1048
Crespino 1049
Faggio 1052
Mirtillo 1053
Quercia ballota 1056
INTRODUZIONE
La frutticultura è l'arte di coltivare razionalmente le piante da
frutta. Si divide in due parti : generale e speciale. La prima riflette i ca-
ratteri generali delle piante, vuoi nella loro struttura ^e funzione, vuoi
nelle rispettive esigenze onde ricavarne il maggior utile possibile —
la seconda si occupa della struttura, delle funzioni o delle esigenze di
coltivazione di ogni singola specie.
Le piante da frutto coltivate e coltivabili in Italia e nelle sue co-
lonie, e delle quali si tratta nel presente libro, sono le seguenti, ordi-
nate per categoria e per affinità (Tab. I).
TAsr.\RO - Frutlicoliiira.
Elenco delle piante da frutto coltivate e coltivabili
in Italia e Colonie.
Nome scientifico
Famiglia
botanica
I. — Piante da frutto a granella.
Pero
Melo
Cotogno
Sorbo
II. — Piante da frullo con un
solo nocciolo.
Mandorlo
Pesco
Albicocca
Ciliegio
Susino
Olivo
Pistacchio
Giuggiolo
III. — Piante da frutto con ]>iii
noccioli.
Nespolo
Nespolo del Giappone
Azzeruolo
IV. — Piante da frutto con semi
succosi.
Melograno
Piante da frutto a bacca.
Vite
Ribes rosso
Uva spina
Ribes nero
Fico d' India
VI.
Agrumi.
Arancio dolce
forte
Chinotto
Mandarino
Pompelmo
Bergamotto
Limetta
Lumia
Limone
Cedro
Arancio trifogliato
Pirus communis L.
, Malus L.
Cydonia vulgaris luss. e Persoon
Sorbus sp. L.
Amygdalus communis L.
Amygdalus Persica L.
Armeniaca vulgaris luss.
Cerasus sp. L.
Prunus domestica L.
Olea europaea L.
Pistacia vera L.
Zizyphus vulgaris WiM.
Mespilus germanica L.
Eryobotrya japonica L.
Crataegus Azarolus L.
Punica Granatum L.
Vitis vinifera L.
Ribes rubrum L.
„ Uva crispa
, nigrum
Opuntia Ficus indica Mill.
Citrus aurantium Risso
„ vulgaris
sinense Wild.
deliciosa Ten.
„ Pompelmos Risso
„ Bergamina „
„ Limetta „
„ lumia „
„ Limonum „
„ medica L.
„ triptera „
Oleacee
Anacardiacee
Ramnee
Ampelidee
Sassifragacee
Auranziacee
Segue Tab. I.
a.
Nome volgare
Nome scientifico
Famiglia
botanica
VII. — Piante con fruiti aggregati.
33
Lampone
Rubus Idaeus L.
Rosacee
34
Rovo
Vili. — Piante da frutti composti.
fruticosus L.
"
35
Fico
Ficus carica L.
Urticacee
36
Gelso da frutto
IX. — Piante da frutti secchi.
Morus nigra L.
Moree
37
Castagno
Castanea saliva Mill.
Cupulifere
38
Nocciolo
Corylus Avellana L.
39
Noce
luglans regia L.
luglandee
40
Pino da pinoli
Pinus Pinea L.
Conifere
41
Carrubo
X. — Piante da frutto esotiche
poco diffuse in Italia ina col-
tivabili nei pae.ù caldi e nelle
colonie.
Ceratonia siliqua L.
Leguminose
42
Aberia
Aberia sp.
Bixacee
43
Anona '
Anona sp.
Anonacee
44
Persea
Persea gratissima Goertn,
Lauracee
45
Banano
Musa sp.
Musacee
46
Eugenia
Eugenia sp.
Mirtacee
47
Palma del dattero
Phoenix dactylilera L.
Palme
48
Feijoa
Feijoa sellowiana Berg.
Mirtacee
49
Kaki
Diospyros sp.
Ebenacee
50
Asimina
Asimina triloba L.
Anonacee
51
Holboelia
Holboelia latifolia Wellich.
Lardizabale
52
Psidio
Psidium sp.
Mirtacee
53
Hovenia
Hovenia dulcis Thumb.
Ramnee
51
Pachira
Pachira sp. Aubl.
Malvacee
55
Passiflora
Passiflora sp.
Passifloree
56
Pavia dolce
XI. — Piange da bosco a frutto
commestibile.
Pavia dulcis
Sapindacee
57
Bagolaro
Celtis australis L.
Ulmacee
58
Ciavardello
Sorbus torminalis Crartzy.
Rosacee
59
Corbezzolo
Arbutus unedo L.
Ericacee
60
Corniolo .
Cornus Mas L.
Cornee
61
Crespino
Berberis vulgaris L.
Berberidacee
62
Faggio
Fagus sylvatica L.
Cupulifere
m
Mirtillo
Vaccinium Myrtillus L.
Vacciniee
61
Quercia ballota
Quercus ballota Dest.
Cupulifere
FRUTTICOLTURA GENERALE
PARTE PRIMA
ECONOMIA DELLA FRUTTICOLTURA
I.
Importanza agraria ed economica
della frutticoltura in Italia.
1. — É stalo varie volte ripetuto che in Italia, più che in ogni altro
paese d'Europa, la frutticoltura dovrebbe prosperare.
L' accidentalità dei nostri terreni, la varietà della loro composi-
zione, l'abbondante radiazione solare, il clima generalmente mite e
favorevole, rese possibile l'acclimatarsi di molte specie e varietà di
piante da frutto. Ed anche per la scarsità generale d'acqua, l'agricoltore
dovette dedicarsi in particolar modo alle colture arboree poiché sol-
tanto queste, colle loro profonde radici, possono resistere alle non
infrequenti siccità.
Le essenze fruttifere coltivate o coltivabili in Italia passano la
cinquantina (Vedi Tab. I) la maggior parte sparse qua e là nei campi,
nei broli e nei vigneti. Colture specializzate si fanno colle viti, cogli
agrumi, col nocciuolo. col mandorlo, col pistacchio e con poche altre.
Il nostro popolo si ciba molto di frutta essendo questa la coltura
più naturale d' Italia. Per provvedere a questo consumo l'agricoltore
badò fino ad ora più alla quantità di prodotto che alla qualità; più
alla minima spesa di produzione che alla scelta delle varietà ricercate
dalla popolazione facoltosa o dai mercati internazionali. Perciò noi,
malgrado del nostro bel cielo, abbiamo frutta di qualità inferiore a
quelle dei paesi nordici : troppo poche cure si dedicano alle piante
da frutto., incominciando per esempio ad allevare piante senza basi
razionali.
Nei paesi nordici, l'alimentazione colle frutta è una eccezione
praticata soltanto dalle persone più agiate, le quali non badano alla
Library
K. C. State Coll^fe
spesa pure di avere delle qualità superiori. Da noi, le esigenze dei
consumatori in generale sono invece assai più modeste e perciò il col-
tivatore non trovò ancora la convenienza di fare delle coltivazioni
specializzate e più razionali.
Abbandonate a sé stesse le singole specie e varietà di piante,
degenerarono in modo che ora le antiche e rinomate varietà italiane
sono di gran lunga sorpassate dalle varietà forestiere.
2. — Eppure non è a temersi che producendo di più e di meglio
non si troverebbe da esitare il prodotto.
Anzitutto notiamo che per la mancanza di organizzazione della
vendita, il popolo non può avere ancora oggi quella quantità di fruita
che consumerebbe. Nei piccoli centri, per esempio, per parecchi mesi
i mercati sono sprovvisti di frutta e quelle che arrivano sono di
infima qualità e più care che non nei grandi centri. Nei paesi meri-
dionali per mancanza di mezzi di comunicazione, avviene molte volte
una pletora di produzione alternala colla carestia negli anni in cui
le piante non producono.
Ma la mancanza dei mezzi di comunicazione nei centri minori
è un male transitorio, e dobbiamo ricordare che in questi ultimi anni
anche le nostre comunicazioni internazionali e perciò le nostre espor-
tazioni sono di molto aumentate.
3. — La scelta delle varietà, deve corrispondere alle esigenze dei
mercati. Ricordiamoci che oggi le condizioni economiche del nostro
popolo sono di molto migliorate e perciò le esigenze di frutta migliori,
anche se ad un prezzo più elevato in confronto del passato, potranno
essere convenientemente vendute.
Ma noi dobbiamo anche affrontare la concorrenza dei mercati
internazionali e metterci nella condizione di portare all'estero le frutta
fresche o conservate tali, in tutti i periodi dell'anno.
4. — Un complemento indispensabile per la riuscita della frutti-
coltura è infine l'industria della conservazione delle frutta.
Per mezzo della refrigerazione noi possiamo ora spedire a grandi
distanze le frutta fresche ; coli' industria delle conserve noi siamo in
grado di utilizzare immediatamente quei prodotti che non possono
essere venduti sul luogo. Un mezzo e l'altro devono completarsi con
un opportuno e conveniente imballaggio.
5. — E siccome le piante da frutto richiedono più lavoro che
capitale, estendendo la loro coltivazione daremo in mano al nostro
intelligente operaio agricoltore una coltura di alto reddito, stimoleremo
la sua intelligenza ad impratichirsi di nuove e più redditive operazioni,
vedremo moltiplicarsi le piccole proprietà nelle quali, a seconda del
clima, della posizione e del terreno si formeranno dei frutteti specia-
lizzati a cui acudirà il proprietario coltivatore, interessato direttamente
nel raccolto finale.
Un ettaro di terreno coltivato a pescheto, nel territorio di Massa
Lombarda rende fino a L. 3000; la stessa superficie a limoni a Sorrento
rende oltre L. 6000; ad aranceto L. 5000; a noccioleto, nei dintorni di
Napoli, L. 1200 e così via. Queste ed altre colture arboree specia-
lizzate, fatte dallo stesso proprietario anche per frazioni di ettaro, pos-
sono dare un conveniente sostentamento ad una intera famiglia. Trat-
tandosi di proprietari che non possono coltivare direttamente e che
devono ricorrere all' opera di terzi, converrà affidare la coltivazione
a mezzadri o ad affittuari con contratti a lunga scadenza. La condu-
zione diretta, generalmente parlando oggi, non è consigliabile per queste
colture. L'opera avventizia e mercenaria è troppo alleatoria per il costo
ed incerta per la capacità degli operai.
L'Italia, per elevare la sua produzione agricola, ha bisogno di indu-
strializzare ancora molte delle sue colture e fra queste, una delle prin-
cipali è la frutticoltura, che se esercitata razionalmente, recherà un
grande beneficio al nostro paese ed avrà conseguenze ancora più bene-
fiche, sia morali che materiali sui nostri lavoratori.
IL
Notizie statistiche della frutticoltura in Italia.
1. — L'importanza economico-agraria della frutticoltura si desume
dalla statistica della produzione confrontata colla superfìcie coltivala.
I primi dati sulla produzione, che abbiano una certa attendibilità,
sono quelli pubblicati dall'Ufficio di Statistica Agraria per l'anno 1912,
Fascicolo 6. Nella Tab. II ne riporto alcuni da cui risulta che si pro-
ducono in Italia approssimativamente Q.li 20.840.358 di frutta del valore
di L. 555.527.160.
Nell'anno 1911 si avevano le seguenti cifre:
I Mele, pere, cotogne e melagrane Q.li 2.126.000 a L. 20 L. 42.520.000
li Frutta polpose (pesche, ciliegie,
albicocche ., 768.000 ., 20 „ 15.360.000
III Fichi secchi e prugne secche . „ 710.000 „ 40 „ 28.400.000
IV Frutta senza distinzione di specie „ 1.786.000 „ 20 „ 35.720.000
V Mandorle, noci, nocciole . . . „ 1.583.000 „ 100 „ 158.300.000
VI Castagne „ 8.290.000 „ 20 „ 165.800.000
VII Agrumi „ 7.865.000 „ 20 „ 157.300.000
VIII Uve da mensa „ 245.358 „ 20 „ 4.907.160
Totali . . Q.li 23.373.338 L. 608.307.100
Come si vede, colle piante da frutto noi ricaviamo un prodotto
che sorpassa il mezzo miliardo di Lire, quantunque in questa cifra
sia ommesso il valore delle carrube, dei pistacclii, la cui sola espor-
tazione arriva al valore di 2 milioni.
Per la maggior parte di queste produzioni noi non possiamo raet-
-
- 10 -
Tab. II.
Produzione delle frutta nell'annc
Qualità delle frutta
e
o
a
i
C3
1
a
o
5
1
.2
1
1
1
s
Q.
Q.
Q-
Q.
Q.
Q-
Q.
(J.
I. — Mele, pere, cotogne, mela-
63.000
33.000
95.000
62.000
468.000
67.000
29.000
18.000
24.000
22.000
li. — Frutta polpose (pesche,
ciliege, albicocche, prugne
frescne ed altre)
112.000
52.000
:ì(ioo
111. — Mandorle, noci e nocciole
14.000
6.000
11.000
4.000
8.000
8.000
7.000
1 (100
IV. — Fichi secchi e prugne
secche
748.000
580.000
259.000
100.000
296.000
1.717.000
40.000
V. - Castagne
CI. (11)0
VI. - Agrumi (a. 1911) ....
VII. - Uva da mensa (a. 1895) .
26.771
114.000
1.185
9.723
14.841
22.630
7.000
11.589
500
6.275
tere in confronto la superfìcie coltivata, poiché come si è detto, la
frutticoltura non è specializzata ma è promiscua con altre colture.
2= — Intanto possiamo però rilevare, che il massimo prodotto di
frutta ci è dato dal castagno per un valore che può arrivare, come nel
1911, a 160 milioni di lire. La Toscana ne produce quasi la metà della
produzione totale italiana; segue con un buon quinto il Piemonte, indi
la Liguria. In Toscana si producono specialmente le castagne che si
consumano nell'interno, disseccate o in farina. Nel Piemonte (Cuneo)
Veneto (Belluno), nel meridionale mediterraneo (Avellino) sono rinomati
i marroni, di cui si fa una notevole esportazione.
3. — Alle castagne seguono per importanza gli agrumi e questi
sono coltivati
ad agrumeto puro .
a coltura promiscua
Totale
ha. 44.700
» 69.700
ha. 114.400
Dando questa estensione un prodotto complessivo di Q.li 7.865.000
del valore di L. 157.300.000 risulta che in media si ricavano per ettaro
circa Q.li 69 di frutta del valore di L. 1375, facendo media dell' agru-
meto puro con quello misto.
Palermo, Messina, Reggio Calabria, Catania e Siracusa sono i più
grandi centri di agrumicoltura. Anche le sponde meridionali della terra
d'Otranto, della Calabria, di Amalfi e Sorrento, sono località celebri
per gli agrumi. Più al nord, ottimo centro troviamo specialmente pei
limoni, mandarini e chinotti, la costa della Liguria. La Sardegna si
distingue specialmente per i cedri ed aranci.
— 11
912 in quintali e
valore
in Lire.
o
II
.2
a
a
a
U
3
1
P3
es
5
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%
Vi
Sardegna
Totale
nel
Regno
Prezzo
Unitario
Valore
conipless.
Q.
Q-
Q.
Q.
Q-
Q.
Q.
Q.
Q.
L.
L.
10.000
173.000
533.000
34.000
12.000
20.000
108.000
35.000
2.160.000
20
43.200.000
14.000
38.000
331 .0{K)
78.000
3.000
5.000
100.000
2.000
930.000
20
18.600.000
13.000
52.000
69.000
776.000
8.000
10.000
1.052.000
13.000
2.052.000
100
205.200.000
_
33.000
21.000
315.000
_
265.000
16.000
6.000
668.(KK)
40
26,720.000
90.000
68.000
307.000
-
29.000
659.000
24.000
20.000
4.980.000
20
99.600.000
4.000
3.500 ! 815.000
378.000
1.000
896.000
5.540.000
70.304
76.000
4.985
7.865.000
245.358
20
20
L.
157.300.000
8.480
68.572
4.907.160
Totali Q.
20.840.358
555.527.160
In tutta Italia si conterebbero circa 17 milioni di piante cosi
ripartite :
limoni milioni 8 1/4
aranci „ 7 '/a
cedri, mandarini, bergamotti, ecc.
IV4
4. — Le frutta secche (mandorle, carrube, noci e nocciole) predo-
minano nella Sicilia, negli Abruzzi, nella Campania e nelle Puglie. La
Sicilia è specialmente nota per le nocciole, mandorle e carrube; gli
Abruzzi, la Campania e le Puglie per le noci. Rinomate sono le noci
di Sorrento.
5. _ I fichi secchi migliori si hanno dalle Puglie e dalla Calabria,
mentre i fichi freschi si hanno in tutta Italia, abbastanza buoni anche
ai piedi delle Alpi, sulle colline.
6. — Le mele, pere, ecc., hanno prevalenza nell' Alta Italia e spe-
cialmente nel Piemonte; nell'Italia meridionale, sono diffuse nella
Campania, negli Abruzzi e Molise ; le pesche nel Veneto e nella Ligu-
ria; le ciliegie nella Romagna e cosi via.
7. — Quantunque non tanto curata, la produzione delle uue da
mensa ha avuto un incremento notevole in questi ultimi anni, per
merito specialmente degli esportatori che incoraggiarono i viticoltori
e curarono molto l' imballaggio.
Evidentemente però i dati statistici della produzione di uve da
mensa sono inferiori al vero. Quelli che sono state pubblicati e che
io riporto, si riferiscono di certo alla quantità di uve da mensa che
vengono esportate, poiché non è ammissibile che in Italia si consu-
- 12 -
mino soltanto 13.471 quintali di detta uva, pur ammettendo che pel
consumo interno il nostro popolo fa uso delle uve da vino (1).
8. — Se alla quantità di frutta prodotta in Italia si aggiunge quella
importata e dalla somma si detrae quella esportata, si ha la quantità
di frutta che generalmente si consuma nell'interno.
Calcolo del consumo di frutta in Italia
Qualità della frutta
Produzione
Importazione
Esportazione
Consumo interno
Q.
L.
Q.
L.
Q.
L.
Q.
L.
I. — Mele, pere, cotogne,
melagrane
2.160.000
43.200.000
II. — Frutta polpose (pe-
sche, ciliegie, albi-
cocche, prugne fre-
sche ed altre) . . .
930.000
18.600.000
14.&41
17.054
1.219.000
403.329
12.099.000
2.701.312
50.920.000
III. — Mandorle, noci e
nocciole
2.052.000
205.200.000
1.894.000
214.196
29.094.000
1.854.858 178.000.000
IV. - Fichi secchi e pru-
gne secche ....
668.000
26.720.000
19.583
910.000
150.381
5.023.000
537.202
22.607.000
V. — Castagne ....
4.980.000
99.600.000
6.816
114.000
147.790
2.456.000
4.839.026
,97.258.000
VI. — Agrumi
7.865.000
157.300.000
11.796
359.000
2.a43.954
25.915.000
5.032.842
131.744.000
VII. — Uve da mensa .
245.358
4.907.160
10.974
1.000
231.958
4.877.000 13.471
31.160
Totali
20.840.358
555.527.160
69.961
4.497.000
3.991.608
79.464.000 14.978.711
480.560.160
(1) Avevo già scritto queste considerazioni quando apparve nelle Notizie periodiche
di Statistica Agraria, anno 1913, Fase. 8, il risultato delle indagini fatte per l'anno 1912.
Riporto integralmente la parte che ci interessa.
Uva da tavola.
Provincie in cui la produzione ha maggiore importanza.
Piacenza ....
. . Q.li 114.000
Vicenza
. Q.li 16.000
Teramo
. . „ 73.500
Venezia
. „ 15.000
. . „ 70.000
. . , 33.000
. . „ 13.000
Cuneo
Salerno
. „ 10.000
Bologna
. , „ 30.000
Alessandria . . .
. . „ 7.000
Napoli
. . „ 29.000
Padova
. .. 6.000
Trapani
. . „ 22.000
Genova
. „ 5.000
Verona
. . „ 22.000
Sassari
. . „ 2'.700
Lecce
. . „ 18.000
Chieti
. „ 1.500
r\ ì: aìi rr\r\
411.500
Q.li 411.500
Q.li 487.700
Nel complesso del Regno si può ritenere che la produzione dell uva da tavola nel 1912
abbia superato di poco i 500.000 quintali. Tale cifra non rappresenta però che una parte
dell' uva destinata all' alimentazione. Secondo le considerazioni sopra accennate deve
valutarsi a parte la quantità di uva da vino consumata direttamente nel periodo della
vendemmia. Tale quantità, secondo il calcolo istituito nella determinazione della pro-
duzione del vino , ascenderebbe al 2.50 per cento dell' uva ottenuta, e cioè a circa
1.670.000 quintali.
Il consumo complessivo di uva destinata all' alimentazione sarebbe quindi stato,
nel 1912, di circa 2.200.000 quintali.
- 13 —
Questo calcolo è stalo fatto nella Tab. Ili, prendendo per base i
(lati di importazione ed esportazione medi veriMcatisi nel quinquen-
nio 1900-1904.
Dalla detta tabella risulta un consumo interno di quasi 15 milioni
(li chilogrammi di fruita del valore di mezzo miliardo circa di lire.
L'Italia avendo 34 milioni di abitanti, ha un consumo per abitante
di (14.978.711 : 34.000.000) = Kg. 44 di frutta del valore di
(L. 480.560.160 : Kg. 14.918.711) L. 0.32 x Kg. 44 = L. 14,08.
III.
Principi generali per far progredire la frutticoltura.
Dopo aver verificalo l'imporlanza economica che ha la frutticoltura
in Italia, vediamo sommariamente quali sono i principi generali sui
quali noi dobbiamo basarci per farla progredire. E questi principi mi
furono di guida per scrivere questo trattato.
1. — Scegliere accuratamente le specie e le varietà più adalle al
clima ed al terreno.
2. — Adattare il sistema di coltivazione non solo alle condizioni
naturali, ma anche alla potenzialità economica ed alla capacità tecnica
di chi dirige e lavora.
3. — Il frutticoitore deve produrre molto colla minore spesa.
4. — Nella scelta della varietà bisogna valersi mollo dell'esperienza
locale o di quella dei luoghi vicini. Si ricordi ancora che i gusti dei
consumatori vanno sempre perfezionandosi e le esigenze dei mercati
sono sempre maggiori.
5. — Non conviene mai tenersi ad una sola varietà, ma a più va-
rietà che maturino nella stessa epoca ed anche in epoche diverse.
6. — Si dia la preferenza alle varietà che maturano nell'epoca della
maggiore richiesta, ma si ricordi che anche le varietà che maturano
nelle epoche ordinarie molle volte rimunerano largamente il frutti-
coitore.
7. — La scelta di piante sane ed un conveniente impianto di esse,
sono le basi di un buon successo. Le economie esagerate nelle spese
di impianto e nell' acquisto delle piante, sono di grande danno alle
piante da frutto. Si ha la maggiore garanzia di successo producendo
le piante da se stessi, nel proprio terreno.
8. — Una conveniente potatura costringe le piante a dare frullo
costantemente.
9. — La periodica e razionale concimazione assicura la longevità,
la produttività e la sanità delle piante.
10. — L'irrigazione, se non indispensabile, è necessaria per molle
piante da frutto, specialmente nei paesi caldi.
- 14 -
11. — Il successo economico della frutticoltura viene ancora meglio
assicurato, quando si possono utilizzare convenientemente i prodotti
secondari, come le frutta immature od in parte deteriorate, e quelle
che non si possono vendere immediatamente.
L' arte di conservare ed utilizzare le frutta deve uscire dai limiti
dell'economia domestica ed entrare nel campo delle industrie agrarie.
12. — 11 mal governo delle piante ha il medesimo effetto del mal
governo nelle famiglie, che ad un tratto si trovano senza tetto e senza
mensa, se l'accortezza del capo non provvede al costante assetto eco-
nomico ed alla difesa delle cause nemiche.
IV.
stima degli alberi da frutto.
1. — Premesso che la stima degli alberi da frutto non può dare
la misura assoluta del loro valore, ma solamente una misura relativa
ad un determinato mercato, di determinato tempo, volendo procedere
alla stima, bisogna:
a) determinare la produzione lorda media annua, di frutta, con-
guagliata in denaro, ridotta al netto della quota di infortuni ;
b) determinare le spese di impianto, di allevamento e di coltiva-
zione annua successiva, necessarie pel mantenimento dell'albero.
Delle spese di impianto e di allevamento che si riscontrano lino a
che la pianta entra in produzione, bisogna calcolare l'interesse medio
annuo fino all'estinzione della pianta.
Detraendo i titoli in b) dalla produzione del titolo in a) e capita-
lizzando la differenza, si ha il valore di stima della pianta.
2. Calcolo della produzione. — Per fare questo calcolo, bisogna
prendere in considerazione molti fattori, che andrò ora enumerando.
a) La specie e varietà della pianta. — Questa determinazione ha
maggiore o minore valore secondo le condizioni naturali dell'ambiente.
Un mandorlo per il suo prodotto ha minor valore nell'Italia settentrio-
nale che nell'Italia media, ed ancora minore che nell'Italia meridionale.
La varietà bisogna considerarla dal punto di vista della sua adat-
tabilità all'ambiente, e dalla qualità del prodotto che dà.
b) Qualità del terreno. — Più che le sue condizioni fisico-chimi-
che converrà notare se il terreno è aratorio, irriguo o no, a prato od
a pascolo. Nell'aratorio, le piante non piantate in filari appositi, non
prendono grandi dimensioni per le continue ferite che le radici rice-
vono dagli aratri. Sotto questo rapporto le piante si trovano meglio in
un terreno lavorato a vanga od a zappa. Cosi in un terreno non
irriguo, la pianta si sviluppa di più ed ha vita più lunga. Il prato è
dà preferirsi al pascolo.
- 15 —
Fatta questa distinzione di terreno aratorio o no, irriguo o no, da
prato o pascolo, converrà aggiungere la classe catastale a cui appartiene.
e) La longevità della pianta. — Per normali, si possono ritenere
i seguenti dati, partendo dall' impianto (Tab. IV). In questa tabella è
registrata anche l'età nella quale le piante cominciano a fruttificare e
l'età nella quale raggiungono il massimo prodotto.
Età che raggiungono le piante da frutto e l'età alla quale
cominciano a fruttificare.
NOME DELLA SPECIE DI PIANTA
Agrumi
Albicocco
Carruljo
Castagno
Ciliegio acido
, dolce
Cotogno
Diospiri
Fico
Fico d'India
Gelso
Lampone
Lazzcruolo
Giuggiolo
Mandorlo
Melagrano
Melo a pieno vento
„ a mezzo vento
„ a cordone o vaso
Nespolo
„ del Giappone
Nocciuolo
Noce
Olivo
Palma da datteri
Pero a pieno vento
„ a mezzo vento
, a spalliera, piramide o cordone
Pesco
Pino da pinoli
Pistacchio
Ribes
Sorbo
Susino
Vite
Età
che raggiunge
l'albero
Età
nella quale
comincia
a fruttificare
Età
nella quale
comincia
a dare
il massimo
prodotto
anni
anni
anni
40
5-6
15
20
5
12
100
10-12
25
150
10
20
.30-30
4-6
10-12
25 - 35
8-11
12-15
20-25
6
10
35
6
10
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15
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10-15
30-00
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60—70
16
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10
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20-25
6
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30-60
5
30
30-60
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15-20
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20-25
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60-70
16
20
50-60
10
15
20-25
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10
15-20
3-4
7
1.50
20
40
100
12
25
10
4
6
100-150
20
30
.30 -.35
4
8
.50
4-5
12
- 16 -
d) La produttività dipende da molte condizioni locali : la compo-
sizione e la profondità del terreno, la natura del sottosuolo, il grado
di freschezza, l'esposizione, la posizione, il clima, l'isolamento o l'ag-
gruppamento delle piante, l'impeto dei venti che fanno cadere antici-
patamente le frutta, i danni causati per ladroneggi e cosi via.
Terreni aridi o paludosi o pietrosi; la presenza di tufo od argilla
compatta nel sottosuolo danneggiano il prodotto.
L'esposizione a Sud dà le frutta migliori, più belle e saporite,
quando le piante non vengono danneggiate dai geli lardivi in prima-
vera. L'esposizione ad Ovest favorisce meno la riuscita degli alberi,
quella a Nord è la peggiore.
Gli alberi coltivati nei giardini o negli orti sono generalmente più
produttivi, però si ricordi che in questi, rinnovandosi l'impianto bi-
sogna lasciare il terreno per un periodo di tempo senza coltivazione
arborea e, rimettendola, bisogna fare uno scasso accurato.
Dopo l'mpianto, passa un periodo di anni prima che le piante
diano frutto. Questo periodo, che ha la durata da 3 a 25 anni (Vedi
Tab. IV), viene chiamato stazione di improduttività. A questa segue la
stazione di produttività nella quale bisogna distinguere tre periodi :
a) il primo, nel quale la produzione va crescendo fino al mas-
simo normale; che si ottiene facendo la differenza degli anni registrati
nella colonna seconda e terza della Tab. IV ;
b) il secondo, nel quale la produzione si mantiene costante ;
e) il terzo, nel quale il prodotto comincia a diminuire fino al-
l'improduttività assoluta, alla quale segue quasi sempre, immediata-
mente la morte della pianta.
Durante i tre periodi di produttività si hanno dei raccolti abbon-
danti, buoni, mediocri e nulli dipendono dalle condizioni naturali del
luogo (clima, terreno), dall' imperversare delle cause nemiche ed infine
dall'abilità del frutticoitore.
In una grande media si possono calcolare le seguenti probabilità
di raccolto :
Probabilità di raccolti
un periodo
di
anni
abbondanti
buoni
medi
nulli
7
1
1-2
2-.S
2
10
1-2
2
3-4
3
12
2
4
3
3
50
12
18
18
2
Per dare un esempio io ho determinato la produzione di frutta nei diversi perìodi
di produttività del pero, del melo, del susino e del ciliegio. Questi dati li ho raccolti
nella Tab. V e valgono per le forme a pieno vento coltivate nei campi ed in terreni
buoni.
Nei calcoli di stima bisogna molte volte fare sui prodotti medi
una percentuale di diminuizione per varie ragioni. Conviene per que-
sto fare quattro classi, ritenendo per prima classe quella normale, la
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seconda 25 7o in meno, la terza 50 % in meno e la quarta ed ultima
75 7o in meno.
Il terreno può influire dal 5 al 10 7o; l'esposizione ai danni per
vento dal 25 al 100 7o ; i danni per ladroneggi dal 5 al 20 7o.
d) Il valore del legno delle piante vecchie atterrate si calcola in
base al peso presumibile ed al prezzo a cui si paga la legna d'ardere
o il legname da costruzione. Questo ultimo caso però è difficile a
riscontrarsi poicliè gli alberi vecchi sono per lo più tarlati e poco
adatti per la costruzione. Naturalmente bisogna detrarre le spese di at-
terramento.
Per il pero e melo, il valore netto si calcola de 2 a 5 Lire: per il susino, L. 0,75 — 1,.50;
per il ciliegio da L. 2 a 3.
e) Il prezzo delle fruita si fìssa coi prezzi medi del mercato lo-
cale, detraendo da questo le spese di trasporto al mercato. Bisogna
però fare una percentuale sulle avarie a cui possono andar soggette le
frutta nel trasporto, ed un' altra, sulla eventualità che le frutta non
possano essere vendute.
3. La spesa di impianto. — Nella spesa di impianto bisogna pren-
dere in considerazione :
a) il valore originario della pianta;
b) la spesa d' impianto (scasso, concimazione e copertura delle
radici, legatura e palizzatura della pianta);
e) la spesa di palatura e legatura, calcolato il rinnovo dei legacci
e detratto il valore dei pali scartati.
Di queste tre spese si deve calcolare annualmente l' interesse del
5 7o e, si addebita fino all' età in cui la pianta riesce a coprire coi
prodotti le spese sostenute.
4. — La spesa di sorveglianza e di coltivazione annna della pianta
comprende :
a) le spese di potatura e di difesa dei parassiti, detratto il valore
della legna che si ricava colla potatura;
b) le spese di lavorazione del terreno e dell' eventuale conci-
mazione ;
c) la spesa di raccolta e conservazione delle frutta ;
d) l'interesse del capitale fondiario che non produce in causa
delle piante. Di solito si calcola il totale interesse e si detrae da que-
sto la rendita ricavata da qualche coltura intercalare, che si vuol fare
fino che le piante non hanno occupato tutto il terreno.
Per esempio, avendo un'ara di terreno del valore di L. 16 ed utilizzando un quarto
di questa superficie con una coltura intercalare, si addebiterà alla coltura arborea sol-
tanto l'interesse di L. 12 al 5 "/„, pari a L. 0,(J0.
Ammesso che un melo a pieno vento occupi 50 m.'- e che le si)ese a) b) ammontino
a L. 0,20 per pianta; si avranno L. O.óO di cui bisogna calcolare l'interesse fino che la
pianta copre le spese col suo prodotto.
I. 'interesse di L. 0,50 al 5 % è di centesimi 2.5. Ammesso che il melo a 30 anni ar-
- 19 -
rivi col suo prodotto a coprire le spese oltre quelle di coltivazione corrente, si calcola
nel seguente modo :
nel 1" anno che si fa la spesa —
, 2" „ „ „ 1 volta 2.5
. 3» „ , „ 2 volte 2.5
„ 4° , „ , 3 „ 2.5
„ 5» , „ „ 4 „ 2.5
„ 6» , „ , 5 „ 2.5
„ 7" „ „ „ G „ 2.5
„ 8° „ „ „ 7 „ 2.5
„ 9» „ „ „ 8 „ 2.5
,10° , „ „ 9 „ 2.5
fino al 10 anno 45 volte 2.5
daini" anno al 15' : 10 + Il + 12 -|- 13 + 14 = 60 „ 2.5
dal 16" , al 20» : 15 + 16 -f 17 -|- 18 + 19 = 85 „ 2.5
dal 21° „ al 25° : 20 + 21 + 22 -f 23 + 24 = 110 „ 2.5
dal 26> , al 30» : 25 -f- 26 + 27 +- 28 + 29 = 135 „ 2.5
In 30 anni 435 volte 2.5 = L. 10,87
5. Determinazione del valore della pianta. — Detratto dal valore
del prodotto che si può ricavare da una pianta durante la sua vita, la
somma delle spese sostenute per coltivarla, comprendendo gli interessi
relativi, si ha la rendita netta che la pianta dà durante la sua vita.
Su questa rendita bisogna fare ancora una riduzione del 5 % per
risico. Dividendo quello che rimane per il numero degli anni di vita
della pianta si ha la rendita annua, capitalizzando la quale, si ottiene
il valore di stima della pianta.
Un calcolo di stima fatto con questo metodo lo presento nella
parte speciale per il pero e melo, per il susino, per il ciliegio dolce
ed acido.
PARTE SECONDA
RIPRODUZIONE E MOLTIPLICAZIONE
DELLE PIANTE DA FRUTTO (J)
I.
Il vivaio : Definizione del vivaio, sua importanza. —
Scelta del terreno, sua preparazione e distribuzione.
1. — Per vivaio intendo quello spazio di terreno nel quale si pro-
pagano e si allevano le piante da frutto. Quella parte del terreno desti-
nata per la semina, ctiiamasi semenzaio ; quella dove si trapiantano i
soggetti per innestarli, dicesi nestaiiiola o meglio nestaia ; quella dove
si piantano le talee, barbatellaio ; quella infine dove si allevano le piante
dopo l'innesto e si tengono fino al momento dell'impianto a dimora sta-
bile, piantonaia.
Senza far torto ad alcuno dei nostri vivaisti di piante da frutto, alcuni dei quali
si sono resi veramente benemeriti, debbo sostenere per l'interesse di tutti gli agricoltori
che intendono estendere nei loro terreni la coltivazione delle piante da frutto, la ne-
cessità di destinare un appezzamento di terreno anche a vivaio.
Due sono le ragioni principali per le quali bisogna sostenere la necessità del vi-
vaio. L'una è l'incertezza che le piante acquistate corrispondano alla varietà che si in-
tende possedere; l'altra che nel vivaio si ottengono delle piante cresciute sotto le me-
desime condizioni di quelle a cui devono sottostare dopo l'impianto stabile. Col vivaio
si ha perciò, maggior facilità di attecchimento nei trapianti, sicurezza assoluta della
qualità e da ultimo il vantaggio di poter rimpiazzare prontamente quelle piante che
per un accidente venissero a mancare.
2. — Il terreno deve essere fertile, dei migliori della località, ricco
di umus, profondo almeno 80 cm., libero da grosse pietre ed esente di
strati cretosi o ferruginosi. E' da preferirsi un terreno siliceo-argilloso,
(1) Ch. Baltet. — La pepinière — Paris, 1903.
- 21 -
fresco ; i terreni umidi sono assolutamente da scartarsi, perchè in que-
sti le piante prendono facilmente il cancro e si coprono di muschi. Se
invece il terreno è arido, le piante crescono stentatamente e sviluppano
poche radici fine.
La località deve essere arieggiata, non soggetta alle brine tardive
di primavera od a quelle precoci d'autunno. Nelle località troppo fa-
vorite dal clima le piante però riescono troppo delicate, in quelle
esposte ai venti impetuosi, le piante crescono storte, piegate. Il terreno
deve essere piano, con una massima pendenza del 5 %, e possibilmente
riparato a nord ed a ponente.
Un terreno diboscato, un vecchio prato dissodato, sono adatti per
l'impianto di un vivaio. Non è consigliabile un vivaio in una landa mai
coltivata.
Infine chi vuol piantare un vivaio di speculazione è bene scelga
una località di facile accesso ed in vicinanza di strade ferrate per avere
la minor spesa di trasporto e la maggior facilità di commercio.
Nel vivaio destineremo poi a semenzaio quella porzione del terreno
più comoda per l'irrigazione o innaffiamento, il terreno più sciolto, an-
che se non tanto profondo, più fertile e mondato da ciottoli e da ma-
lerbe. Per nestaio e barbatellaio destineremo la porzione migliore di
terreno, che rimane dopo scelto il semenzaio. A piantonaia infine de-
stineremo la parte più riparata dai venti.
3. — Il primo lavoro d'impianto consisterà in uno scasso di 40 ad
80 cm. di profondità. Si lavora a 40 centimetri di profondità quando
le piante devono rimanere due soli anni ; se invece devonsi lasciare
due anni dopo l'innesto, bisogna scassare a 60 cm. e se più anni, fino
ad 80 cm.
L'epoca più conveniente per lo scasso è l' estate e facendolo, si
abbia l'avvertenza di pulire il terreno dai ciottoli, radici, ecc., nonché
di mescolare i diversi strati, quando non se ne trovassero propriamente
di ingrati, onde ottenere un terreno di composizione uniforme. Bi-
sogna però avvertire che la terra vergine non deve essere portata alla
superficie poiché questa è dannosa a tutte le giovani piante da frutto
meno forse che alla vite. Le radici estratte si bruciano ed i ciottoli
servono per fare il basso fondo dei viali.
Il concime migliore per l'impianto di un vivaio è quello fatto a
base di stallatico. Bisogna assolutamente escludere il letame fresco,
perchè ingenera con somma facilità la muffa alle radici e la sua azione
è troppo lenta. Nei terreni forti, è indicata una miscela di letame ca-
vallino, suino, pecorino e bovino ammonticchiata almeno 6 mesi prima
dell'impiego ed annaffiata con spurgo di latrine a colaticcio. Per affret-
tare la decomposizione, convengono uno o due rivoltamenti. Se si
tratta di terreni ordinari é preferibile un composto in parti eguali di
letame cavallino col bovino.
Preparati i composti tanto in un modo che in un altro, essi rie-
scono però soverchiamente ricchi di azoto in confronto alla anidride
— 22 —
fosforica e potassica e quindi se applicati tali quali, farebbero crescere
in altezza le piante del vivaio, ma una gran parte del legno rimarrebbe
immatura e poi perirebbe coi freddi dell'inverno. E' quindi necessario
di spolverare ogni quintale di questi composti prima di spargerli, con
180 gr. di scorie Thomas e 70 gr. di solfato di potassa. Invece di scorie
si possono impiegare 125-150 gr. di perfosfato oppure 150-180 gr. di
polvere d'ossa. Invece di solfato di potassa si può adoperare eguale
quantità di cloruro di potassa oppure gr. 100 a 120 di Kainite.
Lo spargimento del concime è bene farlo in autunno o durante
l'inverno, spargendolo uniformemente e poi sotterrandolo subito con
un lavoro superficiale. Nel periodo che passa dallo spargimento all'im-
pianto, il concime si amalgama per bene col terreno e le piante poi
crescono con vegetazione uniforme.
4. — Per evitare confusioni è bene che il vivaio venga diviso in
appezzamenti regolari, possibilmente rettangoli, di dimensioni non mag-
giori di m. 40 per lato. Fatti gli appezzamenti, si destineranno quelli
per il semenzaio, per il barbatellaio, per il nestaio e per la piantonaia.
Di solito questa ultima occupa circa due terzi della superficie totale.
Per fissare l'estensione che si deve dare al vivaio bisogna anzitutto stabilire il
numero delle piante che si vogliono ricavare ogni anno e l'età cui le piante si vogliono
vendere. Ammesso di volere N. 600 piante ogni anno, di 5 anni di età, calcolato lo spazio
che occorre per il semenzaio, nestaio e viali relativi, si può ritenere che per ogni pianta
occorre un terzo di metro quadrato di superfìcie e pel nostro caso quindi m.^ 200. Tenuto
conto lo scarto inevitabile, che ammonta in media al 25 % e calcolato che queste piante
devono rimanere per 5 anni, si ha una superfìcie complessiva di m.'-' 250 X 5 = m.^ 1250.
Considerato poi che estirpate queste piante bisogna destinare il terreno per altri 5 anni
ad altre coltivazioni, si ha, che per produrre annualmente N. 600 piante occorrono
m.'- 2500 di superficie di terreno.
Fissata l'estensione degli appezzamenti, nel mezzo ed in direzione
della massima lunghezza si fa un viale largo da m. 1,20 a m. 2, e m. 2,30
a seconda della ampiezza del vivaio ed a seconda che occorrerà tran-
sitare con carrette a mano o carri e, fra i principali quadri, si faranno
perpendicolarmente dei sentieri larghi m. 0,80.
Tanto i sentieri che i viali nei terreni sciolti è bene farli fuori terra poiché così
s" accumula l'acqua nei quadri del terreno ; se invece il terreno è argilloso, perchè servano
di drenaggio, i viali si fanno ad un livello più basso di quello del terreno delle aiuole.
Nei vivai stabili di speculazione ai lati dei grandi appezzamenti si
collocano le piante madri ed i piccoli appezzaiwenti si contornano di
salici, di ribes, di uva spina, di lampone, di fragole che rimangono
poco nel vivaio.
11 semenzaio sì suole dividere in aiuole, della larghezza di m. 1,20
e della lunghezza di m. 8 circa. Ogni aiuola è divisa dall' alti'a da un
sentiero largo cm. 20 e ad ogni 6 aiuole si fa un sentiero più largo e
cioè di cm. 50. Per il nestaio si può disporre il terreno in quadri più
grandi. L'esperienza mi ha dimostrato che la larghezza più conveniente
di questi e da m. 8 a 9. La lunghezza, dipende dalla quantità di piante
che si intende piantare.
- 2A —
Il semenzaio e barbatellaio, hanno specialmente bisogno |)er alcune
ore della giornata di essere riparate dal sole. Allora conviene fare delle
spalliere con delle piante a forma di U, alte m. 2,50 e distanti fra loro
m. 4,60 e nella direzione da levante a ponente. Per la spalliera basta
una aiuola di m. 1 di larghezza e lo spazio fra mezzo di ni. 4,60 si
suddivide in due aiuole di m. 1,20 ciascuna con in mezzo un sentiero
di m. 0,40, le quali possono servire per barbatellaio o nestaio. Una tale
disposizione è illustrata dalla fìg. 1.
N
m. 1, —
m. 0,40
m. 1,20
m. 0,40
m. 1,20
s
m. 1,20
m. 0,40
m. 1,20
m. 0,40
m. 1,20
m. 0,40
m. 1,-
^I< ^ >ì< >i< h& ^ ^[-< ^ >ì< hB ^ >-B
>-p vj< >-I< ^p
^ s
_ s
B
^1^ ^x< >h >-P >-P ^J< y^ ^P
y'b ^I< ^I< ^ >-I< >ì< h& ^ ^ ^ yJ<' ^ S
Fig. 1. — Ksempio di vivaio ombreggiato da spalliere ad U.
Spainola larga m. 1 con spalliera formata da piante allevate ad U semplice distanti
Ira loro m. 1; — s = sentieri della larghezza di m. 0,40; - iV= aiuole per nestaiola larghe
m. 1.20; — J3 = aiuole di barbatellaio larghe m. 1.20.
Anche per la piantonaia conviene dividere l'appezzamento in tante
aiuole, larghe m. 2,40, lunghe, quanto è lungo l'appezzamento, e divise
da un sentiero largo m. 0,30. Le piante sono collocate a copie di tre
file distanti m. 0,80 e sulla fila a m. 0,60. Per ogni forma pciò queste
distanze possono variare, ma è bene che in ogni appezzamento od
almeno per ogni fila si destini una sola forma di pianta.
Nei vivai dove si fa l'irrigazione, le piante si collocano a doppie
file, separate dal solco irrigatore.
Infine in un vivaio occorre la numerazione d'ogni fila di piante
mediante dei cartellini che si attaccano alla prima pianta d'ogni fila, i
quali cartellini si riferiscono ai numeri del registro che ogni vivaista
deve preparare.
— 24 -
5. — Per utilizzare meglio il terreno e per avere delle piante sem-
pre robuste, occorre seguire anche nel vivaio una certa rotazione.
Il vivaio delle aziende rurali, dopo prodotto quel dato numero di
piante per il quale è stato destinato, si destina subito alle coltivazioni
ordinarie e si fa il nuovo vivaio in altro prato vecchio o terreno, di-
boscato.
Nei vivai stabili ciò naturalmente non si può fare ed allora bi-
sognerà provvedere ad un certo avvicendamento per prevenire l'esauri-
mento del terreno. Cosi ad esempio non converrà allevare dei peschi
sempre nello stesso quadro, ma si alterneranno questi con cotogni, con
viti. Passati però 5 anni circa, occorre cambiare addirittura coltivazione
per altrettanto tempo e cioè fare colture ordinarie di granoturco, pa-
tate, barbabietole, ecc.
Le colture consociate agli ortaggi nelle piantonaie, generalmente
non convengono.
Una buona rotazione è la seguente :
I Anno piantonaia con stallatico decomposto corretto con concimi
chimici.
II „ piantonaia senza concime.
III... „ „ con terricciato, o torba imbevuta di pozzo nero.
IV.... „ granturco con stallatico kg. 30,000 per ettaro.
V „ ortaggi, specialmente legumi da seme, senza concime.
VI.... „ patate, barbabietole od altre sarchiate con stallatico Kg. 30000
per ettaro.
VII.. „ semenzaio o barbatellaio, con una delle formole indicate
per questi.
Vili. „ nestaio senza concime.
Sulla concimazione dei vivai si parla diffusamente nella Parte
Ottava Gap. XVII.
II.
Riproduzione e moltiplicazione.
Le piante da frutto si riproducono per seme e si moltiplicano per
divisione.
1. — La riproduzione per seme è la via naturale, per la quale si
propagano tutte le piante. Con questa si ottengono i soggetti (chiamati
franchi o selvatici) più robusti, vigorosi e generalmente simili al tipo,
per quanto concerne la specie. Quanto ai caratteri della varietà avviene
di sovente, che subiscono delle modificazioni più o meno importanti.
Cosi ad esempio, dai granelli di pere si ottengono bensì dei peri, ma
questi, con 99 probabilità su cento, non avranno né il legno, né le fo-
Library
State CoHep-e
Tab. VI.
Modo con cui si propagano le piante da frutto.
Nome della pianta
Moltiplicazione per
Aberia
Agrumi
Albicocco
Anona
Asimina
Azzeruolo
Bagolano
Banano
Carrubo
Castagno
Ciavardello
Ciliegio
Corbezzolo
Corniolo
Cotogno
Crespino
Diospiri
Eugenia .
Faggio
Feijoa
Fico . .
„ d'India
Gelso da frutto . . .
Giuggiolo
Holboelia latifolia . .
Ilovenia dulcis . . .
Lampone
Mandorlo
Melo
Melagrano
Mirtillo
Nespolo
„ del Giappone
Noce
Nocciolo
Olivo
Pachira
Palma del dattero . .
Pavia
Passiflora a frutti dolci
Pero
Persea gratisima . . .
Pesco
Pino da pinoli. . . .
Pistacchio
Psidio
Querce ballota. . . .
Ribes
Rovo ........
Sorbo
Susino
Vite
seme talea margotta innesto polloni ovol
\')
15
iM
16
40
—
41
—
(')
17
14
2C
_
27
—
_
21
28
22
29
_
30
23
;u
-
(') Soltanto per ottenere nuove varietà. - O Per ottenere degli alberelli.
- 26 -
glie, né i fiori, né i frutti della pianta da cui provenivano i granelli
seminati. Alcune piante fruttifere si riproducono abbastanza fedelmente
anche per seme.
2. — La moltiplicazione per divisione è la via artificiale applicata
dall'uomo ed ha per iscopo di riprodurre esattamente i caratteri della
varietà in tutte le sue parti. Molto raramente si verifica una eccezione
a questa regola e non succede che nel caso di alterazione delle parti
del vegetale moltiplicato. Questa moltiplicazione che possiamo anche
chiamare artificiale, comprende la moltiplicazione per talea, per mar-
gotta, per innesto, per polloni e per ovoli.
Il modo seguito dal frutticoitore, per propagare le diverse essenze
fruttifere, è indicato dalla Tab. VI.
Come si vede, delle 52 piante da frutto, 41 si propagano per
seme; 17 per talea; 14 per margotta, 31 per innesto; 23 per polloni o
rimessiticci di radici ed 1 per ovoli.
III.
Attrezzi e macchine necessarie al frutticoitore.
Prima di addentrarci nella pratica della moltiplicazione è bene che
si passino in rassegna e che si diano alcune norme nella scelta dei
principali attrezzi e macchine che occorrono al frutticoitore.
1. — La vanga è l'istrumento che serve a rivoltare il terreno.
Deve essere grande e terminare in punta poco aguzza piuttosto rotonda, pei ter-
reni sciolti; deve essere appuntata e greve, pei terreni duri e pietrosi; appuntata od a
forca e mediocremente pesante, pei terreni argillosi e marnosi (fìg. 2-6).
2. — La zappa (fig. 7-12). Anche la scelta di questo strumento merita
riflessione. Colla zappa si mareggia quando trattasi di lavorare super-
ficialmente, si sarchiella quando si vuole ripulire. Nei terreni non ciot-
tolosi e sciolti possono usarsi le zappe grandi, del rimanente si ado-
pera con vantaggio la zappa bergamasca che ha un manico lungo
m. 1,50 ed il ferro trapezoidale col tagliente largo cm. 20.
I picconi (fig. 13 e 14) si adoperano quando si tratta di smuovere
il sottosuolo od i terreni sodi.
3. — Il badile (fig. 15-16) si adopera per ripulire solchi, per vuotare
fossi, per trasportar terra e negli impianti. Per trasportare la terra ad una
certa distanza si adoperano le barelle (fig. 17) e la carriola (fig. 18).
4. — Il rastrello serve a raccogliere le erbe cattive, così pure le
pietre e le radici che vengono portate alla superficie colla vangatura.
Serve anche a sminuzzare il terreno, eguagliarlo ed a coprire le se-
menti. I rastrelli si costruiscono o tutti in ferro (fig. 19 e 2U) o tutti in
legno oppure col traverso di legno ed i denti di ferro. Preferisco
quest'ultimi perchè più leggeri, più comodi e che facilmente si possono
27
Fig. 2. — Vanga a
punta rotonda.
Fig. 3. — Vanga a
taglio concavo.
Fig. 4. - Vanga
taglio ottuso.
Fig. 5. — Vanga a
taglio diritto.
m
Fig. G.
Vanghe a forca.
Fig. 7.
Zappa Bergamasca.
l'ig. 8. Zappa a punta
quadra per giardino.
28 -
Fig. 12.
Zappone semplice.
Fig. 13.
Piccone semplice.
Fig. 14.
Piccone doppio
— 29 -
far rimontare dagli stessi contadini. Per eguagliare il terreno e per
coprire le sementi si adopera il rastello a denti dritti, per gli altri
lavori quello a denti curvi.
5. — Il rastialoio o grametlo, sarchiello (fig. 21). E' uno strumento che
consiste in un bastone lungo m. 1,50, alla cui estremità sta attaccato
Fig. 16. — Badile a punta arrotondata.
/
piifHf
Fig. 15. — Badile.
Fig. 17. - Barella.
un ferro a guisa di coltello largo da tre a quattro dita posto di tra-
verso, col quale si nettano i viali e si recidono e levano le erbe
tenere.
6. — Il potatoio. E' questo l'istrumento più importante pel frutti-
coitore. Tutti i frutticoitori raccomandano una propria forma di potatoio
a seconda della pratica fatta adoperandone una o l'altra. Predomina la
forma francese, col manico e lama diritta, adunca quest' ultima all'è-
- 30 -
stremità (fig. 22) ; la forma tedesca con manico e lama leggermente in-
curvata (fig. 23) ed il modello con manico a tagliente ancora più in-
curvato (fig. 24). Quest'ultimo modello, è stato adottato da me da pa-
recchi anni ed è conosciuto per potatoio Tamaro.
Fig. 18. — Carriola per trasporto di terra con una ruota articolata
fra i due piedi {tipo Hebert).
Fig. 19.
Rastrello in ferro.
Fig. 21. — Rastiatojo.
Per fare tagli più grossi e specialmente per gli olivi e gelsi, si
adopera il pennato (fig. 25) o la roncola (fig. 31).
Per abbattere gli alberi si adopera la scure (fig. 26); per pulire i
tronchi dalla carie nell'interno si adopera una specie di scalpello (fig. 27)
od una scure, colla parte opposta, foggiata a guisa di scalpello conico
(fig. 29) o da un lato solo (fig. 30).
7. — La sega è necessaria per fare le amputazioni dei rami più
grossi. Di seghe ce ne sono ad archetto (fig. 33 e 34), a manico fisso
31 —
Fig. 24.
Potatoio Tamaro.
\v
Fig. 22. — Potatoio francese. Fig. 23. - Potatoio tedesco. Fig. 25. — Pennato.
Fig. 27.
Strumento per pulire l'interno dei tronchi dalle carie.
Fig. 2G.
Scure per atterrare
le piante.
Strumento per rimuovere la terra intorno agli innest
32
Fig. 29.
Scure per pulire e tagliare i tronchi.
Fig. 30. Fig. 31. Fig. 32.
Scure Roncola che si ^'^)]T^ P^r puljre
a scalpello. fissa all'estre- , 1 •"♦frno dei
raità di una tronchi di olivi
pertica. colpiti dalla
cane centrale.
Fig. 33. — Sega per potatore ad archetto. Fig. 34. — Seghetta da innestatore.
Fig. 35-36.
Seghe a manico fisso.
Fig. 37-39.
Seghe a serramanico per potatori.
66
(fig. 35 e 36), a serramanico (fig. 37 a 39) e di quelle fissate aireslreinità
di una pei'tica, per le amputazioni più incomode. Una sega buona deve
avere il dorso mollo più sottile della dentatura. I tagli falli colla sega
devono essere ripuliti col potatoio.
Fig. 40. — Forbice tipo Dittmar.
8. — La forbice. La migliore che si abbia in commercio in Italia è la
forbice tipo Dittmar (fig. 40). Con essa si potano più speditamente le
piante ma essa iia l'inconveniente di schiacciare il legno. In tesi gene-
Fig. 41. — Forbice
pei" tagliare i rami discosti.
Fig. 42. - Forbice a pertica per gli alberi alti.
rale dunque, Fuso della forbice è da condannarsi se al più non si vuol
tagliare ad una certa disianza dal punto destinato. La sola vite, per
la natura del suo legno elastico, risente meno delle altre piante del-
l'amputazione colla forbice. Ci sono anche delle forbici per tagliare i
3 — TAM.\r.o - Friitticollitra.
— 34
rami discosti (fìg. 41) o di quelle saldate a delle pertiche per tagliare
i rami più alti (fig. 42).
Al frutticoitore può occorrere una forbice per cogliere le frutta
(fig. 43), per tagliare le siepi (fig. 44); pel diradamento degli acini del-
l'uva (fig. 45).
Fig. 44. — Forbicioni da siepi.
00'
Fig. 43. — Forbice cogli frutta.
Fig. 45. — Forbice per
diradamento degli acini d'uva.
9. — Uinneslaloio. Per la maggior parte degli innesti è sufficiente
l'innestatoio Kunde (fìg. 46), il quale ha l'unghia all'estremità del dorso
della lama. Per gli innesti a gemma occorre invece che il taglio del
coltello sia convesso, per incidere meglio la corteccia dei soggetti
(fig. 47-50).
10. — Il fenditoio. E' uno strumento col quale si fa lo spacco dei
soggetti grossi per innestarli. La lama deve essere fissa al manico e
col dorso largo per poter battere con una mazza (fig. 51).
Altri istrumenti accessori per l'innestatore è la pietra per affilare
35
Fig. 4(). Fig. 47-50.
Innestatoio Kunde. Tipi diversi di innestatoio per l'innesto a gemma ed altri innesti.
.^.^^W^^
Fig. 51. — Fenditoio per l'innesto a spacco.
Fig. 52.
Pietra per affilare gli innestatoi.
Fig. -53. — lìaschiatoio.
Fig. 54. — Raschiatoio.
Fig. 55. — Spazzola d'acciaio.
- 36 —
gli innestatori (fig. 52) la vanghetta per scalzare gli innesti (fig. 28) ed
un sarcliiello per rimuovere la terra nei semenzai e nestai (flg. 57j;
dei fornelli per preparare il mastice ((ìg. 58 e 59); la rapina per gli in-
nesti (fig. 60).
Fig. 57. — Sarchiello.
Fig. 56. — Spazzole di acciaio.
Fig. 59. — Fornello per preparare il mastice.
!'■
Fig. .^8. — Fornello per i mastici
da adoperarsi a caldo.
.Fig. (JO. — Matassa da raphia.
11. — I raschiatoi (fig. 53-54), la spazzola di fili d'acciaio (fig. 55 e 56)
sono due strumenti che servono al diraspamento dei tronchi d'alberi
jjer distruggere crittogame e uova d'insetti.
Occorrono poi dei coglif rulla (fig. 43 e 67); un traspiantatoio per pìc-
cole piante (fig. 62); dei tendifilo (fig. 63 e 64); il gzm/j/o .S«/)a/é per levare
le corteccie grossolane che si staccano ad esempio dal tronco della
- 37 —
vite o per levare le foglie dalle canne (fig. 65) ; una gruccia per piantare
le talee (tìg. 66); una tenaglia per l'incisione anulare (fìg. 67).
Ci sono ancora altri attrezzi e macchine necessarie per l'esercizio
della frutticoltura, ma di essi verrà fatto cenno nel trattato, di mano
in mano che si presenterà il bisogno.
12. — Inchiostro per scrivere sulle etichelle di latta a zinco. Nel vi-
vaio si devono adoperare' molte etichette, perciò è bene conoscere
come si può preparare un inchiostro.
Per scrivere sulla latta, si sciolga una parte
di rame metallico, in 10 parti di acido nitrico, e
si aggiunga a questa sohizione 10 parti d'acqua.
Fig. 62. — Traspiantatoio.
Fig. 63. — Tendifilo.
Fig. 61. — Cogli frutta.
Fig. 64. — Tenditore per filo di ferro.
Il liquido cosi ottenuto è un'ottimo incliiostro che con una penna
un po' dura può esser steso sulla latta. Questa si deve pulire bene
con uno straccio o col bianco di Spagna, se fosse un po' grassa, perchè
non permetterebbe all'inchiostro d'aderire.
Ecco ora altre formole che si possono convenientemente adottare
per scrivere su metalli. Se si vuole inchiostro nero, si mescolino :
Inchiostro di China liquido . . . parti 11
Silicato di soda „ 1 a 2
Se si desidera invece inchiostro bianco :
Solfato di bario parti 1
Silicato di soda „ 3 o 4
38
Si conserva in bottiglie ben chiuse e si scuote prima d'adoperarlo:
si fa uso d'una penna d'acciaio che si asciuga appena Unito. Questi
inchiostri resistono a quasi tutti i reat-
tivi, ma con un coltello si possono
levare facilmente.
Fig. 65. — Guanto Sabatè.
Fig. 66. — Gruccia
per piantare talee.
Fig. 67. — Tenaglia
per l'incisione anulare.
Per scrivere su targhette di zinco, si abbia cura di pulir bene
prima il metallo e poi si usi uiia di queste composizioni :
"Verderame in polvere parti 4
Sale ammoniaco „ 4
Nerofumo „ 4
Acqua „ 40
oppure :
Cloruro di rame „ 1
Inchiostro comune „ 10
II cloruro di rame si scioglie assai presto nell'inchiostro, e il li-
quido cosi preparato attacca meglio lo zinco che non quelli a base di
solfato od acetato di rame.
IV
Riproduzione per seme.
1. — Dopo quanto è detto nel Gap. II sulla riproduzione per seme,
è evidente che il frutticoitore per poche piante ricorre a questo mezzo
per la produzione diretta, ma bensì solo per avere dei buoni soggetti
chiamati franchi, vigorosi, da innestarsi, colle varietà che desidera col-
tivare.
- 39 —
Si usa la riproduzione per seme, solo per ottenere nuove varietà,
per le seguenti piante: Azzeruolo, Banano, Cotogno, Diospiri, Fico, Pico
d'India, Lampone, Mi'lagrano, Nespolo, Passiflora a frutti dolci, Pistac-
chio, Ribes ed Uva spina, Vite.
Per avere piante che non subiscono l'innesto, si riproducono per
seme : Carrubo, Ciavardello, Corbezzolo, Corniolo, Crespino, Eugenia,
Faggio, Feijoa, Giuggiolo, Holboelia latifolia, Hovenia dulcis, lambosa,
Mirtillo, Nespolo del Giappone, Nocciolo, Pachira, Palma del dattero,
Pavia, Passiflora a frutti dolci, Pero delle Indie, Persea gratissima,
Pino da pinoli, Pomo di cannella, Psidio, Quercia ballota.
Si riproducono abbastanza fedelmente per seme: il Lampone, il
Mandorlo, il Pesco, il Pistacchio.
Per avere dei soggetti da innesto si seminano le piante indicate
nella Tabella VII jjagina 40.
2. — I semi destinati alla riproduzione devono essere pesanti, ben
conformati, devono provenire da alberi adulti ma non vecchi, allevati
a pieno vento ed in posizione soleggiala, da regioni preferibilmente più
calde e da frutta completamente mature.
E' diffìcile stabilire la maturazione completa del frutto. Dovendo
utilizzare il seme per la riproduzione, il frutto devesi considerare per
maturo, quando, dopo aver raggiunto il suo massimo sviluppo, cade
da sé dall'albero. Sono sempre da preferirsi i semi dei frulli caduti a
terra naturalmente a quelli caduti per abbacchiatura, per vento, per
insetti, ecc. La maggior parte delle nostre specie fruttifere maturano
in autunno. Essendoci però delle eccezioni, nella Tab. VIII è indicala
l'epoca di maturazione e la durata media della facoltà germinativa dei
semi delle principali piante da frutto.
Come si vede, i semi delle piante da frutto conservano in media,
per un tempo molto breve la facoltà germinativa e per norma il frut-
ticoitore deve ricordare:
a) i semi che cadono appena maturi, mantengono per breve tempo
la facoltà germinativa;
b) i semi più grossi e pesanti danno sempre le migliori piante-,
e) i semi provenienti dai paesi caldi e dalle pianure fertili danno
sempre le piante più belle e meglio sviluppate;
d) i semi provenienti dai paesi freddi o dalla montagna danno
piante più piccole ma non più resistenti al freddo delle altre.
I semi perdono la facoltà germinativa per una ossidazione che av-
viene degli olii e grassi od altre sostanze che contengono.
La semina quindi di quelli che perdono presto la facoltà germina-
tiva bisogna farla subito dopo la raccolta, oppure bisogna mantenere
artificialmente la facoltà riproduttiva fino alla primavera, marzo-aprile,
epoca nella quale si fanno ordinariamente le semine. Ciò si ottiene con
una opportuna preparazione e conservazione dei semi.
La preparazione dei semi potrebbe consistere nella loro immersione
nella parafina pura a 60". Questo mezzo si adopera per spedire dalle
40 -
Prontuario per la semina delle piante da
Nome della pianta
Aberia
Albicocco
Anona
Arancio amaro. . .
Asimina
Biancospino ....
Carrubo
Castagno
Ciavardello ....
Ciliegio di monte
di S. Lucia .
Citrus triptera . . .
Corbezzolo ....
Corniolo
Crespino
Diospiro di Virginia
Eugenia
Feijoa
Gelso da frutto . .
Giuggiolo
Holboelia
Hovenia
Loto d'Italia ....
Mandorlo
Melangolo
Melo
Melograno
Mirtillo
Nespolo
„ del Giappone
Nocciolo
Noce
Olivo
Pachira
Palma del dattero
Pavia
Pero
Persea gralissima
Pesco
Pino da pinoli .
Psidio
Sorbo
Susino domestico .
Mirabolano .
S. lulien .
„ Damas
Maturazione
del seme
agosto-sett.
luglio
dicembre
settembre
luglio
dicembre
settembre
agosto
novembre
dicembre
inverno
giugno-luglio
settembre
dicembre
ottobre
dicembre
settembre
dicembre
ottobre
agosto
ottobre
aprile-maggio
settembre
dicembre
ottobre
dicembre
settembre
novembre
settemb.-ottob.
agosto
luglio
agosto
6
6
24
6
6
2
1
6
6
2
18
settim.
6
()
settim.
2
6
6
24
1
1
1
1
Un litro di semi
pesa
Kg.
0.&41
0.660
0.62-0.64
0.675
0.675
0.564
0.666
0.734
0.52-0.537
0..575
0.526
0.42
0.35-0.40
0.596
0.68
0.543
0.145
conta
semi
N."
7563
3738
53-60
1200-1700
1200-1700
1230
61337
7043
106-210
220
35-40
560
680
16200
115
- 41
'rutto e dei rispettivi soggetti da innesto.
Peso
li lOOt)
semi
Epoca
della semina
2()U0 febbraio-marzo
- maggio
8-1 marzo
marzo-aprile
10000 fine iiìarzo
settembre 180
440 febbraio -marzo i 15
febbraio 1 anno
marzo 2 anni
fine novembre
marzo
febbraio 45
giugno
marzo
marzo —
500-4000 febbraio-marzo ' 15
31.7
marzo
-
novembre
-
maggio
_
marzo
90-95
febbraio
1000
fine marzo
37
2.500
aprile
febbraio -marzo
marzo
marzo
febbraio-marzo
2 anni
15
Distanza
della semina
sulla
fila
cm.
0.5-1
5
7-10
1-2
V-2-1
"Ari
2-3
25-60
Vo-1
4-5
8-10
V.-i
35
da fila
a fila
cm.
20-25
15
35-40
25-30
20-25
25-30
30-35
60-75
25-30
25-30
25-30
30-35
70
25-30
35-70
25-30
1.5-2
2
6-8
15
5-6
2
3-4
1-2
3-4
1.5-3
3-4
2-3
1.5-2
10-12
0-10
25-30 i 2-3
3-5
2-3
5-6
4-5
Per metro quadrato
dei semi
Peso
dei semi
Piante
ottenibili
N."
600-650
140
30-35
40-60
150
250
575
180-200
570-580
135-145
180-200
20-30
520-580
575
87
34-38
570
18-20
570-580
5-10
150
58-60
25
30-35
18-24
60-70
6-7
130-150
20
175
35-40
250-300
22-44 I 54-80
- 1 80-85
-- 42 -
colonie i semi dei paesi caldi. I semi che germinano appena liberati
dalla polpa, si raccolgono col fruito immaturo il quale lasciato in-
tatto, viene spedito con mezzi refrigeranti.
I semi dei frutti a granella, a nocciolo ed a bacca si preparano
sminuzzando i frutti e privandoli con ripetuti lavacri degli involucri
inutili che potrebbero alterarli. Quindi si raccolgono i semi che si sono
depositati in fondo all' acqua, scartando quelli che galleggiano e si
stendono sopra un tavolato o una tela, e si asciugano all'aria libera,
in una località ombreggiata. Durante l'asciugamento si abbia cura di
rivoltarli frequentemente, acciò l'evaporazione dell'acqua si effettui nel
minor tempo possibile.
I semi dei frutti secchi all'incontro non abbisognano di alcuna
preparazione e si conservano col loro epicarpio secco.
3. — Appena completato l' essiccamento all' aria libera, conviene
stratificare tutti i semi indistintamente essendo la stratificazione il
miglior mezzo di conservazione.
Per recipiente si può adoperare un vaso, una botte, una cassa col
fondo e pareti bucherellate.
Io di solito adopero delle cassette larghe 30 cm. lunghe 40 alte 20 cm.
non collocando più di 5 strati di semi, le cassette, chiuse e sovrapposte
una all' altra in numero di 2 a 6, le metto in una fossa coperta pro-
fonda non più di m. 1,50.
La stratificazione nelle cassette si fa nel seguente modo. Sul fondo
si mette uno strato di sassolini irregolari per mantenere l'areazione e
sopra questo si stende della sabbia asciutta per un'altezza di cm. 3.
Quindi si fa uno strato di semi, distendendoli bene col rovescio della
mano e senza che si sovrapjjongano, si coprono poi con altro strato di
sabbia, sempre asciutta, dello spessore di 1 a 5 cm. a seconda della gros-
sezza del seme e cosi si segue con questi strati alternati, fino a riem-
pire il recipiente adoperato. In tal modo stratificati si può tenere il re-
cipiente anche in un locale non caldo ma ventilato ed asciutto. Il
freddo danneggia meno del caldo.
Per ottenere una più rapida germinazione dei semi a guscio duro,
come quelli del ciliegio, susino, mandorlo, pesco, prima di stratificarli,
si può immergerli per qualche minuto nell'acido solforico. Con questa
immersione, si carbonizza superficialmente il guscio ma in modo suf-
ficiente per preservare il seme. I semi devono essere perfettamente
asciutti quando si mettono nel bagno diversamente si eleverebbe la tem
peratura a danno del seme.
Di solito si mette l'acido solforico in un recipiente di terra, si im-
mergono i semi e dopo estratti, si lavano abbondantemente con uno
zampillo d'acqua e poi vi si versa del latte di calce per neutralizzare
l'acido che eventualmente è rimasto* ancora aderente.
- 43 -
V.
Semina e cure successive.
1. — Per seguire l'ordine naturale di propagazione delle piante, la
seminagione di (}uelle da frutto dovrebbesi fare sempre dopo la rac-
colta. Difatti la terra oltre ad essere un mezzo eccellente per conservare
ai semi la facoltà germinativa, colla sua umidità rammollisce gli invo-
lucri disponendo i semi alla germinazione.
Non sempre però è possibile seminare in questa epoca, ne è sempre conveniente,
per le molte peripezie a cui esponiamo i semi lasciati inerti nel terreno per lungo
tempo. Fra le altre cause nemiche ci sono i topi, che troverebbero un pasto gradito in
na stagione nella quale non abbondano di alimento.
Sta il latto però, che i semi delle piante a nocciolo si sogliono affidare al terreno
in autunno e per esse io consiglio quest'epoca, semprechè il terreno non sia soggetto
al danno dei topi.
Le semine di tutte le piante da frutto in genere si possono però
sempre fare senza alcun inconveniente, in primavera e precisamente
nella prima o nella seconda quindicina di marzo, a seconda dell'anda-
mento della stagione ed a seconda della regione piti o meno calda.
Onde ottenere una piti rapida germinazione conviene bagnare giornal-
mente la sabbia nella quale sono stratificati i seitii alcun tempo prima
e portare tutto il vaso contenente i semi, in un ambiente caldo.
Non si può stabilire quando convenga cominciare questo umetta-
mento della sabbia, poiché dipende dalla qualità dei semi e anche
dalla temperatura dell' ambiente in cui essi si trovano. In generale
diremo, che converrà bagnare la sabbia due buoni mesi prima della
semina, quando trattasi di semi ad involucro osseo, ciliegi, mandorli,
peschi, susini, albicocchi, ecc., e per le granella basterà un mese prima.
Va da sé, che di quando in quando bisogna esaminare i semi per con-
statare il loro stato progressivo di rammollimento e per provvedere,
se del caso, con un pit!i abbondante annaffiamento e con una più alta
temperatura, ad un piti sollecito sviluppo germinativo.
2. — Come gli animali devon essere ben nutriti sia dalla nascita
per crescere poi vigorosi, cosi le piante da frutto per crescere vigorose
abbisognano di buona concimazione nel semenzaio.
Lo stallatico ben decomposto è il migliore concime pel semenzaio,
poiché oltre migliorare fisicamente il terreno, é anche un concime
complesso. Però ha l'inconveniente di essere troppo ricco di azoto in
confronto di anidride fosforica e fa crescere perciò le piante lunghe,
esili, che maturano male il legno e che i geli invernali possono anche
far perire. Oltre ai concimi fosfatici è necessario di aggiungere molte
volte dei sali potassici, e ciò, non perché lo stallatico od il terreno
non ne contengano a sufficienza, ma poiché la potassa che noi diamo
sotto forma di sali, é più assimilata di quella che si trova nello stal-
latico o nel terreno.
- 44 -
Per correggere lo stallatico allo scopo di dare dell'anidride fosfo-
rica, si possono adoperare le scorie, la polvere d'ossa ed i perfosfati.
Per dare la potassa, si adoperi del solfato di potassa. Per dare tanto uno
quanto l'altro degli elementi, si può adoperare del fosfato di potassa.
La quantità necessaria di ciascuna delle dette sostanze per correg-
gere un quintale di stallatico è la seguente :
Scorie Thomas gr. 180
Polvere d'ossa „ 150 - 180
Perfosfato 14-21 °U „ 125 - 150
Solfato di potassa „ 60-70
Fosfato di potassa „ 80-100
Adoperando la polvere d'ossa conviene aggiungere altrettanto gesso,
per facilitare la decomposizione dello stallatico.
La quantità di stallatico da adoperarsi per m.^ è di kg. 5 ossia
kg. 500 per ara. Prima di spargere lo stallatico lo si spolverizza con
uno o due dei concimi sopra citati e poi subito Io si vanga sotto.
Il concime devesi sotterrare almeno sei settimane prima della se-
mina. Meglio ancora è darlo in autunno, appena fatto il lavoro pro-
fondo del terreno per disporlo a semenzaio.
Nel caso in cui non si potesse fare questa concimazione a tempo,
conviene adoperare del terriccio in doppia quantità di quella indicata
per lo stallatico al momento della semina.
3. — Disposto il terreno in aiuole larghe ni. 1,20, fìg. 68, come ho
detto parlando del vivaio, giunta l'epoca della semina si sparge sopra
il terreno del terriccio ben decomposto e quindi si fa una leggera
zappatura. Questa ha lo scopo non soltanto di coprire il terriccio, ma
di sminuzzare anche il terreno e ripulirlo se mai necessario, di ogni
erba, radici o ciottoli, che fossero rimasti dopo lo scasso.
La semina delle piante da frutto si fa a file od a buche, mai a
spaglio, che dà una distribuzione irregolare della semente, e rende più
diffìcili le cure successive, che si devono apprestare ai seminati. La
profondità a cui si deve porre il seme varia a seconda del terreno
ed a seconda della grossezza del seme. Si dice che in un terreno nor-
male pel semenzaio, la profondità a cui si deve porre il seme deve es-
sere uguale alla doppia lunghezza del massimo diametro del seme. Ma
siccome tutte le regole hanno la loro eccezione, cosi nella Tab. VII è
indicata la profondità più conveniente, per ciascuna delle nostre piante
da frutto.
Si seminano a file i semi più minuti, tracciando col sarchiello e
guidati da un filo, dei solchetti trasversali all'aiuola, alla profondità a
cui si vuol porre il seme e distanti fra loro cm. 15. Sul fondo d'ogni
solchetto ed a distanza presso a poco eguale, da cm. 5 a 7, si dispon-
gono i semi e quindi si coprono colla terra servendosi del dorso del
rastrello, comprimendo poi energicamente il terreno col piatto del
— 45 -
badile. La quantità di seme da impiegarsi devesi regolare in modo da
ricavare nel primo anno da 180 a 200 piantine per m.'^
Per i semi più voluminosi e specialmente per quelli che produ-
cono delle piante di rapido sviluppo, peschi, mandorli, ecc., si fanno
i solchetti più distanti uno dall'altro e cioè di cm. 25, e distribuendoli
sulla fila alla distanza di cm. 10.
Volendo seminare a buche, si risparmia di tracciare i solchi, ser-
vendosi soltanto del filo e mantenendo le distanze sopra accennate.
Prima di terminare questo argomento, ritengo utile di far conoscere
l'esperienza da me fatta e che mi è stata confermata da molti pratici
e cioè, che avendo da seminare dei meli e peri, si ottiene un migliore
risultato mescolando le due qualità assieme.
Fig. 68. — Semenzaio di piante da frutto.
4. — Le cure successive che si devono prestare ai seminati sono :
la scerbatura, la sarchiatura, il diradamento e gli innaffiamenti.
La scerbaliira è un'operazione indispensabile che serve a mante-
nere mondo il terreno dalle malerbe.
La sarchiatura è anche un'operazione che si deve ripetere di fre-
quente per aereare il terreno, per portare alla superficie le radici delle
malerbe e per togliere la crosta che sovente si forma, specialmente
quando si annaffia. Si abbia però l'avvertenza di non sarchiare quando
le piante sono troppo giovani, ossia appena spuntano dal terreno,
poiché in tale stadio sono estremamente sensibili.
Gol diradamenlo, si tolgono le piante che non crescono enti'o i li-
miti delle distanze volute. Molti utilizzano anche queste piantine, ri-
piantandole col loro pane di terra in altro terreno. Ma oltre ad essere
questa un'operazione difficile ad eseguirsi, debbo avvertire che di solito
queste piante vengono meno vigorose delle altre.
- 46 -
Quando la primavera corre troppo asciutta è bene annaffiare ma
una volta cominciati gli annaffi, bisogna continuarli poicliè una inter-
mittenza può cagionare dei danni più gravi, che non lasciando nel
terreno i semi senz'acqua. Nei terreni facili ad essiccarsi e per i semi
di lenta e difficile germinazione, come i vinaccioli, i noccioli di olivo,
susino, ecc., ho trovato conveniente di coprire le semine per due dita
colla segatura di legno, oppure con paglia od altro genere di lettime.
Questa copertura mantiene l'umiditù, impedisce il rapido propagarsi
delle malerbe ed impedisce anche l'incrostazione del terreno favorendo
in tal modo lo spuntare delle piantine.
Infine trovo necessario di raccomandare anche la irrorazione con
la poltiglia bordolese neutra al 2 % specialmente le piantine a nocciolo
nonché il pero e melo, per evitare l'accartocciamento delle foglie e la
ticchiolatura.
Alla fine dello stesso anno e cioè nel mese di novembre o al più
nel febbraio successivo, si trapiantano nel nestaio le piantine che
Fig. 69. — Terrina per semi minuti.
Fig. 70. — Sezione della terrina.
hanno almeno il diametro di una matita. Si lasciano a posto le più esili
acciò si rinvigoriscano, recidendole alla base col potatoio, onde pro-
vocare la emissione di un nuovo getto più robusto.
Nell'anno successivo si abbia cura di sorvegliare le piante lasciate
sul posto, acciò non abbiano che una sola cacciata, sopprimendo tutte
le altre di minor forza.
La convenienza di trapiantare in autunno piuttosto che in prima-
vera, dipende dalle condizioni locali. Se si può piantare presto in au-
tunno in modo che le radici possano subito produrre qualche novella
radichetta, se abbiamo dei soggetti molto ben forniti di radici, e non
vi ha pericolo di straordinaria umidità durante l'inverno, è consigliabile
l'impianto d'autunno. In generale però è più consigliabile l'impianto
di primavera, perchè non è raro il caso che le radici gelino e marci-
scano per le ferite e i tagli che si fanno all'impianto.
I trapianti si debbono fare in giornate asciutte, senza vento. In
Lombardia ciò può aver luogo fino a tutto il mese di marzo.
Neil' estirpare si abbia cura di guastare il meno possibile le radici,
e si tagli il fittone a cm. 15 con un taglio inclinato ed in un punto
dove c'è la massima ramificazione delle radici laterali. 11 fusto si
deve tagliare precisamente ad una gemma sopra il colletto.
- 47 -
5. — Le piante dei paesi caldi è bene seminarle in appositi cassoni,
in terrine (fig. 69-70) oppure in vasi, sempre con terricciati, tenuti entro
stufe di moltiplicazione (Agrumi, Nespolo del Giappone, Olivo, Pino
da pinoli, ecc).
Si adoperano dei vasi di 20 cm. di diametro e vi si collocano da
20 a 50 semi secondo la loro grossezza, alla dovuta profondità. Si
trapiantano dopo uno o due anni.
VI.
Moltiplicazione per talea, polloni ed ovolo : Talea ad
una sola gemma. — Talea a più gemme. — Zampa
di cavallo. — Magliolo. — Barbatella.
1. — Per talea s'intende ogni pezzo di ramo, che, sotterrato in
parte, è capace di produrre una pianta perfettamente eguale a quella
che l'ha fornito.
Questo modo di moltiplicazione è il più sollecito, ma non può
essere applicato che per quelle piante il di cui tessuto corticale per-
mette l'uscita ai fascetti libro-vascolari, dai quali hanno origine le ra-
dici. Delle nostre piante da frutto, si moltiplicano più usualmente per
talea il cotogno, il fico d'India, il ribes e la vite. Le altre citate nella
Tab. VII sono quelle appartenenti ai paesi caldi.
Ecco come possiamo spiegarci il fenomeno della propagazione per talee.
Noi sappiamo che tutti i rami trattengono durante linverno una certa quantità
di linfa o succo alimentare, destinato ad alimentare il primo sviluppo delle gemme.
Orbene, quando piantiamo in primavera una talea nel terreno con due gemme fuori
terra, viene eccitata l'energia vitale per il maggior grado di temperatura dell'aria e
perciò la talea entra in vegetazione. La linfa sale e va ad alimentare una gemma fuori
terra, fa sviluppare delle foglie, le quali alla loro volta elaborano dei nuovi elementi
nutritivi, che discendono alle gemme sottostanti. Di queste, quelle che si trovano sot-
terra e perciò private di luce ed esposte a maggior umidità, emettono delle radici an-
ziché delle foglie.
In tale doppio movimento dei succhi, quello ascendente dà lo sviluppo delle foglie
e quello discendente dà le radici. Questi due movimenti si bilanciano soltanto quando
il calore dell'atmosfera è maggiore di (jnello del terreno, momento in cui comincia la
vegetazione. Nelle talee occorre osservare se, sviluppate alcune foglioline, presto appas-
siscono. Ciò succede quando il terreno troppo freddo non mantiene o meglio non attira
la linfa discendente, mancando la quale le radici non sono alimentate, e perciò la talea
deve morire per mancanza di nutrimento.
Questo fenomeno avviene per effetto della polarità in conseguenza della quale
ogni pezzo di ramo produce verso il suo apice nuovi germogli e verso la base nuove
radici. Cosi ad esempio se una talea è piantata a rovescio getta bensì radici dal lato
sotterrato e germoglia dal lato opposto, (juantunque stentatamente, ma di solito però
questi ultimi periscono e vengono surrogati da altri polloni vigorosi, che vengono ac-
canto alle radici a fior di terra.
La talea può consistere di una gemma sola, ed allora si ha la
moltiplicazione per gemma isolata che si adotta per le viti americane,
— 48 -
allo scopo di ottenere colla massima rapidità il maggior numero di
soggetti. Per ottenere simili talee, basta tagliare il sarmento subito
sopra e sotto l'occhio, in modo che la talea abbia circa due centimetri
di lunghezza. Le sezioni del taglio devonsi fare inclinate in modo che
la talea riesca più lunga dalla parte dell'occhio (fig. 71).
Fig. 71. — Talea
di una gemma isolata.
Fig. 7."?. - Magliolo.
Fig. 72.
Barbatella ottenuta da talea
di una sola gemma abbarbicata.
Fig. 74.
a) Talea a zampa di cavallo.
bì Talea semplice.
Queste talee devono farsi con tralci tagliati in marzo, oppure ben
conservati. Una volta preparate, si piantano le talee come semi in
piena terra nel semenzaio, collocandole colla gemma rivolta in alto o
coprendole con un centimetro di sabbia. Successivamente si deve an-
naffiare per mantenere fresco il terreno e per mantenere in buon slato
la vegetazione delle barbatelle (fig. 72).
La talea consiste invece di più gemme (fig. 74 b), e se si lascia il
pezzo di legno di due anni a cui è aderente si chiama magliolo (fig. 73).
Se si taglia con precauzione il magliolo, rispettando le gemme alla
base, si ha la zampa di cavallo (fig. 74 a). Piantando le viti, colla zampa
49
di cavallo o col magliolo, e avuto cura di tagliare prima a quest'ultimo
il moncone di legno vecchio, si hanno piante più vigorose che colla
semplice talea.
Le talee piantate clie hanno emesso le radici ed un germoglio si
chiamano barbatelle (fìg. 75), da ciò il nome di barbatellaio, al terreno
destinato a produrle.
La raccolta delle talee si faccia più tardi possibile perchè si possa
subito piantarle. Se in parte sono entrate in vegetazione non fa danno,
anzi attecchiscono di più. Se invece non si può aspettare la raccolta
fino al mese di marzo, conviene farla di mano in mano che si fa la
potatura secca a completo riposo della vegeta-
zione e poi si stratificano. Nei paesi esposti a
geli invernali, le talee conviene raccoglierle in
autunno e si conservano stratificate.
Nella vite, le migliori talee si fanno da quei
tralci che lasciati sulla pianta darebbero i mi-
gliori frutti. Per tutte le piante bisogna poi scar-
tare per talee i succhioni, le vermene, i ger-
mogli anticipati, le femminelle e sottofemmi-
nelle. Si scelgano invece i rami ben maturi,
completamente sviluppati e si ommetta la cima
e la base; poiché la cima possiede delle gemme
per lo più meschine e la base darebbe luogo a
piante pletoriche.
Non potendo piantar subito, i rami si la-
sciano intatti, si legano a manipoli di 40-50 l'uno
e si stratificano orizzontalmente nella sabbia in
una fossa in piena terra, oppure al coperto in
un luogo riparato dal freddo.
Al momento dell' impianto, le talee si tagliano della lunghezza di
10 a 30 cm. in modo che siano munite di 4 o 5 gemme, di cui una
vicina alla base.
Fig. 7.^.
Talea e barbatella.
Per le talee di diflìcile attecchimento ho ottenuto degli ottimi risultati, applicando
il seguente metodo di conservazione e preparazione.
Fatte le talee, si raccolgono a mazzetti e si stratificano nella sabbia in linea ver-
ticale anziché orizzontale, e coll'estremità destinata a dar foglie volta in basso. In tal
modo col calore dell'ambiente si ha un'ascensione della linfa in senso opposto e cioè
questa si accumula verso la estremità che deve dare radici, favorendo la loro emissione
dopo l'impianto. Otto giorni prima dell' impianto, si levano dalla sabbia le talee e si
immerge la parte destinata a dare radici nell'acqua tiepida e calore solare. Prima del-
l' impianto infine si raschia leggermente la corteccia attorno le gemme che devono
venire sotterrate. Con questo mezzo riuscii ad ottenere delle barbatelle dalle viti Ci-
nerea, Ilerbemont e Berlandieri. Per le varietà che attechiscono difficilmente per talea
si consiglia di tagliarle e piantarle quando hanno già emesso le foglie. Altri preferi-
scono l'impianto in autunno, ma io non ho mai ottenuto dei buoni risultati.
Il terreno destinato a ricevere le talee (barbatellaio), dopo lo scasso
fatto in autunno si vanga e si sminuzza, quantunque non sia necessario
i — Tamaiìo - Fnitlicollura.
/ 1
-50-
di sminuzzarlo tanto finamente come pel semenzaio. Il letame caldo
non è consigliabile, poiché questo, anziché favorire, danneggerebbe
l'emissione delle radici, quindi è preferibile del terriccio ben decom-
posto. (Vedasi sulla concimazione la Parie VII, r.ap. XVII).
Il mese più conveniente all'impianto delle talee é l'aprile, epoca
nella quale il terreno è sufficientemente riscaldato ed umido.
Il barbatellaio é pure bene dividerlo in tante aiuole della larghezza
di m. 1,20, divise da un sentiero. La distanza da osservare nell'impianto
devesi calcolare approssimativamente sulla vegetazione presumibile
delle barbatelle. Se devono rimanere per un solo anno, si piantano alla
distanza da cni. 5 ad 8 sulla fila e di cm. 20 da fila a fila; dovendo
rimanere per più di un anno la distanza sulla fila sia di cm. 20 a 25
e da fila a fila di cm. 30 a 35.
L'impianto si fa nel seguente modo. Si comincia a scavare un fos-
setto (fìg. 76) trasversale all'aiuola, profonda quanto è lunga la parte
di talea che deve stare sotterra, tenendo un lato del fossetto inclinato
di 45 gradi. Su questo lato inclinato si di-
^ (i^l'i^'S spongono le talee alla distanza voluta, leg-
iÉ^^5^ ^ germente comprimendole colla mano ed
avendo cura di non guastare la corteccia
e le gemme. Fuori del terreno le talee non
devono sporgere più di cm. 5, il che, per
Fi:4. 76. Impianto di talee. le talee di vite, equivale a non sporgere
più di una gemma, e per le talee di co-
togno che hanno gli internodi più corti, di due o tre gemme. Disposte
le talee in tal modo si coprono colla terra, ed alla distanza voluta si
scava un secondo fossetto, ripetendo la stessa operazione. Se il ter-
reno è stato lavorato bene in precedenza, si possono piantare le talee
senza fossatello adoperando la grucia (fig. 62).
Le cure successive nel barbatellaio dopo l'impianto consistono in
ripetute scerbature per estirpare le malerbe, ed in raschiature per
aerare il terreno e mantenerlo soffice.
Prima della emissione delle radici, le talee di legno secco e duro
ed in genere tutte quelle piante di difficile attechimento, devono essere
ombreggiate, perché la traspirazione farebbe loro perdere tutta la linfa.
A tal uopo conviene scegliere per barbatellaio la località meno soleg-
giata, o riparare il barbatellaio con controspalliere (fig. 1) o con altri
ripari ricorrere alla irrigazione.
2. — La moltiplicazione per polloni (fig. 77) è adottata per molte
piante, per alcune anzi, come il lampone, il ribes, il melagrano, il rovo,
il nocciuolo, é l' unico metodo di moltiplicazione. In via generale
quando si ha modo di procurarsi dei buoni selvatici venuti da seme è
meglio servirsi di questi, inquantochè, le piante che vengono da un
pollone non crescono mai tanto alte, non sono mai tanto vigorose, per
la continua tendenza che esse mantengono, di dare polloni alla base.
È da condannarsi la moltiplicazione con questo mezzo delle piante a
nocciolo, specialmenle del ciliegio e susino.
— 51 —
Per spiegare la ragione di questo fatto che coi polloni non si possono avere delle
piante molto robuste, basta ricordare cjuanto segue.
Noi sappiamo che una distinzione netta della radice dal fusto consiste che la
prima è sprovvista di gemme. Ma pure succede che quando un albero viene tagliato al
colletto o quando una radice superficiale viene mozzata o ferita, dai protoplasti viventi
nel tessuto generatore delle radici secondarie, invece di svilupparsi una radice secon-
daria, si sviluppa una gemma e da essa un germoglio che poi diventa il comune pollone
che riscontriamo di sovente nei pioppi, nei susini, nel
melagrano, nelle rose, nel lampone, nel ribes, ecc.
Anatomicamente questo fenomeno si spiega collo
stimolo che deve aver avuto una cellula della zona ge-
neratrice per l'arresto della linfa avvenuto in conse-
guenza del taglio o della ferita. Questa cellula anziché
dare origine ad una nuova radice, si riveste dapprima
di un tessuto delicato il quale da un lato si estende
all'esterno verso gli strati superficiali della corteccia e
dall'altro si prolunga in forma di peduncolo nella
zona generatrire della radice. Ben presto si sviluppano
anche dei fasci fibro-vascolari, i quali congiungono il
rudimento iniziale peduncolato della nuova gemma
col corpo legnoso della radice, e quando tutto ciò è
compiuto, la corteccia è lacerata, e la gemma sporge
dalle fenditure coi suoi rudimenti di foglie che si
aprono, quando il germoglio arriva alla superficie del
terreno. Questo fenomeno del resto non succede sol-
tanto quando il tronco viene tagliato o quando una
radice viene ferita, ma ogni qualvolta la pianta è
indebolita dall'età. La presenza quindi di polloni è in-
dizio certo di esaurimento della pianta.
Fig. 77. — Polloni
che sorgono da un olivo.
La moltiplicazione per polloni è facile. Al principio della prima-
vera, non si fa altro che staccarli colle radici e si piantano per lo più
direttamente a dimora (per il lampone, rovo, nocciuolo, ecc.), o nel
nestaio se devono servire da soggetti di innesto.
3. — La moltiplicazione per ovolo non si applica che per l'olivo.
L'ovolo è un bitorzolo tondeggiante, più o meno grande quanto un
uovo, legnoso, coperto da corteccia molto liscia e tenera, che si trova
specialmente alla base del tronco degli ulivi. In sostanza non è che
una talea cortissima senza gemme. Questi ovoli si staccano in gennaio
o febbraio e si piantano nella piantonaia, perchè abbarbichino.
VII.
Moltiplicazione per margotta: Condizioni di riuscita. —
Margotta a ceppala, a capogatto, a serpente, a tacca
ed in aria.
1. — Dopo quello per seme, questo è il metodo di moltiplicazione
più naturale. La margotla consiste in un ramo d'albero od arbusto,
attaccato per un dato tempo alla pianta madre e che dopo essere stato
- 52 -
coperto in parte di teri'a, ha emesso delle radici, in modo da poter
vivere poi indipendente.
A parte il modo di operare, che varia secondo il genere di mar-
gotta, le norme generali di buona riuscita sono le seguenti :
a) si può margottare in tutte le stagioni purché la temperatura non
discenda sotto lo zero. Si preferisca però il momento che precede il
Fig. 78. — Margotta di vite a ceppala.
risveglio della vegetazione in primavèra, poiché allora la margotta ri-
sente l'influenza della vegetazione di tutta l'estate successiva e sviluppa
delle radici più numerose ;
Fig. 79. — Margotta a ceppaia di cotogno.
b) si scelgano sempre i rami più vigorosi a corteccia liscia, non
dura e al massimo di due anni d'età ;
e) si lavori bene il terreno e lo si renda soffice e grasso, con
una generosa concimazione di terriccio ;
d) le estremità di tutte le margotte si tengano sempre verticali
e fissate ad un tutore, per ottenere dei getti nuovi robusti;
- 53 -
e) è utile di sopprimere ogni qualvolta lo si potrà, tutti i rami
e branche del soggetto che non si possono margottare e che hanno
una direzione verticale.
Non tutte le piante fruttifere si possono (colla stessa facilità) pro-
pagare per margotta. Si moltiplicano però facilmente : la vite, il ribes,
il melo paradiso e dolcigno ed il cotogno; a queste seguono: il susino
mirabolano, gli agrumi, il crespino, il faggio, il fico, il gelso, il mela-
grano, il pavia, il pero delle Indie ed il pomo di cannella.
Diversi sono i modi di procedere per fare delle margotte. Alcune
si fanno in piena terra, altre in vasi.
2. — La margotta più usata è quella a ceppala (fig. 78 e 79). Le
piante madri si potano corte in modo da ottenere una ceppala, ed at-
torno a questa si apre una fossa profonda tre palmi. Colla vanga si
lavora accuratamente, levando le pietruzze, sassi e radici, quindi vi si
ripone la terra sino alla metà. Si curvano poi i rami, e si sforzano a
stare sepolti con una forchetta di legno, in modo però che la loro estre-
mità rimanga verticale e allo scoperto. È bene legarla, come abbiamo
già detto, ad una canna di sostegno. Fatte queste operazioni basta ri-
coprire colla terra rimanente.
3. — Per il gelso, cotogno, melo paradiso, dolcigno, ribes, susino
mirabolano si operi nel seguente modo. Si comincia col piantare in
un appezzamento separato le piante le quali devono fornire la propag-
gine disponendo il terreno diviso in aiuole larghe m. 1,50 ed in modo
che alternativamente ogni aiuola risulti più alta e l'altra più bassa.
Ciò si ottiene gettando la terra della aiuola che si vuol tenere più
bassa sull'aiuola che si vuol tenere più alta. Fatte le aiuole, si pian-
tano i gelsi lungo la linea mediana di quelle ])iù basse a m. 3 di di-
stanza, e si lasciano là per tre anni, allevandoli a ceppala, perchè le
radici possano meglio svilupparsi.
- 54 —
Giunta la primavera del quarto anno, si taglia la pianta al piede
per provocare l'emissione di rami novelli. In autunno si recidono i
rami più nodosi e più corti e se ne lasciano 5 o 6 soli, scegliendo i
più vigorosi. Questi si piegano stendendoli lungo l'aiuola (fig. 80) e
coprendoli fino alla linea b, e, colla terra dell'aiuola vicina e mesco-
lando a questa del concime trito. Le estremità dei rami si lasciano
fuori e si tengono diritte legandole ad un palo (de).
Fig. 81. — Propaggine di vite.
Lungo r anno si lega il germoglio di prolungamento al palo, per
avere un fusto diritto, mentre si mozzano i germogli laterali a tre
foglie mano mano che si sviluppano. Intanto la parte sotterrata del
ramo avrà cominciato a dare radici. Nella primavera successiva, se
tv.
au
queste sono belle, si tagliano al punto d' unione colla pianta madre
e si trasporta con molta cura la nuova pianta in vivaio, dove si lascia
un anno. Molte volte in un anno, non si riesce a formare una pian-
tina, allora si lascia la propaggine unita per un secondo anno.
4. — Altro sistema di margotta è la propaggine o provana usata
per la vite ffìg. 81 e 82) che si fa in primavera. A tale scopo si scelgono
i sarmenti più belli e di piante robuste. Questi si sotterrano a cm. 25
— 55 —
facendo venir fuori l' estremità del tralcio, che si lega ad un palo,
lasciando sporgere due gemme fuori terra. Nella fossetta che si deve
fare per sotterrare il tralcio, si mette della terra ben sminuzzata e del
concime decomposto.
5. — Se invece di distendere sul fondo di una fossetta il tralcio
destinato alla moltiplicazione, lo si piega in giù in modo da sotterrare
due o tre gemme della sua punta, si ha la propaggine a capogallo
(fig. 83), con la quale si ha il vantaggio di non perdere il frutto del-
l'annata.
Fig. 83. — Propaggine a capogatto.
Quando si vuole ottenere più piante da un solo tralcio si ricorre
all'espediente di incurvarlo due o tre volte (fig. 84), in modo che le
sue gemme vengano a trovarsi parte entro terra, per l'emissione delle
radici e parte fuori, per lo sviluppo dei germogli. E questa è chiamata
propaggine a serpentone.
Per assicurare l'emissione delle radici, si fanno anche delle lega-
ture od incisioni vicino ai nodi dai quali svilupperanno di preferenza
le radici. I tralci incurvati sotto terra, si tengono fermi mediante delle
forchette (a fig. 82). Nella primavera si taglia il tralcio in b (fig. 82 e 84).
6. — Altre volte per non far solt'rire menomamente le radici nel
trasporto della margotta si piegano i rami in un vaso o in un paniere
(fig. 85), margotta in vaso.
In tutti questi casi bisogna sopprimere le gemme, che stanno fra
il ceppo ed il punto in cui il sarmento entra nel terreno, per impedire
che esse assorbano il nutrimento a svantaggio della propaggine. Nel-
l'autunno successivo si stacca la propaggine, tagliando al punto dove
il sarmento entra nel terreno e la projjaggine si porta sul sito del-
l'impianto.
- 56 -
Per agevolare il radicamento della margotta, si suol fare anche una
tacca trasversale propriamente nella parte della curva {margotta a tacca)
che si sotterra. Questa tacca devesi mantenere sempre aperta e ciò si
ottiene passandole attorno un filo di rame, o di ferro zincato, acciò
non si arrugginisca.
Dirò ancora della margotta in aria che si usa per quei rami che,
trovandosi troppo alti, non possono essere piegati in terra. A questo
scopo si adoperano dei vasi di terra non verniciati, e tagliati per metà,
dei quali si riuniscono le due parti lasciando i rami nel mezzo e poi
si legano e si riempiono di buona terra, che si avrà cura di mantenere
sempre umida. Il vaso naturalmente deve essere sostenuto dal ramo
stesso e se fosse troppo pesante lo si aiuta con un paletto. Applicato
il vaso, si fa sul ramo immediatamente sotto al vaso una leggera tacca,
che bisogna rinnovare, e far sempre più profonda, ogni settimana, fino
a che si recide il ramo completamente.
'A/ ') ' '
Fig. 85. — Margotta in vaso.
7. — Le margotte si staccano quando hanno vegetato per una in-
tera stagione e perciò al cadere delle foglie. Il taglio devesi fare sotto
le ultime radici in modo da lasciarne in maggior numero possibile.
Rispetto alla qualità delle piante ho da osservare, che in generale
per margotta si ottengono bensì delle piante molto fruttifere, ma non
tanto longeve e vigorose come per talea. In ogni caso bisogna scegliere
dei buoni rami vigorosi e provveduti di gemme ben fecondate.
Vili.
Innesto delle piante da frutto : Teoria dell'innesto e
condizioni essenziali di riuscita. — Preparazione dei
soggetti e delle marze.
1. — Dopo tante monografie che sono state pubblicate sull'innesto
è per me veramente imbarazzante di scrivere su questo argomento, e
ciò per la difficoltà di limitarsi, pur soddisfacendo al tema imposto.
Quando la pianta entra in vegetazione ai primi tepori primaverili,
noi riusciamo a staccare colla massima facilità la corteccia dal legno
57
sottostante, che per il suo colore bianco è stato chiamato alburno (fig. 86).
Questo fenomeno noi lo dobbiamo alla presenza di un succo mucilag-
ginoso che appunto in questo momento circola in massima quantità
fra la corteccia e l'alburno e che dai botanici è chiamato cambio. Il
cambio è composto di tante granulazioni microscopiche, delle quali
lungo l'anno alcune si depositano sull'alburno formando un nuovo
strato concentrico; un'altra parte si deposita sullo strato più interno
della corteccia, formando altrettanti strati fibrosi che si possono stac-
care a guisa delle pagine di un libro, da cui anche il suo nome di libro.
Ma le proprietà del cambio non
sono soltanto queste. Esso serve
anche quale mezzo connettivo, in
modo che se noi leviamo un pezzo
di forma regolare di corteccia da
un albero e lo sostituiamo con un
egual pezzo di corteccia apparte-
nente ad un altro albero di egual
genere, in un breve tempo la ferita
si rimargina completamente.
Immaginate ora che questo pez-
zo di corteccia trasportato, porti
una gemma. Questa continuerà a
vivere, si svilupperà, darà luogo ad
un getto, un ramo con delle foglie,
fiori, frutti che saranno identici
però alla loro pianta madre e non
a quelli sulla quale vivono. Un si-
mile fenomeno avviene anche quan-
do vi poniamo in contatto il libro
e l'alburno di una pianta.
Operando sia in un modo che nell'altro, non si è fatto che un
innesto e cioè abbiamo saldato an vegetale o una parte di un vegetale
su di un altro che diventerà il suo sostegno e gli fornirà una parte del-
l'alimento necessario alla sua cresciuta. La pianta sulla quale si opera
l'innesto, chiamasi soggetto — e nesto o marza, quella parte del vege-
tale che vien saldata al soggetto.
Dopo quanto precede è evidente, che tutto il segreto di questa
operazione consiste : nell'innestare soltanto delle piante di parentela
molto stretta; nel far combaciare perfettamente la corteccia del nesto
con quella del soggetto, ed il sistema legnoso con quello legnoso,
acciò si uniscano. È quindi necessario che i tagli che si praticano
siano ben fatti, con strumenti taglientissimi, acciò non riescano punto
laceri. Occorre anche evitare assolutamente l'accesso dell' aria e più
ancora dell'acqua per entro la commessura dell'innesto. Ciò si rag-
giunge con delle opportune legature ed in caso ancora con dei mastici.
Ma non sono soltanto queste le condizioni a cui bisogna provve-
dere per assicurarsi la riuscita dell'innesto.
Fig. 80. — Figura schematica della se
zione di un tronco : a modello ; b le
gno di prima formazione ; e' legno
ordinario chiamato anche durame
e" legno formatosi nell" ultimo anno
chiamato alburno ; a' raggio midol
lare ; fra d' e" lo strato del cambio
d' parenchima corticale; d" perider
ma che forma lo strato sugheroso
d'" epidermide che è verde nel ger
moglio.
- 58 —
Quelle che ci mancano a prendere in considerazione riguardano il
vigore e l'epoca in cui si possono fare gli innesti con buona riuscita.
Le due piante che si intendono unire per innesto, devono posse-
dere una certa analogia di vigore, sia per quanto riguarda il momento
in cui entrano in vegetazione in primavera, quanto per la robustezza.
Essendoci discordanza, è meglio che il soggetto sia di vegetazione
più precoce del nesto, nel caso contrario quest'ultimo in primavera
soffrirebbe per mancanza di nutrimento. D'altra parte è desiderabile
che il nesto sia di varietà più vigorosa del soggetto, poiché in tal
caso si hanno piante più fruttifere e di frutto più voluminoso. Questo
è il caso del pero sul cotogno, del melo sul dolcigno.
Gli alberi delicati si adattano meglio sui soggetti di vigore medio,
e se lo squilibrio fosse troppo saliente, si può renderlo meno sensi-
bile con un doppio innesto. Il sopra innesto consiste nell'innestare i
soggetti vigorosi con una varietà di medio vigore, e su quest'ultima
innestare quella che si desidera propagare (v. più avanti Gap. XVII). Gosi,
ad esempio, si ottengono delle buone piante di Duchessa d'Angouléme,
innestandole sul pero Gurato, innestato alla sua volta sul selvatico.
L'epoca più opportuna per gli innesti è il tempo dei maggiori ef-
flussi della linfa, cioè nell'aprile o nell'agosto. Le marze devono essere
però sempre meno avanzate in vegetazione dei soggetti.
In fine diremo che una atmosfera quieta, asciutta, piuttosto che
umida, è un'altra condizione per la buona riuscita degli innesti.
2. — Prima di terminare questo capitolo vediamo come si prepa-
rano i soggetti e le marze per gli innesti.
Ottenuti i soggetti per via di seme o di talea o di margotta, si
trapiantano i più sani nel nestaio. La sanità dei soggetti si riconosce
tagliando le radici, la cui sezione deve essere perfettamente bianca,
come pure dagli anelli legnosi del fusto che devono apparire lucenti
e privi di macchie. Se invece si trovano delle slriature giallognole,
se la corteccia non ha un colore uniforme, vuol dire che le piante
soffrirono per il gelo o che è ingenerata qualche malattia nei loro
succhi. Simili piante sarà bene scartarle.
L'impianto nel nestaio si fa nel mese di novembre oppure in
marzo, approfittando di una giornata asciutta e con terreno asciutto.
Il sistema d'impianto che trovai più conveniente è quello a porche
di due file l'una, e distanti cm. 70 una dall'altra. Le due linee di sog-
getti che compongono la porca si piantino alla distanza di cm. 40
sulla fila e di cm. 50 da fila a fila. Si aumentano o diminuiscono queste
distanze, secondo le specie più o meno vigorose ed a seconda del
tempo durante il quale si intendono lasciare le piante nel nestaio.
Disposti in tal modo i soggetti nel nestaio, si trattano differentemente
a seconda che si vuol fare l'innesto al piede oppure in testa.
Per l'innesto al piede si tagli il fusto da cm. 10 a 30 d'altezza a
seconda del vigore della pianta, a cm. 10 i più deboli ed a cm. 30 i più
robusti. Durante l'anno questi soggetti si lasciano sviluppare normal-
- 59 -
mente poiché nell'agosto dello stesso anno od al più tardi nella pri-
mavera successiva, si possono fare gli innesti.
Volendo innestare invece in testa, devesi allevare un fusto, per
ottenere il quale occorrono almeno due anni di dimora nel nestaio. Il
fusto si ottiene recidendo il soggetto vicino a terra a cm. 5 circa di
distanza. Durante il primo anno si conserva uno solo dei getti nuovi
che si lega ad un tutore, per mantenerlo in direzione verticale. Nel
secondo anno, qualora il fusto non avesse preso una direzione regolare
si ritaglia alla base per ottenere un nuovo getto. Le branche laterali
si lasciano intatte se deboli, poiché servono a rinforzare il fusto, quelle
di sviluppo medio si tagliano a cm. 10, e quelle troppo robuste si
svettano dalla base.
Per ricevere l'innesto, il soggetto deve essere capitozzato o no, a
seconda del genere di innesto che si vuol applicare. La capitozzatura
é indispensabile per gli innesti in testa e si fa alcune settimane prima,
cioè quando la pianta non é ancora entrata in vegetazione. La capi-
tozzatura si fa a cm. 10 sopra al punto dove si intende fare l'innesto ed
ha per iscopo di rilardare la vegetazione e di trattenere la massima
quantità di alimento per la marza.
Sulle altre precauzioni ed operazioni che riguardano la prepara-
zione dei soggetti, mi estenderò descrivendo i singoli sistemi d'innesto.
I nesti, o marze, devono essere di buona qualità, sani, vigorosi; in
una parola, perfettamente costituiti.
Un nesto malato propaga il male di cui é alletto a parecchie ge-
nerazioni, deteriorando la varietà. Usualmente si dice che ha degene-
rato ; ma la degenerazione é locale e non generale.
Non si devono perciò accettare con troppa facilità dei nesti di
origine sconosciuta. Le piante madri, ossia quelle che forniscono i
nesti, non si devono potare che alternativamente ; ossia non si cimano
né si potano per un anno, quei rami dai quali si intende levare le
marze, acciò le gemme maturino completamente.
Le marze per gli innesti di primavera si raccolgono durante l'in-
verno, al più tardi negli ultimi giorni di febbraio, quando cioè la
pianta è in pieno riposo di vegetazione ed in una giornata asciutta e
non troppo fredda. Raccolti gli innesti, si legano a mazzetti e si stra-
li lìcano nella sabbia in un locale fresco, che non vada soggetto a
sbalzi di temperatura.
IX.
Sulla affinità e sulla reciproca influenza
del soggetto e del nesto.
1. — L'argomento é importantissimo non soltanto nel campo della
frutticoltura ma anche in quello della viticoltura dove si devono fare
nuovi impianti di viti americane innestate.
- 60 -
Infatti, nelle regioni dove si attende alla ricostituzione dei vigneti,
ci vengano sempre fatte presso a poco le seguenti domande : Scelte le
viti americane adatte al terreno, le nostre viti potranno poi adattarsi
all'innesto su di esse ? Se queste si adattano, ci daranno prodotto
eguale a quello di prima per quantità e per qualità?
Per rispondere alla prima domanda, bisogna esaminare quali sono
le condizioni perchè avvenga l'adattamento, per rispondere alla se-
conda occorre vedere quale influenza reciproca hanno il soggetto colla
marza e se eventualmente vi siano altre circostanze che possano in-
fluire sulla qualità e quantità del frutto.
2. — Quando noi innestiamo, facciamo una pianta bimembre, cioè
costringiamo la marza ed il soggetto a vivere strettamente uniti, pre-
standosi un vicendevole aiuto.
Il nesto riceve dal soggetto la linfa brutta, ossia l'acqua, conte-
nente dei sali minerali che si trovano nel terreno e che venne as-
sorbita dalle sue radici. Grazie però alla traspirazione ed all'attività
clorofilliana delle foglie del nesto, la linfa brutta viene trasformata
in linfa elaborata, la quale poi circola in tutte le parti della pianta
bimembre, alimentandola ed ingrossandola. Come dunque il nesto di-
pende dal soggetto per la quantità di linfa brutta che può elaborare,
il soggetto alla sua volta dipende dal nesto per la preparazione dei
materiali che provvedono al suo sviluppo.
Perchè queste due individualità messe in contatto non si danneg-
gino, bisogna che esista fra loro una certa affinità, ossia bisogna che
esista fra loro comunanza di struttura anatomica, di modo di nutri-
zione e di vegetazione.
Al nesto non è possibile di scegliersi nel terreno le sostanze a lui
utili e di regolarne l'assorbimento conforme al suo bisogno. Se si
trova ad esempio sopra un soggetto avente dei vasi più rari o di
minore calibro dei propri, riceverà probabilmente minor quantità di
linfa brutta e si avrà per effetto una imperfetta nutrizione e talvolta
l'essiccamento parziale o totale della pianta per mancanza di acqua.
Questo danno poi si accentua per la qualità dei vasi che si trovano
nel tessuto connettivo dell'innesto che sono sempre più piccoli e con-
torti. Se invece i vasi del soggetto sono più grossi e più numerosi di
([uelli del nesto, affluendovi troppa linfa acquosa, si corre pericolo
che la pianta soffra per pletora.
Il soggetto alla sua volta, riceve la linfa elaborata dal nesto e na-
turalmente il suo sviluppo ne risente. Se questa è adatta e conveniente
si ha uno sviluppo normale, altrimenti anche esso ne subisce delle
conseguenze.
Le piante innestate subiscono quindi delle modificazioni nella loro
crescita, nella loro vitalità, nella loro precocità di sviluppo, nella
grossezza e qualità dei frutti, nella resistenza ai parassiti ed agli
agenti esteriori dell'atmosfera.
3. — Ravaz e Viala hanno fatto in proposito degli studi molto
- 61 -
importanti sulla vite e dimostrarono che l'affinità dipende in gran
parte dall'eguaglianza o meno dei tessuti o vasi che le due parti si
compongono.
Ma altri fatti bisogna ora far emergere per vedere quale influenza
reciprocamente possono avere il nesto col soggetto.
L'innesto del pero sul franco produce un anello di cicatrizzazione
poco marcato e dà delle gettate deboli nei primi anni, vigorose o vi-
gorosissime negli anni successivi. Sul cotogno si ha invece un ingros-
samento notevole al punto d'innesto, perciò si ha molto vigore nella
prima età ed indebolimento negli anni successivi in modo che la vi-
talità della pianta e più breve che innestando sul franco. Questo porta
per conseguenza una fruttificazione anticipata, frutta più voluminose
e più saporite.
La pera Decana d'inverno, innestata sul cotogno e sul franco ha
dato i seguenti risultali comparativi ai signori Rivière e Beilanche, per
quanto concerne il peso medio dei frutti e la loro ricchezza zuc-
cherina :
Peso medio di Zucchero totale
un frutto in 100 parti di succo
^ ... ., ,. ,,,. X 1 \ cotogno 435 gr. 11,59
Frutti ottenuti coUinnesto sul „ ° „„„ „^,
ì franco 230 „ 9,04
Gli stessi esperimenlatori colla varietà Calvilla bianca, di 15 anni
d'età, hanno ottenuto i seguenti risultati :
Peso medio Zucchero totale
del frutto in 100 parti
Calvilla innestata sul
) Paradiso gr. 285 15,26
) Dolcigno ., 220 11,90
Ledere du Sablou ha determinato nei diversi periodi dell'anno
gli idrati di carbonio (zucchero ed amido), contenuti quali materiali
di riserva, nel fusto di un pero della varietà Duchessa di Angoulème
innestata sul franco e sul cotogno. Dalle analisi fatte è risultato, che
durante l'inverno e l'autunno, i materiali di riserva sono più abbon-
danti nelle piante innestate sul cotogno. Allora ne avviene che in pri-
mavera, la pianta avendo a disposizione una maggiore quantità di ele-
menti nutritivi, si presta meglio a fruttificare. E naturale che da queste
piante si ottenga un maggiore prodotto.
Segue, che nei terreni freschi, fertili, dove il cotogno riesce per-
fettamente, bisogna sceglierlo anche per porta innesti del pero. Nei
teiTeni secchi e poveri, e specialmente per le forme a pieno vento, è
consigliabile l'innesto sul franco.
Del resto una prova che anche la rusticità del soggetto esercita
una certa influenza sulla longevità delle piante, l'abbiamo precisamente
nel pero il quale, se innestato sul franco ha una longevità molto su-
periore che se innestato sul cotogno, mentre su questo ultimo la irut-
- 62 -
tificazione è più abbondante e sollecita; i frutti sono più grossi e
saporiti.
E proseguiamo in queste constatazioni.
Il pesco innestato sul susino, è più precoce e meno vigoroso che
sul mandorlo ; il pesco stesso innestato sul selvatico è ancora più
precoce e meno vigoroso di quello innestato sul susino.
Alcune viti nostrane, innestate sulla Rupestris du Lot, porta in-
nesto questo, molto vigoroso e rusticissimo, danno poco prodotto.
Innestate le stesse viti sopra varietà americane meno vigorose (Ri-
paria X Rupestris lOP* o 3309), danno risultati splendidi.
D'altra parte abbiamo molte viti nostrane, che innestate sopra
la Riparia, danno più prodotto che se ottenute per talea.
Infine si è notato che se innestiamo il ramo di un albero, questo
dà più frutti degli alberi non innestati. Questo è un fenomeno analogo
a quello che si verifica coll'incisione anullare.
L. Daniel, che fece una inchiesta sullo stato della viticoltura e
sulla questione fillosserica, è venuto alla conclusione, che coll'innesto
si producono degli ibridi i cui caratteri possono essere in parte ere-
ditari, in parte anche essere fugaci ed in altre costanti. Come avvenga
questa reazione, non si è potuto ancora spiegare.
È un fatto che vi sono delle marze miglioranti, altre deterioranti
ed altre infine neutre. Così nel Belgio hanno cominciato a fare degli
ètalons pedigree per quelle piante madri che danno le marze con una
o l'altra di queste qualità.
4. — Moltissima influenza però sugli ettetti diversi che si otten-
gono cogli innesti ha la variazione di nutrizione delle piante innestate.
Questa variazione di nutrizione la si deve attribuire alla qualità
del terreno dal quale le radici del soggetto assorbono il nutrimento.
Il pero innestato sul cotogno, il pesco innestato sul franco o sul
susino ; le viti innestate sulla Riparia piuttosto che sulle Rupestris,
producono di più e meglio perchè i rispettivi soggetti hanno radici
più superficiali, le quali vivono nella parte del terreno più ricco di
materiali nutritivi ed assimilabili.
Il Muntz ci ha dimostrato che le proprietà fìsiche e chimiche del
terreno hanno una influenza notevole sulla qualità delle uve e dei
vini da loro derivati. I terreni più ricchi di anidride fosforica e po-
tassa, sono quelli che ci danno i vini più accreditati. Ebbene è ap-
punto lo strato superficiale del terreno che possiede queste proprietà
e si ha verificato, che tanto dalle vecchie viti non innestate quanto
dalle giovani innestate, meno per l'influenza della età, si ottengono dei
vini di eguale valore purché le radici si trovino in un terreno di
eguale grado di fertilità.
Ricostituendo delle vigne, noi facciamo dei lavori profondi di ri-
voltamento e rimescolamento. Ma mentre si è aumentato il volume
della terra utilizzabile dalle radici, si è diminuita la ricchezza media
di materie fertilizzanti. Da ciò la ragione:
- 63 -
a) che nella generalità dei casi innestando delle viti si ha un
prodotto più scadente di qualità nei primi anni, sia per la giovinezza
delle piante sia per il nutrimento a loro defìcente;
b) che a questo si può rimediare arricchendo il terreno di so-
stanze minerali.
5. — Da quanto precede ci sembra di poter concludere :
a) l'affinità del neslo col soggetto è uno dei problemi più inte-
ressanti da studiare, perchè da esso dipende essenzialmente la longe-
vità, il vigore e la sanità delle piante innestate ;
b) sulla quantità e qualità del prodotto ha una certa influenza
il reciproco influsso del soggetto e del nesto, però ancora maggiore
influenza hanno le sostanze minerali contenute nello strato del ter-
reno nel quale vivono le radici del soggetto ;
e) se le radici del soggetto sono superficiali, striscianti, allora
bisogna curare che lo strato attivo del terreno sia specialmente ricco
di anidride fosforica e potassa. Se le radici sono profonde, fittonanti,
allora bisogna ammigliorare con opportune concimazioni anche lo
strato inerte del terreno ;
d) dalla possibilità di una alimentazione ricca e conveniente,
più che dalla affinità del nesto col soggetto dipende la quantità e
qualità del prodotto.
X.
Innesti principali adottati per le piante da frutto
e soggetti relativi.
1. — Gli innesti principali sono i seguenti: l'innesto a spacco;
l'innesto a corona ; l'innesto inglese ; l'innesto per approssimazione ;
l'innesto a gemma; l'innesto erbaceo.
Con l'innesto a spacco si fa entrare nel soggetto, mediante spacco,
una marza di due o tre gemme, mentre con l'innesto a corona si in-
troduce la marza senza spaccare il soggetto e precisamente tra la
corteccia ed il legno. Con l'innesto inglese invece si fendono tanto il
soggetto che la marza, ma bisogna che abbiano lo stesso diametro.
L'innesto per approssinìazione consiste nel fare combaciare un ramo
dell'innesto con un soggetto giovane presso a poco di eguale grossezza.
L'innesto a gemma consiste nel trasportare una gemma sopra il sog-
getto e procurarne la comunanza. Quando queste operazioni si fanno
nei germogli in corso di vegetazione si fa l'innesto erbaceo adottalo
specialmente per la vite.
Nella lab. Vili a pag. 64-67 sono indicate le varie foggie di innesto
più adatte alle singole essenze fruttifere.
-64 -
Nome della pianta
da frutto
Agrumi
Anona . .
Carrubo
Castagno .
Gelso . .
Lazzcruolo
Mandorlo
Melagrano
Nome volgare
del soggetto
) Arancio dolce franco
I Limone franco
; Susino franco
\ Mandorlo
< Pesco
/ Albicocco franco
\ Susino mirabolano
Diverse specie
Carrubo franco
Castagno franco
Ciliegio I Ciliegio franco
( , di S. Lucia
Cotogno
Diospiri
Nespolo 1 Nespolo selvatico
j Biancospino
Nome botanico
del soggetto
Citrus Bigaradia
Citrus aurantium
Citrus Limonum
Prunus domestica
Amygdalus communis
„ Persica
Armeniaca vulgaris
Prunus cerasifera
Ceratonia siliqua
Castanea vesca
Cerasus avium
Mahaleb
Cotogno
Cydonia vulgaris
Diospiro
Kaki
Diospyros Kaki
d'Italia
Lotus
Gelso franco
Morus alba
Biancospino
Crataegus oxyacanta
Albicocco
Armeniaca vulgaris
Mandorlo
Amygdalus communis
Susino Damas
Prunus insititia
S. lulien
'
Melagrano selvatico
Punica Granatum
Melo franco
Pirus malus
Dolcigno
Pyrus malus prrecox
Paradiso
Pyrys malus paradi-
siaca
Mespilus germanica
Crataegus oxyacanta
65
ell'innestatore.
Epoca
Terreno
!
Vigoria
Frutlilìcazione
Longevità
dell'innesto
più conveniente
aprile
mediocre
molta
tardiva
massima
agosto
,
„
„
aprile
ricco
media
pronta
minima
■ agosto
,
„
aprile
l)Uono
poca
tardiva
media
agosto
fresco-argilloso
"
eccell. per qualità
,
-
profondo e caldo
molta
precoce
massima
,
mediocre
media
mediocre
media
„
secchi, leggeri
molta
massima
asciutti
minima
pronta
minima
maggio
-
-
osto o maggio
mediocre
molta
normale
massima
maggio
-
.
,
aprile
normale
normale
normale
agosto
aprile
-
„
prile-maggio
fresco-siliceo
molta
abbondante
massima
.
arido, calcare
poca
,
minima
agosto
fresco-ricco
normale
normale
normale
bbraio-marzo
profondo-fertile
settembre
"
bbraio-marzo
;
"
"
aprile
normale
'
:
-
agosto
arido
media
abbondante
minima
asciutto
,
normale
poca
rzo-fìne agosto
normale
normale
„
normale
umido
media
mediocre
agosto
normale
normale
aprile
,
marzo
fresco di pianura
massima
abbon. ma tardiva
massima
primi agosto
•■
,
marzo
ricco, calcare
media
abbondante
media
Drimi agosto
-
,
„
„
marzo
.
minima
^
minima
primi agosto
-
»
aprile
normale
molta
normale
normale
..
arido poco prof, i
minima
pronta
minima
Tamaro - Frutticoli lira.
Segue Tab. Vili.
■2 a
Nome della pianta
da frutto
Nome volgare
del soggetto
Nome botanico
del soggetto
Sistema
di innest
14
Nespolo del Giappone
Nespolo del Giappone
franco
Biancospino
Cotogno
Mespilus Japonica
Crataegus oxyacanta
Cydonia vulgaris
gemma
15
Noce
Noce franco
luglans regia
corona
anello
spacco
16
Olivo
Olivo selvatico
Olea europea
corona
gemma
17
Pero
Pero selvatico
Cotogno
Bianco Spino
Pyrus coramunis
Cydonia vulgaris
Crataegus oxyacantha
spacco
gemma
spacco
18
Pero delle Indie . .
Mirto comune
Myrtus communis
»
19
Pesco
Pesco selvatico
1 Mandorlo
1 Susino Daraas
Albicocco
Amygdalus Persica
„ communis
Prunus
gemma
Armeniaca vulgaris
.
20
Pistacchio
Pistacchio selvatico
Terebinto
Pistacia vera
Terebintus
gemma ve
e dormi
21
Sorl)0
Bianco Spino
Crataegus oxyacantha
gemma
22
Susino
Susino selvatico
„ mirabolano
S. Giuliano
Prunus domestica
„ cerasifera
insititia
spacco 1
gemma i
spacco i
23
Vite
Su tutte le specie di
Viti
spacco sem:
erbaceo, ir.
XI.
Innesto a spacco semplice.
1. — Questo è dei più facili ad eseguirsi e dei più sicuri, tanto è
vero che è il più generalmente conosciuto. Si pratica in marzo e du-
rante i primi giorni d'aprile per tutte le piante a foglie caduche, quan-
tunque riesca meglio per le piante a granella che per quelle a noc-
ciolo. Fra queste ultime fanno eccezione il ciliegio e qualche varietà
di susino, per le quali l'innesto a spacco riesce meglio di qualsiasi
altro metodo d'innesto.
67
Epoca
Terreno
Vigoria
Fruttificazione
Longevità
dell'innesto
più conveniente
agosto
profondo
massimo
massima
massima
n
arido, poco prof.
medio
eccellente
minima
.
fertile
minimo
eccell. e precoce
media
aprile
normale
normale
normale
normale
sbbraio-marzo
;
;
"
marzo-aprile
„
,
,
ggio - settembre
-
.
"
.
agosto
profondo fresco
massima
tardiva
massima
marzo
„
,
»
„
agosto
fresco e molto feri.
media
precoce
media
marzo
arido
minima
minima
minima
fine agosto
normale
media
abbondante
media
profondo fertile
massima
„
massima
umido
media
media
media
'
arido
-
,
"
aprile-agosto
normale
normale
normale
normale
agosto
arido
minima
abbond. e pronta
minima
„
normale
massima
massima
massima
aprile
„
„
agosto
asciutto
media
pronta
minima
aprile
"
„
normale
normale
normale
normale
giugno
,
„
Per fare questo innesto, si opera nel seguente modo.
Scelti i soggetti, che devono avere almeno cm. 2 di diametro, si
recidono all'altezza a cui si intende fare l'innesto, con una forbice o
con una sega, se il soggetto fosse molto grosso, avendo cura di ripas-
sare il taglio col potatojo per togliere qualsiasi ineguaglianza (C fìg. 87).
Quando il soggetto fosse soltanto dello spessore di cm. 2, non si ap-
plica che una sola marza ed allora la sezione del taglio convien farla
leggermente obliqua, appianandola soltanto nella parte superiore, dove
si intende di inserire la marza (B fìg. 88).
La marza si prepara, scegliendo soltanto la parte mediana dei
rami, raccolti e conservati nell'inverno, come abbiamo veduto nel ca-
68
pitelo precedente; e questo per il fatto che le gemme dell'estremità
dei rami, non raggiungendo sempre la loro completa maturazione,
darebbero delle piante deboli, come le gemme della base darebbero
invece delle piante rigogliose bensi, ma poco fruttifere. Questa pre-
cauzione, che in apparenza sembra di poca entità, ha invece una
grande importanza e ad ogni attento osservatore delle campagne non
possono sfuggirne gli effetti. Guardiamo un po' qual difterenza di com-
portamento hanno le piante acquistate negli stabilimenti di frutticol-
Fig. 87.
Innesto a spacco.
Innesto a spacco
con una sola marza.
Fig. 89.
Marze per l'innesto
a spacco.
tura, e quelle ottenute per innesto dai contadini. Le prime (perchè,
purtroppo di sovente, provengono da vivaisti che speculano su miseri
arboscelli per fare degli innesti) crescono deboli, rachitiche, fruttifi-
cano se si vuole anche presto, ma presto periscono. Quelle invece ot-
tenute dal contadino per innesto, sono eccessivamente rigogliose ma
pochissimo produttive e ciò per il fatto, che il contadino sceglie per
fare le marze i rami più vigorosi e di questi utilizza soltanto la parlo
inferiore. L'arte non sempre riesce ad attenuare questi inconvenienti
e molto di sovente, chiamato in simili casi, io dovetti consigliare dei
rimedi radicali.
Scartata adunque la parte inferiore, si tiene il ramo colla mano
sinistra appoggiandolo sul dito indice, e colla mano destra armala di
- 69 -
innestatoio, si taglia sotto un occhio e su due facce la parte inferiore,
in modo da ottenere una bietta triangolare (F fig. 89) lasciando in-
tatta la corteccia sul dorso (A). Questi tagli devono essere fatti con
l)Ochi tratti di coltello, acciò le superfici che devono venire in con-
tatto col soggetto riescano ben liscie ed uguali. Superiormente la
marza si recide in media a 3 gemme sopra la bietta (B), avvertendo
però, che per i soggetti molto robusti, per i terreni molto ricchi, e nei
climi umidi e freddi, si devono tagliare più lunghi ; ed anche a 2 sole
gemme per i casi opposti.
Preparata in tal modo la marza, si fa uno spacco al soggetto, nel
senso del diametro (D fig. 87) adoperando un coltello o fenditoio (fi •
gura 88), più o meno robusto a seconda del caso. Collo stesso coltello
oppure con un cuneo di bosso, si tiene quindi aperta la fenditura, si
immette colla mano sinistra per l'orifìzio superiore la marza, in modo
Fig. 90. — Innesto a spacco sulla vite
a) sezione orizzontale del soggetto ; b) nesto inserito.
che la sua corteccia venga a coincidere con quella del soggetto, senza
essere né sporgente, né rientrante. Nel caso soltanto in cui la corteccia
del soggetto fosse troppo grossa, conviene che la marza sia inserita
più in dentro. Quando non si possono inserire due marze come si vede
nella fig. 87, ma soltanto una, allora bisogna procurare di fendere il
soggetto soltanto da un lato. Fatto questo non si ha che da legare e
coprire le ferite con un mastice onde evitare l'accesso all'aria, all'u-
midità e alle bricciole di terra nello spacco. Altro esempio di innesto
a spacco semplice sulla vite, l'abbiamo rappresentato sulla fig. 90.
2. — I migliori legacci per gli innesti sono quelli che non si
accorciano e neppure allungano sotto le influenze igrometriche, e che
sono dotali d'una certa elasticità, che permette di cedere all'ingrossa-
mento del soggetto. Più il soggetto sarà grosso, e più forte dovrà es-
sere il legaccio. Le legature si fanno colle due mani. Si avvolge l'in-
nesto a spirale dandogli una stretta bastantemente forte ad ogni giro,
in modo che le legature non si possano muovere. Bisogna sempre
- 70 —
tenere in mente che l'ufficio della legatura è provvisorio; esso cessa,
quando la saldatura è suflìciente per lo sviluppo della marza.
Per ordine d'importanza, delle legature più usate, diremo che la
lana filata possiede tutte le qualità volute per un buon legaccio, poi
viene il cotone filato, specialmente per l'innesto ad occhio, quindi la
corteccia di tiglio, la raphia (fig. 56), lo spago. Gli ultimi quattro de-
vonsi bagnare coU'acqua prima di adoperarli.
3. — Gli unguenti, misture o mastici, come si vogliono chiamare,
servono a spalmare le ferite ed i tagli delle piante che si fanno sia
per potarle che per innestarle, onde evitare una soverchia evapora-
zione della pianta o specialmente un afflusso di linfa che come nel
pesco e in tutte le piante a nocciolo, porta per conseguenza delle
malattie cagionevoli, quale la gommosi. Visto lo scopo di questi ma-
stici è evidente che essi devono corrispondere alle seguenti condi-
zioni : 1." di non far seccare la ferita: 2.° di avere un colore tale da
concentrare il minor grado di calore possibile ; 3.° di non screpolare
all'azione dell'aria, e non liquefarsi al calore solare.
Il miglior mastice è ancora quell'usato ab antiquo e cioè della
buona terra argillosa leggermente umettata. Delle diverse misture con-
sigliate, quella che trovai più conveniente è la seguente di Romeville,
quantunque questa però non corrisponda tanto bene quanto una
buona pasta di terra argillosa.
Pece nera grammi 150
Resina „ 150
Cera vergine „ 25
Sego „ 25
Alcool denaturato „ 1/10 di litro.
Si riscalda la mescolanza lino alla completa fusione delle sostanze,
si ritira dal fuoco e, dopo che il liquido si sarà alquanto raffreddato,
vi si aggiunge l'alcool, rimestando per bene, quindi si riscalda di
nuovo leggermente. Questo mastice, che si può adoperare a freddo,
si può colorire con la terra gialla o rossa.
Altri mastici a freddo molto buoni sono i seguenti:
grammi 830 di resina raffinata
„ 15 „ pece nera
„ 30 „ grassp di montone
„ 35 „ cenere stacciata
„ 90 „ spirito a 90° denaturato
grammi 1000
grammi 735 di resina raffinala
„ 100 „ pece nera
„ 30 „ grasso di montone
„ 35 „ polvere d'ocra
„ 100 „ spirito a 90° denaturato
grammi 1000.
— 71 —
I mastici a caldo hanno il vantaggio di resistere di più al calore
e si possono dare con maggiore facilità e speditezza adoperando il
pennello, mentre per i primi bisogna adoperare una spatola. Si ado-
perano più per guarire le ferite.
Due buone formole di mastici a caldo sono :
1.
li.
grammi
915
gì'
animi 830 di
resina raffinata
„
15
100 „
pece nera
„
30
30 „
grasso di montone
„
40
gr
40 „
cenere stacciata
grammi
1000
ammi 1000.
Per mantenere il mastice caldo si sono costruiti dei fornelli ap-
positi, di cui un esempio lo si ha rappresentato nelle fìg. 54 e 55.
Di queste sostanze, la resina dà al mastice la proprietà di seccare
più presto ; la pece rende il mastice più denso ; il sego lo rende più
leggero; la cera, più untuoso e l'alcool lo mantiene liquido.
XII.
Innesto a spacco laterale.
1. — Questo innesto evita l'inconveniente di dover decapitare il
soggetto, le radici del quale, continuano, come prima dell'innesto, ad
inviare il loro succo alle foglie. Questo succo è elaborato nel suo moto
discendente e facilita la saldatura dell'innesto, nel medesimo tempo
che continua a nutrire le radici.
L'innesto a spacco laterale viene applicato alla vite quando si tratta
di innestare dei ceppi vecchi di vite americana ed alle piante da frutto
quando si ha bisogno di occupare uno spazio vuoto lungo il fusto con
un novello ramo a legno od a frutto.
Tale sistema di innesto può servire anche a soggetti giovani, ed ha
il grande vantaggio di poterlo applicare per le piante da frutto nei
mesi di aprile e maggio e per la vite nei mesi di agosto e settembre.
2. — Per la vite questo innesto è chiamato innesto di Cadillac e di
cui ne tolgo la descrizione dal Trattalo di Vilicolliira del prof. O. Ot-
tavi. Gasalmonferrato, 1893.
" Supponiamo un soggetto avente uno o due anni di piantamento;
in esso l'ordinaria operazione della scalzatura vien fatta verso la fine
di agosto od in principio di settembre, momento in cui si pratica l'in-
nesto annuale.
" Su questo soggetto, a qualche centimetro solamente al disopra
del terreno, si opera uno spacco laterale, che arriva alla metà o quasi
alla metà del legno, senza però mai trapassarla (fig. 91, D).
- 72 -
" Vi si inserisce allora la marza E, tagliata come si pratica per
l'innesto a spacco. Nella fig. 91 essa ha una gemma sola, ma sarebbe
meglio ve ne fossero due C sopra un nodo, ed allora si ha l'innesto
in B. Bisognerà aver cura di non prolungare di troppo lo spacco la-
terale fatto sul soggetto D, ma di regolar più esattamente che sarà pos-
sibile sulla lunghezza del taglio fatto sulla marza E, che deve esservi
inserita per formare l'innesto A.
Fig. 91. — Innesto a spacco laterale della vite.
" La marza E dovrebbe avere, come abbiamo detto, due gemme
ed essere tagliata spaccandone sopra di esse una terza. Ma a questa
opportunità, che diremo teorica, non sempre si può obbedire nella pra-
tica. È da temersi che la marza innestala e prendente una posizione
divergente rispetto al soggetto sia esposta cosi ad essere urtata e smossa
dagli operai. Perciò si contentano a Cadillac di darle una lunghezza
molto minore, tagliandola alla metà circa della lunghezza, che si vede
nella figura A, e cioè a qualche centimetro al disopra della gemma.
- 73 -
" In questo modo la marza avrà un occhio solo invece di due, e
sarà tagliata nella parte inferiore del meritallo invece di esserlo sul
nodo; tuttavia, malgrado queste condizioni certo sfavorevoli, l'opera-
zione, fatta con ogni cura sarà egualmente coronala di successo.
" La legatura è fatta a preferenza con vimini sottili, i quali resi-
stono assai bene conservandosi durante tutto l'inverno. „
Per eseguire con facilità questo innesto furono immaginati due in-
nestatoi, una pinzetta cioè ed un coltello, i quali trovansi vendibili
presso il Comizio agrario di Cadillac.
Per praticare poi con successo l'innesto di C-adillac, è necessario eseguirlo abba-
stanza presto. A questo proposito mi piace riportare quanto scriveva sul Giornale vini-
colo italiano, nel 1888, il Dolt. Guimaldi:
" È della più alta importanza tìssare l'epoca nella quale 1 innesto, di cui ci occu-
piamo, debba praticarsi, stantechè alla cattiva scelta di esso son dovuti i pochi insuc-
cessi, che si sono lamentati in Francia. Può cominciare ad eseguirsi, quando il legno
dei sarmenti è sufficientemente maturo, aòutc, come dicono i Francesi: però si badi
bene che, se si fa troppo precocemente, può accadere che, formata la saldatura, il nesto
emetta un germoglio anticipato: questo non avrà mai il tempo di formarsi perfetta-
mente e sarà rovinato dalle brine primaverili e quindi si indebolirà la vite senza gua-
dagno. La esecuzione troppo tardiva arrecherà inconvenienti ancora maggiori, perchè
la saldatura non avrà tempo di formarsi prima che la linfa abbia finito di circolare e
l'innesto di sicuro fallirà. A Cadillac l'innesto si opera dalla metà di agosto alla metà
di settembre, epoca opportuna anche nell'Italia settentrionale, ma che vuol essere ri-
tardata di almeno un mese nell'Italia meridionale e nella Sicilia. In queste regioni
specialmente è indisjjensabile l'innestare quando il terreno e l'atmosfera abbiano una
sufficiente quantità di umidità e quindi dopo una abbondante pioggia ; in caso contrario
il nesto si disseccherebbe rapidamente e la saldatura non potrebbe di certo avvenire. „
XIII.
Innesto a corona.
1. — Anche questo innesto è molto
usato specialmente sopra i soggetti che
presentano un diametro troppo grande
per essere innestati a spacco. Si fa dal
principio alla fine d'aprile, quando cioè
la corteccia si stacca facilmente dal-
l'alburno.
1 soggetti che si vogliono innestare
a corona devono essere capitozzali du-
rante l'inverno a cm. 10 al disopra
del punto dove s'intende fare l'inne-
sto. Le marze si devono raccogliere
pure durante l'inverno come abbiamo
detto per l'innesto a spacco.
L'operazione dell'innesto a corona
consiste nel recidere il soggetto Cfig. 92)
Fig. 92.
Innesto a corona
Fig. 'J-ò.
Marza p. l'innesto
come per l'innesto a spacco
si solleva quindi la corteccia, vi si imnaette la marza, tagliata nella sua
- 74 —
estremità inferiore, non a bietta ma a becco di flauto, appuntito da
una sola parte (A, fig. 93). Quando i fusti sono piccoli, si può fare nella
corteccia una incisione longitudinale per facilitare l'introduzione della
marza. Quando il soggetto è abbastanza grosso si possono inserire 2,
3, 4, marze in circolo, da ciò anche il nome di innesto a corona.
Fatto questo, basta legare meno stretto però che per l'innesto a spacco,
per evitare delle strozzature e quindi si coprono le ferite con mastice.
Questo innesto offre il vantaggio di evitare lo spacco del soggetto
e di poterlo fare più tardi dell'innesto a spacco.
XIV.
Innesto inglese.
1. — In questi ultimi anni, l'innesto inglese ha acquistato una
singolare importanza, poiché con questo si propagano le viti no-
strane su ceppi americani, onde evitare i danni della fillossera.
Il soggetto sul quale si vuol praticare l'in-
nesto, sia esso talea, sia barbatella, non deve /,, ig^
aver meno di mm. 6 di diametro, fig. 94-96; al //' !^M
di là di 12 o 13 è difficile trovare le marze di
grossezza uguale. La lunghezza deve essere di
Fig. 94.
Taglio del soggetto.
Fig. 95.
Taglio della marza
prima di fare la linguetta.
Vi
Fig. 96. — Innesto
preparato per la legatura.
cm. 20 a 25, esso deve portare almeno due occhi o due nodi; taglian-
dolo più corto di cm. 20 si potrebbe correr rischio che avesse a sof-
frire la siccità al momento della ripresa;- tagliandolo più lungo di
cm. 25, si troverebbe qualche difficoltà nel piantamento.
75 -
Fatta adunque per bene la scelta del soggetto, questo si taglia a
bietta alla sua estremità superiore (fìg. 94), e ciò con una pendenza
del 26 al 30 Vo» o» se si vuol meglio, con un angolo di 14 a 17 gradi,
avendo cura di tenersi a 14 gradi per i sarmenti più esili. Alla prima
prova è un po' diffìcile di tenersi a questa pendenza, ma con un po' di
pratica e di colpo d'occhio si viene ad eseguire assai presto il taglio
all'inclinazione voluta. La quale inclinazione, non è stabilita dal ca-
priccio, come potrebbe parere, ma è la conseguenza acquistata dalla
|)ratica di tutti gli innestatori che hanno fatto in grande l'innesto in-
glese, ed eccone le ragioni.
Affìnchè quest'innesto sia eseguito irreprensibilmente, bisogna, una
volta adattati i due pezzi, che i punti di congiunzione non lascino as-
solutamente alcun vuoto, e che l'innesto sia già solido di perse, senza
il soccorso della legatura (fig. 96). Quando
si fanno innesti inglesi a bietta lunga e lin-
guetta pure assai lunga, le biette, non
avendo più la rigidità voluta per restare
nella linea retta che sempre devono conser-
vare, si piegano sotto la pressione delle lin-
guette. Queste poi, introducendosi nei tagli
d'adattamento, formano linee curve quasi
sempre in senso contrario a quello che do-
vrebbero avere, e per conseguenza lasciano
numerosi vuoti che solo una energica lega-
tura potrà colmare. Se questa legatura viene
per una causa qualunque a mancare, ecco la
Fig. 97. - Come si fa la linguetta.
Fig. 98.
li
Innesto inglese già fatto.
saldatura dell'innesto gravemente compromessa: non vi ha allora che
una saldatura parziale o l'insuccesso completo. Per l'innesto inglese
a lunga bietta, la legatura è una cosa indispensabile, una necessità non
scevra d'inconvenienti, necessità che si fa sentire sino a che la salda-
tura non si sia completamente operata, mentre per l'innesto a bietta
relativamente corta, coi pezzi saldamente adattati l'uno all'altro, la
legatura non ha altro scopo che quello di preservarlo dagli urti che
potrebbero spostare i tagli: una volta piantato e ben incalzato, esso
potrà assai bene far senza della legatura.
— 76 -
Se si hanno inconvenienti coi tagli troppo lunghi non bisogna per
([uesto farli troppo corti; al disotto d'un angolo di 14° l'adattamento
dei due pezzi diviene più diffìcile e meno solido: infine per far bene
bisogna attenersi alla media che abbiamo dato.
Anche le linguette (fig. 97) destinate a tener saldi assieme soggetto
e marza meritano tutta la nostra attenzione. Invece di farle assai lunghe
o anche solo al terzo della lunghezza della bietta, come si facevano in
principio, si è potuto riconoscere al giorno d'oggi che esse non devono
sorpassare i quattro o cinque millimetri a seconda del diametro della
marza sulla quale si opera (fig. 98).
Ammettiamo ora la cifra 4 come media, e consideriamo una linea
trasversale che tagli nel soggetto il centro della sezione da noi fatta
col coltello: due millimetri al disopra di questa linea si applica il taglio
ilei coltello innestatoio e lo si fa penetrare verticalmente seguendo la
direzione del legno sino a due millimetri al disotto. Si ripete l'opera-
zione sulla marza, che si fa di una sola gemma, assolutamente colle
medesime norme, avendo cura di rialzare un po' col coltello l'estremità
di ogni linguetta, allorché si ritira la lama dal taglio fatto, e ciò allo
scopo di ottenere più facilmente l'unione delle due linguette.
Quando si cominciò a studiar l'innesto sopra talee o barbatelle, si
pensò di facilitare quest'operazione per mezzo di macchine. Molti inne-
statoi meccanici furono inventati per praticare l'innesto inglese ed altri;
ma l'impiego di essi risultò nella pratica, pieno d'inconvenienti. Con
essi non si opera né meglio, né più presto di quello che si può fare
col semplice coltello innestatoio che il vignaiuolo può sempre portare
nel suo taschino. Il miglior coltello per questo innesto è il Kunde
(fig. 37) costruito in Italia dalla Ditta Fugini di Brescia.
Uniti assieme il soggetto e il nesto per mezzo delle linguette che
abbiamo visto, si fermano le due sezioni l'una contro l'altra con una
legatura o con un rivestimento di gesso. (Vedi l'articolo dell'Autore nel
Giornale Vinicolo del 5 e 12 gennaio 1913.
Molti non danno alcuna importanza al midollo. Difatti, per l'atte-
chimento dell'innesto, fisiologicamente non ha influenza; è necessario
però che i punti dove termina e dove comincia il midollo si trovino
ad eguale distanza dal centro della sezione, affine che le due sezioni
possano sovrapporsi.
Fatto l'innesto esso ha bisogno, se non lo si mette subito in terra
(il che è sempre preferibile, anzi è consigliabile di fare questi innesti
al risveglio della vegetazione) d' essere tenuto fresco, al riparo dall'aria.
Si procede quindi alla stratificazione degli innesti, preparando innanzi
tutto sul terreno, preferibilmente in luogo esposto a Nord, uno strato
di sabbia fina; su questa si piazzano, uno vicino all'altro, gli innesti
lasciando tra essi solo un vuoto della lunghezza d' una talea. Si ripete
questo letto di sabbia per una lunghezza ed altezza sufficiente per riu-
nirvi la quantità d'innesti che si possiede ; si possono anche fare mucchi
separati, specialmente se si hanno innesti di più varietà. Il caso essen-
- 77 -
ziale è di coprire il mucchio con uno strato di sabbia sufficiente a
preservarlo dal contatto dell'aria, sino all'epoca del piantamento. L'al-
tezza minima di questo strato protettore sia di 40 centimetri.
Ora consiglio di stratificare i nesti nella sabbia umettata, coperta
con un tetto per preservarla dall' eccessiva umidità ed esposta da un
lato al sole. In questa stratificazione i resti cominciano a fare
il callo.
Per r impianto a dimora, il terreno vuol essere prima scassato e
lavorato, e, se è argilloso, condizione poco favorevole all'emissione di
radici, è sommamente necessario di interporre un piccolo strato di
sabbia tra l'innesto e la terra, a fine di facilitare questa messa delle
radici. Il migliore terreno è quello sciolto, irrigatorio.
L'epoca migliore dell'impianto è il mese di aprile-maggio.
Per piantare in vivaio si apre colla vanga un largo solco, tenendo
il Iato superiore di esso un' po' in pendenza per appoggiarvi gli innesti
su talea o su barbatella ; messi
questi a posto sopra un pic-
colo letto di sabbia ad una di-
stanza di cm. 10 gli uni dagli
altri, si coprono con un altro
piccolo strato di sabbia sulla
quale si getta il terreno del
solco che si aprirà immedia-
tamente. Se il terreno è secco,
lo si bagna per tenerlo ade-
rente air innesto.
Per facilitare le cure di
cui hanno bisogno gli innesti
in vivaio, si piantano le file
distanti cm. 50 oppure a dop-
pie file distanti cm. 20 e fra
una doppia fila e l'altra si la-
scia uno spazio di l metro.
Per la riuscita importa che la terra contro i nesti, sia battuta e che
a 5 cm. sotto al livello del terreno si trovi il punto d'innesto. La se-
conda gemma deve stare pure coperta, ma col cumulo di terra che
si sovrappone (fig. 99).
2. — L' innesto inglese si può fare anche a dimora, in fin di marzo
o al principio d'aprile sopra soggetti piantati da un anno o due al più.
Quando il soggetto è più vecchio, vi è meno probabilità di presa, di-
venta troppo grosso per ricevere l'innesto inglese, e non si può appli-
care ad esso che l'innesto a spacco ordinario che non dà mai una
saldatura completa. Per l'innesto sul sito, si taglia generalmente con
vantaggio il soggetto otto o dieci giorni prima dell'operazione dell'in-
nesto, e cioè all'altezza a cui questo deve essere praticato. A capo di
questi dieci giorni il taglio comincia a cicatrizzarsi, i pori del legno
'à
im.
t
Fig. 99.
'Mm'^^
- Impianto di una barbatella
innestata all' inglese.
- 78 -
sì restringono e si rinchiudono, il pianto della vite cessa. Questa linfa
non elaborata, restando accumulata nella parte inferiore del soggetto,
favorisce la formazione di cellule tra il soggetto e il nesto, e, per conse-
guenza, anche la presa.
XV.
Innesto per approssimazione.
1. — È il più antico di tutti i sistemi d'innesto. La natura ci dà
degli esempi nelle foreste, dove si trovano talvolta degli alberi uniti
fra loro per le parti aeree o sotterranee, in seguito al contatto intimo
e sfregamento continuato prodotto dal vento.
Fig. 100. — Innesto
per approssimazione
senza lingueUa.
Fig. 101. — Innesto
per approssimaz. senza linguettE
con una pianta in vaso.
Fig. 102. — Innesto
per approssimazione
a linguetta.
L'innesto per approssimazione consiste dunque nel saldare due
alberi per il loro fusto o per i loro rami.
L'epoca d'innestare va dal principiare al finire del movimento della
linfa, quindi dal marzo al settembre. L'operazione è identica, siano i
soggetti o le marze legnosi o erbacei.
2. — L'innesto più semplice per approssimazione consiste nel pie
gare o ravvicinare i due rami o i due fusti che si vogliono saldare, in
- 79 —
modo da renderli paralleli e tangenti per una lunghezza di qualche
centimetro. A questo punto di contatto si leva sopra ciascuno dei due
rami una fetta permettainente eguale di corteccia e di alburno lunga
da 3 a 6 centimetri, e quindi si legano solidamente e si intonacano per
mantenere l'aderenza completa delle due ferite e per impedire l'accesso
dell'aria, dove il contatto non è assoluto (fig. 100).
3. — Invece di applicare semplicemente l'una contro l'altra le due
superfici scoperte, per aumentare la superficie di contatto, si può sol-
levare sopra ciascuna di queste ed in senso opposto, due linguette
(fig. 101 e 102) lunghe un terzo della superficie messa a nudo e con uno
spessore alla base di 2 a 3 millimetri, in modo da non intaccare il mi-
dollo. Si fanno quindi entrare le due linguette nelle fessure praticate
dietro ciascuna e poi si lega ed intonaca. Questo si chiama innesto per
approssimazione inglese, od anche innesto per approssimazione a linguetta
e con esso si ottiene una più pronta e più perfetta saldatura, che non
coir innesto per approssimazione semplice.
XVI.
Innesto a gemma e ad anello.
1. — L'innesto a gemma consiste in un pezzo di corteccia senza
alburno, munito di gemma, che si introduce fra l'alburno e la cor-
teccia del soggetto. Viene anche chiamato innesto ad occhio, od innesto
a scudo.
Si può farlo durante tutto il tempo in cui i soggetti sono in corso
di vegetazione e che hanno la massima circolazione della linfa. Due
però sono le epoche caratteristiche di questo innesto; la primavera ed il
mese d'agosto. In primavera si fa quando i soggetti entrano in vege-
tazione, ed in questo caso la gemma innestata vegeta immediatamente.
Da ciò anche il suo nome di innesto a gemma vegetante. Innestando in
agosto, innesto a gemma dormiente, la gemma non vegeta che nella pri-
mavera successiva. Per le piante fruttifere si preferisce l'innesto d'a-
gosto.
Il ramoscello da cui ricavasi la gemma deve essere dello stesso
anno, vigoroso, sano ed in pieno succo, in modo che la corteccia si
stacchi agevolmente dall'alburno. Si scarti la base e la vetta; e delle
foglie, si lasci un tratto di picciolo. Devesi impiegare sollecitamente.
Volendo ritardare di alcun giorno, gli si lascia la base per tenerla im-
mersa nell'acqua.
Il soggetto deve trovarsi in succhio del pari del ramo che fornisce
la gemma, anzi è preferibile più che meno. Esso deve essere pure sano
e vigoroso, non importa l'età purché la corteccia sia liscia, e si stacchi
facilmente senza lacerazioni, manifestando nell'alburno quell'umidità
dovuta al cambio, senza del quale la saldatura non succede.
Preparato il ramo nel modo dianzi accennato, per levare lo scu-
detto, si fa una incisione trasversale a 2 cni. sotto la gemma. A partire
da circa eguale distanza sopra la gemma che si vuol levare, si fa scen-
dere la lama dell'innestatoio sotto la corteccia piano piano, fino al
detto taglio orizzontale (fig. 103). In tal modo si ha la gemma staccata
come si vede in (fig. 104). Rimanendo attaccato qualche brandello di
alburno sotto la gemma, devesi levare destramente colle dita, in
Fig. 104.
Gemma staccata
veduta dal disopra.
Fig. 103.
Operazione per levare una gemma da innesto.
Fig. 105.
Gemma staccata
veduta al disotto.
modo da non intaccare quella leggera protuberanza che trovasi sotto
l'occhio, che è il suo punto vitale e si potrebbe chiamare anche la sua
radice. Scientificamente si chiama cnrculiim (C fig. 105).
iMeglio ancora prima di isolare la gemma, in ogni caso subito dopo,
si fa un'incisione a T sul soggetto (AB fig. 106) oltre il doppio dell'o-
rizzontale, si sollevano i lembi della ferita, dove l'incisione verticale
incontra l'orizzontale e si introduce colla mano sinistra la gemma, fino
che lo scudetto arriva all'incisione trasversale (fig. 107). In tal modo lo
scudo rimane coperto da quei lembi, lasciando sporgere soltanto la
gemma. Fatto questo si lega con della lana o filaccia di tiglio, come è
indicato in A (fig. 108).
Questo innesto a gemma nei vivai si fa di solito in basso e cioè
a 10-12 cm. dal suolo e sopra soggetti giovani di 1 a 2 anni. Esso ha
- 81 —
il vantaggio della facilità e rapidità d'operazione e non procura nessun
guasto rilevante alla pianta in caso d'insuccesso. I vivaisti si servono
quasi esclusivamente di questo innesto ed è difatti raccomandabile spe-
cialmente per le piante a nocciuolo.
Fig. 106.
Incisione a T per
l'innesto a gemina
Fig. 107.
Gemma immessa
nell'incisione a T.
Fig. 108.
Innesto a gemma
dopo la legatura
Fig. 109. — Innesto ad anello terminale.
Fig. 110. — Innesto ad anello
2. — L'innesto a gemma vegetante si fa nel mese di aprile, quando
la pianta è in pieno succo, e dopo si recide il soggetto immediatamente
sopra all'innesto e si scacchiano via durante tutto l'anno tutti i ger-
mogli che avessero a sorgere sul soggetto.
6 — T.^M.\uo - Frittlicoltnra.
- 82 -
Invece di una gemma a legno si possono inserire in primavera e
nel medesimo modo delle gemme a frutto, dei dardi, dei brindilli.
Questi innesti si fanno sopra i rami che non portano frutto e nelle
parti che rimangono nude.
3. — A questa categoria appartiene anche l'innesto ad anello, per
il quale si opera nel seguente modo.
Si recide il soggetto al punto in cui si vuol innestare con un taglio
ben netto nel senso trasversale al suo asse (a fìg. 109 e 110) e poi si
stacca la corteccia in 4 o 5 strisele lunghe 3 cm. {b fìg. 110). Intanto
si avrà levato dalla cantina già da due giorni le marze di innesto, che
saranno avvolte da un cencio bagnato e collocate in un sito caldo,
onde le gemme si gonfino e la corteccia si stacchi. Al momento del-
l'innesto, si prende fuori la marza della grossezza del soggetto o del
ramo che si vuole innestare e si leva con precauzione un anello di
corteccia alto 3 cm., possibilmente con due gemme. Questo anello
(e fig. Ili) lo si immette nella parte scoperta del soggetto, si rialzano le
strisele di corteccia e si legano colla scorza di gelso (d fig. 111). E dì
capitale importanza che nei primi quindici giorni non penetri nelle
fessure della corteccia e sopra la parte nuda del soggetto né l'umidità
né l'aria, perciò é bene fare uso di un mastice o di una buona argilla
per coprire tutte le parti scoperte ed avvolgere poi tutto con della
cai'ta o cartocci di granturco per impedire la evaporazione.
Questo innesto viene usato per il noce, gelso, castagno e si applica
al piede oppure in testa alla pianta, sopra i diversi rami a breve di-
stanza dall'estremità del tronco. Il suo vantaggio principale consiste
in ciò che anche non ottenendo l'attechimento, la pianta si rimette
presto.
XVII.
I soprainnesti.
1. — Quantunque la scienza ci insegni che l'affinità fra generi vicini
é tale da poter applicare l'innesto, con tutto ciò nella pratica, si riscon-
trano delle eccezioni, di cui bisogna tener parola.
Per esempio é noto, che il pero si innesta sul cotogno, anzi questo
è il soggetto preferito per la fertilità e qualità delle frutta che si ot-
- 83 -
tengono; eppure ci sono delle varietà di peri, come la Decana d'in-
verno, che non simpatizzano col cotogno, e che moltiplicate su questo,
danno piante poco longeve e di pochissima vigoria. Per queste varietà,
volendo averle con tutto ciò innestate sul cotogno, si ricorre ad una
doppia operazione, e cioè si innesta prima sul cotogno una varietà di
pero che col cotogno simpatizzi e su quest'ultima si innesta la varietà
desiderata.
Questa doppia operazione si chiama il soprainiieslo.
Il soprainnesto viene anche adoperato per dare alla pianta una
forma che essa non prenderebbe se venisse lasciata alle sue forze na-
turali. Cosi ad esempio è noto, che le migliori e più scelte frutta da
tavola, raramente si prestano per alti o mezzi fusti, perchè deboli di
vigoria e facili a ramificarsi. Alcune altre varietà darebbero bensì dei
mezzi ed alti fusti, se il getto venisse affidato nel vivaio ad un tutore.
Ma di tutori nei vivai se ne fa uso il meno possibile, poiché i fusti
crescono stentati, ed è bene preferire delle varietà che danno una get-
tata forte, vigorosa e non ramificata, all'estremità della quale poi si
può innestare la varietà che si vuole.
Il soprainnesto si può anche adoperare per migliorare la qualità e
per aumentare la quantità delle frutta. Ancora nei secoli decorsi venne
raccomandato a questo scopo il soprainnesto da celebri scienziati, fra
i quali il Duhamel, il quale disse che col soprainnesto si raggiunge
un triplice scopo, e cioè di anticipare la fruttificazione, di aumentare
il volume e la bellezza esteriore dei frutti e di migliorare il loro sapore.
-Un esperimento che possono fare i frutticoitori sul vantaggio del
soprainnesto sotto questo punto di vista, è il seguente. Quelli che ten-
gono nei loro impianti degli alberi che danno sempre delle frutta tic-
chiolate, provino a reinnestarli con la medesima varietà, ma con marze
prese da alberi sani. L' esito è quasi sempre coronato da ottimo suc-
cesso. Io ho provato a reinnestare degli Spina Carpi, e ne sono ri-
masto soddisfatissimo, come dà buoni risultati il soprainnesto sul San
Germano d'inverno, sulla Virgolosa, sulla Decana d'inverno, sul Martin
secco, tutte varietà, senza contare di molte altre locali, che oggigiorno
danno frutta imperfette e poche, oppure sono infruttifere per troppa
vigoria.
A Massa Lombarda si rigenera il pesco affetto da gommosi, col
soprainnesto ; cosi pei susini, per ottenere dei fusti diritti, si innesta
il Damas sul Mirabolano e su questo il susino. Così per avere delle
piante di nespolo con bel fusto, si innesta sul Mespilus Santhie il quale
alla sua volta è innestato sul biancospino.
Questo reale vantaggio del soprainnesto ce lo possiamo spiegare
nel senso, che al punto dell' innesto formasi sempre una strozzatura,
la quale, impedendo il libero deflusso della linfa elaborata, fa sì che
questa si arresta sopra al punto d'innesto ed alimenta meglio le gemme
sovrastanti, disponendole a fruttificare.
II Prof. Hardy fece già da anni una applicazione molto interes-
- 84 -
sante per formare delle spalliere vigorose e fertili di Decana d'inverno
e Butirra d'Hardenpont. Esso cominciò a piantare i cotogni innestali
col Cure al piede, e nell'anno successivo fa 3 innesti a gemma all'al-
l'altezza di 25 a 30 cm. colla Decana d'invei'no e Butirra d' Hardenpont
per ottenere le tre branche che formano poi la base della impalcatura
della palmella. Con questo sistema sono state ottenute quasi tutte le
rinomate spalliere della Scuola di Versailles.
Ed ora veniamo all'applicazione dei soprainnesti.
2. — Il sistema d'innesto preferibile è quello a gemma dormiente.
Per soggetto intermediario si preferisca una vai'ietà vigorosa non solo,
ma di conosciuta adattabilità ; da noi non possono certo mancare delle
varietà locali.
Il primo innesto sul soggetto si fa vicino a terra e poi nell'agosto
successivo, se l'innesto ha dato un germoglio vigoroso, si può reinne-
stare colla varietà che si vuole moltiplicare, semprechè si traili di
forme basse. Trattandosi invece di forme d'alto fusto, conviene atten-
dere due anni per fare l'innesto definitivo in testa.
Una osservazione vuoisi fare e cioè, che il soprainnesto deve di-
stare almeno 20 cm. dal primo innesto, perchè la linfa abbia un per-
corso facile.
I>e varietà di peri, le quali, innestate sul cotogno, hanno una vita molto effìmera,
sono: Beurré d'Apremont, Beurré Bretonneau, Beurré d'Angleterre, Beurre de Lugon,
Brooraparli, Délices de Lowenjoul, Doyenné Gombault, Ravut, Sarah, Grand Soleil, Ma-
dame Chaudy, Marie Louise, Sucrée Troyenne, e per queste in Francia si sogliono ado-
perare per soggetto intermediario: il Cure, Beurré Hardy, Pierre Joigneaux, Jaminet,
Bergamotte Sageret. Potrebbero servire anche a questo scopo il Beurré d'Amanlis, Bon
Chrétien d'été, Conseiller de la Cour, Royal d'hiver, Dame vert e Madame Favre, ma
queste varietà formano un ingrossamento troppo pronunciato sul punto d'inserzione
dell'innesto.
Colle vaiietà da tavola più delicate e poco vigorose quali sono : il Beurré Clairgeau,
Gambier, Henri de Courcelle, Federico de Wiirtemberg, Madame Lyé Baltet, Olivier de
Serres, Seckel, Duchesse bronzee o panachée, ecc., si ottengono dei mezzi venti sopra-
innestandole sulle varietà surriferite, così pure viene applicato il soprainnesto per
quelle varietà la cui corteccia si fende facilmente e che perciò non si prestano per
mezzo fusto.
Questa varietà sono per esempio il Van Mons, Angèlique Ledere, Beurré Flou,
Colmar de Nars, Délices des Chartres, Délices des deux Soeurs, Mad. André Leroy,
Saint André, Tardive d'Anvers, ed altre ancora.
In Germania per soggetti intermediari vengono molto adoperati pel pero : Nor-
mànnische Cyderbirne, Metzer Bratbirne, Neue Poiteau, Englischer Butterbin, Bonne
Louise d'Avranche, Curato e Butirra Hardy.
I meli delle varietà : Reinette Ananas, Fenouillet, Reinette de Carmes, Reinette
brodée. Reinette musquée, Borowitsl^y, Cortipendola, Jacquin, si soprinnestano sul
Transparente de Croncels, Reinette de Cuzy, Reine de Reinettes, Belle de Pontoise, Ram-
bour d'hiver ed anche sul Grand Alexandre e Cellini.
Mercè il soprainnesto si possono ottenere bei mezzi venti di susini mirabolani
innestati sul susino, innestando prima delle varietà vigorose che formano facilmente
fusto, quali sono: Belle Louvain, Reine Claude de Bavay, Mitchelson, Prince Englebert.
Infine col mezzo del soprainnesto si possono coltivare delle varietà
non adatte al suolo. Cosi ad esempio nei terreni aridi ed esposti ai
- 85 -
venti della Provenza, dove bisogna tenere il mandorlo per soggetto, si
innesta sopra quest'ultimo il pesco e, sopra il pesco, l'albicocco.
La coltivazione del ciliegio sul S. Lucia, necessita pura il soprainnesto, quando si
vogliano avere degli alberi grandi in terreni magri con delle varietà di poco vigore,
(juali sono : l'Anglaise, Remercier, Royale nouvelle, Indule, Gobert. Per soggetto inter-
mediario si adoperano i ciliegi duracini e le visciole. Anche per l'albicocco, volendolo
allevare a pieno vento, conviene il soprainnesto. Sul susino si innesta una varietà
molto rigorosa di altro susino, quali sarebbero il Belle de Louvain, Sainte-Cathérine,
Heine Claude de Bavav.
XVIII.
Cura degli innesti.
1. — Le cure d'indole generale sono le seguenti :
a) Mantenere costantemente il terreno soffice e mondato da ma-
lerbe.
b) Sorvegliare le legature e rinnovarle quando corre pericolo di
formarsi una strozzatura.
e) Mettere a lato degli innesti dei tutori per legare i giovani ger-
mogli e, trattandosi di innesti per approssimazione, per tener sempre
fermi due rami posti in contatto.
d) Cimare e svettare a poco a poco tutti i getti del soggetto, acciò
la sua vigoria vada a vantaggio del nesto.
e) Se sopra una pianta si sono fatti pili innesti, se ne conservi
uno solo e cioè quello meglio riuscito.
2. — Riguardo alle cure speciali, per l'innesto a spacco diremo, che
sarà meglio favorire il germoglio di una gemma rivolta contro il centro
del tronco che non all'i nfuori, affine di dare al fusto una direzione
verticale. La slegatura si deve fare quando è assicurata la saldatura
del nesto in autunno anziché in inverno, acciocché l'epidermide ed i
punti di congiunzione si adattino gradualmente alla temperatura del-
l'aria libera.
Le stesse avvertenze valgono per l' innesto a corona, soltanto che
volendo lasciar sviluppare tutte le due o tre marze per avere altret-
tanti rami, convien lasciar sviluppare i germogli delle gemme situate
all'infuori.
Piantati gli innesti inglesi con quelle cure che abbiamo veduto,
essi non devono essere assolutamente toccati nel periodo assai deli-
cato in cui si forma la saldatura. Per mantenere freschezza nel terreno
si coprono con della terra. In caso di siccità è buona cosa annaffiare
abbondantemente. In luglio ed agosto, quando la saldatura è in buona
via di formazione si scalzano colla massima cura senza procurar scossa,
per tagliare le radichette che spuntano dalla marza.
Agli innesti per approssimazione fatti durante la vegetazione si ta-
glia la testa del soggetto al disopra del nodo, solo dopo la completa
- 86 —
saldatura, e poco alla volta, affine di non annegare, Y innesto. Anche lo
slattamento dell' innesto devesi fare quando la saldatura è completa e
poco alla volta. 11 meglio si è di farvi una tacca sotto il punto d'in-
serzione, che si approfonda sempre più ogni 20 giorni, onde abituare
l'innesto a vivere colle proprie forze. Il distacco completo è bene farlo
nell'inverno anziché in corso di vegetazione.
All'innesto ad occliio e fatto a gemma vegetante, dopo 15 giorni
si slega e si taglia il soggetto a dieci o quindici cm. sopra l' innesto,
allo scopo di lasciarvi un mozzicone che serve poi da tutore al gio-
vane germoglio. Nell'inverno successivo si leva via completamente
questo mozzicone, poiché il nuovo getto avrà acquistato una sufficiente
robustezza ed una direzione normale. Gli innesti a gemma dormiente
si lasciano intatti colle loro legature per tutto l'inverno, ed in prima-
vera, prima che entrino in vegetazione, si opera come abbiam veduto
per gli innesti a gemma vegetante.
Se nei primi otto giorni, dopo fatto l'innesto ad anello, viene una
pioggia ed un abbassamento di temperatura, la riuscita è molto com-
promessa. Dopo 8 giorni si fa una visita, e trovandone qualcuno già
secco o quasi, si può rinnovarlo sullo stesso soggetto tagliando più
basso. Se l'innesto ha attecchito, ciò che avviene dopo 15 giorni, si
levano i legacci e l'involucro.
XIX.
Innesti erbacei: Importanza e vantaggi.
L'innesto Condurso e l'innesto Zerboni.
1. — Questi innesti vengono applicati soltanto alla vite e per qual-
che pianta dei paesi caldi. Hanno il vantaggio, oltre che la facilità
d'attecchimento, di non compromettere l'avvenire della pianta quando
non riescono.
E' già noto per legge fisiologica, che gli innesti riescono tanto più
facilmente e si ha la saldatura più completa, quanto più giovane è il
tessuto che si mette in contatto. E' naturale quindi che i viticoltori i
quali devono ricostituire le loro vigne su ceppo americano, si lascino
attrarre dalla prova di questi innesti.
2. — In questo trattato mi limiterò di far conoscere sommariamente
Vìnnesto Condurso.
Ecco quanto ne dice il prof. O. Ottavi, nella sua opera di Viticol-
tura teorico-pratica.
" L'innesto Condurso non è altro che un'innesto inglese fatto con
elementi erbacei, invece che con legnosi. In Sicilia lo praticano fra il
maggio e giugno, precisamente quando i due individui sono abbastanza
sviluppati in modo da potei'si ben differenziare i due tessuti princi-
pali, il corticale ed il legnoso : allora si sopprimono, nel getto ameri-
cano tutti i sarmenti inutili, e se ne lascia uno solo, preferibilmente il
più diritto ed il più robusto, sul quale, scelta la marza euroi)ea d'e-
gual grossezza, si pratica il ben noto innesto inglese, legando jìoi con
legaccio che non stringe troppo i tessuti e avviluppando il tutto colla
solita foglia, legata lentamente con cotone non torto e che deve impe-
dire alla marza di appassire. „
PARTE TERZA
POTATURA DELLE PIANTE DA FRUTTO
I.
Principi generali.
1. — La potatura degli alberi da frutto è l'arte di disporli e di alle-
varli per trarne il maggior utile possibile. Oltre che il taglio propria-
mente detto, comprende quindi un complesso di operazioni quali sono
la legatura, le incisioni, le cimature, le torsioni e cosi via, che stanno
in rapporto con esso.
Dopo la lavorazione del terreno e la concimazione, la potatura è
la principale operazione nella coltura delle piante da frutto. Bene a ra-
gione Columella scrisse che chi lavora intorno agli alberi li prega, chi
li concima li supplica, ma chi pota, li costringe a dar frutta.
La pratica della potatura, si ben conosciuta in altri paesi, è ancora
poco diffusa da noi e ciò specialmente per il fatto, che assai pochi
sono quelli, i (juali della frutticoltura formarono un cespite esclusivo
di produzione. Le molte piante da frutta che si trovano sparse per le
campagne sono abbandonate a sé stesse, si lasciano crescere a loro
piacimento, la loro fronda è fìtta e formata di rami che s'incrociano
uno coll'altro nel modo più capriccioso, cosi da proiettare ombra so-
pra una vasta superfìcie del terreno. E che diremo dei raccolti che
danno queste piante? L'intermittenza di produzione è la loro caratte-
ristica, cosi che un anno si ricava una quantità di frutta, mentre poi
per lungo tempo si ha scarso raccolto. Anche la qualità ne scapita,
poiché nelle piante abbandonate, non essendo sempre equilibrata la
produzione fruttifera con quella legnosa, ne avviene che la frutta riesce
meschina e di sapore mediocre.
Con queste ed altre considerazioni che si potrebbero fare intorno
agli svantaggi di abbandonare a sé stesse le piante da frutto, il lettore
- 89 —
avrà compreso di già che mio scopo è di condurlo a riconoscere, nella
potatura, una delle pratiche più importanti, e senza della quale è inutile
discorrere di voler allevare per lucro delle piante da frutto.
2. — Ma perchè la potatura riesca vantaggiosa, conviene che sia
fatta con raziocinio, eseguita con esattezza e con moderazione. Questo
mezzo di coltura, se ben inteso, accelera il godimento dei frutti, li
rende più voluminosi e saporiti, diminuisce le cause che nuociono alla
loro produzione, prolunga la durata degli alberi e dà loro la forma
conveniente.
La potatura è il mezzo migliore per rimettere una pianta che de-
perisce e si mostra affievolita o improduttiva, infine è il mezzo di fa-
vorire la vegetazione a tutto ftostro vantaggio.
Per ottenere tutti questi vantaggi però, non conviene far violenza
alla natura, ma assecondarla, studiando il modo di vegetare di ciascuna
specie e da questo poi ritrarre le cognizioni utili.
3. — Da quanto precede risulta evidente che bisogna far sopra le
piante due generi di potatura :
a) Potatura di formazione, che ha lo scopo di dare alla pianta la
forma desiderata; di regolare lo sviluppo relativo delle diverse branche
che ne formano l'ossatura.
bj Potatura di produzione, che ha lo scopo di provocare lo sviluppo
dei rami a frutto assicurando loro una buona costituzione, una razio-
nale disposizione delle gemme da frutto ed una regolarità nella loro
fruttificazione. Questa potatura deve quindi disporre l'albero per una
fruttificazione bella, regolare e ben distribuita.
I principi che reggono la potatura di formazione variano colla spe-
cie e col vigore individuale della pianta.
La potatura di produzione all'incontro differisce da una specie al-
l' altra in modo assoluto e per essere ben praticata bisogna che chi
opera, conosca perfettamente come si sviluppa l'albero e come sono
costituiti i rami fruttiferi, pur tenendo conto delle condizioni in cui
l'albero si trova, del vigore della varietà e dell'individuo sul quale si
opera.
II.
Gemme.
1. — Come il seme racchiude il principio della vita di una nuova
pianta, cosi le gemme racchiudono i rudimenti per formare dei nuovi
rami e fiori.
Le gemme, come è noto, sono quei corpicelli di figura per lo più
ovoidale, che si trovano all'estremità dei rami annuali ed anche all'a-
scella delle foglie. Esse sono formate di scaglie che si sovrappongono
e rinchiudono un corpo centrale più piccolo, che si allunga e si tra-
- 90 -
sforma formando dei rami a legno o dei fiori. Delle gemme si di-
stinguono quindi quelle che, sviluppandosi, producono dei nuovi rami
e perciò vengono chiamate gemme a legno : e quelle che producono
lìori e poi frutti, epperciò chiamate gemme a fruito.
2. — Le gemme a legno si distinguono da quelle a frutto oltreché
per la loro forma esteriore ed interna, anche per il tempo che impie-
gano a formarsi e per la posizione che occupano.
3. — La gemma a frutto è sempre più grossa, più arrotondata,
leggermente elastica al tatto ; quella a legno invece, è di forma conica,
più consistente ed è coperta di squame più serrate. Rispetto alla con-
formazione interna, se noi facciamo una sezione trasversale ad una
gemma a fiore, si osserva nel centro di un contorno verde, 4 punti
rossi, rappresentanti il fiore in embrione. Nella vite la sezione della
gemma fruttifera si presenta come un oo rovesciato ; se la gemma è a
legno, la sezione è rotonda. Nelle gemme a legno della maggior parte
delle piante da frutto la sezione appare tutta verde. Infine le gemme
a legno si trovano di preferenza sui rami che hanno una direzione
verticale, mentre quelle a frutto sui rami che hanno una direzione
orizzontale ed obliqua.
4. — Delle gemme a legno conviene distinguere :
a) La gemma terminale, che si trova all'estremità dei rami che
danno le gettate più vigorose.
h) Le gemme laterali, quelle che si trovano lungo i rami.
e) Le gemme latenti o dormienti, che si trovano alla base dei rami
per una lunghezza media di cm. 6, e di solito non germogliano. Di
queste il frutticoitore molte volte si serve per ringiovanire i rami.
Quasi ogni gemma da legno ha una o due sottogemme o soltoocchi,
|)oco apparenti, collocati ai lati e destinati a sostituire la gemma prin-
cipale, se questa avesse a perire. Nelle piante a nocciolo, i sottoocchi
sono ordinariamente gemme a fiori.
5. — Notevole è la difTerenza di tempo che le gemme impiegano
per germogliare. Generalmente nelle piante a nocciolo, le gemme che
non si sviluppano nell'anno successivo alla loro formazione, muoiono.
Nelle piante a granella le gemme possono rimanere inattive per parec-
chi anni. Quanto più una pianta proviene dai paesi caldi, tanto minor
tempo le gemme a frutto impiegano a formarsi. Così la vite, il fico,
lìoriscono durante il corso della prima vegetazione; le piante a noc-
ciolo, che provengono da paesi meno caldi, come il pesco, 1' olivo, il
mandorlo, l'albicocco, richiedono due vegetazioni per costituire i fiori ;
le nostre piante da frutto indigene, il pero, il melo, il susino, il cilie-
gio ed il ribes, richiedono tre vegetazioni, e soltanto due quando ven-
gono sottoposti a coltura forzata. Anche nella stessa specie troviamo
differenze notevoli. Cosi il ciliegio dolce che è indigeno, porta i frutti
soltanto sul legno di due anni ; il ciliegio acido, che proviene proba-
bilmente dall'Asia minore, fruttifica sul legno dell'anno precedente.
Anche il susino nostro ordinario fiorisce sul legno di tre anni, mentre
— 91 -
le susine Regina Claudia, che provengono dalla Palestina, importate
dai Crociati, fioriscono sul legno dell'annata precedente.
Quando una gemina a frutto non si dispone a fiorire, alla ripresa
della vegetazione si sviluppano alla sua ascella due o tre foglie, nel
secondo anno otto o dieci, nel terzo infine, si ha lo sbocciamento dei
fiori.
6. — Le gemme sono per lo più equidistanti una dall'altra e l'in-
tervallo si chiama inlernodio.
Le gemme, come le foglie, sono disposte lungo il ramo in un ordine
particolare, che è diverso secondo la specie. Una gemma si trova esat-
tamente sulla medesima linea di un' altra sottostante, dopo un certo
numero di gemme nello spazio intermedio, cosicché questo numero
varia, ma per lo più sono 5 collocate a spirale. Perciò nella maggior
parte delle nostre piante da frutto è la sesta gemma che si trova esat-
tamente sopra la prima. Ne risulta, che se lungo un fusto noi vogliamo
ottenere un ramo esattamente sovrajjposto a quello inferiore, bisognerà
cercare la sesta gemma. Sopra alcune specie le gemme sono opposte,
sopra altre, come nella vite si alternano a destra e sinistra.
IH.
Rami.
1. — Corrispondente alla distinzione che abbiamo fatto delle gemme,
possiamo fare la distinzione dei rami e cioè chiameremo: rami a legno
quelli che hanno delle gemme a legno; rami a frutto quelli che possie-
dono gemme esclusivamente a fruito : rami misti quelli che hanno
gemme a legno ed a frutto.
Dei rami a legno si distinguono :
a) Ramo ordinario a legno che costituisce l'ossatura della pianta.
Il primo ramo a legno lo abbiamo nel fusto, che nella sua estremità
superiore si divide in altri rami chiamati branche. Di queste conviene
distinguere le branche madri principali che sono quelle che stanno in
immediata comunicazione col fusto; le branche madri secondarie che
partono dalle branche madri principali e le branche madri terziarie che
partono dalle secondarie. Nella vite il ramo a legno si chiama sarmento.
b) Succhione o vermena. E' questa una produzione legnosa a lunghi
meritalli, che si trova di frequente all' incurvatura dei rami, oppure
nella parte superiore della corona dell'albero. Se è molto vigorosa, la
vermena si deve svettare, onde impedire uno squilibrio della pianta.
Alcune volte però si lascia, e ciò quando si tratta di ringiovanire dei
rami esauriti. Se la vermena sorge alla base del fusto si ha il pollone.
e) Rami anticipati o falsi rami. Quando lungo la vegetazione si
sviluppa qualche sott'occhio, si hanno i rami anticipati o falsi rami.
Nella vile si chiamano femminelle e quelli che sorgono dalle gennne delle
- 92 -
femminelle s chiamano sollofemminelle. Questi rami anticipati si for-
mano molto di frequente sul pesco e riescono anche a maturare cosi da
portar fruiti nell'anno venturo. Nelle altre piante invece si sopprimono,
perchè durante l'inverno non essendo arrivati a maturazione non da-
rebbero né frutto, né buoni germogli legnosi nel venturo anno.
2. — Dei rami a frutto abbiamo :
aj II brindino, che é un rametto sottile, flessibile, della lunghezza
di cm. 15 a 30, munito di piccole gemme poco sporgenti, meno l'ultima
Dardo a marzetto.
Fig. 115. — Pera che alla base del peduncolo
diede una borsa ed un brindillo.
Fig. 114.
Brindillo.
gemma che é a frutto. Questi rami si possono conoscere anche in estate,
poiché non si allungano come gli altri e terminano con una coroncina
di foglie. Come la gemma terminale, anche le gemme mediane possono
trasformarsi in frutto (fig. 112).
bj II dardo. E' un ramoscello lungo da cm. 1 a 7, liscio, che tro-
vasi piantato ad angolo retto lungo i rami e termina con una o più
gemme a frutto. Nelle piante selvatiche il dardo è appuntito e forma
una spina, in quelle a granella (fig. 112) termina con una grossa gemma
- 93 -
a frutto, raramente con più. Nelle piante a nocciolo, si trovano più
gemme a fiore con in mezzo ed all' estremità una gemma a legno.
Questi dardi con più gemme a fiore, si claiamano a mazzelto (fìg. 113).
Quando da una gemma si sviluppano due o tre foglie nel primo
anno e nel secondo una coroncina di quattro o cinque foglie, allora
si sviluppa un dardo grinzoso, appuntito e non a superfìcie liscia
Fig. 11
Lamburda di pero.
Fig. 117. — Ramo misto di pesco.
come il dardo testé descritto. Per distinguerlo lo chiameremo dardo
infriiKifero. Ma nelle piante a granella nel terzo anno arrotonda la
sua estremità, è contornato da sette a nove foglie e diventa frutti-
fero (vedi d fig. 116). Questi dardi cosi allungati, grinzosi, nelle piante
a nocciolo fruttificano nel secondo anno, ma si spossano facilmente
e periscono.
Questa produzione è propria di alcune varietà, cosi la pera Decana
e Duchessa è ricca di dardi grinzosi, mentre la Butirra d' Aremberg
- 94 -
abbonda di dardi normali; la Passa colmar e 1' Esperen hanno molti
brindilli. Generalmente le piante deboli abbondano di dardi grinzosi.
e) La borsa. Durante la maturazione dei frutti a granella, si forma
alla base di ogni penducolo un ingrossamento procurato dall'accumu-
larsi di materiali di riserva, che sono destinati alla fruttificazione ven-
tura. Questi rigonfiamenti sono appunto le borse, le quali danno ori-
gine alla lor volta a dei dardi e brindilli (fig. 115).
d) La lamborda. Diverso è il significato che si suol dare dagli
autori a questa parola lamborda. Dalla maggior parte però viene con-
siderato per lamborda, quell'aggruppamento di dardi, borse e brindilli
che si forma in seguito a ripetute fruttificazioni, come si vede nella
fìg. 117.
Da ultimo diremo alcunché dei rami misti.
3. — I rami inisli, chiamati anche ramali, si trovano di preferenza
sulle piante a nocciolo e specialmente sul pesco. Portano gemme a
legno, gemme a frutto talvolta solitarie e talvolta raggruppate. Molte
volte questi ramuli sono provveduti di una gemma alla base, ed allora
si lasciano per avere il frutto, che è succosissimo. Di essi si può anche
servirsi per formare l'impalcatura della pianta (fig. 117).
IV.
Precetti generali della potatura.
1. — La potatura è necessaria :
a) nei primi anni, per ottenere uno sviluppo normale della pianta
e per darle una forma ;
bj negli anni successivi, per mantenere la forma, la costanza della
fruttificazione e la qualità dei frutti.
2. — Colla potatura si accorcia la vita della pianta. Bisogna ricono-
scere che coi tagli, colle cimature, noi forziamo la pianta a dare nuovi
germogli o frutta più grosse, epperciò è naturale che la pianta viene
spossata più di quello che se venisse lasciata libera. Non per questo
dobbiamo stancarci di raccomandare la potatura, poiché quel minor
tempo di vita della pianta viene largamente ricompensato dalla mag-
giore rendita ottenuta.
Dopo queste considerazioni, risulta evidente anche il seguente
precetto :
3. — Alla pianta bisogna dare la forma che più si avvicina alla sua
naturale. Operando in tal modo la forzeremo meno.
4. — // vigore e la fertilità di una pianta variano a seconda del
clima, del terreno e della località.
Quanto più al Nord tanto più lunghi e legnosi sono i rami mentre
al Sud si sviluppano i rami più esili, disposti a fruttificare più abbon-
dantemente e con maggior regolarità. Cosi avviene anche da noi, che
- 95 —
dopo le estati calde ed asciutte si ha sempre maggior fruttificazione.
Perciò nei paesi più freddi del nostro, per utilizzare al massimo il
calore, applichiamo le piccole forme addossate ai muri.
Nei terreni soffici, permeabili, fertili, facili a riscaldarsi, il legno
matura più presto e le frutta sono più belle, succose ed abbondanti.
Quanto più un clima è rigido tanto più bisogna ricercare questa qua-
lità di terreno. I terreni compatti, argillosi, profondi, umidi, danno
estrema vigoria alla pianta, ma la rendono poco produttiva.
5. — Il vigore di ima pianta dipende dal nwdo con cui circola la
linfa. — E' indispensabile quindi per il frutticoitore di conoscere le
condizioni che influiscono sulla circolazione.
Ogni specie esige in primavera una temperatura più o meno elevata
per entrare in vegetazione. Il ribes entra in vegetazione a 3°, la vite
esige 11". Se nei giorni successivi avviene un raffreddamento della
temperatura, la circolazione si rallenta e la fioritura è compromessa.
Nelle piante a granella più che in quelle a nocciolo, avviene sempre
un rallentamento della linfa, specialmente nei mesi più caldi ed il mo-
vimento viene ripreso in agosto. Allora abbiamo la cosidetta linfa
d'agosto, la quale dà di solito dei rami anticipati.
Questa linfa viene assorbita dalle radici capillari, in corrispondenza
alle quali e nella medesima direzione si sviluppano anche i rami. Cosi
pure le radici verticali tendono a far sviluppare i rami verticali e
quelle striscianti, i rami orizzontali.
La linfa viene attirata principalmente dalle gemme meglio costi-
tuite e nell'ascensione non fa sviluppare il l'amo per tutta la sua lun-
ghezza, ma all'estremità, cosi che lo spazio fra foglia e foglia non cambia.
6. — // vigore di ana pianta dipende in gran parte dall'eguale di-
stribuzione della linfa in tutte le sue branche. Se la linfa abbandona
qualche branca e si porta con maggior affluenza nelle altre, quella
allora si indebolisce, si esaurisce, dando dei frutti meschini, e che non
vengono portati a completa maturanza. Egli è quindi necessario, vo-
lendo conservare ai nostri alberi la loro forma e la sanità, di fare la
potatura in modo da mantenere un perfetto equilibrio in tutte le
branche principali.
Il gran mezzo per ristabilire l'equilibrio consiste nel tagliare poco
o punto la branca debole e di accorciare la branca forte all' altezza
della branca debole, avendo cura di tagliare corto anche i rami laterali.
In seguito a questa operazione, la linfa che viene attratta anche dalle
foglie, si porta in eguale quantità su tutte le parti e perciò si ha un
accrescimento regolare. Ma ci sono degli altri mezzi che servono a
completare l'effetto di questa operazione, e sono :
a) Inclinare la branca forte e mantenere verticale la debole.
b) Mozzare molto per tempo i getti della branca forte e più tardi
possibile quelli della debole.
e) Sopprimere semplicemente un certo numero di foglie alla
branca forte, senza svellere il picciolo.
- 96 -
d) Lasciare il maggior numero di frutti possibile alle branche
forli e sopprimere quelli della debole.
7. — La durala ed il vigore di ima pianta dipendono in gran parie
dall'equilibrio della parie aerea colle radici. Da questo precetto risulta
che, ogniqualvolta si trapianta un albero, bisogna fare dei tagli alle
branche, in proporzione dell'estensione delle radici che vengono lasciate
nel terreno o che sono state recise. Lo stesso si deve operare quando
una pianta venisse colta da qualche malattia alle radici, oppure quando
è vecchia.
8. — La linfa tende sempre a salire dalle radici alle branche il più
verticalmente possibile, perciò abbonda nei rami verticali a detrimento
degli altri. Sulla conoscenza di questo principio si basa l'incurvamento
dei rami, mezzo per il quale noi impediamo l'ascesa troppo abbon-
dante della linfa e la forziamo a portarsi verso altri rami. Quando una
branca è troppo rigogliosa e peixiò poco produttiva di frutta, per ar-
restare la sua crescita si deve inclinarla più o meno ed al contrario,
per rinvigorire un ramo debole, non si avrà che portarlo in direzione
verticale.
Molti autori raccomandano di tagliare lunghe le branche superiori,
quando queste sono molto sviluppate in confronto delle inferiori. Ope-
rando in tal modo dicono, la linfa invece di concentrarsi sopra una o
due gemme soltanto, viene suddivisa sopra dodici o quindici, e quindi
quelle branche non potranno crescere con quella vigoria da squili-
brare la pianta. Ma la quantità di linfa necessaria per quindici gemme,
non sarà forse superiore a quella che affluisce a due gemme soltanto ?
Credo di sì, quindi le branche inferiori non ne risentiranno alcun
vantaggio. Perciò il metodo di tagliare lungo per ristabilire l'equilibrio
in una pianta deve essere abbandonato, si applichi invece il taglio
corto alle branche superiori e possibilmente si portino in una posi-
zione inclinata o si incurvino.
9. — La linfa fa sviluppare dei germogli molto più vigorosi ad una
branca tagliala corta, che ad un'altra tagliala lunga. E' facile convin-
cersi di questa verità inquanlochè, la linfa, avendo da alimentare tre
o quattro gemme soltanto, queste daranno getti molto più vigorosi che
se fossero dieci o quindici.
Volendo perciò ottenere dei rami a legno, si deve tagliare corto,
perchè i rami vigorosi non portano che poche gemme a frutto ; se
invece si vogliono far sviluppare dei rami a frutto si taglia lungo,
poiché i rami .poco vigorosi si caricano d'un numero maggiore di
gemme a frutto.
Un'altra applicazione di questo principio l'abbiamo, quando si ha
un albero spossato, o per la troppa produzione fruttifera, o per ma-
lattie. Tagliando corto, per uno, due ed anche tre anni, si otterrà una
quantità di legno sufficiente per riattivare il movimento della linfa e
per ristabilire l'equilibrio.
Quest'ultima applicazione sembra essere in contraddizione con
- 5Jt -
quello che abbiamo detto nel precetto n.° 6 e cioè, che per ristabilire
l'equilibrio fra due branche di diverso vigore, si debba tagliar corto
la branca forte e poco o punto la debole. Questa contraddizione però
non è che apparente. Difatti si dà vigore ad un ramo tagliandolo lungo
se gli altri rami sono tagliati corti. Si indebolisce un ramo tagliandolo
lungo se le altre branche sono tagliate lunghe, essendo la linfa meno
concentrata. Si dà vigore ad una branca tagliandola corta, se le altre
branche sono pure tagliate corte, poiché la linfa rimane più concen-
trata. Infine si indebolisce un ramo tagliandolo corto se le altre bran-
che sono tagliate lunghe, poiché queste dominando per il maggior
numero di gemme attirano una maggior quantità di linfa.
10. — La linfa, tendendo sempre ad affluire air estremità dei rami,
sviluppa le gemme terminali con maggior vigore di quelle di mezzo e
della base. Questo precetto devesi applicare ogni qualvolta si hanno
da tagliare delle piante giovani o che si voglia in genere ottenere il
prolungamento di qualche ramo. Il taglio di questi rami devesi perciò
fare sempre sopra la gemma più vigorosa e non lasciare alcuna pro-
duzione fruttifera al di là di questa gemma.
11. — Sopprimendo una branca, la linfa va a profitto delle branche
vicine. Quando una branca é indebolita in modo da non lasciar spe-
ranza di ristabilirla nel suo primiero vigore, quando essa é affetta da
qualche malattia la di cui guarigione è dubbia, conviene svettarla ad-
dirittura prima che muoia completamente, poiché in questo caso, le
branche vicine ricevendo una maggiore quantità di linfa, si irrobusti-
scono e presto rimpiazzano il vuoto lasciato dal ramo soppresso.
12. — Nelle branche in cui la circolazione è rapida e vi affluisce la
maggior quantità di linfa, si ha anche la maggior produzione legnosa ;
ed in quelle invece in cui essa non si porta in grande abbondanza, si
hanno molti frutti e poco legno. Da questo precetto possiamo trarre la
conseguenza che, quando una branca porta troppo legno, bisogna im-
pedire un tanto afflusso di linfa, i)er esempio inclinandola orizzontal-
mente, per forzarla a dare frutti. Se al contrario si volesse aver del
legno, la si porta in direzione verticale per concentrare la linfa sopra
due o tre gemme. L'esperienza ha dimostrato, che tagliando ad una o
due gemme, si hanno dei rami a legno forti e robusti ; tagliando a
metà lunghezza, il terzo superiore fornisce dei rami a legno, il terzo
intermediario dei brindilli ed il terzo inferiore dei dardi.
13. — Quanto maggiori sono gli ostacoli che si oppongono alla libera
circolazione della linfa, tanto maggiore è la produzione di frutti di quel
ramo o di quella pianta, (ili alberi cominciano a formare delle gemme
a frutto soltanto quando è trascorso un dato numero di anni e cioè
quando sì son provveduti di quel sufficiente numero di organi che
servono a preparare meglio la linfa e la vegetazione legnosa ha assunto
un certo sviluppo in modo che la circolazione della linfa si rallenta,
per l'estensione delle ramificazioni che deve percorrere.
Le operazioni principali di cui si può servire il frutticoitore per
7 — Tamaro - Frutticoltura.
- 98 -
diminuire l'intensità dell'azione della linfa e pei'ciò per disporre le
piante a portare frutto, sono le seguenti :
a) Tagliare molto lunghi i prolungamenti delle branche.
b) Applicare ai rami che nascono sui prolungamenti, tutte quelle
operazioni che hanno lo scopo di diminuire il loro vigore.
e) Praticare il taglio d'inverno molto tardi e cioè quando i nuovi
germogli hanno raggiunto la lunghezza di cm. 4.
d) Innestare delle gemme a frutto.
e) Piegare più orizzontalmente possibile le branche.
f) Praticare colla sega a mano, in febbraio, alla base del fusto,
una incisione anullare, per intaccare gli anelli esterni del legno.
g) Scoprire le radici per un buon tratto in primavera, lascian-
dole esposte all'aria per tutta l'estate.
lì) Trapiantare le piante alla line d'autunno e ripiantandole colla
massima cura, lasciando intatte le radici.
. i) Scalzare le piante in primavera e mutilare le radici più pro-
fonde, gròsse e verticali.
14. — Le branche vengono mozzale durante il corso della vegetazione,
per la sovrabbondanza di linfa che non potendo produrre del legno, pro-
ducono dei rami e delle gemme a fruito. Acciò questo principio produca
lutto il suo effetto, bisogna fare questa operazione al primo risveglio
della vegetazione e ripeterla altre volte durante l'anno, poiché altrimenli
succederebbe la formazione di nuove gemme che si svilupperanno in
legno.
15. — Quanto più si sforza un albero a dare dei frutti, tanto più lo
si spossa; più si favoriscono le formazioni legnose, tanto più aumenta di
vigore. Questo precetto insegna al frutticoitore il modo di condursi per
ottenere per molto tempo dei buoni raccolti sopra degli alberi robusti.
Tutti avranno fatto l'osservazione, che quando un albero ha pro-
dotto una grande quantità di frutti, resta poi per uno, due e anche tre
anni, senza darne. Ciò avviene perchè l'albero è stato spossato avendo
esaurite tutte le sue borse, i suoi dardi, le sue lamborde, epperciò deve
provvedere alla loro ricostituzione che è lenta e dura, come abbiamo
veduto per alcune piante, degli anni.
E' meglio produrre poco, ma ogni anno, che non molto ogni 3 o 4
anni. Oltre le ragioni fisiologiche che si potrebbero addurre per dimo-
strare la verità di questo asserto, ci sono anche delle ragioni econo-
miche, inquantochè, producendo poco e costantemente, si avranno
delle frutta più belle, più saporite, più sviluppale e perciò meglio ac-
cette sul mercato.
E' dunque indispensabile che il frutticoitore sappia mantenere
nelle piante, in giusto equilibrio, la produzione legnosa colla fruttifera ;
la sanità e la longevità dell'albero dipendono molto da questo equili-
brio. Nei casi di dubbio, è meglio sacrificare un ramo a frutto di più
che un ramo a legno, il poco che si viene a perdere nell' annata, si
riacquista in misura maggiore coi prodotti degli anni venturi.
- 99 -
16. — Tutto ciò che tende a diminuire il vigore dei getti e fa affluire
la linfa nei frulli, concorre ad aumentare la grossezza di questi. Le gemme
hanno la facoltà di attirare a loro la linfa dalle radici. Ora, se le gemme
a legno sono molto più numerose delle gemme a frutto, è evidente che
trattengono una maggior quantità di linfa a detrimento dello sviluppo
del frutto. Ecco s|)iegata la ragione, perchè dalle piante molto vigorose
si hanno dei frutti meno grossi, che dalle piante di vigore medio.
Le operazioni principali di cui si serve il frutticoitore per aumen-
tare il volume delle frutta, sono le seguenti :
a) Innestare i fruttiferi sopra soggetti poco vigorosi.
b) Applicare un taglio d'inverno tale da non lasciare sull'albero
che i rami necessari alla vegetazione simmetrica ed alla formazione
dei rami a frutto.
e) Far nascere i rami a frutto direttamente sulle branche prin-
cipali e mantenerli più corti possibili.
dj Quando i rami a frutto sono formati, tagliare corto i rami a
legno.
e) Lasciare sulla pianta solo un numero poco considerevole di
frutta, facendo la soppressione quando hanno raggiunto 11 quinto del
loro sviluppo completo.
f) Praticare un'incisione anullare sui rami da frutto sotto al punto
d'inserzione dei fiori ed al momento della fioritura in modo che que-
sta incisione non sia più larga di 5 mm.
g) Innestare dei rami a frutto sugli alberi vigorosi.
hj Sostenere le frutta pendenti dall'albero con un supporto e col
penducolo rivolto in basso.
ij Riparare le frutta durante il tempo del loro sviluppo colle fo-
glie, acciò il sole e la luce non le colpiscano direttamente.
17. — La linfa si porta di preferenza verso le branche favorite da
luce e calore attorno alle quali può circolare liberamente l'aria. Dare
|)erciò aria e luce a tutte le parti della pianta è una delle regole fon-
damentali della frutticoltura.
18. — La linfa affluisce ai rami più vigorosi e più sviluppati ed
abbandona i rami e le parli più deboli. Tagliando una branca lunga ed
un'altra corta, il vigore sarà molto maggiore nella prima che nella
seconda. Quindi bisogna tagliare sempre lunghe le branche deboli per
rinforzarle.
19. — Rallentando la circolazione della linfa, si favorisce la lignifi-
cazione dei germogli, la maturazione dei frulli e la formazione delle
gemme a frutto.
In una annata secca e calda i germogli lignificano più presto, i
frutti anticipano la maturazione e si formano molte gemme a frutto.
Nelle annate umide il legno non matura e le frutta maturano male.
Si favoriscono tutti e due questi processi, allevando le piante con-
tro i muri, scegliendo terreni permeabili e dei soggetti da innesto di
vegetazione più rapida, come sono: il cotogno per il pero; il melo
paradiso per il melo e così via.
- 100 —
20. — Se la linfa affluisce rapidamente verso l'estremità delle bran-
che, senza incontrare ostacoli che moderino la sua circolazione, queste
branche si costituiscono male e la fruttificazione riesce più tardiva ed
imperfetta.
La biforcazione delie branche, i tagli annuali successivi che si
fanno ai rami, rallentano momentaneamente la circolazione ed allora i
tessuti e le gemme hanno modo di meglio costituirsi.
21. — .Se la linfa non è sufficiente per tutte le branche, queste si
sviluppano debolmente, oppure la linfa abbandona certe parti dell'albero
per portarsi verso le altre allo scopo di rinvigorirle. Ad esempio piantando
a dimora una pianta con due rami, se questa non riceve sufficiente
nutrimento la linfa abbandona il ramo più debole e si porta esclusi-
vamente nel ramo più forte.
22. — Le foglie servono alla respirazione e nutrizione epperciò sfron-
dando totalmente si arrischia di far perire le piante. Nelle sfrondature
che si fanno in estate, bisogna procedere con precauzione e sfogliare
soltanto le parti puramente necessarie.
23. — Quei rami o quelle piante aliamo alle quali non possono cir-
colare liberamente l'uria, la luce ed il calore, diventano esili, s'allungano
e non producono più né frutti, né legno. Dalla conoscenza di questa re-
gola, venne la prima idea di dare alle piante delle forme regolari,
poiché, avendo ciascun ramo una posizione calcolata, si permette a
tutte le parti della pianta di avvantaggiare dell'influenza dell'aria, della
luce e del calore.
In base a questo principio risulta evidente che il frutticoitore non
deve lasciar crescere i rami contro il centro della pianta per non for-
mare una chioma troppo fitta di foglie che impedirebbero le benefiche
influenze atmosferiche.
24. — // legno vecchio non produce delle gemme se non è forzalo
dal taglio o da qualche alterazione del legno giovane che esso porta alla
sua estremità. È perciò necessario, specialmente nelle spalliere, di ta-
gliare in modo, che le branche principali, di mano in mano che si
allungano, portino dei rami alla loro base e per tutta la lunghezza,
affine di guarnire anche la parte centrale della pianta. Se questa ne
rimanesse sprovveduta, è impossibile far sviluppare delle nuove gemme
a legno ed allora bisogna ricorrere all' innesto per approssimazione
con qualche ramo vicino. Ciò si verifica in particolar modo nel pesco.
25. — Tutti i rami che nascono fuori tempo sono per lo più sterili,
esili ed incapaci di produrre né legno, né frutti. Queste formazioni a
cui si è dato il nome di rami anticipati, falsi rami, non si trovano mai
sopra un albero abbandonato a sé stesso. Esse sono il risultato d'un
accidente o d'un taglio fatto in una stagione intempestiva.
In generale possiamo dire che i rami anticipati nascono da tutte
(|uelle gemme che vegetano prima di raggiungere la loro completa
maturazione e quindi devono essere soppressi, perchè non servono
che a indebolire la pianta.
- 101 -
26. — Le gemme a fruito si trovano, a seconda delle specie, o snlVe-
stremiià dei rami o limgo le branche. Da questo risulta che tutti gli
alberi fruttiferi non possono essere sottoposti a un taglio eguale ma
esso deve variare, secondo la posizione dei rami a frutto.
27. — Negli alberi con frutto a granella (pero e melo), tutte le gemme
sono organizzate in modo da potersi conformare, secondo le circostanze,
in gemme a legno, in brindilli o dardi. La circostanza che niaggiormenle
inUuisce è la maggiore o minore quantità di linfa che affluisce alle
gemme. Quando una gemma è alimentala da una grande quantità di
linfa, questa allora dà luogo alla formazione di un ramo a legno; se
invece raffluei>za è minore, si sviluppa un brindillo; se minore ancoia,
un dardo. Nelle branche si osserverà sempre che l'estremità porla dei
rami a legno, la parie mediana dei brindilli, e la parte inferiore dei dardi.
In queste piante quindi le gemme a frutto hanno un duplice scopo
di dare del legno o dei fruiti.
28. — Le gemme a frullo nel pero e melo, si trovano ordinariamente
su rami di almeno tre anni. Questi quindi sono rami specializzati da
frutto i quali continuano per più anni a dare frutta.
29. — Sulle piante a granella, le gemme a frutto sono durevoli alVe-
slremilà dei dardi. Dopo aver dato frutto possono rimanere inattive
per qualche anno e poi dare un novello ramo a frutto.
30. — Le piante a granella stentano a dare frutto più di quelle a
nocciolo. Per il melo e pero bisogna aspettare anche 8 e 10 anni, mentre
dal pesco si hanno frutti nel terzo anno d'età. Quando però le piante
a granella cominciano a dare frutto continuano.
31. — / rami a fruito delle piante a granella, essendo a produzione
continua, si allontanano lentamente dal centro della pianta e quindi l'al-
bero assume un aspetto più riunito delle piante a nocciolo, nelle quali la
maggior parte dei rami a frutto sono più lunghi, avendo anche essi le
funzioni di accrescimento.
32. — Nel giuggiolo e nel carrubo, i rami a fruito tendono addirit-
tura ad accorciarsi e sembrano tanti ingrossamenti del ramo. Essi pure
continuano per parecchi anni a dare frutto e si chiamano coni gemmari.
33. — Gli agrumi, il nespolo del Giappone, il melagrano ed il sorbo
portano i fiori nella gemma apicale ed allora il ramo si arresta nel suo
prolungamento, però questo è continualo da un getto laterale che prende
il posto della cima.
34. — Anche il nespolo ed il cotogno portano i fruiti ali estremila
dei rami e quindi non si devono tagliare che i rami che hanno già por-
talo frullo.
35. — Le gemme a fruito del mandorlo, pesco, albicocco e delle
piante a nocciolo in genere, si trovano ordinariamente sul legno di un
anno. Esse danno un solo fiore nel pesco, mandorlo ed albicocco, sono
trillori nel susino; multitlori nel ciliegio.
36. — Tatti i rami a frullo del pesco una volta dato frutto non lo
danno più. Egli è perciò necessario di rinnovare, ossia di svettarli per
sostituirli con altri di recente formazione.
- 102 -
37. — Negli alberi con frutto a nocciolo, le gemme a frutto si for-
mano già entro nel mese di giugno sul legno dell'annata e non possono
trasformarsi in genìme a legno. Il ciliegio e qualche altra specie fanno
molto di sovente eccezione alla prima parte di questa regola, la di cui
applicazione rigorosa conviene solo al pesco.
38. - Tutte le gemme a frutto, negli alberi con frutto a nocciolo,
restano sterili, se non sono accompagnate da una gemma a legno. Da ciò
la necessità di non fare la potatura dei rami a frutto del pesco quando
difficilmente si distinguono le gemme a legno da quelle a frutto.
39. — Nell'olivo, il ramoscello che si sviluppa da una gemma, dà in
capo a due anni i fiori all'ascella delle foglie.
40. — La vite ed il fico, hanno la gemma apicale, sviluppatasi sul ramo
dell'anno precedente, mista e cioè si svolge a germoglio, ma contempora-
neamente dall'ascella delle foglie si svolgono le gemme a fiore. Nella vite
le gemme uniflori sono unite a grappolo il quale apparisce nel germo-
glio dell'annata, ma non tutti maturano nell'annata bensi nell'anno suc-
cessivo.
41. — La vite ed il fico danno i migliori frutti sui rami più robusti.
Questo si deve al fatto che i frutti si trovano sui germogli dell'annata.
42. — Il ribes ha le gemme moltiflori che appariscono a grappolo
sui rami di un anno, come nel pesco.
43. — Sul lampone, i fiori riuniti a grappolo, sorgono dal germoglio
nato nell'annata come nella vite e sopra rami di un anno. Dopo la frut-
tificazione questi rami periscono. Nelle varietà a fruttificazione autunnale,
appariscono dei fiori fertili all'estremità dei germogli radicali dell'annata.
V.
Potatura secca e potatura verde.
1. Potatura secca e verde. — Visto lo scopo della potatura per le
piante da frutto ed i principi generali che servono di base alle opera-
zioni inerenti, occorre adesso entrare nei particolari e cioè discorrere
come questa potatura si eseguisce.
Le operazioni della potatura che si praticano durante il riposo della
vegetazione si comprendono sotto il titolo di potatura invernale o pota-
tura secca. Quelle che si fanno quando la linfa è in movimento od a
meglio dire in corso di vegetazione, appartengono alla po/a/a/-a d'estate
o potatura verde.
In questo capitolo tratteremo della potatura secca ed in particolar
modo del taglio secco dei rami a legno e dei rami a frutto, che è la
principale delle operazioni.
2. Strumenti per la potatura. — Come ho già fatto notare parlando
degli utensili del frutticoitore (vedi Parte 11), lo strumento più adatto,
per eseguire i tagli delle piante, è il potatoio (fig. 24). Esso deve avere
— 103 —
un manico curvo, lun<,'o da 11 a 13 cni., ed abbastanza grosso per non
stancare la mano. r>a lama invece di essere in diretto prolungamento
del manico ed arcuata soltanto all'estremità, è bene sia saldata ad
angolo convergente col manico, in modo che il coltello senza essere
adunco, abbia quell'inclinazione voluta per fare dei fagli anche forti e
sempre recisi.
Trattandosi di fare dei grossi tagli alle piante, si può adoperare la
sega oppure il pennato, avendo però sempre cura di ripassare la ferita
col potatoio, onde togliere alla superfìcie qualsiasi scabrosità.
Da quando si introdussero le forbici, 1' uso di queste si è molto
generalizzato anche pel taglio delle piante da frutto, perchè esse hanno
il vantaggio di rendere molto spedito il lavoro. Ma ho già fatto notare
nella Parte li, che la forbice deve essere adoperala soltanto per la
specie a legno molle, come: la vite, il lampone, il fico; non mai per il
taglio dei rami destinati a fare l'impalcatura della pianta. Colla forbice
è impossibile fare un taglio ben netto, perchè essa schiaccia alquanto
il legno, e dovendo operare presso le gemme, si incorre nel pericolo
di guastarle.
3. Epoca. — L'epoca del taglio secco non può essere indicata con
precisione, perchè, non solamente avanza o ritarda a seconda dei vari
climi o della vegetazione più o meno anticipata, ma ben anco in ra-
gione della sanità delle piante, delle specie a cui esse appartengono
e dell'esposizione calda o fredda in cui si trovano.
Il taglio si deve fare durante il riposo della vegetazione e perciò
da novembre a marzo. Fra questi due limiti il momento più favorevole
è quello che segue i forti freddi e precede il primo risveglio della
vegetazione, ossia il mese di febbraio.
Tagliando prima dei forti geli, si espone la ferita, per troppo tempo
prima della vegetazione, all'influenza dell'aria, dell'umidità e del freddo,
e allora avviene che molte gemme terminali periscono.
Neppure si devono tagliare le piante quando fa molto freddo,
inquantochè in tali giornate essendo il legno molto fragile, non si pos-
sono fare dei tagli ben netti, senza notare che si può incorrere il
pericolo di frangere molti rami.
Ritardando il taglio fino al risveglio della vegetazione, i danni
sono ancora maggiori. Anzitutto noi indeboliamo soverchiamente la
pianta, privandola di quella linfa già assorbita dalle radici e che si
trova già distribuita lungo quelle parti dei rami che si sopprimono.
D'altro lato operando a stagione avanzata si incorre il pericolo di far
cadere molte gemme a frutto al minimo urto, essendo queste molto fra-
gili perchè in via di svolgimento. Alle piante a nocciolo è assoluta-
mente sconsigliabile un taglio tardivo, che provoca il mal della gomma
o il cancro. Se invece noi fagliamo le piante a nocciolo per tempo e
cioè nei primi giorni di febbraio, allora la ferita ha tempo di cicatriz-
zarsi e perciò resta impedito lo sgorgo della linfa dalle ferite, ma
anche le gemme ascellari, che molto di sovente rimangono inerti,
- 104 -
risentendo la prima azione di movimento della linfa, si svilu[)pano e
danno quei rami di sostituzione che sono tanto necessari.
Ripeteremo dunque che le piante non si devono tagliare nel tempo
dei freddi intensi, come pure allorquando questi freddi si presumono
prossimi; che ogni qualvolta si tratterrà di indebolire una pianta con-
viene il taglio tardivo, trattandosi di rinvigorirla conviene farlo per
tempo; infine, che le piante a nocciolo devonsi tagliare presto anziché
tardi.
ì
Vli'^
Fig. 118. Fig. 119. Fig. 120. Fig.
Fig. 118. - Taglio normale.
Fig. 119. - Taglio troppo vicino alla gemma terminale.
Fig. 120. - Taglio lontano dalla gemma terminale per rinforzarla.
Fig. 121. - Sarmento di vite tagliato alla base della sua inserzione;
ritallo o internodio.
Da noi si può liberamente tagliare dalla caduta delle foglie a tutto
febbraio, evitando le giornate umide, nebbiose o di vento. Se si tratta
di molte piante e di diversa specie, conviene seguire l'ordine con cui
si sussegue il risveglio vegetativo e quindi si taglino per primo i man-
dorli, poi gli albicocchi, poi i peschi, quindi i susini, i ciliegi, i peri,
la vite ed infine i meli.
Alla fine di febbraio è bene di avere ultimate tutte le operazioni
di potatura, poiché nel mese di marzo sono molti i lavori di campagna
a cui si deve accudire.
4. (^ome si fa il taglio. — Non è indilferente il modo di tagliare i
rami o le bianche delle piante da frutto.
105
Trattandosi di piante a legno duro, il taglio si fa al disopra e dalla
parte opposta di una gemma, il più vicino possibile, senza però recarle
danno. A tal uopo colla mano sinistra si tiene in mano l'estremità del
ramo al punto in cui si vuol recidere, e colla mano destra armata di
potatoio si pone la lama dalla parte opposta ed all'altezza della base A
fìg. 118 della gemma, quindi con un colpo risoluto si conduce la lama
cosi da fare un taglio netto, che termini sopra la punta della gemma,
e ad una distanza da questa eguale al diametro del ramo. In tal modo
si fa un taglio a sbieco, che ha il doppio vantaggio di non far soffrire
la gemma e di cicatrizzare prontamente-
Tagliando più sotto al punto indicato, si
corre il pericolo di far soffrire la gemma
(fìg. 119) e di farla sviluppare perciò con
meno vigore; se al contrario si avesse a
tagliare più in alto, il legno disseccherebbe
- - t fino alla gemma, lasciando perciò un moz-
zicone che si dovrebbe recidere nell' anno
venturo, fig. 120.
Fig. 122. — Sezione longitudinale
del sarmento precedente; n>, mi-
dollo ; rf, tramezzo legnoso o dia-
framma; i, internodio.
Fig. 123.
a) Taglio razionale di un ramo
b^ Taglio non conveniente.
Nella vite (fig. 121) il taglio si fa a gemma franca, e cioè nel tra-
mezzo o diaframma che si trova in ogni nodo, come si vede in ci fig. 122.
E giacché sono a parlare di avvertenze per fare i tagli conviene
aggiungere, che quando la potatura secca si fa in novembre e dicembre,
per evitare i danni eventuali del gelo nelle gemtiie terminali, conviene
tagliare più in alto della gemma che si vuol lasciare per ultima, ed
in febbraio fare il taglio definitivo a giusta altezza.
Nelle piante a legno molle e sopratutto di midollo abbondante
come il fico, il lampone, il taglio deve farsi da 8 a 10 mm. al disopra
della gemma, perchè la cicatrizzazione non avviene mai al punto stesso
— 106 —
in cui è stato fatto il taglio. La grande jiorosità del legno e la quan-
tità del midollo permettono all'aria ed all'umidità di introdursi fino
ad una certa profondità nei tessuti e quindi, se il taglio non viene
fatto ad una certa distanza dalla gemma, può avvenire che questa
perisca.
Talvolta al posto ove si deve lare il taglio si trova una gemma
fruttifera, oppure un dardo od un ramo anticipato. Negli alberi con
frutto a granella si possono sopprimere queste produzioni ed utilizzare
una delle gemme latenti. Nelle piante a nocciolo bisogna invece cercare
di fare il taglio sopra una gemma a legno.
Trattandosi di recidere un ramo rasente il tronco, il taglio deve
farsi in modo che la ferita sia più piccola possibile. A tal uopo il
taglio si fa dal basso all' alto, cosi che il lembo superiore della piaga
venga a trovarsi rasente il tronco ed il lembo inferiore sia sporgente
di 2 a 3 mm. (fìg. 123 a).
VI.
Principi generali del taglio dei rami.
Ripeto ancora, il taglio devesi fare con criteri diversi, a seconda
che si tratti di rami a legno o di rami a frutto. Pei primi, il taglio
ha lo scopo di costituire la forma, di circoscriverla entro certi limiti,
e di produrre dei rami robusti, capaci di portare ed alimentare dei
rami a frutto. Il taglio dei rami a frutto ha lo scopo di mantenere
costante ed ottima di qualità, la produzione delle frutta.
1. — Neil' applicazione del taglio noi dobbiamo ricordare le mas-
sime seguenti :
a) Gli alberi soltanto in uno stato perfetto di vegetazione danno
una regolare e perfetta fruttificazione.
b) Per conservare sane e produttive le singole branche degli
alberi bisogna che esse ricevano una conveniente quantità di linfa, di
luce e di calore.
cj L'albero deve essere contenuto nelle dimensioni che comporta
la sua età e la sua vigoria.
dj Bisogna mantenere un giusto equilibrio fra la produzione a
legno e quella a frutto. Se all'albero si favoriscono soltanto le produ-
zioni a legno, esso finisce col rimanere sterile; se viceversa lo si
lascia eccessivamente a fruttificare, va presto in rovina.
e) Tutti gli alberi in vegetazione normale producono dei rami,
degradantisi per vigoria, di mano in mano che ci si allontana dal fusto
e senza incrociarsi.
fj L'estensione e la forza delle branche devono essere in rapporto
coU'età, col vigore e colla produzione di frutta.
— 107 —
g) I rami a legno ed a frutto che sono della medesima età e della
medesima natura, devono essere eguali per vigoria, per lunghezza, per
direzione e per fertilità.
hj Le branche di maggiore età devono essere più vigorose di
quelle più giovani.
i) I rami novelli non devono sorgere che dalle branciie più
giovani.
Ij Ogni branca deve occupare uno spazio suo proprio come lo
esige la forma della pianta.
m) Poiché le produzioni fruttifere si esauriscono dopo alcuni
anni, l'accorto potatore deve pensare a tempo a sostituirle.
nj Rami normali, sani, vigorosi, non si possono ottenere che da
gemme a legno di un anno ed è soltanto sopra questi che quindi si
deve fare il taglio.
VII.
Taglio secco dei rami a legno.
1. — Il ramo di un albero può paragonarsi ad un canale che tras-
porta la linfa contro a degli orifizi chiamati gemme. L'orifìzio estremo,
che è la gemma terminale, riceve quindi il massimo di linfa e le
gemme laterali ne ricevono gradualmente di meno, mano a mano che
si distanziano dalia gemma terminale. Naturalmente che, in proporzione
alla quantità di linfa ricevuta, si differenziano dalle singole gemme.
Se un ramo a legno fornito di gemme (fig. 124) si lascia sviluppare
tale e quale, avremo uno sviluppo di rami come è rappresentato nella
fìg. 125 e cioè si avranno verosimilmente dal terzo superiore 4 rami a
legno; dalle 4 gemme intermedie 4 brindilli e dalle 4 inferiori 4 dardi.
Se invece lo si accorcia sopra l'ottava gemma (fig. 126), ossia se lo
si taglia a ^/g, le gemme che rimangono vengono molto meglio nutrite
e daranno delle gettate più vigorose di '/g non soltanto ciascuna, ma
dalle gemme 6, 7, 8, si avranno dei rami a legno; dalle gemme 3, 4, 5,
tre brindilli e dalle altre due dei dardi (fig. 126).
Tagliando a metà e cioè sopra la sesta gemma, si avranno delle
gettate ancora più vigorose (vedi fig. 127) e verosimilmente si avranno
dalle gemme 4, 5, 6, tre bei getti vigorosi a legno ; dalla gemma 3 e 2,
due brindilli e dalla gemma 1, un dardo.
Se infine noi tagliamo il ramo ad Va. ossia sopra la quarta gemma,
la linfa affluisce in gran quantità nelle gemme lasciate in modo da
sviluppare dei rami a legno vigorosi ed appena uno o due di quelle
a frutto (fig. 128).
Dopo questo risulta evidente, che tagliando sistematicamente i
rami di una pianta ad una eguale lunghezza, ad esempio sempre
corto, si fa un errore madornale, cioè si rovina l' albero anziché
rinforzarlo.
— 108 —
2. — La lunghezza a cui si devono tagliare i rami a legno deve
perciò variare :
a) coll'età della pianta ;
bj colla direzione dei rami ;
cj colla vigoria;
d) colla specie.
Immagini il lettore di avere innanzi a sé una giovane pianta. Noi
dobbiamo anzitutto pensare, oltreché alle radici, a tutti quei rami che
sono destinati a sostenere la fronda. É necessario quindi che queste
Fig. 124.
Fig. 124,
Fig. 125.
Fig. 126
il
Fig. 127.
Fig. 128.
Fig. 125.
Fig. 126.
Fig. 127.
Fig. 128.
- Ramo a legno normale con 12 gemme.
- Ramo precedente non tagliato.
- Vegetazione ottenuta dopo un anno in
forte e il debole al ramo della fig. 124.
- Vegetazione ottenuta col taglio a metà.
- Vegetazione ottenuta col taglio corto.
mito al taglio fatto fra
prime branche siano solide e ben costituite sino alla base e questo si
ottiene tagliando corto a 4 o 5 gemme per due o tre anni di seguito.
Passato questo primo periodo, la fronda raggiunge uno sviluppo tale
che si può lasciar campo alla base delle prime branche di fornirsi di
rami a frutto, e perciò non si taglia più i rami a legno ad un terzo,
ossia a 4 o 5 gemme, bensì a metà lunghezza. Questo secondo taglio a
metà devesi ripeterlo per altri tre anni, fino a che la fronda della
- 109 -
pianta si trovi si può dire al completo. Ottenuto questo risultato, non
si devono lasciare a sé stessi i rami a legno; occorre soltanto mode-
rare il loro sviluppo, e non tagliandoli più né ad un terzo, né a metà,
ma a due terzi di lunghezza. Praticamente il primo taglio ad un terzo
si suole chiamarlo taglio corto, il secondo a metà si chiama appunto
a metà, il terzo infine a ^/g si chiama taglio lungo o dal forte al debole,
perchè si fa dove il ramo accenna a diminuire sensibilmente di vigore.
Riassumendo rispetto all'età, il taglio dei rami a legno devesi fare
nel seguente modo. Per i primi due o tre anni si tagli ad un terzo di
lunghezza, ossia a 4 o 5 gemme dalla base, nei tre anni successivi a
metà lunghezza e quindi si applichi il taglio lungo che equivale circa
a due terzi.
Questa regola vale specialmente per il pero e susino ; per il melo
ed albicocco che hanno maggior vigore, conviene tagliare corto per un
anno solo e poi tagliare da un quarto a metà ; per il pesco si taglia
subito a metà. Per la vite il taglio corto si fa a due gemme.
Quanto più i rami sono vigorosi tanto più si può abbreviare il
periodo del taglio corto e del taglio a metà.
Noi sappiamo che i rami verticali sono i più vigorosi perché in
(jucsti abbonda la linfa (vedi il precetto n.° 8 di Potatura a pag. 96) é
evidente quindi che per mantenere l'equilibrio in una pianta un ramo
verticale si taglierà più corto ancora del ramo orizzontale. Difatti in
pratica, i rami verticali si tagliano a metà, gli obliqui a due terzi e gli
orizzontali si lasciano intatti od appena sì accorciano.
Vili.
Taglio secco dei rami a legno per ottenere dei rami
a frutto.
1. — 11 taglio descritto nel Capitolo precedente ha lo scopo di
formare le branche, ossia le diramazioni principali e diciamo cosi
l'ossatura della |)ianta.
Questi rami devono portare lateralmente dei rami a frutto e nul-
l'altro, ma non sempre si può ritenere che da essi nascano soltanto
dei brindilli, dei dardi. Avviene più di frequente, e specialmente nelle
piante a granella, che si sviluppano dei rami a legno.
Ora è su questi rami a legno laterali che noi dobbiamo operare
per trasformarli in rami a frutto.
Intanto ricordo che su questi rami le gemme più lontane sono
quelle che lasciate, darebbero dei nuovi rami a legno vigorosi, quindi
la massima che più si taglierà corto, meno le gettate saranno vigorose
e più si disporranno a dare frutti.
Partendo da questo principio si deduce, che se noi tagliamo sulle
- 110 —
gemme latenti poste alla base del ramo, noi otterremo dei rami ancora
più deboli e perciò ancora meglio disposti a dare frutti.
Anche la posizione dei rami ha un'importanza notevole su questa
produzione dei rami a frutto.
I rami verticali hanno maggiore tendenza a dare dei rami a legno
e perciò sono anche più ribelli a trasformarsi in rami a frutto. Quindi
nelle forme appoggiate, si piegano fino a renderli quasi orizzontali e
nelle forme libere si tagliano alla base, lasciando un breve moncone di
Va cm. perchè dalle gemme laterali vengano fuori i nuovi rami.
Da quanto precede emerge che volendo avere dei rami a frutto
dai rami a legno, bisogna tagliarli tanto più corti quanto più essi sono
vigorosi.
2. — Questo taglio viene chiamato in frutticoltura speronatura la
quale può essere di due gemme o di quattro a seconda della vigoria
ed anche della specie di piante. Di questo e del taglio dei rami a frutto
si tratterrà particolarmente nella Frutticoltura speciale.
IX.
Operazioni accessorie della potatura secca.
La buona riuscita di una pianta da frutto non dipende soltanto
dalla giusta applicazione del taglio secco ; occorre saper applicare delle
altre operazioni, le quali se pure accessorie, hanno una rilevante im-
portanza.
1. — Slegatura dei tutori. Questa operazione, che deve essere fatta
ogni anno, consiste nello staccare dal muro, dai reticolati o dai sem-
plici pali, tutte le ramificazioni, per poter fare agevolmente la potatura,
per impedire che le legature diano luogo a strozzamenti, per levare le
foglie morte, gli insetti e loro nidi, che potrebbero trovarsi fra i tutori
ed i rami, e per ripulire le parti legnose intaccate da muschi od altri
parassiti. L' epoca più opportuna per questa operazione è la prima
quindicina di novembre ; dobbiamo però avvertire che, trattandosi di
piante mollo grandi a spalliera, conviene mantenere le branche prin-
cipali nella medesima posizione con legature rallentate acciò non pos-
sano squarciarsi o piegarsi.
2. — Accecamento. E' una operazione per la quale si levano le
gemme inutili o che assorbirebbero una troppo grande quantità di
linfa, a detrimento di altre poste sullo stesso ramo. L'accecamento è
molto raccomandabile sulle ramificazioni fruttifere del pesco, ma ge-
neralmente esso viene surrogato dalla scacchiatura. Occorre però un
occhio molto vigile ed esperto per saper scegliere le gemme che si de-
vono accecare. Io la ritengo una operazione molto diflìcile e che è forse
meglio evitarla piuttosto che non esser sicuri nella scelta delle genuiie,
3. — Incisione longitudinale. Queste incisioni si fanno lungo le
Ili
l)ranche e sotto alle gemme, per facilitare la dilatazione dei tessuti
sotto l'epidermide e perciò favorire il loro sviluppo. L'istrumento da
adoperarsi deve essere il potatoio ben a dilato oppure l'innestatoio, e
si opera fendendo colla punta la corteccia senza intaccare l'alburno.
Alle piante a nocciolo non si devono applicare le incisioni che pos-
sono provocare il male della gomma. Né bisogna, come consigliano
certuni, fare le incisioni dalla parte dell'ombra; vai meglio assai farla
dalla parte del sole, dove la corteccia è più indurita. Però, quando
si opera durante un tempo caldo e molto secco, sarà pru-
denza ombreggiare la parte incisa, per impedire il dissecca-
mento ed il sollevamento della corteccia presso l'incisione.
Per ottenere buoni risultati dalle incisioni, fa d'uopo operare
soltanto all'epoca in cui gli alberi si mettono in vegetazione;
in altro tempo le ferite potrebbero disseccarsi.
4. — Intaccatura. L'intaccatura si pratica al di sopra di
una gemma sul ramo che si vuol rinforzare. La profondità
e larghezza variano da mm. 3 a 10, a seconda della grossezza
della branca su cui si opera. La tacca si fa arrivare circa ad
un terzo della periferia. Può farsi orizzontale oppure ad
angolo (fig. 129) col potatoio.
Facendo la tacca sotto ad una gemma o ramo, si ottiene
l'effetto opposto, ma non sempre i risultati sono soddisfacenti.
Anche (|uesta operazione non devesi fare sopra le piante ^^S ^29
. , , ., j . , . !.. 1- 1. . Intaccatura
a nocciolo; sopra la vite ed in generale sopra lutti gli alberi a ^^ ansoio
legno molle, producono poco effetto; riesce veramente profi-
qua al pero e pomo, quando si vuole co})rire una parte denudata del fusto.
Di tutte e tre queste operazioni è bene però che il frutticoitore
non ne abusi e che. non le applichi che in caso di assoluta necessità,
inquantochè egli deve tendere a mantenere sempre la scorza dei suoi
alberi, più liscia possibile.
5. — Mondatura. È l'operazione che si fa in autunno appena ca-
dute le foglie.
Colla mondatura si devono allontanare:
aj Tutti i rami secchi, disorganizzati, monchi, i quali non fareb-
l)ero che marcire e propagare il male alle parti sane.
b) Tutti i rami che si trovano fuori di posto, specialmente nel
centro della corona, poiché questi, oltre ad impedire la libera circola-
zione dell'aria e della luce, crescerebbero a detrimento delle branche
fruttifere. Anche i cosidetti succhioni appartengono a questa categoria,
che sorgono verticalmente, all'estremità del fusto od alla incurvatura
dei rami. Questi succhioni, se lasciati, portano via una notevole quan-
tità di nutrimento.
e) Se due rami si trovano troppo vicini, si tagli il più debole e
se uno é sopra e l'altro più sotto, si lasci il primo, poiché il secondo
avrà già incominciato a soffrire.
ci) Lo stesso devesi fare quando due rami si incrociano. Il ramo
più debole deve essere sempre sacrilìcato.
- 112 -
e) I rami troppo vicino a terra si svettano, poictiè questi, oltreché
impedire un accurato lavoro del terreno, danno frutta sempre meschine.
/) Infine, trattandosi di i)iante d'alto fusto, se si vede che i rami
sono troppo fitti, si faccia un diradamento, tagliando alla base quelli
che non si trovano alla dovuta distanza.
Ad un albero abbandonato da parecchi anni, il più delle volte oc-
corrono tagli molto forti, i quali, se fatti tutti in una volta, porterebbero
squilibrio alla pianta e la farebbero perire. In questo caso conviene
tagliare gradatamente, un poco per anno, seguendo un certo ordine.
Trattandosi di rami molto grossi, si abbia l'avvertenza di tagliarli
alla base, più vicino possibile alla loro inserzione. Fatto il taglio colla
Fig. Ilio. — Ferite ad un tronco fatte da un operaio salito sopra un albero
colle scarpe armate di borchie.
sega, bisogna ripassar per bene la ferita con un ferro tagliente, poiché
allora la ferita rimane liscia e l'acqua non può penetrare tra le fibre.
E' bene coprire simili tagli con del catrame o carbolineo solubile
al 5-10 Vo? i quali non solo impediscono l'azione dell'acqua e dell'aria,
ma, il creosoto che essi contengono, essendo un veleno per le piante,
fa dissecare per un tratto le cellule della ferita. Queste cellule dissec-
cate formano una specie di zona di sicurezza, ed impedisce che negli
strati sottostanti, abbia ad estendersi la disorganizzazione dei tessuti.
Bisogna adoperare il catrame quando la pianta è in perfetto riposo,
altrimenti, la linfa in movimento, lo dilaverebbe e il carbolineo dan-
neggerebbbe invece la pianta.
— 113 -
Bisogna ricordarsi che col catrame le sezioni del taglio non si ri-
marginano, ed allora si può adoperare il seguente mastice, veramente
buono, di Mùller:
Si prendano 500 g. di resina di Borgogna e liquefatta al fuoco vi
si aggiungano 500 gr. di catrame di legno svedese, caldo. Si mescola il
tutto e si aggiungono ancora 125 gr. di olio di lino. Prima che si raf-
freddi si versano 60 gr. di alcool (spinto di vino) per mantenere al
mastice la vischiosità. 11 tutto ben mescolato si mette in vasi che si
conservano ben chiusi, avendo cura, quando lo si adopera, di riscal-
darlo fino che ha raggiunto una certa vischiosità.
6. — Guarigione delle ferile. Molte volte, o per strappi dovuti a
vento o neve o per inavvertenza del potatore (fig. 130), oppure per opera
di animali, si hanno sul tronco delle ferite o contusioni tali, che, lasciate
a sé stesse, farebbero disseccare buona parte del fusto ed anche tutta
la piante. In questo caso bisogna ripassare i lembi e l'interno della fe-
rita con un coltello tagliente lino a scoprire il tessuto sano. 11 tutto si
copre poi con un mastice composto d'argilla, una parte di sterco bo-
vino senza paglia, mezza jiarle di cenere di legno stacciata fina, più
un po' di sabbia e di peli di vitello, in modo da formare una poltiglia.
Si applica questa poltiglia alla ferita e si fascia poi con della corteccia
di castagno che si lega con vimini o tela di sacco.
Se nel tronco si sono formate delle cavità, si pulisce prima la pa-
rete interna asportando gli anelli di legno guasti cogli istrumenti ap-
positi (fig. 27 e 32) e poi si riempie la cavità con pietra e cemento,
che sì dipinge poi esternamente con una vernice di egual colore del
tronco.
7. — Scorlecciainenlo. Alla operazione precedente devesi far se-
guire in autunno lo scortecciamento per levare tutti i brandelli di cor-
teccia, che si sollevano lungo il tronco ed il ramo e danno ricetto agli
insetti, ai muschi e licheni.
Questa pulizia si fa coi raschiatoi (fig. 53 e 54) e colle spazzole di
fili d'acciaio (fig. 55 e 56). Si faranno anche, per distaccare i muschi e
licheni, (a cui può servire il guanto Sabaté, fig. 65) delle lavature con
spazzole bagnate con liscivia di cenere o Kainite.
Nel caso in cui sul tronco vi fossero molti muschi, si può adope-
l'are con vantaggio, ma con le dovute precauzioni da parte degli operai
una pennellazione con una soluzione al 12 % di acido ossalico. L'acido
ossalico fa in brevissimo tempo disseccare tutti i muschi, che da verdi
diventano di color bruno e cadono. Ho applicato con vantaggio anche
la seguente miscela: 125 gr. di aloe e kg. 1 V2 di calce spenta, stempe-
rata in 8 litri di acqua. Si dà questa miscela, lungo tutto il tronco e i
rami principali, cosi si impedisce l'annidarsi di insetti e la formazione
di nuovi muschi mentre si distruggono quelli che le vengono a contatto.
8. — Imbianchimento dei fusti e rami con latte di calce molto denso.
Compiute le precedenti operazioni nello stesso autunno si fa l'imbian-
chimento adoperando un pennello od una pompa.
8 — T.VMARO - Frutticoltura
- 114 -
La calce che si adopera deve essere spenta da lungo tempo.
Gli efletti dell'imbianchimento sono :
a) Di cauterizzare i resti dei muschi, licheni e le spore, che colla
raschiatura non sono stati allontanati.
b) Di facilitare la caduta dei brandelli di corteccia che riman-
gono appiccicati.
e) Di distruggere gli insetti o ninfe eventualmente rimaste.
d) D'impedire la deposizione delle uova e la circolazione alle
larve.
e) D'impedire lo sviluppo di altre ciittogame.
f) Di riparare le piante dai danni dagli sbalzi di temperatura e
specialmente dal gelo.
Per le piante che nella vegetazione precedente sono state colpite
straordinariamente da malattie crittogamiche, come peronospora, tic-
chiolatura, oidium, ecc., ho trovato conveniente l'imbianchimento con
una poltiglia bordolese composta del 6 % di solfato di rame e 6 % di
calce spenta in 100 d'acqua.
L'imbianchimento in primavera è mano vantaggioso.
9. — Ringiovanimento (fig. 131). Fra le specie e varietà di piante
da frutto coltivate, non sono poche quelle che si distinguono per
un'abbondante e precoce fruttificazione nei primi anni. Passata però
una certa epoca, si osserva che in queste piante le gettate annuali
crescono sempre più corte e deboli, la fioritura aumenta a scapito
della qualità, crescono dei succhioni alle biforcazioni dei rami ed al-
l'incurvamento delle branche, infine queste piante non danno più nuovi
germogli ; le frutta non vengono più a maturazione, ma, increspate,
ancora verdi e ticchiolate, cadono a terra; — i rami si ricoprono di
licheni e muschi, quelli più lontani dal fusto si disseccano ; — in una
parola la pianta accenna a morire.
La causa di questi fenomeni risiede nel fatto che la pianta per la
troppa fruttificazione si è esaurita, e la presenza dei primi succhioni
alle biforcazioni delle branche, dimostra che queste non sono più ca-
paci di alimentare i rami lontani, ma che vogliono riprodursi con rami
giovani e più vicini. Sta quindi nella abilità ed accorgimento del frut-
ticoitore d'impedire la morte della pianta.
La presenza dei succhioni lungo le branche è un primo indizio
dell'esaurimento, e se noi asseconderemo la natura col recidere le
branche per metà o per due terzi o vicino al punto in cui sorgono i
succhioni noi possiamo salvare la pianta. Questo radicale accorciamento
delle branche si chiama appunto ringiovanimento.
Il ringiovanimento è un'operazione che si deve fare normalmente
ogni 10 o 15 anni per alcune specie di piante, quali il pesco, il susino,
il ciliegio, alcune varietà di meli (Renetta di Champagne, Renetta grande
di Gassel, Parmaine dorata) e di peri (William, Butirra Napoleone, Bu-
tirra bianca d'autunno e Buona Luigia d'Avranche). In genere esso di-
pende invece dal sistema d'allevamento, dal terreno in cui si trovano
- 115 -
le piante. Quanto più sciolto e sabbioso è il terreno, quanto più forzata
è la coltivazione di una pianta, tanto più presto essa invecchia.
Si applica pure il ringiovanimento in diversi casi con vera efficacia,
e questi sono ;
a) Quando le piante soffersero per gelo, per neve, grandine, venti
per insetti o malattie crittogamiche.
Fig. 131. — Ringiovanimento di un gelso, un anno dopo fatto il taglio.
b) Quando sono affette da clorosi.
e) Quando una pianta riesce improduttiva o di qualità scadente.
Allora si innestano le branche con la varietà che si desidera, o si
soprainnesta con la stessa varietà per migliorare la qualità.
d) Quando una parte della fronda ha preso uno sviluppo non
proporzionale a quello del fusto.
Nell'operazione del ringiovanimento bisogna seguire le seguenti
regole:
a) Si operi nel mese di febbraio e marzo, o meglio in settembre.
bj L'amputazione delle branche si faccia sull'incurvamento.
- 116 -
e) I tagli non devono avere un diametro superiore di 8 cm.
d) Il taglio si faccia, senza fare lacerazioni alla corteccia, ad un
punto liscio e senza nodi, più vicino possibile alla base, per non la-
sciare monconi.
e) La direzione del taglio deve essere perpendicolare all' asse
della branca che si taglia.
f) La ferita deve essere ripassata con un buon ferro tagliente, e
coperta con un mastice, per impedire che l'acqua vi penetri.
g) Si può senza inconvenienti amputare contemporaneamente
tutti i rami di una pianta, sia che si tratti di ringiovanimento o di so-
prainnesto.
h) Nell'anno che segue si devono lasciare tutti i germogli che
sorgono, indipendentemente della loro posizione ed anche se la pianta
è stata innestata.
i) Se a malgrado di questa capitozzatura, la pianta non sviluppasse
dei rami vigorosi, è indizio che è sofferente, non per esaurimento, ma
per qualche altra causa. Non trovando questa causa, bisogna allora
atterrar la pianta e, rinnovando il terreno, sostituirla con un'altra.
Quando un tronco od un ramo vengono tagliati trasversalmente, nel moncone ri-
masto si forma intorno al corpo legnoso nella corteccia, o a meglio diie fra il legno ed
il libro, un tessuto, il quale si rigonfia ed assume presto 1" apparenza di un argine
anullare. Le cellule legnose tagliate e denudate che sono nel mezzo dell'argine anullare,
non hanno la facoltà di dividersi, di moltiplicarsi e di divenire la matrice di una neo
formazione, si disseccano e periscono. Ma il tessuto che forma l'argine anullare, si allarga,
restringe sempre più la parte centrale morta della regione del moncone e si distende
alla fine così completamente sulla medesima, che tutta la sezione è interamente coperta
dalla neoformazione. Questa neoformazione è chiamata callo ed è paragonabile a quella
che si forma col connettivo che sta sotto alla nostra pelle, quando viene tagliato un
braccio, una gamba.
Nelle piante tagliate questo callo ha una importanza particolare poiché in esso si
formano delle gemme da cui si sviluppano i nuovi germogli della pianta tagliata. Sic-
come il callo si è incuneato fra il vecchio libro ed il vecchio legno, cosi avviene che i
nuovi germogli formano un nesso e connesso col vecchio tronco.
Lo stesso callo si forma quando noi leviamo una porzione di corteccia dal fusto,
così pure quando un germoglio sorto dal callo dissecca, allora viene sostituito da una
nuova gemma della base producendo però così un moncone od un bitorzolo dissecato
che non è infrequente di trovare sui rami di piante troppo sottoposte a tagli continui
come nei salici, gelsi, querele ecc.
10. Incurvatura. — Consiste nell'incurvare i rami colla punta in giù
a semicerchio. Si ricorre a questa operazione per rallentare il movi-
mento della linfa nei rami eccessivamente vigorosi e costringerli a
fruttificare (fig. 132).
11. Legatura in secco e palatura. — La legatura per le forme ap-
poggiate si fa iramediatainente dopo il taglio e consiste, dopo avere
determinato la direzione e la distanza delle branche, nel fissarle ai
tutori con legaccioli di salice, di cotone, ecc.
Trattandosi di piante libere, il fusto si suole affidarlo ad un palo
tutore. Questa operazione è chiamata palatura.
— 117 —
Molti autori sono contrari ai pali, perchè le piante legate danno
bensì getti più vigorosi, ma il fusto rimane più esile. E difatti, attorno
ad una pianta lasciata libera, l'aria circola meglio se anche per lo
scuotimento del vento si romperà qualche radice, nasceranno altre
radici giovani, poiché la pianta è costretta a trovarsi dei nuovi punti
d'appoggio. Per il fatto poi, che ogni parte libera cresce sempre più
vigorosa di altra tenuta legata, e per il risparmio di tempo e di denaro
che si ha, non si può fare a meno di parteggiare per quelli che sono
o contrari alla palatura. Una pianta da frutto bene allevata con fusto
e rami robusti non può aver bisogno di pali.
Soltanto ai fusti non diritti, il palo è necessario.
I pali devono essere diritti, non tanto grossi, secchi e scortecciati.
Non devono essere tanto grossi perchè colla loro ombra dannegge-
rebbero il fusto. E' bene siano di castagno o frassino.
Perchè si conservino a lungo, il requisito principale è quello della
secchezza ; la carbonizzazione, l'immersione nel catrame, nella soluzione
Fig. 1.32. Incurvatura di un ramo fruttifero.
di solfato di rame o ferro, sono mezzi che giovano limitatamente,
avendo queste sostanze una azione superficiale se al più i pali non
sono straordinariamente secchi. Per essere sicuri che i pali si conser-
vino a lungo, bisognerebbe sottoporli, in stabilimenti speciali, ad un
trattamento di pressione per impregnarli di solfato di rame o subli-
mato corrosivo.
L'estremità del palo è bene venga a trovarsi a 5-10 cm. al di sotto
della prima diramazione della corona, e si fanno le legature come è
indicato nella Parte sesta Gap. XVIII.
Si potrà anche tenere fermo il fusto al palo con due anelli, che si
possono aprire a cerniera, rivestiti di paglia e fìssati uno a circa 10 cm.
sotto alle estremità del palo e l'altro a metà altezza. Questi anelli si
possono fare con filo di ferro grosso, quello di scarto del telegrafo.
Trattandosi di piante appoggiate, allora la legatura in secco consi-
ste dapprima nel legare le branche più robuste alla intelaiatura contro
cui esse vengono allevate ; si passa poi alle branche secondarie, quindi
ai rami a frutto, e di questi, prima si legano i superiori e poi gli
inferiori.
— 118 -
Sul modo di legare e sulla qualità delle intelaiature, mi intratterrò
più a lungo quando si parlerà delle spalliere e loro armature nella
Parte sesta.
X.
Potatura verde.
Quantunque sia antichissima la pratica della potatura verde, con
tutto ciò da noi è ancora assai poco generalizzata. Nella coltura della
vite è entrata fra le pratiche ordinarie, non cosi nella coltivazione
delle altre piante da frutto. Eppure sono tanti i benefìzi che si traggono
colla potatura verde e si eseguisce con tanta facilità, che non si può
fare a meno di raccomandarla caldamente quale una delle pratiche
più importanti.
Vedremo più innanzi lo scopo delle diverse operazioni che si com-
prendono sotto il titolo di potatura verde ; per ora basta accennare,
che con questa si completa la potatura secca, si favorisce la fruttifi-
cazione migliorando la qualità e si facilita infine la potatura secca del-
l'anno prossimo.
1. La scacchiatura. — Scacchiare vuol dire : togliere alle piante
tutte le messe nuove mal situate o superflue, perchè se ne avvantaggino
i rami, che danno o devono dar frutto e quelli destinati a costituire
l'ossatura della pianta.
La scacchiatura devesi perciò cominciare quando sorgono dei ger-
mogli inutili sul tronco e sui rami. Siccome questi getti crescono a
danno dei rami normali, è naturale che questa operazione devesi fare
in primavera, appena essi spuntano e devesi ripetere ogniqualvolta
avessero da rigermogliare.
La scacchiatura ha una particolare importanza pel pesco e per la
vite. Per la proprietà che hanno queste piante di portar frutto soltanto
sui rami formatisi nell'anno antecedente, il frutticultore ha, nella scac-
chiatura, un potente mezzo per provvedere, non soltanto ad una buona
fruttificazione dell'anno in corso, ma anche alla formazione di buoni
rami a frutto per l'anno venturo.
Dobbiamo però in particolar modo far delle osservazioni rispetto
al modo di scacchiare queste due piante.
Noi, colla scacchiatura, togliamo l'equilibrio naturale esistente fra
lo sviluppo aereo e quello sotterraneo della pianta. Questo squilibrio
può essere vantaggioso quando si tratta di una pianta adulta, poiché
allora la linfa va a rinvigorire quei getti che rimangono. Se invece la
pianta è giovane oppure molto vigorosa, pel soverchio afflusso della
linfa, i frutti maturano a stento, spesse volte cadono, e nei peschi ed
altre piante a nocciolo, essa produce molto facilmente il male della
gomma. Quindi non si deve fare la scacchiatura in una sol volta, bensi
incominciare coi germogli posti sulle parti più favorite della linfa,
- 119 -
cioè verso la soniinità dell'albero, ed 8 o 10 giorni dopo, si levano via
quelle delle altre parti.
Riassumendo :
a) La scaccliiatura non devesi applicare atTalto sopra piante gio-
vani, e deve essere limitata per quelle anche adulte, che sono mollo
vigorose.
b) Non devesi scacchiare in una sol volta una pianta, si inco-
minci dall'alto e doj)o 8 o 10 giorni si ritorni, per scacchiare i rami
interiori.
e) Per le piante vecchie, deperenti, la scacchiatura ha la massi-
ma importanza non soltanto pei frutti pendenti, ma perla preparazione
dei frutti e rami dell'avvenire.
La scacchiatura si fa meglio colle mani che cogli strumenti da
taglio. Se i germogli sono troppo sviluppati perchè strappandoli si fa-
rebbe una ferita troppo lacera, conviene adoperare il potatoio.
2. La cimaliint. — Consiste nel sopprimere coli' unghia del dito
pollice, premendo contro l'indice, l'estremità dei germogli. Togliendo
la cima ai germogli, arrestiamo per il momento il loro sviluppo in
lunghezza, e la linfa fa ingrandire le foglie, ingrossare i frutti e le
gemme sottostanti.
Mentre la cimatura arreca notevoli vantaggi sullo sviluppo della
frutta, non ha altrettanto benefica influenza sulla qualità dei fruiti. Da
esperienze fatte, specialmente sulla vite, è risultato, che quanto più si
cima tanto più grosse riescono le frutta, ma tanto meno dolci ed aro-
matiche. Cosi si può osservare quotidianamente, che una stessa varietà
di piante da frutto, allevata a pieno vento e senza cimatura dà frutta
bensi più piccola, ma più gustosa e dolce di quella ottenuta con una
forma appoggiala.
Come per la scacchiatura, la cimatura non si deve fare in una sol
volta sopra la medesima pianta ma gradualmente, alla distanza di
qualche giorno, cominciando dai germogli superiori; cosi conviene la
sua applicazione più o meno rigorosa a seconda del vigore della pianta
e della sua fertilità. Quanto più produttiva è una pianta, tanto meno
occorre cimare; cosi, quando si ha eccessivo vigore sarebbe un errore
cimare troppo corto e, se la pianta è debole, si lascia intatta.
Colla cimatura ci proponiamo tre scopi:
a) Di rallentare lo sviluppo dei germogli che crescerebbero
troppo vigorosi, e di favorire lo sviluppo dei più deboli.
b) Di mantenere i rami a frutto già costituiti negli anni prece-
denti e di conservare, migliorando, il frutto pendente.
cj Di provocare lo sviluppo di nuovi rami o gemme a frutto.
A raggiungere il primo scopo e cioè di equilibrare la pianta, basta
sorvegliare se qualche germoglio minaccia di passare gli altri in lun-
ghezza. In questo caso, cimando il germoglio più vigoroso all'altezza
dei deboli, si rallenta il suo sviluppo.
Per raggiungere gli altri due scopi, bisogna distinguere a seconda
pelle diverse specie di [)ianle.
120 -
3, L'incisione anulare. — Anche questa è una operazione che si fa
esclusivamente alla vite e che riporto dal mio Manuale Hoepli: — Uue
da tavola.
"Quando la vite è in piena fioritura, allo scopo di impedire la
colatura dei fiori nonché di sviluppare di più il grappolo anticipando
anche la sua maturazione, si suole togliere un anello di corteccia larga
3 mm, (A fig. 133) immediatamente sotto il primo grappolo, in modo
però da non intaccarre l'alburno. Questa incisione fa arrestare la linfa
elaborata dalle foglie superiori a vantaggio dei grappoli.
" Nell'allevamento delle uve da tavola si può
applicare questa incisione soltanto quando si de-
vono sopprimere lutti i getti che portano frutto,
come sarebbe col sistema Guyot, non mai però
quando trattasi di cordoni permanenti.
" Per meglio eseguire l'operazione, anziché ado-
perare un coltello, si sono costruite delle appo-
site tanagliette, quali quella del Pulifìci (fig. 67). „
4. — Uinfrangimento si opera sui germogli al
di sopra di cinque o sei foglie, allorquando la
loro base ha preso una consistenza legnosa. Vien
fatto specialmente sui germogli degli alberi a gra-
nella, ma solo quando non si é potuto operare la
cimatura. L' infrangimento si fa appogiando il ta-
glio del potatoio contro il ramo al punto in cui
si vuol recidere, rovesciando col pollice questo
ramo sopra la lama e invece di svettarlo, lo si
lascia penzoloni, acciò continui a vegetare anche la parte infranta e
così evitare che le gemme della parte inferiore, diano per il soverchio
vigore dei rami anticipati, anziché dei dardi (fig. 134).
5. — La torsione si applica nello slesso caso dell'operazione pre-
cedente. Per fare la torsione si prende con due dita della mano sini-
stra il ramo sul quale si vuol operare e coli' altra mano si torce la
parte soverchia, sopra la parte inferiore (fig. 135).
6. — L' incurvamento dei rami consiste, nel curvare a forma di
cerchio o ad arco certi rami, allo scopo di costringerli a dar frutto.
7. Legatura in verde. — Consiste nel fissare contro i muri e le arma-
ture i germogli di prolungamento dei rami delle piante allevate a spal-
liera, come anche i getti fruttiferi del pesco e della vite. La legatura
in verde o palizzatura di estate, come viene anche chiamata, serve per:
a) supplii'e alla sfrondatura.
b) riparare ai difetti della potatura secca.
e) facilitare la colorazione e la maturazione dei frutti.
d) favorire l'afflusso della linfa piuttosto sopra una branca che
sopra un'altra.
e) preparare la pianta al taglio secco, rendendolo meno lungo
e diffìcile.
Fig. 133. — Incisione
anulare della vite
A - l'incisone
- 121 —
f) evitare che i giovani germogli si pieghino e si guastino per
il vento.
L'epoca nella quale bisogna fare la palizzatura dipende interamente
dalla specie ed anclie dalla varietà dell'albero, sul quale si opera. È
evidente che le varietà che danno frutta precoci devono essere paliz-
zate prima e più tardi le varietà tardive. Ciò dipende anche dalla ve-
getazione della pianta più o meno rigogliosa, poiché è naturale, che
una pianta vigorosa bisognerà legarla prima che una debole. Dunque
noi non diremo, come molti autori, che la palizzatura devesi fare in
giugno o luglio ; suggeriremo invece di farla nel momento in cui si
presentano minori inconvenienti.
Quando il muro non ha reticolati, conviene servirsi di stracci, al-
trimenti s'impiega il giunco, che è la più economica fra le legature
'^y Fig. 134. — Intranginiento.
Fig. 135. — Torsione.
Nel legare bisogna por mente che il germoglio possibilmente non toc-
chi il chiodo od il filo di ferro, perchè si potrebbero produrre delle
ferite, e nelle piante a nocciolo la malattia della gomma. Naturalmente
le legature bisogna farle rilassate, nella prevenzione dello sviluppo dei
germogli.
8. — Taglio verde da molti anche chiamato potatura in verde. Con
un tal titolo si indicano tutte le amputazioni fatte col potatoio o colla
forbice, quando gli alberi sono in vegetazione e servono a liberare le
piante di quei rami, che furono lasciati nella potatura secca per un
dato scopo che non hanno raggiunto.
Cosi ad esempio per il pesco, se un brindillo venne lasciato lungo
per portare frutti e questi non attecchirono, si taglia il detto ramo
immediatamente sopra alle due prime gemme, per ottenere da queste
due germogli più vigorosi dalla base. Cosi per la vite. Se dopo lo svi-
luppo dei germogli uviferi, viene una tempesta che li danneggia, si
taglia il ramo a frutto, per rinforzare i due germogli dello sperone.
— 122 -
Inlìne, se questi rami hanno portato fruito si possono tagliare appena
il frutto è stato raccolto.
Un tale taglio si fa quindi dal maggio al mese di settembre e cioè
appena, quella data parte di ramo, viene riconosciuta inutile.
Il taglio verde conviene ancora ap])l icario quando si vede minac-
ciato l'equilibrio fra le branche.
9. Soppressione dei bolloni, dei fiori e dei frutti troppo numerosi. —
Negli anni d'abbondanza, se si lasciassero tutti i frutti, essi restereb-
bero piccoli, di qualità scadente e l'albero si guarnirebbe di un esiguo
numero di gemme a frutto per l'anno venturo.
Per gli alberi con frutto a nocciolo, la soppressione si deve fare
quando gli endocarpi si sono già formati, e cioè in principio di giugno.
Si abbia cura, nella soppressione, di conservarne meno sui rami deboli
che sui forti. Per i peschi se ne possono lasciare da 20 a 25 per m^„
e sugli albicocchi da 40 a 50.
Sul pero e sul melo si fa la soppressione presso a poco nella me-
desima epoca, togliendo i frutti mal formati, i quali in seguito si dira-
dano in modo, da lasciare una mezza dozzina di pere per ogni metro
di lunghezza del ramo. Naturalmente tutto ciò dipende dalle varietà di
I)iante che si coltivano.
Per il commercio delle uve da tavola, onde ottenere degli acini
più voluminosi, si suole lasciare un solo, al massimo due grappoli,
per ti'alcio fruttifero.
Quando gli acini hanno raggiunto la grossezza di un pisello si
diradano con forbici (fig. 45) non aguzze a punta accuminata, ma appo-
sitamente costruite, togliendo quelli meno sviluppati e troppo fìtti.
Trattandosi di viti giovani o molto vigorose, le quali di solito danno
grappoli lunghi, si recide addirittura la punta del grappolo per 2 o 3
cm. di lunghezza.
Col diradamento si tolgono anche tutti gli acini non fecondati ed
imperfetti. Alle varietà ad acini grossi si tolgono circa due quinti de-
gli acini ed alle uve con acini piccoli, circa il quinto. Così gli acini
lasciati si sviluppano straordinariamente, l'uva matura meglio, più
presto, non infracidisce, e viene meno colpita dagli insetti.
E' una operazione questa di somma delicatezza, che per lo più
viene fatta dalle donne. Nel fare il diradamento, non si deve toccare
il grappolo, né gli acini che si devono lasciare; bisogna acquistare
una certa pratica per saper scegliere gli acini da tagliarsi avendo ri-
guardo anche alla forma del grappolo.
La soppressione dei bottoni e dei fiori si può applicare con van-
taggio sopra piante deperenti. A tutti è noto che una pianta da frutto,
esaurita o vicina a morire, emette una quantità di bottoni e poi di
fiori. Lasciando queste produzioni, non si farebbe che aflrellare la
morte. E' quindi consigliabile, quando la pianta è in fioritura, di levare
delicatamente tutti i fiori. Avviene molto di sovente che allora, alla
base dei fiori, vengono emessi dei germogli e con ciò la pianta acquista
- 123 -
in vegetazione. Per la difficoltà della scelta dei bottoni non possiamo
consigliare la soppressione di questi, bensì quella dei fiori, che è molto
più sicura.
10. Sfogliatura. — Questa operazione ha lo scopo di esporre diret-
tamente i frutti all'influenza dei raggi solari, perchè diventino più sa-
l)oriti ed anticipino la maturazione. Si pratica specialmente sui peschi
e sulla vite, allevati a spalliera. La sfogliatura si comincia quando i
frutti sono sul punto di maturare, e cioè 10 o 12 giorni prima della
raccolta.
Si levano le foglie che stanno fra il frutto ed il muro per uti-
lizzare meglio i raggi riflessi da quest'ultimo.
Quando comincia la maturazione dei grappoli e cioè quando gli
acini cominciano a cambiare di colore, si sopprime qualche foglia
esterna, e specialmente quelle che danno troppa ombra. Perciò le foglie
'poste sotto e piegate contro il muro, poi quelle che toccano i grappoli,
conservando però sempre una o due foglie sopra al grappolo che
funzionano da riparo.
11. Privazione della luce. — Si sa che la luce è uno degli agenti
principali di vegetazione delle piante. Quando si vuole che una parte
della pianta, perchè troppo vigorosa, non continui a crescere a scapito
di un'altra, si suole coprire quella più vigorosa con una stuoia distesa
sopra un telaio : e questo riparo si lascia fino che 1' altra parte rag-
giunge lo sviluppo desiderato. Questo sistema è impiegato specialmente
alle spalliere di pesco.
12. Insaccamento dei frutti. — Per preservare le uve da mensa dalle
api e vespe, già da tempo si usa insaccarle. Più recente è la pratica
dell'insaccamento degli altri frutti come le pere e mele che le preser-
vano dalla ticchiolatura, dalla pirale e da altre insidie.
Il frutto in realtà in questa vita confinata, oltre essere preservato
dalle malattie, acquista un aspetto più leggiadro ed aggradevole all'oc-
chio ; la buccia si rende più sottile, prende delle sfumature più deli-
cate; si sviluppa meglio e nell'assieme acquista dei pregi incontesta-
bili molto apprezzati sul mercato.
L'insaccamento dell'uva fa anticipare di qualche giorno la matu-
razione, ma non è consigliabile che per le varietà bianche poiché per
le altre il colorito riesce più sbiadito.
Per le pere e mele che devono prendere un colorito più intenso,
i sacchetti devono essere levati 8 o 10 giorni prima del raccolto, per-
chè possano godere del sole e dell'aria libera. Questo periodo è suffi-
ciente per far sviluppare alla buccia quel pigmento colorato e che
rende le frutta più apprezzate. Alle varietà molto colorate, l'insacca-
mento è meglio non farlo.
I sacchetti non devono essere tolti bruscamente, per evitare dei
colpi di sole. Il primo giorno si comincia a scoprire la parte vicina al
penducolo, il secondo giorno si scopre a metà ed appena nel terzo
giorno lo si leva del tutto. Queste operazioni si fanno al tramonto del
sole o nelle giornate coperte.
- 124 -
I sacchetti si fanno di carta bianca o giallastra semi lucida, im-
permeabile, in modo che la luce possa penetrarvi e aperti al di sotto
specialmente per l'uva.
Perchè il frutto rimanga aereato bisogna che il sacchetto sia grande
e si fanno dei fori con uno spillo nella carta ed anche sul fondo, perchè
scoli via l'acqua.
La forma può essere varia a seconda della forma presumibile del
frutto, ma la preferibile è a campana modello Opoix, che sono tenuti
aperti nel fondo mediante un filo o una lista di cartone. Il sacchetto
ha una fenditura laterale, che serve per farvi passare il penducolo del
frutto, poscia si riuniscono i margini piegandoli e si attaccano al pen-
ducolo, senza farvi entrare le foglie della borsa. La legatura si fa con
del filo di piombo.
Si possono anche adoperare dei sacchetti chiusi ed allora il frutto
viene quasi a contatto della carta, ciò che non è desiderabile special-
mente per l'uva.
L'uva si rinchiude nei sacchetti, appena fatto il diradamento degli
acini, scegliendo naturalmente i grappoli più belli e sani perfettamente,
poiché c'è molto da temere che l'uva nell'interno marcisca. Se si ha
questo timore si attenda anzi di fare l'insaccamento, all' invajatura.
L'insaccamento si raccomanda esclusivamente per le forme appog-
giate (cordoni, spalliere). Nelle piante libere, esposte al vento, l'insac-
camento fa cadere di più le frutta.
PARTE QUARTA
FORME
I.
Perchè alle piante da frutta si danno forme speciali.
1. — Abbandonando una pianta a sé stessa, essa assume un porta-
mento speciale, inerente alla sua natura e perciò chiamato portamento
naturale. Questa pianta si distinguerà fra tutte le altre coltivate per la
sua robustezza, longevità e dimensione. Se costretta invece a prendere
una data forma, secondo la volontà dell'uomo avrà un minore sviluppo
apparente, ma mentre dalla prima si otterrà un prodotto di frutta,
abbondante si ma saltuario, dalla seconda si otterrà costantemente un
sicuro prodotto. E qui non si limita il vantaggio delle forme.
Dando una forma alle piante, noi limitiamo lo spazio da esse oc-
cupato e perciò abbiamo la possibilità di coltivarne un maggior numero,
nello stesso spazio e senza danneggiare altre colture sottostanti. Di più
si assicura il prodotto, si rende più intensiva la produzione, così da
poter raggiungere lo scopo finale comune a tutte le industrie e cioè di
produrre il massimo con la minor spesa.
Se bene si rammenta il nostro benevolo lettore, un consimile ragionamento l'ab-
biamo latto quando si trattava di dimostrare la necessità della potatura e perciò la sua
importanza. Difatti lo studio delle forme non è altro che una applicazione continua
della potatura. Abbiamo dovuto studiare l'organizzazione delle diverse specie di piante
coltivate per trarne poi dei precetti o norme sui modi di potare, e in questo studio
delle forme bisognerà richiamare alla mente quelle istruzioni ed applicarle, a seconda
che lo consente la natura della pianta. Ad una pianta, è vero, si può dare quasi sempre
la forma che si desidera, ma noi dobbiamo considerare per razionale quella che ci dà
il maggior reddito. In una parola non tutte le forme si prestano egualmente od anche
per le specie di piante coltivate per le varietà della stessa specie.
Se guardiamo nel passato noi troviamo che le forme hanno una
storia molto più antica della frutticoltura in genere. L'uomo possiede
per istinto l'idea di dominare e di imprimere la sua volontà e certa-
- 126 -
mente nei parchi coltivati si avrà voluto dare alle piante una forma
piacevole all'occhio per dilettare la dama di corte o per rendere più
piacevole il soggiorno del principe.
Dilatti la storia ci racconta come ben allineati, tagliati e ben tenuti
fossero gli alberi dei ricchi giardini indiani e babilonesi. In tempi più
moderni sappiamo che i giardinieri francesi davano alle piante dei
parchi la forma di mostri, di statue, per compiacere re e cortigiani.
E' sicuro che noi di queste forme non intendiamo parlare. Oggi
col dare la forma ad una pianta ci proponiamo è vero di renderla
piacevole all'occhio, ma più ancora di renderla più produttiva. Quindi
non è il capriccio o il puro senso del bello che ci guida, ma è la pra-
tica razionale di coltivare le piante da frutto, avvalorata dagli esperi-
menti più rigorosi di persone competenti. La forma è il mezzo:
a) di ottenere la produzione massima di frutta dalle singole
qualità coltivate;
b) di diminuire i danni dell'ombra ad altre coltivazioni ;
cj di mantenere l'equilibrio fra le diverse parti della pianta e
quindi una maggiore regolarità di produzione;
d) di riparare le frutta dai danni del vento, della grandine ed
altre intemperie per quanto possibile ;
ej di affrettare o ritardare a piacere, la maturazione delle frutta ;
fj di ottenere frutta più grosse, più belle e saporite.
2. — Le forme che vengono date alle piante da frutto sono molte,
e variano a seconda della specie, delle condizioni di clima, terreno ed
infine a seconda delle condizioni economiche.
Le forme da me proposte sono quelle :
a) che si ottengono più facilmente;
b) che si ottengono in breve tempo cosi che presto occupano il
posto a loro designato ;
cJ che hanno le branche meglio disposte in modo che i frutti
possono godere al massimo l'aria e la luce;
d) che permettono senza difficoltà e con rapidità ed economia
di tempo a fare le potature e tutte le operazioni necessarie per com-
battere le malattie.
Come consiglio di abbandonare le forme cosi dette artistiche che
soddisfano più che altro il senso estetico o l'ambizione personale di chi
le ottiene, debbo anche raccomandare di ridurre sempre più quelle
forme giganti, quegli alberi che obbligano il potatore ad adoperare delle
scale lunghe e pericolose, in cima alle quali non si può operare mai
con esattezza e con raziocinio.
Una delle caratteristiche della nostra frutticoltura in Italia è il pre-
dominio di queste forme alte, naturali, raramente sottoposte al taglio.
Se andiamo negli Stati Uniti dove gli impianti sono recenti, razionali e
fatti per estensioni immense, la caratteristica di quelle piantagioni con-
siste nell'avere le piante senza fusto. Il fusto è completamente elimi-
nato. A queste ultime forme noi dobbiamo arrivare nella coltivazione
- 127 -
in grande e cioè alla forma a vaso o piramidale e che ora vedo appli-
cata abbastanza eslesamente per il pesco. I.e forme più piccole e le
appoggiate conviene applicarle per i fruiteti di speculazione e casa-
linghi.
Ed ecco senza altro le forme di cui tratteremo e che ritengo più
convenienti per le nostre piante da frutto.
libere
Forme
cordone .
»l)poggiate '^ ad
palmella
/ ^•
piramide
'''
fuso
\3.
basse
pieno e mezzo vento
alberello
cespuglio
\ 7.
ceppala
8.
annuo
permanente
\ 9.
semplice
' 10.
doppio
\ li.
U semplice
Iì2.
U doppia
,13.
U4.
verticale a 5 rami
Verri er a 6 rami
jl5.
semplice
'l6.
doppia
II.
Piramide.
1. — Fra le forme libere, la piramide è sicuramente delle più im-
portanti, sia per la sua eleganza, sia per la produzione. A dire il vero,
dagli scrittori più antichi la piramide è stata più apprezzata che non
adesso.
Gli appunti principali che le si fanno riguardano, alcuni la difficoltà di ottenerla,
altri la produzione, altri infine l' inflennza dannosa che subisce per le intemperie.
c;he vi siano delle difficoltà per ottenere (juesta forma, non puossi negarlo, e ciò
ho potuto constatare, non soltanto nella pratica, ma anche visitando dei frutteti nei
quali in pochi casi ho trovato delle piramidi perfette. I difetti principali di forma che
ordinariamente si verificano sono due e cioè : l'asse centrale riesce troppo sviluppato in
confronto delle branche laterali o viceversa. Nel primo caso abbiamo le piramidi poco
produttive, nel secondo delle piramidi poco resistenti ai venti. Ma tutto questo dipende
dall'imperizia del potatore, il quale non sa mantenere l'eipiilibrio fra lo sviluppo delle
branche e quello del fusto. Allora avviene che la linfa, essendo attirata per maggior
parte dalle branche inferiori, arriva all'estremità molto debole e perciò le branche
della cima riescono poco o affatto produttive, f^e estremità delle branche inferiori si
allungano troppo rimanendo debole la base, con evidente pericolo di rompersi col peso
dei frutti.
Rispetto alla produzione, molti asseriscono che questa non è tanto rilevante da
compensare lo spazio di terreno occupato dalla piramide, che i frutti lontani dall' asse
- 128 -
centrale si sviluppano poco, e quelli del centro non godono tutti i benefìzi dell'aria e
della luce.
10 credo invece che, fra le forine libere, sia la migliore per quantità di produzione.
Dopo 4 anni d'impianto, dalle piramidi si comincia già avere un discreto raccolto,
che va aumentando ogni anno tanto da dover diradare molto di frequente anche le
frutta pendenti.
Più fondata invece è l'osservazione che le frutta del centro sono poco ventilate e
che dalle branche si ottengono delle frutta poco sviluppate.
Per rimediare a questo inconveniente consiglierei di allevare a piramide soltanto
le varietà estive ed autunnali e non le invernenghe.
Le intemperie che maggiormente danneggiano le nostre piante da frutto sono : la
brina, i venti e la grandine. Per la brina è sicuro che la piramide soffre più del pieno
o mezzo vento, ma da noi son ben rari i casi in cui si formino delle brine tanto forti
al tempo della fioritura del pero, da danneggiare tutta la pianta. In ogni modo non
converrà^piantare a levante le piramidi, ma invece a file da nord a sud e possibilmente
nel mezzo del frutteto, anziché nei contorni. Invece il vento e la grandine danneggiano
meno questa forma che qualsiasi altra, inquantocliè il maggior peso della pianta gra-
vita in basso e le frutta vengono riparate dai rami superiori.
La piramide oggi è preferita anche per le piantagioni industriali
fatte in grande come si fa in California, dove per ettari ed ettari di
terreno si pianta in pieno campo.
2. — Non tutte le specie fruttifere si prestano per la piramide. Le
varietà più vigorose del pero sono quelle che meglio si adattano, poi
viene il melo. Anche col ciliegio e susino e specialmente per alcune
varietà si possono avere delle buone piramidi.
3. — La piramide, come io la intendo, componesi d'un fusto alto
da m. 3 a 4, il quale, cominciando da 35 a 40 cm. dal terreno, porta
dei rami (branche) laterali, la di cui lunghezza diminuisce regolarmente
di mano in mano che si avvicinano all' estremità. Dico regolarmente,
poiché per stabilire la lunghezza delle branche bisogna tenere per
principio, che ogni branca deve avere una lunghezza eguale ad un terzo
della distanza che separa la sua base dall'estremità. Cosi ad esempio unn
piramide alta m. 3 dovrà avere le prime branche inferiori lunghe m. 1.
Nella fig. 136 riporto l'illustrazione di una piramide tipica.
Le branche non devono mai biforcare e devono portare solo dei
rami a frutto. Le biforcazioni però molte volte sono utili per rimpiaz-
zare un vacuo ; ma lasciandole, si incorre nel facile pericolo di squi-
librare la pianta e di avere dei rami troppo fitti, come si vede nella
lìg. 137.
Nei primi anni queste branche devono venir dirette in modo da
formare col piano orizzontale un angolo di 48°, che negli anni succes-
sivi poi prende una inclinazione di 45" fino a 40" per il peso delle
frutta pendenti. Colla inclinazione di 48" si ha la massima ventilazione
ed una maggior azione della luce. Questa inclinazione ha pure il
vantaggio di favorire l'allungamento delle branche e contemporanea-
mente di rinvigorirsi in modo da poter poi sostenere il peso dei frutti.
11 contrario succede quando le branche formano un angolo di 25"
o meno. Trovandosi in questo caso quasi orizzontali, acquistano poca
forza e tendono a piegarsi sempre più colla fruttificazione.
- 129 -
Come il lettore vede nella fig. 136, le branche laterali sono
disposte a serie di 4 quasi unite alla base. Ciò non si può ottenere
sempre facilmente, anzi dirò che praticamente alla prima serie si
lasciano anche 5 branche e nelle serie superiori 4, e, se non vengono
Fig. 136. — Piramide alata.
tutte unite e sovrapposte una all'altra come si vede nella fig. 137, si
procura che si alternino, in modo da ottenere un cono completo.
Nel primo terzo d'altezza è bene che le serie distino fra loro 25 cm.,
nel secondo 30 cm., nell'ultimo terzo 35 cm. e ciò perchè le branche
inferiori, essendo più lunghe, tendono sempre a piegarsi di più delle
branche superiori.
9 — Tamaro - FrutticoHiira.
- 130 -
4. — Per formare delle piramidi si scelgano dei soggetti vigorosi
di un anno (fìg. 138). Preferisco i soggetti di un anno a quelli di due,
poiché questi ultimi non hanno di solito diritta l'asta di prolungamento,
in causa del taglio a cui vengono sottoposti nel primo anno di vivaio,
oppure hanno delle biforcazioni.
Fig. 137. — Piramide comune.
L' impianto si fa in linea a 3 o 4 metri di distanza fra pianta e
pianta (ossia ad una distanza eguale all'altezza a cui si vuol far arri-
vare la piramide) ed in caso in cui si avessero a piantare lungo il ci-
glio di un appezzamento, a m. 1,50 di distanza dal viale.
Nel primo anno d'impianto si recide il soggetto a 50 cm. dal ter-
reno e sopra una gemma [h fig. 138) opposta alla parte dove il fusto
rimane incurvato per l'innesto (« fìg. 138).
131
La potatura verde comincia quando le giovani gettate hanno rag-
giunta una lunghezza di 5 cm. Se ne sceglie una per prolungamento e
la si mantiene diritta mediante un tutore. Dei getti laterali si scelgano
5 buoni germogli equidistanti uno dall'altro, sopprimendo tutti gli altri.
A questi germogli si dà una inclinazione di 48° mediante bacchette
che si incrociano sull'asse della pianta. Praticamente si suole misurare
la lunghezza del germoglio e si dà poi alla bacchetta una inclinazione
tale che la sua estremità disti dal fusto di '^j.^ di questa lunghezza.
Quando questi germogli hanno raggiunto la lunghezza di 50 cm. si
cimano di 10 cm. riducendoli a 40. Si abbia
cura di cimare soltanto le gettate forti, le de-
boli è meglio lasciarle intatte. Molte volte que-
sta cimatura bisogna rinnovarla 2 e 3 volte
lungo la stagione. Applicando questa cimatura
noi favoriamo lo sviluppo del fusto il quale,
alla fine dell' anno, deve essere la metà o due
terzi più lungo delle branche laterali e 4 o 5
volte più grosso. Sul fusto non consiglio perciò
di fare alcuna cimatura, però quando si tratta
di ristaurare un albero male equilibrato o
quando la linfa accenna ad abbandonare le
branche inferiori, la cimatura del prolunga-
mento del fusto può recare dei vantaggi.
Per spiegare i tagli che si devono applicare
negli anni successivi per formare la piramide,
tratteremo separatamente il taglio del fusto, il
taglio delle branche laterali ed il taglio dei
rami fruttiferi.
5. — Il prolungamento del fusto si po-
trebbe chiamare debole, quando la sua lun-
ghezza non oltrepassa i 25 cm. In questo caso
conviene lasciarlo intatto ed anzi lasciarvi la
gemma conica terminale, poiché questa ha
sempre un vigore superiore alle gemme sottostanti ed assicura uno
sviluppo maggiore al fusto nell'anno venturo. Se il prolungamento in-
vece ha una lunghezza superiore a 25 cm. allora bisogna tagliarlo
sopra una gemma opposta a quella sulla quale si è tagliato nell'anno
antecedente. Ed a quale altezza mi chiederà il lettore? All'altezza
a cui si vuol ottenere la prossima serie delle branche, epperciò, al
primo terzo d'altezza della piramide, a 25 cm., nel secondo terzo
a 30 cm. ed all' ultimo terzo a 35 cm. Nel caso in cui il prolun-
gamento avesse una lunghezza di oltre 80 cm. con dei rami conve-
nientemente disposti, che si alternano coi sottostanti e ad una conve-
niente distanza, si taglia il prolungamento fino a 75 cm. di altezza
poiché in tal caso si ha il vantaggio di ottenere due serie di branche
in un anno.
Fig. 138. — Primo taglio
di un pero per ottenere
una piramide.
- 132
Per stabilire la serie, una volta tagliato il prolungamento del fusto
all'altezza ora enunciata, si scelgano subito le quattro gemme meglio
situate e dalle quali si spera ottenere le prossime branche per formare
la nuova serie. Le altre gemme conviene addirittura accecarle.
Il taglio del prolungamento bisogna farlo in modo da lasciare un
mozzicone sopra l'ultima gemma, il quale serve poi per tutore del
germoglio terminale.
Fìg. 139. — Piramide di due anni
colle indicazioni del taglio.
Fig. 140. — Piramide precedente
di tre anni colle indicazioni del taglio.
6. — La lunghezza delle branche laterali 1' ho già detta parlando
sulla generalità della piramide. E cioè : ogni branca deve avere una
lunghezza eguale ad un terzo della distanza che separa la sua base dal-
r estremità.
Per conseguenza ogni anno tutte le branche laterali non si pro-
lunghino oltre un terzo della lunghezza a cui si è tagliato il pro-
lungamento del fusto. Così ad esempio se il prolungamento è stato
tagliato a 30 cm., alla branca si dovrà lasciare un prolungamento non
superiore a 10 era.
- 133 —
Fig. 141. — Piramide precedente nel sesto anno.
- 134 -
In tal modo tutte le gemme terminali di queste branche vengono a
trovarsi a medesima altezza e nel caso in cui non lo fossero, si devono
piegare con una freccia di legno.
Il taglio bisogna farlo sopra una gemma rivolta al terreno oppure,
se si tratta di drizzare una branca, si taglia sopra la gemma che guarda
la direzione voluta. Non bisogna però mai tagliare sopra una gemma
rivolta in alto. Se una branca avesse per gemma terminale un dardo,
Fig. 142. — Piramidi prima della potatura.
conviene tagliare fino alla prossima gemma a legno, collocando più
verticalmente la branca, perchè la sua gemma terminale venga a tro-
varsi al medesimo livello delle altre.
La potatura verde del ramo di prolungamento consiste nel vigilare
che il germoglio terminale cresca vigoroso e diritto. Dei germogli la-
terali, si allevano quelli che devono formare la nuova serie, cimandoli
a cni. 40 se avessero a superare questa lunghezza.
— 135 -
Si cimeranno pure i germogli di prolungamento delle branche in-
feriori. Si abbia l'avvertenza di scacchiare tutti i germogli che sorgono
verticali e si mantengano quelli laterali soltanto, svettando anche quelli
rivolti in basso. Ai germogli che si lasciano, si applica la cimatura
colle regole indicate parlando della cimatura del pero (Vedi Parte III,
capitolo XII).
Fig. 143. - Piramidi dopo la potatura.
7. — Dovrei parlare delle piramidi alate di cui una l' abbiamo
rappresentata nella fig. 136. Questa forma non ditlerisce da qiiella già
descritta che per la disposizione delle branche laterali ; esse sono di-
sposte simmetricamente le une sopra le altre, lasciando fra loro un
largo spazio libero.
Per ottenere questa forma occorre una impalcatura apposita, ma
io mi limito qui soltanto a citarla, poiché è ben raro il caso di poterla
- 136 -
ottenere con una certa perfezione, e poi questa forma serve più per
dimostrare la capacità del frutticoitore, che per l'economia della pro-
duzione.
Il taglio dei rami a frutto è semplicissimo, perchè basta applicare
sulla piramide la potatura dei rami a frutto che verrà descritta par-
lando delle singole specie. Bisogna sempre tenere in mente che le bran-
che della piramide devono portare esclusivamente dei rami a frutto.
Fig. 144. — Pirainkli potate.
Tutti quei rami legnosi o troppo vigorosi o che per la loro posizione
(verticale) potrebbero diventare tali, conviene scacchiarli o cimarli,
ecc., come abbiamo già descritto a suo tempo.
Nelle fig. 139 e 141, sono rappresentate tre piramidi di 2, 3, e 6
anni, colla indicazione dei tagli.
8. — Molto di sovente avviene di trovai^e nei giardini o frutteti
delle piramidi di brutta apparenza, perchè non sottoposte ai tagli ra-
zionali. Si trova per esempio che i prolungamenti del fusto sono stati
— 137 -
tagliati troppo lunghi e le branche laterali sono troppo piegate verso
il centro od a meglio dire troppo verticali.
Lasciate a sé stesse tali piramidi, le branche inferiori dopo aver
dato ancora per alcuni anni dei frutti, perirebbero, mentre tutta la ve-
getazione si porterebbe in alto a formare una specie di scamoglio. Si
trovano anche delle piramidi aventi le branche inferiori soverchiamente
sviluppate, ma le superiori ed il prolungamento del fusto molto esili.
Nel primo caso si veda fino a quale lunghezza le branche inferiori
sono vegete, robuste -, — si tagliano a questa lunghezza ed il fusto si
tronca all'altezza corrispondente alle branche che si lasciano e cioè,
se le branche superiori lasciate avessero una lunghezza di cm. .SO il
fusto si recide a cm. 60.
Se la piramide da ricostituire avesse invece le branche inferiori
troppo forti, allora conviene abbattere il fusto a cm. 30 sopra la serie
ben costituita ed accorciare le branche delle serie conservate.
Nelle fotografie (fig. 142-144) abbiamo delle piramidi in diversa
gradazione di età.
III.
Fuso.
1. — Dopo la piramide il fuso merita il primo posto nei frutteti.
A questa forma si presta in particolar modo, anzi quasi esclusivamente,
il pero colle sue varietà meno vigorose non adatte per piramide. Tali
varietà sarebbero principalmente la Duchessa d'Angou-
lème. Passa Crassana, Olivier des Serres, Clairgeau, Col-
mar d'Aremberg.
Nella fig. 145 abbiamo rappresentato un fuso, che
potremmo definire cosi: una piramide avente un metro
o al massimo un metro e mezzo d'altezza e le di cui
branche laterali, invece di essere lunghe un terzo dalla
distanza che separa la loro inserzione dall'estremità
sono invece d'un quinto ed anche più. Le branche della
base non devono difatti sorpassare la lunghezza di cm.
20 ai 25. in modo che all'estremità del fusto non si tro-
vino che delle lamborde o dei dardi. 11 diametro infe-
riore del fuso misurerà perciò al massimo cm. 50.
Per l'impianto si scelgano dei soggetti di un anno
d'innesto, e, come per la piramide, nel primo anno si
lasciano intatti.
Nel secondo anno d'impianto si taglia il soggetto
a cm. 50 dal punto innestato ed al disopra di un'occhio
opposto al gomito che forma l'innesto. Qualora la pianta fosse prov-
veduta di buoni getti laterali, si potrà tagliarla anche a cm. 75 d'al-
Fig. 145
- 138 -
tezza. Al disopra della gemma su cui si taglia, si lascia un mozzicone
di cm. 5, il quale serve per legare il getto destinato a prolungare l'asta.
Durante l'estate sorgeranno lungo l'asta dei germogli e, sulle gemme
che non vogliono muoversi ; per provocare lo sviluppo dei germogli,
si fa superiormente a questa una tacca ed una incisione logitudinale
al di sotto. Nella parte superiore invece i germogli saranno anche
troppo vigorosi ed allora converrà cimarli a cm. 15 od al massimo 20.
11 numero dei germogli che si devono lasciare dipende dalla loro
distanza e dalla loro posizione.
Ogni anno il prolungamento si taglierà più o meno lungo, a seconda
che la parte inferiore del fusto è più o meno guernita di rami.
Generalmente si taglia lungo, il che equivale in via normale da
cm. 30 a .35. Le branche laterali si taglieranno sempre, come per la
piramide, sopra una gemma che guarda terra e ad una lunghezza che
corrisponda al quinto del fusto lasciato.
Per ottenere il fuso, più che alla potatura secca, la quale è facile
e molto spiccia, bisogna stare attenti alla potatura verde. Questa
consisterà nello scacchiare successivamente tutti quei germogli mal
situati, di mano in mano che vanno formandosi e nel cimare le bran-
che ed i rametti laterali in modo che il diametro inferiore del fuso
non sorpassi i cm. 50 ; — tutte le branche superiori poi gradualmente
devono essere sempre più coi'te.
IV.
Forme basse.
1. — Su queste forme io devo particolarmente richiamare l'atten-
zione del lettore, poiché esse convengono tanto per la frutticoltura in
grande con indirizzo industriale, come per i frutteti.
Quando un frutticoitore degli Stati Uniti viene in Europa a vedere
gli impianti dei nostri alberi da frutto, rimane meravigliato come a
tutte le nostre piante noi lasciamo un fusto, mentre egli ritiene che
questo sia inutile, perchè esso :
a) espone maggiormente la pianta ai danni del vento e delle in-
temperie;
b) rende la potatura e la difesa delle malattie più costose;
e) rende più costosa la spesa di raccolta ;
d) ritarda la fruttificazione della pianta che rimane improduttiva
per più lungo tempo ;
e) fa maggior ombra al terreno rendendolo meno adatto a col-
ture sottostanti ;
f) obbliga a tenere le piante più distanti, con perdita di terreno
utile.
Molti ritengono che le piante in questo modo non abbiano lunga
vita e sieno di poca produzione, ma questi sono pregiudizi. Quando si
- 139 -
ha cura di seguire le norme che andrò ora esponendo. È sicuro che
una pianta bassa potrà condurre una vita normale, non per un decennio
come dicono alcuni, ma anche per venti e più anni. Quanto riguarda
alla produzione, è sicuro che una pianta a pieno vento, di dimensione
dieci volte maggiore, produrrà più frutta di una pianta bassa, ma se cal-
coliamo il danno che arreca il pieno vento colla sua ombra, lo spazio
di terreno che occupa, e la qualità superiore di frutta che si ricava
dalle piante basse è certo che per frutteti di speculazione queste devono
essere le forme preferite.
Dobbiamo convenire che se noi non abbiamo quasi mai adottate
delle forme basse è perchè la frutticoltura non ha ancora un indirizzo
industriale specializzato.
Coltiviamo qua e là delle piante da frutto, abbiamo degli interi
filari nei broli, nelle aperte campagne e di varietà ordinarie, comuni,
che fruttificano abbastanza specialmente nei primi anni ma noi vo-
gliamo però lavorare egualmente il terreno coll'aratro e non è il pro-
dotto della pianta da frutto che ci preme ma quello delle colture er-
bacee sottostanti. In queste condizioni è certo che noi non facciamo
una coltura veramente redditiva di piante da frutto.
Io credo, e questo lo vado dicendo da parecchi anni, noi dovremmo
abbandonare in moltissimi casi i pieni e mezzi venti, fare dei filari a
larghe distanze con le piante basse, per coltivare le piante erbacee. Se
infine noi vorremo dare agli impianti un indirizzo industriale, sce-
gliendo delle varietà ricercate dai mercati internazionali, noi dovremo
coltivare il massimo numero di piante colla minima spesa e questo
si raggiunge solo con le forme basse.
Anche per i frutteti casalinghi, le forme basse sono molto racco-
mandabili.
2. — Le forme che or ora andremo illustrando richiedono però:
a) buona preparazione del terreno ;
b) terreno facile a lavorarsi, possibilmente irrigatorio special-
mente nei paesi caldi, fertile, di natura siliceo-argillosa, profondo ;
e) posizioni riparate dai geli e dalle brine ;
d) varietà molto precoci da mercato, molto produttive e di vi-
gore medio ;
e) cure assidue al terreno ed alle piante.
Le specie che più si adattano sono il pero, melo, pesco, albicocco,
susino e ciliegio, tutte innestate su soggetti di vigore medio. Cosi il
melo innestato sul paradiso o dulcigno ; il pero sul cotogno (il pero e
melo soltanto per varietà molto deboli si innesta sul franco) il ciliegio
sul mahaleb, il susino sul mirabolano, il pesco sul franco da seme.
Ordinariamente si prendono delle piante innestate al piede e di
uno o due anni di innesto e che, cominciando dal basso, siano fornite
di branche laterali, perchè allora è indizio che la pianta non tende a
portarsi molto in alto colla sua vegetazione. Al momento dell'impianto
non si lascino tutte le radici, anzi si recidano le più grosse, lasciando
140
invece le più sottili e superficiali. A dimora si collocano in quadrato
o a quinconce a 4-5 metri di distanza.
Di solito nei giardini casalinghi, si suole alternare le file di piante
di pero con quelle di pomo, colla vite tenuta ad alberello o ceppala
e con cespugli di ribes od uva spina. Volendo invece fare degli im-
pianti di intere aiuole, allora si mettono a quinconce alla distanza
sopra accennata.
Le piante basse si mettono lungo i margini delle aiuole alla di-
stanza di 2-3 metri, e in tal modo servono anche ad ornare il viale.
Le forme basse si distinguono:
in quelle a vaso con branche verti-
cali, in quelle a branche oblique con
o senza fusto ed in quelle a chio-
ma piramidale od arrotondata.
3. — Forme basse a vaso con
branche verticali. Questa forma rap-
presenta un vaso cilindrico portato
da un fusto alto 30 cm. Il piccolo
vaso (fig. 146) ha m. 1.80 di circon-
ferenza ed ha quindi 6 branche ed
i vasi più grandi hanno m. 3.60 di
circonferenza con 12 branche.
Per la formazione del vaso oc-
corre tagliare il fusto nel primo
anno a 30 cm. di altezza. Dalle
gemme terminali si alleveranno tre
germogli equidistanti che si pie-
gheranno a 60°, fissandoli ad un
cerchio avente il diametro del vaso
e che si tiene sollevato dal terreno all'altezza del fusto per mezzo di 3
pichetti, piantati nel terreno.
Nella primavera del secondo anno, ogni branca viene tagliata a
circa 20 cm. di lunghezza sopra due gemme laterali, sopprimendo le
gemme rivolte in allo. Da queste gemme laterali si alleveranno altret-
tanti germogli, i quali, raggiunto che abbiano il cerchio, si legheranno
a questo e si faranno crescere poi verticalmente.
Da questo momento comincia la formazione delle branche laterali
verticali, che si taglieranno ogni anno sopra una gemma in fuori.
La lunghezza a cui possono essere tagliate varia colla loro vigoria;
può essere ad Vs a V2 od anche a 7s- Si comincia a tagliare all'altezza
conveniente la branca più debole e le altre, si devono tagliar* alla
medesima altezza di questa.
Naturalmente queste branche devono portare esclusivamente dei
rami a frutto.
Per il vaso più grande di m. 3,60 di circonferenza bisogna fare una
seconda biforcazione prima di piegare verticali le branche.
[16. Forma bassa a
a branche verticali.
- 141 -
Come si vede questo vaso è una forma semplice, adatta particolar-
mente per il melo e per frutteti casalinghi. Essa è di beli' aspetto ma
ha l'inconveniente di dare dei succhioni sempre nel centro.
4. — Forma bassa a calice ossia a cono rovesciato con o senza fusto.
Per togliere quest'ultimo difetto praticamente si fanno dei vasi con
branche oblique in numero di 6, 8, 10, 12, che crescono senza tutore.
Il processo di formazione è simile a quello precedente.
Nello stesso anno dell'impianto si taglia la pianta all'altezza alla
quale si vuole ottenere la impalcatura dei rami e cioè da 20 a 50 cm.
di altezza. Lungo l'anno si allevano dall'estremità tre germogli equi-
distanti i quali, nell'inverno prossimo, si tagliano ad ^3 e sopra due
gemme che guardano ai lati, per avere da queste due nuovi germogli.
Durante il secondo anno si alleveranno oltre i 6 germogli terminali
delle tre branche anche quelli laterali, applicando a questi ultimi la
cimatura nel caso che fossero troppo lunghi e si sopprimono quelli
che sorgono in basso o verso il centro.
Nel terzo anno i 6 germogli terminali ottenuti nell'anno precedente
si devono considerare come branche secondarie che si taglieranno ad
Vs di lunghezza e pure sopra due gemme, una che guardi a destra e
l'altra a sinistra. Ai rami secchi si applicherà la potatura secca, per
avere dei rami a frutto e questa sarà fatta con criteri diversi a seconda
della specie di pianta e di ciò si parlerà nelle coltivazioni speciali.
In tal modo alla fine del terzo anno noi avremo una pianta con
12 branche terziarie, queste si tagliano a metà del loro prolungamento
e sopra una gemma che guarda in fuori.
Negli anni successivi i prolungamenti dei rami si taglieranno a '/^
e poi a ^/j in modo che le loro estremità vengano a trovarsi ad eguale
altezza. Il taglio terminale deve essere sempre
sopra una gemma a legno e che guardi in fuori.
Si avrà cura di mantenere la forma a vaso
durante il riposo della vegetazione colla scac-
chiatura dei germogli che si trovano fuori posto,
lungo le branche che vanno verso il centro o
che si incrociano o che sono troppo vicini ; colla
cimatura di quelli che si vogliono trasformare
in rami a frutto, colla mondatura e coi tagli di
ringiovanimento che si faranno ogni singolo anno.
Queste forme basse acquistano sviluppo di- ^. ..^
... ^ . Fig. 147. — Forma bassa
verso e si lasciera un maggiore o minore nu- a calice.
mero di branche a seconda del loro vigore.
Cosi nella fig. 147 abbiamo una forma bassa a vaso che ha preso
poco sviluppo, nella fig. 148 una forma molto più sviluppata.
Se invece di partire le branche primarie dal fusto all'altezza di 30-50
cm. si prendono tre rami che sorgono vicino al colletto e si aprono
a V sottoponendoli alla medesima potatura di formazione ora descritta,
si ha la forma bassa senza fusto a calice che prendono facilmente i
susini ed i ciliegi.
- 142 —
5. — Forme basse a chioma arrotondata o piramidale. Ci sono molte
volte delle varietà che prendono naturalmente la forma piramidale od
arrotondata.
Per la prima si applicherà per la potatura di formazione di cui
abbiamo parlato nel Gap. Il pag. 128.
La forma arrotondata si dà quando più getti, senza una direzione
determinata, si sviluppano all'estremità del fusticino. Allora si lasciano
quelli che sorgono ad una certa distanza fra loro e si tagliano a 5 o
6 gemme, avendo cura che la gemma terminale guardi da quella parte
da cui si vuole avere il prolungamento. Molte volte occorre averlo a
destra, altre a sinistra, epperciò secondo il caso si taglia sopra una
gemma che guardi a destra o sinistra. Volendo invece che la branca
si prolunghi nella stessa direzione, allora si faccia il taglio sopra una
gemma, che guardi il terreno e mai sopra una gemma che guardi in
alto. Se invece si vuole che la branca si biforchi, ciò che specialmente
si verifica nei primi tre anni per fare l'ossatura della pianta, allora si
taglia sopra due gemme, una che guardi a destra e l'altra a sinistra.
Durante il primo anno si avrà cura di allevare quei getti che de-
vono servire di prolungamento alle branche e gli altri si mozzano per
trasformarli in rami fruttiferi.
Nel secondo anno la potatura secca consisterà nel tagliare le bran-
che laterali sopra la sesta o settima foglia, coi criteri che ho detto
poc'anzi, e così ogni anno si va tagliando sempre più lungo fino a che
nel sesto, la pianta sarà già formata.
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Fig. 148. — Forma bassa a vaso conico di melo fra due mezzi venti di melo.
- 143 -
Dì mano in mano che crescono le branche, si deve aver cura di
allevare anche i rami fruttiferi e ciò si ottiene colla potatura verde,
scacchiando le gettate sorte in cattiva posizione o troppo fìtte, cimando
quelle che si lasciano ed applicando in fine tutte quelle operazioni che
agevolano la produzione dei rami fruttiferi. Nella potatura secca i dardi
e le lamborde, come è noto, si lasciano intatte f i brindilli si tagliano
ad una lunghezza varia a seconda della specie di pianta e, se e' è
qualche ramo che malgrado della cimatura, non abbia prodotto dei
dardi, allora conviene reciderlo, acciocché dalla sua base si possano
ottenere delle nuove gettate. Così, in tre anni, dopo l'impianto, si può
cominciare già a godere qualche frutto.
Molte volte, con tutte le attenzioni usate nella scelta delle piante,
avviene di trovarne alcune che riescono troppo vigorose e poco frut-
tifere. In questo caso conviene fare la scalzatura e tagliare le radici
più grosse e verticali. Se anche questo mezzo non riesce, conviene fare
il trapianto.
V.
Pieno e mezzo vento.
(Formazione del fusto).
1. — Il pieno vento nel senso assoluto della parola si dovrebbe
intendere quella forma che prende una pianta lasciata a sé stessa. In
frutticoltura invece per pieno vento, si suole chiamare queir albero il
cui fusto ha un' altezza che varia da m. 1,30 a m. 2, ed il mezzo vento
da m. 0,50 a m. 1,30.
Vi sono delle piante, come il ciliegio, il mandorlo, il noce, il ca-
stagno, le quali, innestate sul franco, vengono lasciate a sé stesse e
prendono la forma del pieno vento. Per queste il frutticoitore ha da
operare qualche taglio soltanto nel caso che qualche ramo crescesse
fuori posto e togliesse l'armonia. Invece il melo, pero, innestati sul
franco, nonché il gelso e 1' olivo, hanno bisogno dì essere guidati nei
primi anni per ottenere un bel fusto diritto ed una chioma regolare e
l'altezza del fusto non deve superare m. 1,70.
Molti frutticoitori giustamente preferiscono il mezzo vento, perchè
le piante iruttifìcano prima, sono più produttive, danno meno ombra,
si potano più facilmente e si difendono con minor spesa dai parassiti.
Difatti oggigiorno, il pieno vento non potrei consigliarlo che per gli
impianti lungo le strade e viali, o per il ciliegio, mandorlo, noce e
castagno. L'altezza del fusto del mezzo vento é molto variabile. Così per
il melo, pero, susino, albicocco, gelso ed ulivo, é bene varii fra m. 1
e m. 1,30 e per il pesco non deve superare m. 0,50.
Prima di descrivere le operazioni per ottenere il pieno e mezzo
vento, occorre premettere alcune norme per ottenere il fusto.
2. — La bellezza e robustezza del fusto, come pure il giusto rap-
porto delle sue dimensioni, oltre che dal clima e terreno, dipendono
— 144 -
in gran parte dal modo speciale di vegetare e ramificarsi delle singole
varietà. Ci sono delle varietà di lento o rapido sviluppo nella prima
età, ce ne sono di quelle le quali, più che a formare un'asta lunga,
diritta e robusta, tendono a ramificarsi cominciando dal basso rima-
nendo esile l'asta di prolungamento. È sicui'o che il frutticoitore deve
prestare attenzione a tutto questo e, mentre coU'arte si può rimediare
ad alcuni inconvenienti, non consiglierei mai però per l'alto fusto, delle
piante di lento sviluppo nella prima età e che tendono a ramificarsi.
Scelta dunque la varietà con questi criteri, si abbia cura di inne-
starla sopra soggetti ben robusti e sani. Passato l'anno dell' innesto,
bisogna pensare subito alla formazione del fusto.
Se il getto del nesto è debole e se ha dei rami laterali, non conviene
lasciarlo intatto come viene usato da molti, ma invece bisogna tagliarlo
a due o tre gemme sopra l'innesto per provocare nel secondo anno un
getto vigoroso. Perchè questo non prenda una direzione sconveniente,
non conviene tagliare immediatamente sopra la gemma che si intende
lasciare per ultima, ma lasciare sopra questa un mozzicone di legno,
il quale serve a legare il getto di prolungamento, quando si trova allo
stato erbaceo. Nel venturo anno questo mozzicone si recide alla base
o si può tagliarlo in luglio, coprendo la ferita con mastice.
Ben raro è il caso di trovare dei nesti che si possano lasciare
intatti per ottenere il fusto. Almeno per un anno è quasi sempre ne-
cessario di fare il taglio sopra descritto.
Negli anni successivi si abbia cura di non tagliare mai la gemma
terminale, perchè la più vigorosa. Questa attrae la maggiore quantità
di linfa e con essa si ha il prolungamento perfetto del fusto. Nel caso
in cui per una ragione qualsiasi la gemma terminale si rompesse, allora
si tagli a due terzi di altezza e sopra una gemma opposta alla curva
che ha preso il fusto od alla direzione del nesto.
Generalmente per ottenere i fusti, si usa di accecare tutte le gemme lungo il gio-
vane fusto meno quella terminale e cosi pure si sogliono recidere tutti i getti laterali.
Con ciò si hanno dei prolungamenti lunghi ma piìi deboli il che, se può essere
vantaggioso per un vivaista speculatore, non lo è certo per un proprietario al quale
interessa di avere fusti bene equilibrati e vigorosi.
Difatti le foglie sono gli organi aerei nutritivi più importanti della pianta. Togliendo
le gemme ed i getti laterali, noi priviamo la pianta di una quantità di organi, i quali,
oltreché attrarre una maggior quantità di succhi dal terreno, fanno sì che questi, dopo
elaborati, si immagazzinano nel fusto ingrossandolo. Quindi le gemme debbonsi lasciare
intatte.
1 getti laterali, generalmente parlando, sono più corti in basso e
diventano sempre più lunghi di mano in mano che si ascende all'e-
stremità del fusto.
Quando si fa la potatura secca, di questi getti non si tagliano alla
base che quelli aventi una grossezza superiore ad una matita; i rima-
nenti si lasciano, tagliandoli da cm. 6 ad 8 di lunghezza, avendo cura
di lasciare più lunghi quelli più vicini alla radice e di tagliare grada-
tamente più corti quelli che si portano all'estremità.
- 145 -
La potatura verde di questi getti consisterà, nel mozzare tutte le
gettate verdi sopra la terza foglia, e si lasceranno soltanto i germogli
cresciuti sotto la cima.
Operando in tal modo, noi otteniamo una crescita normale e ro-
busta del fusto tale, che nella maggior parte dei casi la pianta non
abbisogna di tutore. Ci sono però delle varietà, come il pero d'Amanlis,
che dà dei getti molto vigorosi, ma ritorti. Allora conviene applicare
un tutore per guidare il getto di prolungamento.
Quando questi fusti, proporzionatamente ben robusti, hanno rag-
giunto l'altezza voluta, nella primavera si tagliano per ottenere la co-
rona del mezzo vento.
VI.
Formazione della corona del pieno e mezzo vento.
1. — La forma della fronda può essere piramidale, cupoliforme od
a vaso, ed il frutticoitore deve assecondarla. Nel dubbio sulla scelta
della forma per qualche varietà, si lasci la pianta senza potatura per
uno o due anni dopo l'impianto, per rilevare quella che essa tende a
prendere naturalmente.
Se nel mezzo si vede che un ramo tende ad elevarsi sopra gli altri,
il frutticoitore sceglierà la forma a piramide; se vede che i rami sono
presso a poco della stessa lunghezza allora si deciderà per la chioma
cupoliforme ; se invece i rami tenderanno a divaricarsi e sporgere in
fuori, allora darà la forma a vaso.
Quando si potesse scegliere la forma quella a vaso è la preferibile
nella generalità dei casi. Difatti colla chioma a vaso è più facile di man-
tenere l'equilibrio fra i rami ; questi poi sono meglio aereati, perciò si
mantengono più sani, più robusti, danno frutta in maggior copia e di
qualità migliore; infine richiedono minor arte nella potatura di forma-
zione e di mantenimento della pianta.
Molti frutticoitori trovano dei difetti nella forma a vaso inquantochè
dà relativamente meno frutta ; i rami sono più danneggiati dal vento e
dalla neve; si lacerano più facilmente se carichi di frutta. Con tutto
questo, molte varietà di meli e, più ancora i gelsi, i peschi, albicocchi
e susini conviene allevarli a vaso.
Vediamo ora come si ottiene la corona a vaso.
2, — Ottenuto il fusto e tagliato all' altezza da m. 1 ad 1,20, come
abbiamo già detto, si svilupperanno lungo l'anno dei getti dalle gemme
all' estremità. Dì questi si abbia cura di allevarne tre, schiacciando
tutti gli altri, scegliendo quelli disposti più uniformemente intorno al
fusto e situati ad eguale altezza, come si vede nella fìg. 149, e che ten-
dono ad allontanarsi dalla direzione verticale del fusto. Non avendo
dei getti che corrispondano a questa ultima condizione, allora si pre-
io — T\>URO - Frutticoltura.
— 146 —
para un cercine di salice e si legano sulla sua circonferenza. Durante
il primo anno non occorre fare alcun'altra operazione.
Nella primavera del secondo anno, all'epoca della potatura secca,
ai tre giovani rami o branche primarie si tagliano a metà o ad un
terzo (a fig. 149) a seconda se i germogli sono più o meno robusti,
avendo l'attenzione che le due ultime gemme non guardino né in den-
tro, né in fuori, bensì siano divergenti ai lati.
E qui dobbiamo fermarci per fare un' altra osservazione che deve
valere anche pel taglio degli anni venturi.
Nella scelta dei tre germogli che ci hanno dato le tre prime bran-
che abbiamo procurato di preferire quelle che stanno più appresso fra
loro. Ciò non toglie però che ci saranno alcuni centimetri di distanza
Fig. 149. — Chioma a vaso
nel primo anno di formazione.
Fig. 1,50. — Lalprecedente
nel terzo anno di formazione.
fra una base e l' altra delle branche e quindi, se tagliamo tutte le
branche a metà, l'estremità della branca superiore sarà più alta della
immediatamente sottostante e questa più dell' inferiore. Con questo
criterio, noi porteremo uno squilibrio, poiché è sicuro che la branca
superiore si svilupperà molto di più delle inferiori. Per questo, nel
taglio si deve procedere dal basso in alto, e cioè tagliare a giusta
lunghezza la branca inferiore, o la più debole, quella di mezzo all'al-
tezza della seconda e cosi la branca superiore, in modo che le estre-
mità delle tre branche vengano a trovarsi ad eguale altezza.
Durante il secondo anno, deve essere cura del frutticoitore di alle-
vare i due germogli che sorgeranno dalle due gemme terminali delle
tre branche lasciate, in modo che prendano una direzione divergente
e si allontanino dal centro della pianta. Anche qui occorre molte volte
far uso di un cercine, come abbiamo osservato nel primo anno, per
costringere i getti a prendere una giusta direzione.
— 147 -
Dalle gemme sottostanti delle branche, come è naturale, si svilup-
peranno dei germogli. Quelli verticali o che tendono a portarsi contro
il centro conviene scacchiarli di mano in mano che si formano; se
ci sono invece dei germogli che guardano in basso od ai lati, allora si
può anche lasciarli, avendo cura però di cimarli sopra la quinta foglia.
Cosi si rinvigorisce la branca e negli anni venturi, se intralciano, si
possono togliere addirittura, oppure si lasciano per ottenere i primi
frutti.
Nella primavera del terzo anno il nostro mezzo vento avrà la forma
della fig. 150, e cioè avremo G branche secondarie.
Fig. 151. — Chioma a vaso di quattro anui
A queste branche si applica nuovamente il taglio a metà o ad un
terzo, come nell' anno precedente, sopra due gemme divergenti ai lati
e trovantisi ad eguale altezza.
Durante il terzo anno si cureranno i 12 getti terminali che sorgono
dalle branche secondarie, e lungo le branche si scacchieranno o si
cimeranno i germogli come abbiamo detto.
Nella primavera del quarto anno la pianta si presenterà come si
vede nella fig. 151 con 12 branche. Giunti a questo punto questi rami
si tagliano più lunghi, a due terzi, e sopra una gemma che guardi in
fuori, non avendo più bisogno di allargare la fronda.
Questo periodo di formazione della impalcatura può durare tre
anni, ma qualche volta dura di più e specialmente per le piante vigo-
rose, le quali esigono talvolta 12 e anche 24 branche. Come è evidente,
ciò può dipendere dalle condizioni in cui si trova la pianta, e dal vigore
della varietà che si coltiva.
— 148 —
Spesso si deve, nei primi anni, cimare lungo il corso della vege-
tazione, le branche che minacciano sorpassare le altre in forza; allora
naturalmente la cimatura devesi fare all'altezza a cui arriva il prolun-
gamento delle branche più deboli.
Formata la impalcatura della fronda, negli anni successivi si lasciano
le piante a sé stesse, procurando soltanto che tutti i rami si manten-
gano in equilibrio.
Fig. 152. — Gelso a pieno vento
colla indicazione del taglio
nel primo anno di formazione.
Fig. 154. — Gelso a pieno vento
colla indicazione del taglio
nel secondo anno di formazione.
Fig. 1.53. — Proiezione orizzontale
del gelso precedente.
Fig. 1.55. — Proiezione orizzontale
del gelso precedente.
Nella fig. 152 si vede un gelso coi segni del primo anno di potatura
e nella fig. 153 la proiezione orizzontale dei rami dopo tagliati.
Nella fig. 154 abbiamo lo stesso gelso nel secondo anno di potatura
e nella flg. 155 la rispettiva proiezione orizzontale dopo potato.
Nella figura 156 abbiamo il medesimo gelso nel terzo anno con
12 branche e nella fig. 157 la rispettiva proiezione orizzontale.
Nella fig. 158 abbiamo un gelso a mezzo vento già formato.
— 149 —
3. — Veniamo ora alla formazione del mezzo fusto a chioma pi-
ramidale.
Dopo aver parlato abbastanza diffusamente della forma a piramide,
avrei assai poco da aggiungere, poiché quello che sarà capace di alle-
vare una piramide le cui branche laterali si dipartono dal fusto, all'al-
tezza di cm. 50 dal terreno, potrà ancor meglio allevare la corona
piramidale del mezzo e pieno vento, per le quali forme si comincierà
operare a oltre m. 1 d'altezza, all'estremità del fusto.
Fig. 157. — Proiezione orizzontale
del gelso precedente.
Fig. 156. — Gelso precedente nel terzo anno.
Fig. 158. — Gelso a mezzo vento.
Dirò soltanto che dalla corona piramidale del mezzo e pieno vento
non si esige quella regolarità nelle branche, che si vuole colla pira-
mide già descritta.
Ottenuto il fusto all' altezza voluta, invece di allevare tre rami»
come abbiamo visto per ottenere la forma a vaso, se ne allevano di
più come si vede nella fig. 159. In questo caso il primo taglio consiste
nel tagliare l'asta di prolungamento a due terzi della sua lunghezza-
Dei rami laterali se ne scelgono 4, al massimo 5, i meglio disposti
intorno al fusto, e si tagliano a metà, in modo che dopo potati, abbiano
150
una lunghezza decrescente, così che la chioma acquista la forma pira-
midale. Si abbia cura di tagliare il prolungamento dell'asta su una
gemma opposta a quella sopra la quale è stato tagliato il fusto al mo-
mento dell'impianto ed i rami laterali si taglino sopra una gemma che
guardi in basso. Quei rami laterali con
una direzione troppo verticale si incli-
nano artificialmente a 45 gradi, frap-
ponendo una assicella assicurata al-
l'asse della piramide. Cosi noi abbiamo
la prima impalcatura della piramide.
'"I § Nell'anno successivo (fig. 160), dalla
gemma dell'estremità dell'asta si avrà
Fig. 159. — Chioma piramidale
di un pero a pieno vento nel
primo anno di potatura.
Fig. 1()0. — Pianta precedente
nel terzo anno di potatura.
Fig. 161.
Pianta precedente nel quarto anno
potatura.
un vigoroso ramo, che si taglierà ancora a due terzi. Sotto si saranno
sviluppati dei nuovi rami dalle altre gemme. Questi si tagliano a metà
lunghezza, come si fece l'anno precedente per la prima impalcatura
avendo cura di preferirne tre o quattro soltanto, alternati con quelli
- 151 -
inferiori. I rami inferiori della prima impalcatura si saranno allungati
ed il loro prolungamento si taglia a metà.
Passato il secondo anno non occorre alzare oltre la pianta. L'asta
di prolungamento si comincia a tagliare un poco più corta, mentre i
rami laterali si vanno tagliando sempre più lunghi fino a lasciarli
intatti. A seconda della pianta, questa operazione si fa oltre che nel
terzo, nel quarto e qualche volta nel quinto anno dopo l'impianto.
Nella fig. 161 abbiamo rappresentata una chioma piramidale colla
indicazione dei tagli nel quarto anno.
4. — La corona cupoliforme o sierica differisce dalla precedente
per avere tutti i rami pressoché di eguale lunghezza. Per ottenere
questa forma, basta sopprimere l' asta verticale e curare invece che
tutti i rami abbiano una inclinazione, in modo da permettere una ae-
reazione. Per ottenere una chioma cupoliforme, i rami verticali si ta-
gliano a metà, gli obliqui a due terzi e gli orizzontali si lasciano
intatti. Questa forma è molto produttiva e viene preferita da molti alla
forma a vaso.
VII.
Alberello, Cespuglio, Ceppaja.
1. Alberello. — A questa categoria appartengono gli alberelli che
si ottengono col ribes (fig. 162) e colla vite.
Per il ribes se ne parlerà nella
parte speciale. La vite, in frutticoltura
dobbiamo considerarla come produt-
trice esclusivamente di uve da tavola
Fig. 162. — Alberello di ribes.
Fig. 163. — Cespuglio di uva spina.
e la forma ad alberello per questo scopo non è la più conveniente,
mentre è vantaggiosissima per le uve da vino.
- 152 -
2. Cespuglio. — Il lampone, il ribes (fig. 163) ed il rovo hanno i
rami che si rinnovano ogni secondo anno dalla radice e perciò il loro
allevamento si deve fare a cespuglio, ed anche di questo si parlerà
nelle coltivazioni speciali.
3. Ceppaja. — Il nocciolo ed il fico si possono allevare a questa
forma tenendo i rami bassi, i quali si rinnovano dal ceppo dopo una
serie di anni.
Vili.
Cordoni.
1. — Per cordoni s' intendono quelle forme di piante, che consi-
stono del solo fusto rivestito esclusivamente di rami a frutto. I cordoni
si dicono orizzontali, obliqui, verticali od a serpentone, a seconda della
direzione che viene data al fusto. Il cordone è quindi la forma più
elementare, è l'albero ridotto ai suoi minimi termini.
La forma a cordone è molto conveniente, perchè facile ad ottenersi
ed in breve tempo, perchè fruttifica immediatamente e dà frutti sapo-
ritissimi e di molto volume. II raccolto è abbondante, sicuro, e per il
poco spazio che il cordone occupa, eleva la rendita del terreno occu-
pato ad un limite, che non può essere raggiunto da alcuna altra forma.
Non tutte le specie fruttifere e non tutte le varietà possono però
elevarsi a cordone. Così ad esempio, a cordone orizzontale conviene
soltanto allevare il pomo, alcune varietà di pero, ed a cordone verti-
cale, il pero, la vite; a cordone obliquo il pero; a spira il pero. Si
possono allevare a cordone anche altre specie fruttifere, come il cilie-
gio, il nespolo, ecc.; ma sono troppe le cure e l'arte che richiedono,
per poterle consigliare in generale. Bisogna aver cura di allevare a cor-
done delle varietà di poco vigore, di brevi cacciate e di raeritalli corti.
2. Cordone orizzontale. — Il cordone orizzontale è la forma più
elegante dei cordoni e la più produttiva, alla quale si presta in modo
singolare il melo. Serve a contornare le aiuole formando una specie di
siepe che impedisce l'accesso all' interno, e ad utilizzare le strisele di
terra, che per nessuna altra forma potrebbero servire.
Per condurre i meli o peri a cordone orizzontale, si piantano i
soggetti a file ben diritte e ad una distanza varia a seconda della qua-
lità del terreno e del vigore della varietà. Per il melo innestato sul
paradiso conviene la distanza da m. 1,50 a 2, e se innestato sul dolcigno
da m. 2 a 2,50. Per il pero innestato sul cotogno m. 2, e se innestato
sul biancospino m. 1,50.
Il cordone orizzontale può essere allevato in due maniere, e cioè
avente un solo braccio orizzontale o due opposti uno all'altro. Il primo
si chiama cordone orizzontale semplice od unilaterale (fig. 164); il
secondo è bilaterale, chiamato anche cordone doppio (fig. 165).
- 153 -
Per ottenere un cordone orizzontale semplice, si comincia col ten-
dere un filo di ferro, all'altezza di 40 cm. dal terreno e lungo la linea
dove si vogliono i cordoni. Lungo questo filo si piantano i soggetti alla
dovuta distanza.
Nel secondo anno, al piede di ciascuna pianta, si infigge nel terreno
un paletto, che arrivi all' altezza del filo di ferro, anzi lo si lega a
quest'ultimo, perchè in tal modo reciprocamente si sostengono. Quindi
si lega la pianta al paletto con due legature; una poco sopra al colletto
ed una a cm. 20 dal terreno e poi si piega orizzontalmente la pianta,
dolcemente, al fine di non romperla da nord a sud, oppure da ovest
ad est. Piegata la pianta, bisogna legarla al filo; allora si fa una lega-
tura più vicino al paletto ed una seconda a metà ~ lunghezza della
branca, e la estremità si lascia libera. Le legature non devono essere
tanto tese, altrimenti si incorre nel pericolo di avere delle strozzature.
Adattata la pianta nel modo descritto, si applica il taglio, il quale
consiste nel recidere tutti i rami e le gemme che si possono trovare
lungo il fusto verticale e sull' incurvatura , poiché lasciandole non
Fig. 164. Fig. 165.
Cordone orizzontale semplice. Cordone orizzontale doppio.
farebbero che assorbire della linfa a detrimento della branca orizzon-
tale. Lungo questa si tagliano i rami laterali, a due gemme dalla loro
base; i rami verticali e tutti quelli contro terra si tagliano del tutto e
l'estremità della branca si accorcia di un terzo della lunghezza totale,
sopra una gemma che guardi il terreno.
Durante l'estate si devono sopprimere tutti i getti che nascono
verticali lungo la branca, ed a tutti i getti laterali si applicherà la
cimatura e le altre operazioni di potatura verde, descritte a suo luogo.
Il getto di prolungamento lo si lascia completamente libero od al più,
se viene a raggiungere una lunghezza superiore a cm. 40, lo si lega al
filo di ferro, lasciando però sempre libera l'estremità.
Negli anni venturi, la potatura secca dei rami laterali alla branca
si fa nel seguente modo.
Se inavvertitamente sono rimasti, dopo la potatura verde, dei rami
verticali, questi si devono risolutamente sopprimere alla base. Per gli
altri rami bisogna comportarsi a seconda dei casi.
Può darsi ad esempio, che un ramo laterale, per la troppa vi-
goria e nonostante delle ripetute cimature, torsioni, ecc., non porti alcun
dardo, ma invece abbia esclusivamente delle gemme a legno. In questo
caso conviene reciderlo alla base un mezzo centimetro sopra la sua
inserzione, allo scopo di indebolire la pianta e di far sviluppare dei
- 154 -
getti dalle gemme latenti, che si trovano sempre alla base di ogni ramo.
Naturalmente nella primavera avi'emo l'emissione di più getti, quante
sono cioè le gemme. Dipenderà dal potatore di scegliere fra questi il
meglio situato e che più gli conviene : gli altri dovrà scacchiarli.
Talvolta lateralmente vi è un dardo ad oltre cm. 10 di distanza
dalla branca. Questa distanza è troppo grande, poiché se si considera
che questo dardo, dopo aver portato frutto si trasforma in una borsa,
la quale borsa alla sua volta può emettere un brindillo, lungo il quale
poi devono venire i frutti avvenire, si comprenderà di leggeri che
la vegetazione viene a portarsi troppo distante dalla branca madre,
incoiTendo perciò nel pericolo di avere poca solidità ed anche una
deformazione. Tenga bene a mente il lettore che il cordone in vege-
tazione devesi presentare come il ramo di una ghirlanda, avente una
larghezza non superiore a cm. 30. Nel caso or ora descritto consiglierei
quindi di recidere anche questo ramo alla base, appena raccolto il
frutto.
Un terzo caso può essere il seguente e cioè che un ramo porti due
o tre dardi entro i cm. 10 di distanza dalla branca. Dato che basti un
solo dardo per ogni ramo laterale per caricare la pianta di frutta, molti
potrebbero ritenere che si debba tagliare il ramo immediatamente sopra
il primo dardo. Ma invece si deve tagliare sopra la gemma immediata-
mente superiore.
Tagliando sopra il primo dardo, tutta quella linfa destinata alla
parte superiore del ramo si concentra su questo, e invece di formare
dei fiori, dà un getto; in una parola avviene una specie di colatura o
trasformazione del dardo fruttifero in infruttifero. Lasciando invece
anche la gemma superiore, allora la linfa viene ad avere maggior sfogo,
viene meglio elaborata, il dardo inferiore porterà i suoi fiori e la
gemma superiore servirà a dar frutti negli anni venturi. Potrebbe darsi
però che sopra al primo dardo se ne trovi un secondo e che tutti e
due i dardi venissero a portar fiori e frutti. Allora conviene togliere
delicatamente i fiori dal dardo più lontano, per lasciar fruttificare
soltanto quelli più vicini alla branca. Di questo si è trattato più ditfu-
samente nella Parte III, cap. VII e seguenti.
Invece di portare dei dardi, un ramo laterale potrebbe portare dei
brindilli. Allora di questi si lascia quello più vicino alla branca, ta-
gliandolo a cm. 10 di lunghezza.
Se infine un ramo laterale non ha che delle gemme a legno, allora
lo si taglia a due gemme, come ho consigliato nel primo anno di
piegatura.
Il taglio secco del ramo di prolungamento del cordone, consiste
neir amputarlo fra il forte ed il debole e sempre con una gemma
rivolta in basso, contro il terreno.
Quando l'estremità di un cordone raggiunge il cordone vicino si
abbia cura di l'innovare ogni anno 1' estremità, con un ramo novello,
perchè attiri la linfa, A questo scopo conviene tener innalzata l'estre-
— 155 -
mità mediante un paletto infìsso obliquamente. L'uso d' innestare per
approssimazione l' estremità del cordone orizzontale colla pianta vi-
cina, quando questa viene raggiunta, non lo trovai conveniente.
Molte volte avviene che lo spazio lasciato a ciascuna pianta non è
proporzionato al suo vigore. Nel caso in cui la vegetazione ecceda, si
tende un altro filo di ferro parallelo sopra al primo e distante cm. 40,
e ciò allo scopo di allevare una seconda branca. Questo però si deve
fare quando solo la prima branca ha raggiunto il cordone vicino.
Allora all'incurvatura si alleva un ramo, che nel primo anno si man-
tiene verticale e nel secondo lo si piega lungo il secondo filo, appli-
cando le stesse operazioni prima descritte.
3. — Per formare il cordone bilaterale o doppio, è meglio tendere
il filo di ferro prima dell'impianto, perchè allora si collocano i soggetti
in modo da ottenere una branca per lato, lungo la linea del cordone.
Trattandosi di soggetti di un anno, si tagliano nello stesso anno
dell'impianto e precisamente sopra due gemme opposte e situate alcuni
centimetri più sotto del filo di ferro. I due germogli che escono si
lasceranno crescere liberi verticalmente e nell'anno successivo, si pie-
gano uno da una parte e l'altro dall'altra, tagliandoli ad eguale lun-
ghezza. Poi si avrà sempre cura che tutte e due le diramazioni crescano
di conserva, mantenendole eguali di lunghezza. Per il resto, l'alleva-
mento del cordone bilaterale non differisce punto da quello del cordone
orizzontale, ma non è conveniente per la difficoltà di mantenere in
equilibrio le due branche.
4. Cordone obliquo. — Per questa forma si adatta meglio il pero
che il pomo (vedi fig. 166).
Coi cordoni obliqui si ha il vantaggio di coprire i muri in breve
tempo, senza menomare la vigoria delle piante.
Occorre impiegare però una sola varietà, perchè le piante possano
svilupparsi di conserva.
Prima dell'impianto, si tendono lungo il muro tre fili di ferro;
uno a cm. 30 di distanza del terreno, il secondo a metà altezza del
muro ed il terzo a cm. 20 sotto al culmine del muro. A questi fili si
legano subito delle assicelle di legno, a mezzo di filo di ferro cotto,
inclinandole a 50 gradi, ed alla distanza di cm. 40 una dall'altra.
Indi, si procede all'impianto, impiegando delle piante di un anno
di innesto che si collocano a cm. 40-50 di distanza e inclinandole subito
a 50 gradi, legandole alle assicelle. Fatto l'impianto, si tagliano tutti i
soggetti a due terzi di lunghezza e sopra una gemma che guarda
innanzi o al di sotto, mai al di sopra. Durante la state si favorisce il
meglio possibile lo sviluppo del germoglio terminale, ed ai germogli
lungo il fusto, si applicano tutte quelle operazioni descritte nella po-
tatura verde e che tendono a trasformarli in rami a frutto.
Il taglio del secondo anno ai rami laterali sarà identico a quello
pel cordone orizzontale; cosi pure il ramo di jjrohnigamento lo si
taglierà fra il forte ed il debole e sempre sopra una gemma che guarda
— 156 —
in avanti. Per regolarità, si procura di tagliare possibilmente tutti i
cordoni di una fila a medesima altezza. Se il ramo di prolungamento
non fosse ben sviluppato, allora conviene tagliare sul legno di due
anni, per ottenere un ramo terminale più vigoroso.
Nel terzo anno il cordone ha di solito raggiunto due terzi della
sua lunghezza totale. Ai rami laterali e di prolungamento si applicano
le medesime operazioni degli anni precedenti.
Quando il cordone è arrivato all'altezza del mui'o, conviene tagliare
ogni anno il fusto cm. 40 al disotto dell'estremità per lasciar sviluppare
un getto vigoroso di prolungamento, che forzi la linfa a circolare ab-
bondantemente lungo il fusto. Le due estremità del muro si rivesti-
ranno con due palmette semplici, una avente i lati laterali a destra e
l'altra con una biforcazione sull'ultima pianta.
Come si vede, il cordone obliquo ha il vantaggio di dare un mag-
gior sviluppo alla pianta, però abbisogna sempre di sostegno. Così è,
che questi cordoni si fanno o contro un muro o contro una intelaiatura
alta m. 2,50.
Fig. 166. — Cordoni obliqui.
Fig. 167. — Cordoni orizzontali.
In cinque anni tutto il muro può essere coperto e nel quarto
anno si possono raccogliere le frutta.
5. Cordone verticale. — Quando si ha un muro superiore a m. 2,50
d'altezza, conviene il cordone verticale (vedi fig. 167).
L' impianto si fa come pel cordone obliquo, con questa sola diffe-
renza, che il fusto si mantiene diritto e le piante si mettono alla di-
stanza di cm. 40 una dall'altra. L'allungamento della branca, e la po-
tatura annuale sono le stesse del cordone obliquo, cosi pure si farà
costruire egualmente la intelaiatura, solo, come è naturale, si dovranno
tenere gli assicelli verticali e distanti fra loro centimetri 30.
6. Cordone a zig-zag od a serpentone. — Per ovvtinzione di frutticoltura estensiva ed intensiva.
Se noi però poniamo mente alle diverse forme che si possono
dare alle piante, se consideriamo i diversi prodotti per quantità e
qualità che (|ueste forme possono dare, se prendiamo in considera-
zione il vario numero di piante che si possono far stare sopra una
superfìcie di terreno, applicando una forma piuttosto che un'altra,
infine la diversità di spese d'impianto, di mantenimento, di capacità
nel personale, parmi abbastanza dimostrata la necessità di distinguere
una coltura estensiva da una coltura intensiva delle piante da frutto,
distinzione importante non soltanto dal lato agronomico in genere, ma
anche, come vedremo, per le nostre condizioni speciali in Italia.
Nella frutticoltura estensiva, comprenderemo tutti quei sistemi di
coltivazione delle piante da frutto che danno un prodotto mediocre e
non sempre sicuro sopra una superficie relativamente estesa, ma che
richiedono relativamente poca spesa di impianto, di mantenimento e
di intelligenza del coltivatore.
Ascriveremo invece alla frutticoltura intensiva quei sistemi di col-
tivazione per cui, coir impiego di un rilevante capitale, lavoro ed in-
telligenza, si ricava costantemente, da una superficie relativamente
limitata di terreno, un prodotto abbondante e della migliore qualità.
Alla frutticoltura estensiva perciò appartengono :
1." La coltivazione campestre.
2.0 La coltivazione lungo le strade o viali.
3.» // brolo.
— 166 -
Alla frutticoltura intensiva :
1.° // frutteto casalingo.
2." Il frutteto di speculazione.
3." / frutteti misti.
Per la frutticoltura estensiva occorre una situazione ventilata, ma
non troppo esposta ai venti, e un terreno profondo, non umido e di
mediocre fertilità, mai esposto a nord. La forma più consigliabile è il
pieno vento, raramente il mezzo vento. Le piante devono essere delle
più fertili, bene sviluppate, sane, vigorose sino dalla prima età, resi-
stenti alle intemperie e malattie. Devono dare frutta non tanto volumi-
nose, con buccia resistente, atte a potersi conservare per lungo tempo
di varietà ricercate dalla maggioranza della popolazione.
Nella frutticoltura intensiva si dà alle piante tutte le forme, meno
il pieno vento ; il terreno deve essere fertile e ben preparato e in esso
si coltivano esclusivamente delle piante da frutto, mentre ciò non
succede nel brolo o nella coltivazione campestre. Si devono coltivare
tutte le possibili specie e varietà di frutta, ma specialmente le più deli-
cate, le più voluminose, quelle insomma che sono richieste dalle fami-
glie signorili. Si preferiscono le varietà più precoci o della più tarda
maturazione, perchè appunto più ricercate e meglio pagate. Più che
alla longevità della pianta si bada alla sua fertilità, perchè poco
importa se dopo dieci anni bisogna sacrificarla se ha già dato frutti
quanti un'altra in vent'anni.
II.
Frutticoltura campestre.
1. — La maggior quantità di frutta che troviamo sui nostri mercati
e che viene esportata anche all'estero, proviene dai campi e quindi
sarebbe un grave errore il trascurare questa frutticoltura per prediligere
esclusivamente quella specializzata nei frutteti, colle piante tenute a
forme speciali, costose, che richiedono molta capacità.
Io sono convinto che incoraggiando la frutticoltura campestre, noi
promuoveremo uno dei migliori cespiti di produzione del nostro suolo.
E che questo sistema di coltivazione possa avere un avvenire lo dimo-
strano molti paesi esteri, come alcuni Cantoni della Svizzera, il Tirolo,
la Stiria, il Wùrtemberg, l' Inghilterra, la cui straordinaria quantità di
frutta, per nove decimi è prodotta nei campi. Gli Stati Uniti d'America
ci danno un esempio splendido di frutticoltura campestre. Essi non
trascurarono nessun mezzo per favorire il suo sviluppo. Diffusione stra-
ordinaria di pubblicazioni popolari, istituzione di grandi vivai, di sta-
zioni sperimentali, di cattedre di arboricoltura ed infine sono riusciti
a creare nel Ministero d'Agricoltura una Divisione speciale per la frut-
ticoltura. Mercè questi sforzi la produzione frutticola è aumentata
— 167 —
tanto, che se ne esporta una quantità considerevole e la una seria
concorrenza alla produzione europea.
La frutticoltura campestre ben sviluppata darà dunque un grande
impulso alla produzione di frutta in Italia.
Per ottenere questo intento, bisogna allevare le piante da frutto
nei campi, a filari regolari od in appezzamenti l'iservati, come siamo
abituati pei gelsi, olivi ed agrumi. F"ino ad ora, generalmente teniamo
sparso qua e là per le campagne un pero, là un melo, un ciliegio e
così via; ma tutte queste piante vengono abbandonate a loro stesse con
poco profitto del proprietario e molto danno alle coltivazioni sottostanti.
Ma se invece fra un campo e l'altro, ed in una località adatta, il pro-
prietario pianta in uno o più filari le piante da frutto, oppure se utilizza
i lati di qualche sua strada, il terreno coperto dall'ombra di queste
piante sarà naturalmente minore. Se anche per un tratto attorno alla
pianta non converrà coltivare, il proprietario potrà applicare con minor
spesa tutte le cure necessarie, potrà agevolmente vigilare le sue frutta,
ed infine avrà raccolto più sicuro, abbondante e migliore di qualità.
Per raggiungere il miglior risultato occorre però limitarsi alla col-
tivazione di poche specie e varietà, e riguardo al sistema di allevamento,
tenersi a quelle forme che richiedono minor lavoro e capacità di po-
tatura, perchè non si può pretendere che ogni agricoltore sia anche
frutticoitore (vedi a proposilo quanto è detto parlando delle forme
basse pag. 138).
La scelta delle specie di frutta da coltivarsi nei campi non riesce
difficile, poiché ogni provincia e comune può indicarci per i diversi
terreni, le specie che meglio allignano. Scostarsi da queste per intro-
durne di nuove è sempre pericoloso se al più non si hanno delle prove
incontestabili fatte da altri. Dico espressamente fatte da altri, poiché
l'agricoltore non deve esperimentare ma volendo dare un indirizzo
industriale alla coltivazione campestre egli deve piantare delle specie
e varietà di sicura riuscita, sia rispetto alle condizioni naturali di ter-
reno e clima, sia rispetto alla ricerca delle frutta sul mercato.
Per la stessa ragione deve essere limitato anche il numero delle
specie, e cioè mai più di due in una medesima condizione di terreno.
2. — Le specie che si prestano per la coltivazione campestre sono
il melo, il pero, il pesco, l'albicocco, il mandorlo, il ciliegio, il cotogno,
il susino, il castagno, il noce ed il nespolo.
Le varietà oggigiorno più raccomandabili sono indicate nella parte
speciale di questo libro in cui si tratta della coltivazione delle singole
specie.
3. — Ed ora veniamo all'applicazione di questo sistema di coltivare
le piante da frutto nei campi.
Un agricoltore può avere la sua campagna coltivata:
a) in rotazione con frumento, mais, prato ecc. ;
b) a prato stabile (fìg. 180);
e) a pascolo ;
d) a vigneto.
— 168 -
In tutti e tre i primi casi conviene fare l'impianto a filari orientati
da sud a nord, distanti uno dall'altro almeno da m. 25 a 30. A questa
distanza, il danno che i filari arrecano alle coltivazioni sottostanti è
appena sensibile.
Per l'impianto non occorre uno scasso reale, basta fare delle
fosse quando trattasi di piantare sulla fila alla disianza di m. 5 a 7, e
delle buche quando la distanza è maggiore. Negli anni successivi si
deve avere cura che il terreno sia lavorato almeno per un metro in-
torno al fusto e sia sempre tenuto soffice e senza alcuna coltivazione.
Se il terreno è irrigatorio, gli alberi da frutto soffrono maggior-
mente, ed allora le distanze da pianta a pianta si possono diminuire 5
Fig.
— Prato arborato con piante da frutto.
bisogna impiantare l'albero alquanto sollevato dal terreno, formando
attorno a questo un cumulo di terra.
Trattandosi di un terreno a vigneto, sia questo misto o specializ-
zato, non conviene piantare degli alberi da frutto Tramezzo alle viti.
La vite è una pianta che esige molto calore e luce e quindi tutte quelle
coltivazioni che la privano dell'uno o dell'altra, non vanno che a de-
trimento della produzione dell'uva. Sui margini però degli appezzamenti
e specialmente sul lato nord, si possono coltivare quelle piante da
frutto che non prendono grande sviluppo, quali sono il pesco, l'albi-
cocco, il nespolo, e il cotogno.
Infine bisogna tenere conto di quei vigneti, che in conseguenza
della loro non felice posizione, d'un succedersi d'annate sfavorevoli
per il clima, per il moltiplicarsi di parassiti, danno meschinissimi
prodotti, poco rimunerativi. A questa categoria si possono inscri-
vere tutti quei vigneti che si trovano tuttora in cattivo stato, nelle
— 169 —
pianure e vallate dell' Italia settentrionale, nelle insenature dei monti,
o quelli intaccati o distrutti dalla fillossera. In questi terreni, le sole
piante da frutto potranno dare dei raccolti da potersi mettere in con-
fronto. Anzi in generalità sono eminentemente adatti per le piante da
frutto ; i peschi, gli albicocchi, specialmente le varietà precoci ed in-
vernenghe di meli e peri, danno dei prodotti abbondanti.
La trasformazione da vigneto a frutteto può farsi gradatamente
e di questo se ne parlerà nella Parte Sesta, Gap. XXIII.
4. — Le distanze a cui si devono fare gli impianti, variano fra
specie e specie e varietà e varietà. Certo si è che la disposizione delle
piante deve essere regolare e cioè per ogni specie, per ogni varietà e
per ogni forma di pianta, conviene formare tanti filari da nord a sud.
Non v'è di peggio che intercalare sulla medesima fila delle piante di
diversa altezza.
Quanto più un terreno è fertile, ben lavorato, profondo, tanto mag-
giore deve essere la distanza di esse. Nella coltivazione campestre, le
distanze più convenienti per il pieno vento sono quelle indicate nella
Parte Sesta, Gap. XIII.
III.
Coltivazione lungo le strade o viali.
1. — La coltivazione è da noi assai poco in uso. In Svizzera, in
(ìermania ed in alcuni paesi dell'Austria vengono fatti degli estesi
impianti di pomi e peri per fabbricare poi colle frutta il sidro. Le
strade, i passeggi di quasi tutti i paesi di campagna sono fiancheggiati
da alberi da frutta, piuttosto che da piante ornamentali, con evidente
vantaggio del bene pubblico, poiché i Gomuni affidano in affitto a dei
singoli coltivatori, la manutenzione ed il raccolto di queste piante.
I lati delle strade pubbliche e dei larghi viali nelle campagne of-
frono un terreno eccellente per la coltivazione delle piante da fruito.
Quivi le acque piovane raccolgono tutte le immondizie delle strade,
non che la polvere stessa che è pure un discreto concime, e questo
miglioramento continuato è tanto maggiore quanto più vecchie sono
le strade.
Se invece ai lati delle strade si trovano dei fossi profondi a rapida
pendenza, allora non si accumulano tanti materiali e quindi l'impianto
non conviene. Non conviene neppure quando la strada viene fatta so-
pra uno strato roccioso senza alcun strato di terreno sottostante. Biso-
gnerebbe allora fare delle buche bene ampie e trasportarvi la terra,
lavoro questo costoso e che non si può suggerire. Del resto lo svi-
luppo delle strade è tanto grande che si possono trovare dei percorsi
convenienti.
- 170 —
Ad eccezione di quest'ultimo caso, la coltivazione delle piante da
frutto lungo le strade è convenientissima, poiché in generale gli alberi
si mantengono costantemente molto produttivi ed anche sani. La con-
tinua polvere che sta sospesa ha sicuramente influenza sulla feconda-
zione dei fiori ed impedisce lo sviluppo delle crittogame. Non bisogna
però nascondere che le piante sono alquanto sensibili ai freddi rigidi
e prolungati d'inverno, per i quali molte volte periscono-, inoltre le
primavere molto umide provocano l'aborto dei fiori. Questi danni si
possono prevenire non piantando nei tratti di strada poco soleggiati e
dove ristagna l'acqua.
Gli alberi devonsi allevare, come è naturale, sempre a pieno vento
e si possono piantare o sui lati della strada slessa, oppure, se la strada
è stretta, sui margini dei campi vicini. In quest'ultimo caso le piante
sono meglio difese dagli urti dei rotabili e i prodotti pendenti sono
più sicuri anche del furto. Piantando lungo i margini dei campi, è
sufficiente, un solo palo di sostegno mentre lungo le strade, oltre al
palo occorre contornare il fusto da una specie di gabbia di legno o di
ferro, solidamente conficcata nel terreno. Questa gabbia, che ha la forma
di un prisma triangolare, per lo più consta di tre assicelle trasversali
in modo da formare una specie di reticolato.
Per riparare dai danni dei rotabili si può anche provvedere pian-
tando nel terreno, attorno al fusto, delle pietre a guisa di piccoli pa-
racarri, oppure facendo un cumulo di terra o agglomerando della
ghiaia.
2. — Per piantare lungo le strade si prestano i peri, meli, ciliegi,
susini, noci e castagni, che si mettono alla distanza indicata per la
coltivazione campestre. L'impianto si fa in modo che ogni pianta venga
a trovarsi alternata con quelle dell'altra parte della strada.
Il noce e castagno saranno da preferirsi nelle strade che servono
da pubblici passeggi, perchè danno maggior ombra.
Sono certo che molti dei miei lettori dopo aver letto questo arti-
colo mi osserveranno che ho voluto fare della poesia col trattare delle
coltivazioni lungo le strade, inquantochè da noi in Italia non abbiamo
esempi di simili coltivazioni.
Che per ora non esistano sono anch' io d' accordo (1), poiché un
impianto in grande di albeii da frutto lungo le strade non mi è stato
dato ancora di vedere, se al più non si vogliono citare quelle piante
di gelsi o da frutta che si trovano sui sagrati delle chiese di campa-
gna — ma che non vi potrebbero essere è cosa di cui non mi so ca-
pacitare.
All'estero noi abbiamo degli esempi di interi paesi, nei quali le ri-
spettive città e borgate ne ricavano un bel lucro, lucro che va a tutto
vantaggio del rispettivo erario comunale. Nel piccolo Wùrtemberg il
(1; Quantunque nel comune di Bizzozero in Brianza vi sia un esempio. N. d. T
— 171 —
prodotto di frutta ottenuto in questo modo è stato calcolato del valore
di 8 milioni di marchi.
Mi si potrebbe inoltre obbiettare che la proprietà pubblica non
viene sufficientemente rispettata; da ciò l'impossibilità di allevare e
mantenere in buono stato delle piante da fruito. Ammettere ciò in via
assoluta mi sembra di far torto alla nostra pubblica moralità, io posso
però osservare che come vengono rispettate molte piante ornamentali
che fiancheggiano le nostre strade, i nostri passeggi, si potrebbero
far rispettare anche le piante da frutto.
Nel Wiirtemberg, quando un comune fa una strada, provvede al-
l'impianto degli alberi da frutto i quali, per un periodo d'anni, di
solito 15, vengono dati in affitto a privati, i quali alla lor volta si
obbligano di mantenere in buon stato di vegetazione ed alla altezza
prescritta le piante affidate, raccogliendone naturalmente le frutta. La
sorveglianza a queste piante è obbligatoria per il personale addetto
alla manutezione delle strade nonché per le guardie campestri, come
fossero proprietà private ; — quando poi il prodotto è presso alla
maturazione, il fittabile stesso provvede ad una sorveglianza speciale.
A chi volesse provare in Italia questa coltivazione lungo le strade
pubbliche, nelle quali si teme tanto il furto, consiglierei per prova
l'impianto di ciliegi. Il ciliegio difatti è bello d'aspetto, rapido nello
sviluppo, fiorisce e matura in breve tempo i frutti, senza lasciarli cadere.
3. — Bisognerebbe anche sollecitare perchè lungo le ferrovie ve-
nissero piantati degli alberi da fruito. L'amministrazione potrebbe con
poca spesa procurarsi un benefizio non piccolo, favorendo anche il
personale di sorveglianza (cantonieri) al quale si potrebbe affidare la
potatura e le cure di coltivazione.
IV.
Brolo.
1. — Con questo termine, che è proprio dell' Italia settentrionale
ed in particolar modo della Lombardia, intendo designare quell'ap-
pezzamento di terreno abbastanza esleso, situato di solilo appresso
alla casa di campagna, cintato di muro o da siepe, nel quale si colti-
vano delle piante da frutto a pieno o mezzo vento e il terreno sotto-
stante, a prato, a cereali o ad ortaggi. Da alcuni autori italiani viene
chiamato pomario, da altri verziere, che sarebbe un termine preso dai
Francesi che lo chiamano verger (fig. 181).
Comunque sia, per il sistema poco dispendioso con cui si allevano
le piante, e per i prodotti considerevoli che dà, il brolo è il vero frut-
teto della casa di campagna o della azienda agraria, che fornisce una
- 172 —
grande massa di frutta ai mercati. Dal brolo si esige un prodotto suf-
ficiente, se non eccezionale, con la massima economia.
Per ottenere questi risultati bisogna prestare una certa attenzione
nella scelta della località e nella scelta della specie e varietà da col-
tivarsi.
Ovunque si ha un brolo, è certo che le condizioni di terreno e
di clima corrisponderanno, poiché di solito è vicino ai fabbricati di
campagna, che si costruiscono nel miglior sito dell'azienda.
2. — Per la scelta del numero della specie e varietà bisogna
distinguere, a seconda che la coltivazione del brolo ha uno scopo spe-
culativo, di portare cioè le frutta sul mercato, oppure di fornire di
frutta lungo l'anno la famiglia del proprietario e le famiglie degli ope-
Fig. 181.
Appezzamento di un brolo con la coltivazioni; intercalare di fragole.
rai dell'azienda. Nel primo caso conviene tenersi a pochissime specie
e varietà, a quelle cioè della cui riuscita si è sicuri. Allora la potatura
e tutte le operazioni di coltivazione, compresa la raccolta, vengono
fatte in una volta, e quindi col massimo risparmio di mano d'opera
e colla più probabile facilità di vendere il prodotto. Non conviene però
tenersi esclusivamente ad una specie e varietà, poiché non bisogna di-
menticare che la diversità offre il vantaggio di assicurare maggior-
mente il raccolto, sia perchè la fecondazione dei fiori riesce meglio
sia perchè le intemperie e le avversità in genere della vegetazione non
colpiscono in eguali proporzioni tutte le varietà di piante.
Nel secondo caso, cioè quando si tratta di avere delle frutta pos-
sibilmente per tutto l'anno, deve essere maggiore il numero delle specie
e varietà.
- 173 -
Per un brolo di speculazione, nell'Italia settentrionale, l'impianto
dovrebbe essere fatto nella seguente proporzione per ogni 100 piante :
50 meli ;
28 peri ;
12 prugni;
10 ciliegi ;
Totale 100 piante.
Dove riescono bene i peschi, questi potrebbero sostituire i prugni
e ciliegi; se discendiamo poi nell'Italia centrale o meridionale, allora
si può sostituire un certo numero di piante di pero e melo, coll'albi-
cocco o col mandorlo, oppure cogli agrumi, ecc.
Per un brolo casalingo, sempre per noi dell'Italia settentrionale,
conviene tenersi alle seguenti proporzioni :
38 peri ;
32 meli ;
40 meli ; oppure : 8 ciliegi ;
38 peri ; 6 albicocchi ;
10 prugni ; 4 prugni ;
(ì peschi ; 6 peschi ;
4 ciliegi ; 2 nespoli ;
2 mandorli; 4 cotogni;
Totale 100 piante. Totale 100 piante.
Per l'Italia media e meridionale, si faranno le riduzioni a seconda
del clima locale.
Nella scelta delle varietà bisogna aver sempre di mira di coltivare
non delle varietà eccezionali, ma quelle che maggiormente servono
pel grande consumo e che sono perciò le più ricercate. Devono inoltre
essere vigorose, rustiche, fertili, dare frutti bene aderenti che si con-
servano facilmente dopo la raccolta e maturare lentamente.
3. — Della preparazione del terreno per l'impianto di un brolo e
del modo di costruire i muri di cinta o di fare le siepi, qui non ci
intratterremo, perchè formerà argomento di capitoli speciali nella
Parte VI. Bisogna invece ora parlare della disposizione degli impianti.
Un brolo, perchè corrisponda anche alle esigenze del buon gusto,
deve avere le piante poste regolarmente ed equidistanti una dall'altra,
in modo da formare tanti lilari in tutti i sensi. Conviene tenere in un
brolo eguali distanze fra pianta e pianta , indipendentemente dalle
specie, e cosi come per un pomo d'alto fusto occorre la distanza di
m. 12, questa distanza si manterrà pure per il pesco, nespolo, e cosi
via. La distanza di m. 12 da pianta a pianta è la più conveniente.
Trattandosi di coltivare il terreno sottostante con cereali ed ortaggi.
- 174 —
oppure volendolo lasciare a prato, conviene fare dei filari in direzione
da nord a sud, distanti m. 24 uno dall'altro. Per coltivare cereali e
ortaggi, bisogna lasciare il terreno libero per un metro per lato della
fila, per non guastare le radici delle piante colle diverse lavorazioni.
Oltre ai cereali, quali sono il frumento, mais, ecc., si possono coltivare
in rotazione i pomi di terra, il trifoglio ; degli ortaggi non bisogna
coltivare quelli che richiedono frequenti annaffiature, che sono nocive
alle piante da frutta. Epperciò si potranno coltivare con vantaggio i
piselli, le fave, i fagioli, i cavoli, le fragole, le cipolle, l'aglio, gli aspa-
ragi e così via. Volendo coltivare il terreno a prato, bisogna evitare
quelle essenze foraggere le cui radici vanno troppo profonde, come
sarebbe 1' erba medica ; e sempre per un metro in giro attorno al fusto
della pianta da frutto, bisogna mantenere il terreno lavorato e privo
di cotica.
Le essenze foraggere che meglio convengono nei broli e che meno
danneggiano le piante da frutto sono le seguenti : Avena elatior, Dac-
tylis gloinerata, Poa trivialis, Lolliiim italicuin, Alopecurus pratensis,
Poa pratensis, Agrostis stolonifera, Cynosorus cristatus, Avena flavescens,
Festuca pratensis, Lotus corniculatus, Medicago Lupulina, Trifolinm pra-
tense e Trifolium repens.
Si possono consigliare le seguenti due miscele per ettaro nei
A. Terreni
asciutti, calcari
x.^ da vigna
Avena elatior (Ventolana) Kg. 9,5
Dactylis glomerata (Erba mazzolina) „ 7
Poa trivialis (Poa comune) „ 4,5
Lollium italicum (Loglio italico) ....... „ 5
Alopecurus pratensis (Goda di volpe). ..... „ —
Poa pratensis (Erba maggenga o Fienarola) . . „ 5
Agrostis stolonifera (Agrostide comune). ... „ 1
Cynosorus cristatus (Goda di topo) „ 2
Avena fiavescens (Avena gialla) „ 5
Lotus corniculatus (Trifoglio giallo) „ 1
Medicago lupulina (Tri foglino selvatico). ... „ 1
Trifolium pratense (Trifoglio comune) .... „ 4
repens (Trifoglio bianco o ladino). . „ 0,5
B. Terreni
treschi
di piano
Kg.
9,5
7
3,5
6
4
5
1,5
1
1,5
1.5
„ 4
„ 0,5
Una miscela che dà pure dei buoni risultati è la seguente
Per ettaro
Alopecurus pratensis Kg. 7,50
Dactylis glomerata „ 13,00
Garum Garvi „ 5,00
Lolium italicum „ 19,00
- 175 -
La semina di questa miscela presenta i vantaggi seguenti :
1.» Cresce all'ombra.
2." Si ha un taglio precoce a primavera che permette di passare
senza difficoltà dal regime alimentare d'inverno degli animali a quello
d'estate.
3." Per la presenza del Carum carvi il foraggio mantiene in buona
salute gli animali.
4.° Mediante l'impiego sufticiente di colaticcio e di perfosfato si
ottiene un foraggio che tanto per quantità, come per valore nutritivo
può paragonarsi a qualunque altro fieno.
5." Si possono avere con facilità tre tagli, e quando la primavera
e l'autunno presentano le condizioni climatologiche favorevoli allo svi-
luppo dell'erba, si può raggiungere anche i 4 tagli.
4. — Volendo coltivare il brolo esclusivamente a piante da frutto,
e a prato, queste si possono disporre in quadralo, (fig. 180) in triangolo
equilatero od a quinconce. Col primo metodo 4 piante formano un qua-
drato ; col secondo, 3 piante formano un triangolo equilatero; col terzo
in ogni quadrato si mette in mezzo una quinta pianta.
Fra i tre sistemi è preferibile il secondo, che permette di lavorare
il brolo in tre sensi con un interfilarc di egual larghezza, cosi si ha
la massima uniformità di sviluppo nelle piante, avendo tutte un'eguale
superficie a loro disposizione.
L' impianto a quinconce viene preferito quando si vogliono allevare
molte piante in un appezzamento , poiché ad esempio avendo un
quadro di m. 36 di lato e perciò della superficie di m.^ 1296, disponendo
le piante in quadrato alla distanza di m. 12, ci stanno 16 piante ; di-
sponendole a triangolo equilatero pure distanti m. 12, ci stanno 18
piante ed a quinconce, ben 24 piante.
5. — Io notai sempre un maggior sviluppo dell'albero ed una mag-
giore produzione, quando sotto all'albero si lavora anziché tenere il
terreno coperto da erbe che sottraggono troppa umidità e tolgono l'aria
al terreno.
V.
Frutteto casalingo.
1. — Il frutteto casalingo ha lo scopo di fornire la mensa del pro-
prietario di tutte le possibili specie di frutta ed in tutte le stagioni. Ma
non di frequente il proprietario dispone a tale scopo di una estesa super-
ficie, perciò è naturale che deve dare alle piante le forme ridotte: mezzo
vento, piramide, cordone, spalliere, ecc.; l'impianto deve essere fatto
con una certa eleganza, perché serve d'abbellimento alla sua abitazione
di campagna ed anche di distrazione alla monotonia delle coltivazioni
campestri. Quindi il frutteto casalingo devesi trovare vicino all'abitato,
deve essere straordinariamente produttivo, deve dare le migliori varietà
- 176 -
di frutta ed avere una aggradevole disposizione architettonica. Esso co-
stituisce per gli appassionati della coltivazione delle frutta ciò che è
la serra per i floricultori. Soltanto nei frutteti si possono allevare certe
varietà di piante, si possono ottenere alcuni prodotti prelibati, perchè
in questi soltanto si possono, mercè i muri ed altri ripari, difendere
le piante dai danni degli estremi di temperatura, da quelli dei venti,
e cosi via. Senza muro di cinta è quindi impossibile immaginare un
frutteto, come pure occorre l'impiego d'una discreta somma di danaro
per il suo impianto e la relativa manutenzione. Il frutteto, dà una ren-
dita sicura, appaga anche l'occhio e quindi può farsi benissimo per
abbellire una villa. Anche nel frutteto non mancano le attrattive.
D'inverno si vedono le belle forme delle piante e si studiano even-
tuahnente gli errori incorsi nella potatura, in primavera si ha la fiori-
tura che è appariscente come in qualsiasi pianta ornamentale, in estate
si ha lo sviluppo delle foglie e dei germogli colle diverse gradazioni
di colorito verde, in autunno sono le frutta pendenti, le quali dilettano
per le loro forme diverse, per la loro grossezza e per i loro variati co-
lori. Se si mette poi in confronto il frutteto col giardino, si vorrà rico-
noscere che i piaceri di quest'ultimo costano molto più cari poiché col
valore soltanto di una serra si può piantare un frutteto molto più esteso.
Fino ad ora, in Italia, si possono citare ben pochi esempi di frut-
teti propriamente detti, che corrispondano anche per la rendita. Questo
fatto, pur troppo vero, ha portato il discredito alle forme modellate,
tanto che si ritengono forme di lusso, convenienti ai dilettanti ca-
pricciosi.
Chi giudica però in questo modo non tiene conto del poco amore
fino ad ora prestato alle piante da frutto, alla mancanza di persone
tecniche capaci di allevare e mantenere razionalmente le piante; non
si pensa che, in generale, un signore da noi preferisce spendere delle
centinaia di lire per avere una conifera rara, oppure una data varietà
di rose, piuttosto che provvedersi d'un capace potatore di piante. Quante
volte non mi è avvenuto il caso in Lombardia di far visita a qualche
signore che, nella sua campagna aveva piantato un frutteto, acqui-
stando dagli stabilimenti le forme modellate ed era malcontento della
spesa sostenuta pur avendo fatto venire uno specialista all' impianto
e per alcuni anni di seguito anche all' epoca della potatura !
Ma non è il caso di incolpare né lo stabilimento che ha fornito
le piante, né lo specialista che viene una o due volte l'anno, bensi il
proprietario stesso, il quale dovrebbe sapere che queste piante ri-
chiedono lungo tutto l'anno delle cure da una mano abile e conscia
del proprio operato. Frequentissimo poi è il caso che questi frutteti
siano in mano di giardinieri, i quali, perchè conoscono la coltivazione
dei fiori, credono d'essere capaci anche per le piante da frutto. Niente
di più erroneo : il floricultore ha un'arte ben diversa da quella del
frutticoitore. Sarebbe lo stesso che affidare un vigneto specializzato
sul colle ad un coltivatore di marcite che pota anche dei salici.
- 177 -
Non intendo di combattere l'amore e la predilezione che si ha
per i giardini, poiché è questione di preferire un piacere piuttosto di
un'altro ; vorrei soltanto che la decima parte delle cure che si hanno
per riparare una palma dal freddo, per riscaldare e ventilare le serre,
e cosi via, venisse riconosciuta necessai'ia anche per le piante da
frutto, poiché queste ultime in fine dei conti, sono sempre più utili.
Se ho la fortuna d'avere fra i miei lettori anche qualche lettrice,
incoiTo il rischio d'essere tacciato, scrivendo in questo modo, da uomo
prosaico, ma potrei rispondei'e che assai poche sono le signorine che
amano soltanto i fiori e invece alla maggior parte piacciono i fiori e le
frutta.
2. — Il frutteto casalingo si può farlo in diversi modi, e ciò natu-
ralmente dipende dalla somma di danaro che si vuole impiegare.
Non di rado anche nel frutteto stesso si vogliono coltivare degli
ortaggi, ma questo sistema non è privo d'inconvenienti. Anzitutto la
coltivazione degli alberi e quella degli ortaggi non si possono fare con-
temporaneamente con quella comodità necessaria; la concimazione o
l'irrigazione frequente di cui abbisognano gli ortaggi non sempre sono
adatte alle piante da frutto, anzi, le frequenti annaffiature, sono piut-
tosto nocive ; gli ortaggi stessi, perchè ombreggiati, non riescono tanto
saporiti e neppure tanto precoci, infine coltivando anche degli ortaggi,
il frutteto perde quella eleganza che è pur necessaria per abbellire
una villeggiatura. Piuttosto di non avere né frutteto, né orto, sarà meglio
coltivare gli ortaggi fra le piante da frutto o viceversa, più razionale
però sarà sempre di coltivare le une e gli altri in appezzamenti separati.
Non di rado avviene di trovare delle piante da frutto ad alto fusto
coltivate promiscuamente colle spalliere, cordoni, ecc. Anche questo é
un errore. Gli alti fusti bisogna lasciarli per il brolo, per la coltivazione
campestre; se noi li teniamo nel frutteto, agiscono come tanti parassiti
delle piante sottostanti, mercé le loro radici molto sviluppate assorbono
tutto il nutrimento e l'umidità, mentre colla loro fronda le privano
dell'aria e della luce. Al più si possono tollerare delle piante allevate a
mezzo vento, ma allora è naturale che le forme da adattarsi per le
altre piante non devono essere né spalliere né cordoni, ma bensi i fusi
e le piramidi.
VI.
Scelta della località
e distribuzione del terreno per un frutteto casalingo.
1. — Pel frutteto casalingo bisogna destinare il miglior terreno che
si ha disponibile, non tanto distante dalla abitazione con l'acqua vicina
perché, in caso di siccità, si possa in qualche modo provvedere. Il ter-
reno deve essere possibilmente orizzontale ed in caso di pendenza
questa sia verso Sud-Est od Ovest e mai verso Nord.
12 — Tamaiìo - Frutticoltura.
- 178 —
Per quanto è possibile, al frutteto bisogna dare una forma rettan-
golare, il cui asse maggiore sia in direzione perfetta da Nord a Sud.
Con questa direzione si possono utilizzare i muri per tutta la loro
lunghezza. Tanto contro il muro rivolto ad Est quanto contro quello
ad Ovest, si possono allevare dei peri a spalliera ed in quello ad Ovest
anche dei peschi primaticci ; quello esposto a mezzogiorno si utilizza
per la vite e per l'altro a tramontana conviene il ciliegio.
Volendo costruire dei muri isolati, per allevare delle varietà pre-
giate di pesco od uve da tavola, si costruisca il muro da Nord-Est
a Sud-Ovest, in modo che da un lato si avrà 1' esposizione di Sud-Est,
preziosissima per le pesche precoci, per le pere invernali, per l'uva
da tavola e in genere per tutte le varietà prelibate molto esigenti per
il calore.
L'estensione da darsi al frutteto dipende naturalmente dalla entità
di prodotto che si vuol ricavare. Generalmente parlando, il frutteto
casalingo non conviene che sia molto esteso, perchè allora diventa
troppo costosa la sua manutenzione. Si può ritenere che una super-
fìcie di 200 m.^ è sufficiente per produrre la frutta necessaria ad una
persona, sarà meglio però abbondare che non essere deficienti. Una
estensione di 20 are può provvedere di frutta due famiglie, e quindi
l'estensione media di un frutteto puossi ritenere da 10 a 20 are.
Destinato il posto, si passa alla costruzione del muro di cinta che
deve essere di 2,50 o al massimo 3 metri, per non privare le piante
della luce e dell'aria. Il muro quando è possibile, è bene costruirlo,
a m. 1,50 dal confine, per poterlo utilizzare con spalliere da tutti due
i lati.
Per la distribuzione del terreno si comincia a destinare la direzione
dei viali. I viali principali devono avere una larghezza di m. 1,30 a 2,
e quelli secondari di m. 0,80 a 1, sotto ai muri bisogna lasciare uno
spazio di terreno della larghezza di m. 1,20 a 1,50, ed eventualmente
di m. 2 contro il muro a mezzogiorno.
Fatta questa prima disposizione, si divide il terreno in tante aiuole
le quali devono avere una larghezza diversa a seconda della forma che
si vuol dare alle piante. Per i peri è sufficiente una larghezza di 2 m.,
per le spalliere isolate m. 2,80-3,40.
Volendo piantare in un'aiuola tre file di peri, si deve darle la lar-
ghezza di 5 a 6 metri ; se invece si tratta di piramidi, da 9 a 10 metri.
E' abbastanza difficile fare un piano generale che possa servire
d'esempio per l'impianto d'un frutteto casalingo, con tutto ciò mi pro-
verò coll'aiuto di illustrazioni di chiarire le regole principali.
2. — Intanto, riassumendo questo ho detto più sopra, le regole
principali che devono servire di norma per l'impianto d'un frutteto
casalingo sono le seguenti :
1.0 II frutteto deve essere cintato da muro.
2." Contro i muri non si allevino delle forme libere, bensì delle
forme appoggiate, quali sono le spalliere, i cordoni, per utilizzare al
massimo il calore.
- 179 -
3.0 Nella forma da darsi al frutteto casalingo, nella divisione del
terreno e nella scelta delle forme da darsi alle piante, bisogna sempre
provvedere a che le piante godano delia massima luce e calore, con-
dizioni indispensabili per la fertilità e per la precocità di maturazione
delle frutta.
4." Le forme delle piante si devono aggruppare in modo clie si
adombrino il meno possibile una coll'altra. Ciò si raggiunge, se fra le
singole forme si lascia una distanza eguale ad una volta od una volta
e mezza l'altezza che raggiunge la pianta nel suo completo sviluppo.
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Fig. 182. — Frutteto casalingo.
5." 11 frutteto deve essere orientato da sud a nord e cosi pure la
sua linea mediana, in modo che tutti e due i lati del frutteto godano
egualmente della luce.
6.0 Da Nord a Sud e nel mezzo, devesi costruire un viale, a cia-
scun lato del quale si devono disporre le piante a file parallele in
modo che appresso si trovino le forme più basse, poi le mediane e
contro il muro di levante e ponente le più alte. Ciò si fa per evitare
che le piante si danneggino colla loro ombra; quando però i due ap-
pezzamenti ai lati del viale sono molto larghi, allora si destina per le
forme più alte la parte centrale.
3. — Nella fig. 182, abbiamo il disegno di un frutteto casalingo,
nel quale sono illustrati quattro sistemi diversi d'impianto. Esso mi-
sura 50 m. in larghezza e 51 in lunghezza, quindi ha una superficie
totale di m^ 2550.
— 180 -
Cintato da muro, l'ingresso è in A, a capo cioè del viale mediano
che lo divide in due parti. (Nella figura è diviso in quattro parti, poi-
ché ho voluto l'iunire in un solo disegno quattro sistemi diversi d'im-
pianto).
Il viale di mezzo è largo due metri. Sotto ai muri è lasciata un'aiuola
di terreno larga m. 1,50, ad eccezione della parte sotto al muro esposto
a mezzogiorno, che è largo m. 2,50. Tutto intorno, c'è un viale secon-
dario largo m. 1,50. Contro ai muri si allevano delle spalliere o cordoni
verticali od obliqui, in margine poi all'aiuola e contro al viale, si alle-
vano dei cordoni orizzontali, con due branche sovrapposte. I cordoni
orizzontali sono di pero e melo, sotto il muro esposti a Nord si
Fig. 183. — Frutteto casalingo (proposto da Hardy).
possono fare invece siepi di ribes, lampone, uva spina, ecc. Le spal-
liere esposte a mezzogiorno si fanno con peschi od uva, quelle esposte
a Nord, con cordoni verticali od obliqui di peri e meli primaticci, op-
pure con palmette di prugni; quelle esposte a levante pure con peschi,
albicocchi, viti di varietà precoci ed a ponente di varietà tardive.
I due appezzamenti interni del frutteto vengono anzitutto contor-
nati da cordoni orizzontali, e quindi nel loro interno si possono disporre
le piante nel modo più svariato.
Nel quadro 1 è disegnato un impianto in quadrato di mezzi fusti
alla distanza di 7 metri, impianto che si può fare anche a triangolo,
per utilizzare meglio il terreno.
Nel quadro II si trovano gli stessi mezzi fusti, soltanto nel loro
— 181 —
centro è piantala una piramide (segnata con crocetta) e dintorno dei
fusi, oppure delle piramidi strette a colonna, (Le piramidi sono segnate
con punti.)
Nel quadro III si trovano tre file di piramidi distanti 7 metri da
fila a fila e m. 3,50 sulla fila. Fra una fila e l'altra sono piantate due
file di fusi alla distanza sulla fila di m. 2.
Infine nel quadro IV, appresso al viale centrale e distante m. 1,25
dai cordoni orizzontali, si trova un filare di forme basse che distano
sulla fila m. 2. Parallelo a questo ed alla distanza di m. 2,50 vi è un
altro filare di fusi pure distanti fra loro di 2 m., poi vengono tre file
Fig. 184. — Altro frutteto casalingo proposto da Hardy.
di piramidi piantate in quadrato e distanti m. 3,50 in tutti i sensi, quindi
ritornano i fusi e le forme nane.
4. — Nella fig. 183 abbiamo rappresentato un frutteto suggerito da
Hardy largo 40 m. e lungo 50, dunque una superficie complessiva di
20 are, pari a m.^ 2000.
Il frutteto è orientato perfettamente da Nord a Sud, cintato da muro.
In A l'ingresso e, sotto al muro di mezzogiorno, c'è un'aiuola larga
m. 2, e m. 1,50 sotto agli altri muri. I muri servono d' appoggio alle
spalliere e contro al viale si allevano dei cordoni orizzontali a doppia
fila, in modo che vengono ad avere l'altezza di m. 0,80. Contro al muro
di mezzogiorno si piantano invece due cordoni di viti, che raggiun-
gono l'altezza di m. 1. Il viale di mezzo e quell'intorno parallelo ai
muri è largo m. 2, gli altri secondari m. 1,50.
182
Fig. 185. — Frutteti casalinghi signorili.
— 183 -
Le due metà del frutteto sono poi suddivise in quattro aiuole nel
senso della lunghezza (1, li, 111, IV). La prima aiuola è larga m. 3,25 ed
in questa, da tutti due i lati del viale di mezzo ed a 25 cm. di distanza
dal medesimo si trova una fila di cordoni orizzontali (a a) a due piani,
che arriva all'altezza di 80 cm.
Nella stessa aiuola, alla distanza di m. 1,20 trovasi un cordone di
vite (b b) a due piani che raggiunge l'altezza di ni. 1. In (d) poi, alla
distanza di altri m. 1,50 trovasi una contro spalliera, che non deve su-
perare l'altezza di m. 1,60.
L'aiuola II è larga ra. 2,50, ed in mezzo ad essa ci sta una fila di
piramidi non più alte di m. 2, ed ai lati contro ai viali e distanti da
questi 25 cm. un cordone semplice orizzontale.
Nell'aiuola III trovasi una contro spalliera nel mezzo alta 3 m. ed
ai lati un cordone orizzontale.
Nell'aiuola IV in (e) c'è una contro spalliera alta m. 1,60, e dall'altro
lato un cordone orizzontale a due piani (f).
5. — Nella fig. 184 abbiamo il disegno di un altro frutteto impian-
tato col sistema Hardy, che non si trova orientato perfettamente da
Nord a Sud. In questo caso i viali sono perciò tracciati diagonalmente.
Le aiuole I, I sono piantate come le omonime della fig. 183 soltanto
sono 50 cm. più larghe, cosi pure le aiuole li, li e III. 111. Gli ultimi
appezzamenti d'angolo IV, IV sono coltivati a cordoni orizzontali.
6. — Nella fig. 185 ho disegnati due metà di frutteti casalinghi
signorili della superficie di m. 4400. La disposizione è la seguente :
N. 1 : muro con spalliere di viti.
N. 2: muro con spalliere di peschi e albicocchi precoci dal Iato
contro levante, ciliegi e susini precoci dal lato contro sud, e peschi ed
albicocchi tardivi dal Iato contro ponente. Al rovescio di questo muro
si possono anche fare delle spalliere.
N. 3: muro con spalliere di albicocchi.
N. 4: muro con spalliere di peschi.
N. 5: muro con spalliere di peri per cuocere e per conserve.
Il muro N. 5 può essere utilizzato per la coltura forzata delle frutta.
Contro poi a tutti i muri c'è un'aiuola, nella quale, al margine del
viale, si trova un cordone orizzontale.
N. 6 : padiglione formato con piante da frutto.
N. 7 : stanza degli attrezzi.
N. 8: vasca d'acqua.
N. 9 : boschetto di fichi, sorbi, giuggioli, oppure di altre piante, con
concimaia.
N. 10: mezzi venti di meli e peri, o mandorli, melagrani, o cornioli.
N. 11 : aiuole per la coltivazione in vaso.
N. 12: aranciera o serra calda.
N. 13 : piramidi di pero.
N. 14 : fosso di cinta fiancheggiato da cespugli di nocciuoli, di co-
togni e nespoli.
— 184 -
N. 15: viale fiancheggiato da viti ad alberello.
N. 16: viale fiancheggiato da peri a fuso e da cordoni orizzontali.
Fig. 186. — Frutteto casalingo signorile.
N. 17: viale fiancheggiato da palmette di peri.
N. 18: viale fiancheggiato di ciliegi e pruni a piramide od a pai-
metta, oppure da meli,
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Fig. 187. — Frutteto casalingo signorile.
- 186 -
Appezzamento A : fragole con peschi a mezzo vento.
„ B: ribes con albicocchi a mezzo vento.
„ C: lampone con ciliegi a mezzo vento.
„ D: viti ad alberello od a cordone orizzontale.
„ E : peri a forma nana, contornati da cordoni oriz-
zontali.
„ F: ceppale di fichi.
„ G: meli a vaso nani.
„ H: pruni e ciliegi a vaso nani.
„ /; uva spina con pruni a mezzo vento.
7. — A chi non piacesse la disposizione troppo regolare di questi
ultimi appezzamenti, presento nella fig. 186 un'altra disposizione nella
quale le lettere che distinguono ogni singolo appezzamento, corrispon-
dono alla leggenda come sopra.
8. — Infine nella fig. 187, abbiamo il disegno d' un altro frutteto
signorile, della superfìcie di m^ 6400. Il disegno rappresenta soltanto le
metà del frutteto.
N. 1 : padiglione fatto con viti di varietà primaticcie.
N. 2 : vasca d'acqua.
N. 3: aiuole con una fila di piramidi e contro ai viali principali,
dei cordoni orizzontali.
N. 4: aiuole con una contro spalliera di cordoni verticali od obli-
qui. Cordoni orizzontali contro ai viali.
N. 5 : quattro aiuole con palmette ad U.
N. 6: piramidi o bassi fusti alternati con filari di lampone, ribes,
uva spina, ecc.
N. 7 : spazio per la coltivazione in vaso.
N. 8 : tappeto di fragole, ornato da gruppi di piante, o da alberelli
di uva spina.
N. 9 : spalliera di peschi od uva contro il muro di cinta.
N. 10 : spalliera di peschi contro il muro di cinta.
N. 11: spalliera di peri e meli da cuocere o primaticci contro il
muro di cinta.
VII.
Frutteto di speculazione.
1. — Il frutteto di speculazione conviene soltanto quando le con-
dizioni del terreno e la località sono in massimo grado favorevoli.
Quando si ha vicina una città grande che consuma una considere-
vole quantità di frutta di lusso, come sarebbe da noi la città di Milano;
per la Francia, Parigi ; per l' Inghilterra, Londra ; quando si ha vicino
una via ferrata, un porto che mette in diretta comunicazione con grossi
187
Fig. 188. - Frutteto di
- 188 -
mercati, può convenire il frutteto di speculazione, il frutteto cioè colti-
vato con piante modellate, appoggiate, a spalliera, ecc.
Per raggiungere però lo scopo, è indispensabile :
a) che la persona chiamata a dirigere il frutteto abbia una piena
cognizione della frutticoltura ;
b) che siano state fatte delle indagini sufficienti per accertarsi
delle varietà ricercate dal mercato e dei prezzi che si potranno realiz-
zare, per convincersi dell'opportunità della coltura;
e) fare l'impianto con la minima spesa;
d) scegliere le forme più semplici, più facili, che producono il
massimo ;
e) coltivare soltanto poche specie e varietà.
Ammettiamo d'avere un appezzamento rettangolare (vedi fig. 188)
nel quale si voglia piantare un frutteto in parola.
Si comincia a circuirlo di un muro alto da m. 2,50 a 3, contro al
quale si metteranno delle spalliere e, vicino ai viali che vanno in giro,
dei cordoni orizzontali. 1 viali devono avere una larghezza di m. 2.
Contro al muro rivolto a mezzogiorno (a), si faranno delle spalliere
di peschi e vili. In preponderanza gli uni piuttosto delle altre, a se-
conda della convenienza. I peschi si allevino ad U doppia. Le viti si al-
levino a cordoni permanenti verticali. Nel caso che non convengano né
i peschi, né le viti, si coltivino delle qualità invernenghe di peri a
palmetta. Lungo il viale si mettono due cordoni orizzontali sovrapposti,
quello inferiore di meli e quello superiore di peri tardivi.
Contro il muro (h) si allevino a palmetta i peri di qualità più fina
e delicata autunnali o invernenghe, e contro al viale un coi'done oriz-
zontale di meli, lo stesso contro il muro rivolto a ponente (e).
Invece contro al muro (d) a tramontana, dei ciliegi precoci e tardivi
ad U semplice o doppia.
Nelle due aiuole nel mezzo (gli) si allevano a basso fusto, a vaso,
alla distanza di 5 m. degli albicocchi, susini e ciliegi, di varietà adatte
da coltivarsi a vaso. Ciascuna aiuola è contornata naturalmente da un
cordone orizzontale semjjlice di meli, e fra i due vasi si possono alle-
vare dei cespugli di uva spina, ribes o qualche forma nana di pero
o melo.
Negli appezzamenti (fi) successivi, si pianta una contro spalliera
doppia di palmetta di peri, ed in giro dei cordoni semplici di pero.
Infine negli appezzamenti (ef), se hanno una larghezza almeno di
2 m., si piantano, contro al viale del muro, dei cordoni orizzontali
di peri o meli, e nell'altro lato contro il viale di mezzo delle contro
spalliere di pero non più alte di 2 metri.
Per l'impianto delle armature, per la costruzione dei muri, valgano
le stesse considerazioni fatte pel frutteto casalingo.
- 189 -
Vili.
Frutteti misti.
1. — I friitleli misti hanno lo scopo di riunire in un appezzamento
la coltura delle piante da frutto con altre coltivazioni. Se in vicinanza
alla abitazione, oltre al frutteto, si vuol avere un giardino, si può
disporre in modo die l'uno non danneggi l'altro, anzi lo completi per
l'estetica ; altre volte si vogliono coltivare degli ortaggi ed allora ab-
c à F
Fig. 189. — Frutteto giardino in stile simmetrico (scala 1 : 200).
bianio il frutleto-orlo, mentre il primo si può chiamarlo fnitleto-giardino.
Infine, un frutteto può servire quale mezzo d'insegnamento nelle scuole
rurali elementari o nelle scuole normali, e quindi presso ad ogni scuola
dovrebbe essere un appezzamento di terreno, nel quale gli alunni po-
tessero esercitarsi non soltanto nella potatura delle piante da frutto,
ma anche nell'innesto, nella moltiplicazione dei vegetali, nella coltura
- 190 -
degli ortaggi, dei fiori. Insomma un insieme clie comprenda in minia-
tura un frutteto, un vivaio, un giardino, un orto, ed è ciò che io chia-
merei giardino didatiico.
Col mettermi a parlare dei frutteti misti, non è mia intenzione di
suggerire un sistema di coltura per speculazione; mio scopo soltanto
è di dimostrare, come si possa abbellire una villa mercè le piante da
frutto, consociandole ai fiori, agli ortaggi e riunire in una parola l'utile
al dilettevole.
Meglio di quanto potrei dire con molte parole, mi valgo dei disegni
che illustrano questo capitolo, per fare i quali ho preso in considera-
zione le esigenze che può avere un proprietario.
IV
E
Fig. 190. — Frutteto giardino in stile simmetrico (scala 1 : 200).
Nella fig. 189 abbiamo il disegno della metà dì un frutteto da col-
locarsi innanzi ad una casa d'abitazione.
La superficie complessiva essendo soltanto di m.^ 882 convenne
dare al frutteto uno stile simmetrico.
La disposizione è la seguente :
a) Aiuole con piante ornamentali basse.
b) Ingresso al frutteto.
e) Padiglione coperto con piante ornamentali o con viti.
d) Macchie di piante ornamentati.
e) Fusi di peri e sotto tappeto verde.
- 191 -
f) Forme basse di piante da frutto.
g) Fiori oppure una grande piramide di pero.
lì) Piramidi di peri.
i) Fiori.
ì) Vasca d'acqua.
Nella fig. 190 abbiamo un frutteto-giardino ancora più piccolo, nel
quale però le piante da frutto sono in maggior numero che nel disegno
precedente. Anche questo disegno, come il precedente, si può applicare
sul davanti di una casa d'abitazione.
La sua superficie è di m.^ 250.
a) Piante ornamentali.
b) Aiuole con fusi contornate da cordoni orizzontali.
e) Aiuole circolari con una piramide nel mezzo, o con una pianta
ornamentale.
d) Aiuole con fiori.
e) Aiuola centrale con piramidi e due vasche d'acqua.
La fig. 191 rappresenta la pianta di tre frutteti-giardini con disegno
diverso e di stile simmetrico. I frutteti A e B hanno una superficie
ciascuno di m.^ 900, ed il frutteto C di m.^ 1332.
Frutteto giardino A :
a) Padiglione.
b) Fontana o vasca d'acqua.
e, d) Aiuole con fiori (rose tenute basse e con piante ornamen-
tali da foglia) p. es. Dracaene, ecc.
e) Cordone orizzontale di meli in modo però da lasciare il pas-
saggio per andare dai quattro lati alla fontana nel mezzo.
fj Fusi o piante basse da frutto con sotto fragole.
g) Alberelli di viti, ribes, uva spina o fusi.
lì) Ingresso.
l) Aiuole con piramidi di peri, contro il viale cordoni orizzontali
ed eventualmente intorno ai muri spalliere.
Le medesime indicazioni valgano anche per i frutteti B e C.
Nella fig. 192 abbiamo la pianta di un frutteto-giardino di stile pure
simmetrico. La superficie complessiva è di m.^ 6351.
a) Padiglioni.
bj Pergolato di vite.
e) Vasca d'acqua.
d) Piramidi di peri.
e) Fusi di peri.
f) Alberelli di viti.
g) Cordoni di meli.
h) Spalliere e contro spalliere.
l) Piante ornamentali sempre verdi.
m) Fiori.
- 192
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Fig. 191. — Pianta di tre frutteti-giardini. (Scala 1 : 600).
- 193 —
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Fig. 192. — Pianta di mi frutteto-giardino in stile simmetrico. (Scala 1:C00).
1:ì — T.\M.vi!(i - Fnilticoltiira.
1114 -
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Fig. 193. — Frutteto-giardino con casa di abitazione.
— 195 —
Nella fig. 193 abbiamo il complesso di una villa.
11 giardino è immediatamente vicino alla casa.
a) Casa d'abitazione.
bj Rimessa, casa d'abitazione del giardiniere, stanza per bagni, ecc.
e) Scuderia.
d) Rimessa per la legna.
e) Concimaia.
f) Cortile per gli animali di bassa corte.
g) Locale per il bucato.
hj Alti fusti di meli e peri.
i) Spalliere di peschi.
l) Spalliere di meli, peri primaticci o ciliegi.
mj Montagnetta.
nj Piramidi di peri.
o) Controspalliere doppie con cordoni orizzontali contro ai viali.
p) Vigneto.
r) Giardino.
Infine nella fig. 194 è disegnata la pianta di un giardino-frutteto di
stile non simmetrico. A spiegazione della figura valga la seguente leg-
genda :
a) Casa d'abitazione con aranciera.
bJ Cortile.
e) Abitazione rustica.
d) Fiori.
e) Alberelli di ribes, uva spina o vite.
f) Piramidi di piante da frutto.
g) Pieni e mezzi venti di piante da frutto.
h) Piante ornamentali, conifere ecc., ecc.
Per chiarire meglio lo scopo di questo disegno, credo opportuno
di far seguire una breve spiegazione.
Molti sogliono destinare a frutteto un appezzamento separato dal
giardino, mentre qui sarebbe riunito e l'uno e l'altro, perché le forme
delle piante da frutto completino l'ornamento del giardino o parco.
La casa d'abitazione con annessa aranciera, ha anche dal lato
ovest una aiuola che si può destinare a fiori specialmente a rose; dal
lato est invece c'è una pergola di sempreverdi che conduce in (e),
uno spazio con nel mezzo una vasca d'acqua ed all'intorno degli
alberelli di ribes, uva spina, viti. I muri della casa d' abitazione pos-
sono venire utilizzati per appoggiare delle spalliere di piante da frutto,
specialmente viti.
Contro i muri di cinta conviene piantare delle piante sempre verdi
arboree, mentre invece nelle aiuole interne secondarie, si possono al-
ternare le piante ornamentali più piccole con dei gruppi di piante da
frutto allevate a fusi, piramidi, mezzi e pieni venti, a seconda che lo
permettano le piante ornamentali.
- 1% —
La fìg. 195 è la pianta di un giardino, nel quale oltre alle piante
ornamentali, ai fiori, sono coltivate delle piante da frutto e degli ortaggi.
Fig. 194. — (iiardino all'inglese con piante da frutto ed ornamentali. Scala (1:000)
La superficie complessiva è di m.^ 750.
a) Padiglione di piante ornamentali.
b) Pergolato di piante ornamentali.
e) Boschetto.
d) Fiori.
197
e) Gruppo di lìori o vasche di
acqua.
f) Spazio per mettere le piante
da frutto in vaso.
g) Aiuole di fusi di peri con cor-
doni orizzontali contro ai viali.
h) Fragole od altre piante da orto.
i) Piramidi di piante da frutto.
l) Spalliere di piante da frutto.
m) Ingresso con padiglione for-
mato con cordoni verticali di peri.
Il) Sedili.
Nella lìg. 196 abbiamo un pro-
getto di villeggiatura nel quale il
giardino (A), V orto (B) ed il frut-
teto {C), occupano spazi speciali e
separati.
Il frutteto e l'orto sono cintali
da muro, contro il quale si allevano
delle spalliere.
a) Casa d'abitazione.
b) Vasca d'acqua o fontana.
e) Latrina.
d) Spazio per mettervi dei sedili.
e) Padiglione per vedere nella
strada.
f) Bagno.
g) Muro di cinta con spalliere di
peschi ed albicocchi.
h^i) Controspalliere isolate di peri.
k) Controspalliere di peri a pal-
metta.
l) Aiuole per la coltivazione de-
gli ortaggi.
Il progetto della flg. 197 si può
applicare per una villa grandiosa.
Il disegno è in scala da 1 : 2000
e misura una superficie di m.^ 44.200.
a) Castello.
b) Fontana.
e) Fabbricati rustici con scuderie ecc., ecc.
e) Casa del portinaio.
f) Serre.
Per la scelta delle specie e varietà delle piante
pel frutteto casalingo.
Fifj. 19.S. — F'nitleto. orlo e giardino
di stile simmetrico. (.Scala 1:300).
ale quanto ho detto
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Fig. 196.
l'JU
Fio-. 197. - Villeggiatura con gianlino, orto e friillelo.
— 20U
IX.
Giardino didattico.
I moderni sistemi di insegnamento elementare che escludono la via
astratta della dimostrazione per quella oggettiva, la necessità sempre
più riconosciuta, che alcuni elementi di agricoltura vengano instillati
agli scolari, ed infine i vantaggi dell'igiene, portano la necessità che,
annesso ad ogni scuola si trovi un appezzamento di terreno, nel quale
^ % * % I % ^ •% *
Fig. 198..- Giardino didattico - Scala 1:250 - .Sup. m.^
514,50.
non soltanto sieno raccolte le principali piante coltivate, ma dove anche
gli scolari possano esercitarsi. Trattando della coltivazione delle piante
da frutto, mi è sembrato necessario di parlare brevemente anche sulla
disposizione da darsi ad un giardino didattico, il quale, secondo me,
dovrebbe essere occupato per molta parte da piante da frutto e da
rispettivi vivai.
Nella figura 198 abbiamo il piano d'un giardino didattico della
superficie complessiva di 500 m.^ La leggenda è la seguente :
a) Padiglione coperto di vite o d'una pianta ornamentale, oppure
vasca d'acqua.
— 201 -
b) Viale intorno alla vasca o padiglione con sedili.
e) Quattro aiuole coltivate a Mori od altre piante ornamentali.
d) Viale fiancheggiato da spalliere di peri, peschi, vite, ecc.
e) Fusi di peri, oppure peri e pomi allevati a ceppaia nani.
ìk^ÌM
Fig. 199. — Giardino didattico o casalingo - Scala 1:250 - ,Sup. m.- 2000.
//; Sono due appezzamenti, che si suddividono in tante aiuole
trasversali larghe m. 1 e che possono servire per seminare le piante
da frutto.
gy) Sono due altri appezzamenti da suddividersi in altrettante
piccole aiuole per coltivare i principali ortaggi.
— 202 —
h) Barbatellaio e nestaiuola.
i) Fragolaio contornato da piante da frutto a cespuglio, come è
il ribes, l'uva spina, ecc.
l) Appezzamento da suddividersi in piccole aiuole di 1/2 m.^ per
coltivare le principali piante velenose e malerbe.
% ^
Fig. 200. — Giardino didattico della superficie di m.' 2000.
m) Lo stesso come per /, ma invece per coltivare le principali
piante aromatiche e medicinali. Le aiuole h, /, / ed m sono di eguale
grandezza per poterle mettere in rotazione.
n n) Due aiuole da destinarsi a piantonaia e che si possono met-
tere in rotazione colle aiuole (ff) di eguale grandezza.
- 203 -
00) Due appezzamenti da suddividersi in aiuolette di 1 m.- per
coltivarvi le principali piante agricole. Anche questi due appezzamenti
si possono mettere in rotazione, ad esempio ogni tre anni, cogli ap-
pezzamenti (y g).
p) Mezzi venli di piante da fruito di diversa specie alternati con
piramidi.
Nella fig. 199 abbiamo il disegno d'un giardino didattico molto più
grande e che può servire anche per un giardino casalingo :
a) Scuola od abitazione del proprietario.
b) Gradinata coperta di vetri o da una pergola.
e) Abitazione del custode e riparo degli attrezzi.
d) Vasca d'acqua con zampillo.
e) Tappeto verde contornato da fiori e qua e hi con piante or-
namentali.
/> Boschetti con jnante da bosco e da Irufto.
(j) Apiario.
h) Frutteto.
i) Orto.
1) Letti caldi, semenzaio e vivaio.
n) Pieni e mezzi venti alternati con piramidi, l'usi, ecc.
o) Campo sperimentale e dimostrativo.
p) Orto botanico agricolo di piante annuali.
Infine nella fig. 200 abbiamo un giardino didattico completo:
a) Strada del villaggio.
b) Ingresso.
e) Fabbricato della Scuola.
d) Padiglione.
e) P'abbricato pegli attrezzi e palestra di ginnastica.
f) Orto.
g) Collezione di piante coltivate da campo di piante nocive.
h) Vivaio di piante e campo sperimentale dimostrativo.
i) Semenzaio, letti caldi, fragolaio, asparagiaia.
l) Piramidi o spalliere di peschi.
in) Mezzi o pieni venti alternati con piramidi da fiutlo.
n) Piante forestali e d'ornamento.
o) Piante da frutto ad alto fusto.
p) Fiori.
v) Vasca d'acqua.
s) Tappeto verde.
t) Concimaia.
PARTE SESTA
COLTIVAZIONE GENERALE
I.
Clima.
Gli elementi che concorrono a caratterizzare il clima sono quattro
e cioè: il calore, la luce, V acqua e Varia, ciascuno dei quali noi dob-
biamo ora prendere in considerazione in rapporto alle piante da frutto,
1. Calore. — Il calore favorisce fino ad un certo punto, la traspi-
razione e mantiene in attività la vegetazione, ma deve essere accom-
pagnato da un corrispondente grado di umidità dell'aria e del terreno.
In Italia, compresa la Libia, al periodo delle pioggie corrisponde un
abbassamento di temperatura dell'atmosfera ; ai tropici si ha il feno-
meno inverso e cioè colle pioggie coincide il maggiore sviluppo delle
piante di quelle regioni.
La frutticoltura è possibile soltanto nei paesi dove la temperatura
media annuale arriva almeno a 8 1" C. con una temperatura media
estiva di 15. 6° C. In Italia questi limiti vengono sorpassati in ogni re-
gione.
Sarebbe di grande importanza non solo teorica ma anche pratica,
sapere di quanto calore abbisognano gli alberi da frutta per compire
il ciclo annuale della loro vita, quanto calore sia necessario peichè i
semi germinino, perchè le gemme germoglino, e perchè la pianta
fiorisca e porti il frutto a maturazione. Se fosse possibile calcolare
con esattezza queste quantità di calore chiamate costanti termiche della
vegetazione, si potrebbe stabilire anticipatamente se in una località
possono vivere queste o quelle piante, se possono portare frutti ma-
turi e se la loro coltivazione è utile e raccomandabile.
L' esperienza ha dimostrato che l' accrescimento dipende princi-
palmente dalla temperatura misurata al sole, perciò si pensò, per deter-
minare le costanti termiche, di utilizzare le indicazioni di un termometro
205
a massima, esposto al sole. Si sommano le temperature diurne date da
questo termometro a cominciare dal 1" gennaio fino al giorno in cui
sopra una pianta, illuminata direttamente dal sole, si svolgono le foglie
dalla gemma, si aprono i primi fiori e maturano i primi frutti, e i nu-
meri ottenuti si considerano come le costanti termiche.
La tabella che segue dà le costanti ottenute nel modo indicato
dopo osservazioni di parecchi anni, eseguite a Giessen nella Ger-
mania centrale. Queste costanti superano di molto quelle che si leggono
nei comuni trattati, inquantochè di solito si fa la somma delle tempe-
rature medie giornaliere del periodo vegetativo e non si sommano le
temperature dal gennaio in poi.
Tab. IX.
Costanti termiche di alcune piante da frutte.
Nome
della pianta
Albicocco
Castagno
Ciliegio.
Corniolo
Crespino
Faggio
Mandorlo . . .
Melo
Nocciolo . . . .
Noce
Pero
Pesco ....
Ribes ....
Sorbo ancuparia
Susino ....
Uva spina . .
Vite . . .
3.^.96
.-.780
ti!»13
1 dati però hanno un valore molto relativo, poiché i raggi solari
agiscono sulle foglie, sui fiori, sui frutti, in un modo essenzialmente
diverso che sul mercurio del termometro. Bisognerebbe trovare uno
strumento che ci indicasse la quantità di calore effettivamente con-
sumata dalla pianta ed un altro che ci indicasse il calore utilizzato
del terreno e quello derivante dalla luce.
Con tutto ciò le comparazioni possono avere una qualche utilità,
specialmente se completate colle osservazioni fenoloifiche. Con queste si
registra il giorno in cui avviene il risveglio della vegetazione ed il
tempo impiegato dalla pianta per svolgere le sue diverse fasi. Si ca-
pisce che nelle osservazioni fenologiche, lo strumento di misurazione è
la pianta e non il termometro.
- 206 -
Finora però non sono stati organizzati degli osservatori a questo
scopo per una vasta regione o Stato. Le osservazioni fenologiche e
termometriche bisogna farle almeno per 5 anni di seguito, in una
stessa regione e sulle medesime piante per poterne trarre utili dedu-
zioni.
A mia conoscenza, soltanto il Wùrtemberg organizzò da 25 anni
ben 63 stazioni fenologiche. Il paese si presta, poiché sopra una super-
ficie relativamente limitata sono coltivate molte specie di piante da
frutto, situate nelle condizioni più varie.
Le deduzioni che si possono ricavare e che interessano la frutti-
coltura, coi dati raccolti nel Wùrtemberg, sono le seguenti :
a) Procedendo da sud a nord, le primavere si ritardano ma questa
perdita di tempo viene poi compensata dalle giornate lunghe e calde
d'estate.
h) Ad eguale altitudine e latitudine, la fioritura primaverile e la
caduta delle foglie viene ritardata andando da ponente a levante.
Ad ogni 122 Km. di distanza si ha il ritardo d'un giorno.
e) La fioritura estiva invece è più tarda a ponente che a levante.
d) Nelle regioni montuose di media altezza, la fioritura primave-
rile viene ritardata in primavera, mentre quella estiva rimane la stessa.
e) La maturazione delle frutta invece viene tanto più ritardala
quanto più si sale, poiché l'autunno comincia prima.
f) La maturazione a levante è più anticipata di quella a ponente.
g) Per ogni 100 m. di altitudine corrispondono giorni 1, 2 di
ritardo di vegetazione e giorni 4, 1 di ritardo di fioritura e di matu-
razione.
h) Ad ogni grado di latitudine verso Nord, corrisponde un ritardo
di vegetazione di giorni 2.6 e si prolunga di 2 giorni il periodo vege-
tativo.
ì) Nel Wùrtemberg, in una media di 25 anni, la fioritura del
ciliegio avvenne il 27 aprile, della vite il 25 giugno, e la maturazione
dell'uva il 15 ottobre. Il ribes fiori il 25 aprile.
l) Dalla fioritura alla maturazione, le piante sotto indicate impie-
garono i seguenti giorni :
albicocco giorni 133 fioritura 15 aprile
ciliegio „ 80 „ 27
lampone „ 83 „ — „
melo precoce „ 101 „ 12 maggio
„ tardivo „ 138 „ 22
pero precoce „ 100 „ 11 „
„ tardivo „ 147 „ 6
Per sapere se una pianta è adatta in un dato ambiente, è necessario
conoscere non soltanto la media temperatura dell'aria e del terreno,
ma anche le rispettive massime e minime che si hanno d'estate e d'in-
verno.
207
Gli estremi di temperatui
•a ai quali possono
resistere alcune piante
sono i seguenti :
Teni|)eratura in
gradi e.
niininia
massima
Agrumi
— 3.5 a — 5
40" C.
Banano
— 2
Castagno
— 34 a - 36
—
Ciliegio
- 37 a - 38
—
Fico
— 9 a — 11
_
Gelso
- 21 a - 23
_
Melo
- 39 a — 40
—
Noce
- 37 a - 38
—
Pero
- 39 a - 40
_
Pesco
- 34 a - 36
—
Vite
- 26
—
Gaspatin ha scritto che l'agricoltore deve per primo farsi amiche
le stagioni, il che vuol dire che non conviene fare una coltura se que-
sta non sopporta le condizioni di temperatura dell'ambiente.
Per alcune piante da frutto si conoscono i gradi di calore neces-
sari nelle diverse fasi di vegetazione. Questi dati sono riuniti nella
Tab. X.
Tab. X. Gradi di temperatura necessari
per alcune fasi di vegetazione delle piante da frutto.
Temperatura per la
PIANTE DA FRUTTO
germogliazione
fioritura
maturazione
del frutto
Aberia
Agrumi
Albicocco
Castagno
Ciliegio
Fico .
Co
10
6
8
11.2
8
11-12
2
7
10
C»
10
17
8
17.5
17.8
8
8
18
5.4
18
Co
.■50-40
19
20
17.8
21
(lelso
Lampone
Mandorlo
Melo
—
Olivo
Pero
Pesco
Ribes
Susino
Uva spina
Vite
21
20
17.8
18
22
Riguardo alla temperatura devo ricordare al lettore, che i rilievi
climatologici vengono fatti tenendo i termometri a m. 2,60 di altezza
— 208 -
dal terreno. Avviene però, specialmente nelle zone calde come in Sicilia
e nella Libia, che durante l'inverno sono non infrequenti degli abbas-
samenti di temperatura vicino al suolo, talvolta prolungati e dovuti
al notevole irradiamento notturno.
L' intensità e la rapidità dei processi di vegetazione, dipendono
dal grado di calore che si ha nei periodi decisivi per la vita della
pianta, quali sono la germinazione dei semi, la germogliazione delle
gemme, la tìoritutura e la maturazione dei frutti.
La temperatura media annuale di una data regione ha un valore
molto relativo, mentre è indispensabile conoscere la durata e l'intensità
dei periodi di gelo, il limite massimo della temperatura estiva e le
variazioni di temperatura che avvengono nelle giornate più critiche.
Per difendere le piante dal gelo si ricorre alle coperture, alle col-
tivazioni contro i muri, ai ripari nelle arancere e cosi via.
Col troppo calore e la conseguente aridità nel terreno, si arresta la
vegetazione, cadono le foglie ed i frutti, le piante si coprono di paras-
siti e l'albero infine deve morire. Se invece la temperatura è sempre
in aumento, mantenendosi il terreno umido, le piante prendono un ri-
goglio straordinario, ma portano poche frutta.
Si possono prevenire i danni dell'aridità del terreno e del sover-
chio calore coi seguenti mezzi :
a) coprendo il terreno con stranie o stallatico od altro materiale
che si abbia a disposizione, affine di limitare l'evaporazione del ter-
reno per un metro intorno alle piante, non già però quando il terreno
è già secco, ma bensì in marzo quando è ancora umido ;
b) irrorando con acqua le foglie alla sera dopo il tramonto ;
e) annaffiando con conci liquidi, come colaticcio allungato, il
quale influisce anche sulla grossezza e gusto delle frutta. L'annaffiatura
non si deve fare però più di due o tre volte durante la stagione, altri-
menti marciscono le radici superficiali ;
d) zappando e sarchiando di frequente ;
e) irrigando il terreno.
2. La luce. — Senza la luce non è possibile una sana alimentazione
e traspirazione della pianta.
Un albero che cresce all'ombra dà rami lunghi e sottili, produce
fiori, ma non frutti. Solo i rami esposti al sole possono portare frutto.
11 medesimo efletto lo abbiamo anche sulle piramidi o fusi, allevati
con rami troppo fitti.
La luce abbondante, viva, diretta deve avvolgere tutta la pianta.
Con ciò si favorisce lo sviluppo dei rami laterali, che sono sempre i
più fruttiferi. Si raccomanda, nelle località a luce scarsa, non soltanto
di tenere i rami più radi, ma di fare le piantagioni a maggiore distanza.
La luce influisce in grado eminente sulla fecondazione dei fiori,
sul sapore, sulla fragranza, sul colorito dei frutti e delle foglie, poiché
lo strato cellulare della buccia delle frutta funziona in eguale guisa
delle foglie. Per questo, prima che cominci il processo di maturazione,
- ^09 -
bisogna evitare che le pesclie e le albicocche delle spalliere vengano
adduggiate dalle foglie.
Dopo il calore, la luce è indubbiamente l'elemento che ha la mag-
giore influenza sulla quantità e qualità delle frutte. Soltanto dove ab-
bonda la luce si possono coltivare le varietà tardive. Nelle città, nei
giardini presso le case, dove di frequente l'aria è offuscata da nebbie,
da fumo o da pulviscolo, si raccomandano le varietà precoci ; le va-
rietà tardive si devono allevare soltanto contro i muri a spalliera.
Quanto più rigido è un clima tanto maggiore è il bisogno di luce
per la pianta. La luce convertita in calore supplisce alla delìcenza di
quest'ultimo ed è per questo che nei paesi nordici la coltivazione a
spalliera è molto estesa e le piantagioni vengono fatte a maggiore di-
stanza che da noi.
3. — L'aria è altro degli elementi indispensabili per la vita delle
piante; senza il suo concorso non può avvenire germinazione di semi,
elaborazione di succhi, sviluppo e vitalità nelle radici.
Se in un giardino non circola sufficientemente l'aria, le piante pe-
riscono oppure non portano alcun frutto.
Dagli impianti troppo fitti, non si può attendere molto prodotto;
così pure è necessario che il terreno attorno alle piante sia mantenuto
soffice, poiché l'aria penetrando, non soltanto serve per la respirazione
delle radici, ma serve anche a decomporre e rendere assimilabili i ma-
teriali inerti. Quanto più compatto è un terreno, tanto più piofondo e
di frequente bisogna lavorarlo.
Il movimento dell'aria agisce favorevolmente sulla pianta sia dal
lato meccanico che fisiologico. Meccanicamente, poiché una ventilazione
moderata favorisce la fecondazione ed impedisce i danni del secco o
della umidità eccessiva dell'atmosfera; fisiologicamente, perchè si
rende più attiva la vita della pianta.
4, — L'acqua è un elemento indispensabile per la vegetazione : nel
terreno ed allo stato liquido, quale solvente degli elemenli nutritiin ;
nelle piante, poiché vi costituisce un gran parte del succo; nell'aria
allo stato gazoso, perché oltre a servire da regolatore del calore, ci
procura le pioggie ed altri precipitati atmosferici.
Nel terreno deve però trovarsi nella dovuta quantità poiché, se
esuberante, le piante non fioriscono e il legno si costituisce male;
se invece é deficiente, le piante crescono poco rigogliose, sono poco
longeve, si caricano di fiori e frutti che non sempre portano a ma-
turazione. Si toglie la soverchia umidità al terreno, mediante lavori
speciali di miglioramento o col drenaggio ; all' aridità, come ho detto,
si rimedia coprendo il terreno in primavera, o coll'irrorare le fronde,
o somministrando concimi liquidi durante la vegetazione.
L'irrorazione delle fronde é forse il miglior sistema specialmente
pegli alberi coperti di polvere lungo le strade; bisogna però avere
l' avvertenza, che l'acqua abbia la temperatura piuttosto supcriore a
quella dell'atmosfera, altrimenti le foglie cadono.
14 - Tamaro - Frutticoltura.
— 210
In una atmosfera umida o che va soggetta a nebbie, le piante bensì
fioriscono molto, ma le frutta allegano poco. A questo inconveniente
non si può rimediare con alcuno artifizio.
Dal periodo della lìoritura a quello della maturazione, sono prefe-
ribili le pioggie frequenti ai forti acquazzoni, i quali scorrono via senza
che il terreno se ne possa imbevere. Le regioni delle colline che hanno
pioggie meno abbondanti, ma più frequenti del piano, danno anche per
questo dei maggiori prodotti.
Le regioni ricche di pioggia richiedono concimazioni e lavorazioni
diverse delle regioni asciutte.
Per r Italia, il problema dell'acqua è il più importante ed è di vitale
importanza per la nostra frutticoltura. L'irrigazione anche delle piante
da frutto, come vedremo in apposito capitolo, nella Parte sesta, si deve
estendere molto di più di quanto si è fatto finora.
5. Conclusioni. — Dopo quanto precede in questo capitolo dobbiamo
dire che lo studio del clima ha una importanza capitale per rendere
reddiliva la nostra frutticoltura.
a) L'albero da frutto richiede durante il periodo di attività vege-
tativa, temperatura elevata, buona aria, abbondante luce con una nor-
male freschezza del terreno.
b) Durante il periodo di riposo, la neve protegge le piante e gli
inverni miti, con frequenti giornate coperte, nebbiose o asciutte e fredde
con gelo, sono dannosi. Dannosissime sono poi le forti nebbie se
seguono i freddi intensi e lunghi.
e) Le primavere precoci, un maggio soleggiato ma non caldo, con
pioggie moderate, promettono buon allegamento dei frutti. I rapidi
sbalzi di temperatura, i jìeriodi lunghi di siccità o di pioggie, così pure
la persistenza di venti asciutti, sono quanto mai dannosi. Il prodotto è
tanto maggiore quanto più di frequente si alternano durante l'estate, i
periodi di tempo sereno con dei brevi periodi di pioggie abbondanti.
Nel primo mese dell'autunno, la pianta da frutto esige giornate
calde e serene per maturare i suoi frutti ; in novembre e in dicembre
invece, le pioggie sono propizie, perché nel terreno, si immagazzina
dell'umidità che va a vantaggio della vegetazione successiva.
d) Naturalmente il prodotto dipende anche dalla quantità di ma-
teriali di riserva che la pianta ha potuto immagazzinare dal tempo
trascorso dall'ultimo grande raccolto; dalle cure che si hanno avute
per mantenere sano e vigoroso l'albero; dai materiali nutritivi accu-
mulati nel terreno e dal loro grado di assimilazione. (ìeneralmente il
prodotto dipende da quel fattore di produzione che agisce in rapporto
massimo o minimo.
Più ancora però delle sostanze nutrienti accumulatesi nel terreno,
il prodotto dipende dall'andamento delle stagioni nell'anno precedente.
e) Per ogni specie di alberi vi ha una condizione speciale di
terreno e di clima che rappresenta il suo optimum, e tutte le variazioni
di questo sia per una temperatura più alta o più bassa, va a svantaggio
della fruttificazione.
— 211 -
Ogni pianta trovandosi nel suo optimum per un fattore, ha esi-
genza diversa per un altro fattore. Ad esempio se una pianta nel suo
optimum esige terreno fresco, nei climi più caldi lo esigerà umido e
nei climi più freddi, secco.
Gli agenti atmosferici che vi concorrono maggiormente sul risultato
dei prodotti dell'anno in corso sono: il calore, nel mese di maggio;
in giugno, l'umidità dell'aria; in luglio ed agosto, l'umidità del terreno;
in settembre-ottobre, il sole.
/) Quando nei mesi di giugno, luglio ed agosto si ha avuto un
tempo caldo, uniforme, con una media superiore alla usuale, si avrà
con molta probabilità, se l'autunno e l'inverno non danneggiano, un
buon raccolto nell'anno seguente.
Se invece il suddetto jieriodo è stato piuttosto freddo, incostante,
con una media inferiore a quella solita del paese, si avrà scarso rac-
colto nell'anno venturo, indipendentemente dall'autunno ed inverno più
o meno favorevoli.
II.
Terreno.
A parità di condizioni di clima, la riuscita di una coltura dipende
dal terreno.
I terreni di buona composizione e di buona preparazione hanno
un valore inestimabile, poiché da essi tutto si ottiene colla minor
spesa e col minor lavoro. Questi terreni però sono ben rari. La mag-
gior parte di quelli che possediamo sono mediocri, quindi per ottenere
dei prodotti rimuneratori occorrono miglioramenti meccanici e chi-
mici, occorre applicare la coltivazione più adatta, infine sono neces-
sarie tutte quelle intelligenti vedute che costituiscono la vera scienza
della coltivazione.
1. Composizione del terreno. — Gli elementi principali che costitui-
scono il terreno agrario sono quattro, e cioè: l'argilla, la silice, il cal-
care e l'umus.
Un terreno in cui prevale l'argilla, per la sua impermeabilità, si
mantiene costantemente umido. Gli alberi ivi piantati nei loro primi
anni di vita, hanno una vegetazione rigogliosa, ma più tardi poi si
arrestano nel loro sviluppo. Il legno cresce molle, mal conformato
e le piante sono poco fruttifere. Le frutta vengono voluminose, ma
poco succose e si conservano male. Durante l' inverno le piante sof-
frono per il freddo; nell'estate, screpolando il terreno, le radici sof-
frono per il caldo, e con questo alternarsi di caldo e freddo si ingenera
il marciume. I tronchi ed i rami si coprono di muschi e licheni, le
piante perciò presto si ammalano e muoiono.
Nei terreni silicei, che hanno proprietà opposte degli argillosi, le
— 212 -
piante da frutto si sviluppano lentamente, danno cacciate meno vigo-
rose ; fioriscono però molto, e danno frutta saporite, ma piccole.
I terreni calcari sono i meno adatti per le piante da frutto, perchè
troppo freddi, perchè trattengono molt'acqua e presto anche si asciu-
gano, screpolandosi. In questi terreni, le piante a granella non riescono
assolutamente ; soltanto le piante a nocciolo vi crescono ; però sembrano
sempre ammalate ; sviluppano molte frutta, ma giunte presso alla
maturanza cadono o rimangono di sapore disgustoso, amaro e piccole.
Meglio di tutte le altre piante a nocciolo nel calcare, riesce il ciliegio.
L'uraus non è altro che il prodotto della decomposizione di so-
stanze organiche vegetali ed animali. In un terreno costituito esclusi-
vamente di umus nessuna pianta riesce.
Come si vede, ciascuno di questi quattro elementi preso da sé solo
non costituisce un terreno fruttifero; una combinazione di due lo rende
mediocre, fertile in sommo grado se costituito da
silice 50 7o
argilla 25 „
calcare 15 „
umus 10 „
Concludendo, un buon terreno da frumento, è sommamente adatto
per tutte le piante da frutto ; se il calcare abbonda alquanto, allora
riusciranno meglio le piante a nocciolo di quelle a granella o viceversa.
Del terreno, più che la composizione immediata hanno importanza:
la sua profondità ; il comportamento delle sue particelle per trattenere
l'aria, il calore e l'umidità; la composizione chimica, per quanto questa
possa influire sulle proprietà fìsiche.
2. Profondità. — Per le piante da frutto è indispensabile che il
terreno sia profondo, perchè le radici possano estendersi, penetrare
negli strati sottostanti. Soltanto a queste condizioni si hanno delle
piante vigorose, ben sviluppate, longeve e fertili.
Difatti, lo strato superficiale del terreno è poco utilizzato dalle
radici di un albero, tanto più che esso va soggetto ad asciugarsi. Lo
strato veramente attivo è quello sottostante. Nel sottosuolo le radici
ordinariamente non penetrano, ma esso deve servire da deposito del-
l'umidità e quindi da sorgente di quella freschezza che nel capitolo
precedente abbiamo visto essere indispensabile per assicurare la pro-
duzione di frutta. La profondità più conveniente per questo imma-
gazzinamento di umidità sarebbe fra i tre e quattro metri.
E' ovvio aggiungere che per le piante da frutto in genere e spe-
cialmente quelle con radici molto profonde come il pero, ciliegio,
noce, castagno, sono molto dannosi nel sottosuolo gli strati imper-
meabili compatti di creta o marna.
Trattandosi soltanto di coltivare delle piante a cespuglio od a forme
nane, la profondità del terreno ha minore intluenza ; esse però esigono
un terreno ben fertile.
- 213 -
3. — Le pruprielà fisiche e specialmente la facollà di Iratlenere
l'aria, il calore e l'umidità dipendono oltre che dalla costituzione del
terreno, dalla sua profondità, dall'intensità di evaporazione, dall'espo-
sizione, dalla pendenza, dalla qualità e quantità di erbe che vi crescono,
dalla distanza fra le piante, dall'immissione di acque superficiali e
dalla sottrazione di acque mediante le affossature o drenaggio.
I terreni argillosi sono generalmente impermeabili, umidi, freddi,
tenaci, aderenti, diffìcili a lavorarsi, soggetti a sbalzi di temperatura.
I terreni calcari sono simili ai sabbiosi, ma sono più leggeri e più
freddi se bianchi.
I terreni sabbiosi sono molto permeabili, secchi, caldi negli strati
superficiali e freschi nei profondi, con temperatura relativamente co-
stante e facile a lavorarsi.
I terreni umiferi sono mobili, porosi, facili a lavorarsi, ricchi di
umidità e caldi.
Dai diversi rapporti in cui si troveranno l'argilla, la calce, la
sabbia e l'umus, in un terreno si potranno dedurre le rispettive proprietà
fìsiche.
L'aria è necessaria nel terreno per la respirazione delle radici e
per la vita dei batteri i quali, importati col letame, rendono molto più
attivo il terreno che i concimi chimici.
L'intensità di evaporazione dà alle frutta il loro gusto caratteristico.
4. — Mentre le proprietà fisiche servono a preparare un buon am-
biente alle radici, le proprietà chimiche, procurano a queste il nutri-
mento per la pianta.
Ogni terreno ha la proprietà di trattenere una maggiore o minore
quantità di sostanze nutritive sciolte o solubili nell'acqua, senza lasciarle
defluire nel sottosuolo.
Questo è il potere assorbente del terreno che è il vero regolatore
della fertilità.
La facoltà assorbente massima è per la potassa, ammoniaca, calce,
soda, acido carbonico, anidride fosforica ; media per la magnesia e
l'acido silicico ; molto debole per l'acido solforico e nessuna per il
cloro e l'acido nitrico.
Per questo il nitrato viene dato a piccole dosi, altrimenti l'acqua
lo disperde.
I terreni ricchi di calce trattengono gli acidi, quelli di acido sili-
cico le basi e quindi i terreni ricchi di questi due elementi hanno il
maggiore potere assorbente.
5. — Da quanto precede si capisce che come per ogni specie e
varietà di piante vi ha un optimum di terreno per ogni località.
Prendendo in considerazione le esigenze delle singole specie ri-
spetto al terreno ed al suo stato colturale, si può dire che.il melo
preferisce i terreni freschi, profondi e fertili delle vallate ; tuttavia nei
terreni poco profondi riesce meglio del pero. Le varietà a frutta grosse
esigono in particolar modo terreni ben fertili.
- 214 -
Il pero ha minori esigenze del melo rispetto alla fertilità del ter-
reno ed alla composizione mineralogica ; invece è più esigente rispetto
alla profondità, poiché è necessario che ad un certo punto trovi del-
l'umidità. Nei terreni asciutti, secchi, cadono facilmente i frutti ; oppure
questi diventano come si suol dire legnosi. Il pero sopporta anche le
acque nel sottosuolo.
Il ciliegio è ancora meno esigente del pero, e fa hene anche nei
terreni magri, sabbiosi, ciottolosi ed anche sulle colline rocciose.
I susini sopportano l'umidità meglio d'ogni altra pianta da frutto;
il noce è come il ciliegio, ma è forse un po' più esigente per il calore.
Il castagno pure -, ma ama i luoghi riparati.
II nocciuolo non sopporta troppo l'aridità del terreno e neppure
la poca fertilità; fa molto bene nelle località ombreggiate.
Il pesco, l'albicocco ed il mandorlo amano i terreni soffici, medio-
cremente asciutti, caldi e profondi. Il mandorlo, specialmente se inne-
stato sul susino, tollera un terreno anche più tenace.
Le piante da frutto cespugliose invece fanno bene in qualunque
terreno, sono però molto redditive se si trovano in terreno fertile.
E' indispensabile, per lo sviluppo della frutticoltura, che vengano
esattamente determinate le condizioni di terreno e di clima più favo-
revoli per ogni essenza fruttifera. Per quanto riguarda il terreno è in-
dispensabile che la sua determinazione venga basata sulla sua costitu-
zione geologica.
6. — I terreni torbosi sono i peggiori per le piante da frutto.
Causa la mancanza d'aria, rimangono acidi negli strati sottostanti e
quando vi arrivano le radici, le piante periscono. Poi vi ha un altro
inconveniente. Le buche che si fanno sempre all'impianto, funzionano
come sorgenti di richiamo d'acqua e quindi le piante appena piantate
ne hanno troppa.
Per l'umidità e freddezza del terreno, le piante germogliano tardi
ed i germogli stentano a maturare.
E' quindi necessario, per chi voglia piantare nei terreni torbosi,
dopo aver estratta la torba, procurare di emendarli con della calce e
della sabbia e l'impianto si faccia sempre superficiale, senza fare bu-
che ed impiegando esclusivamente concimi minerali.
Delle piante da frutto, le i)iante a nocciolo non riescono ; le va-
rietà più rustiche delle viti fanno discretamente, meglio fanno i peri
ed ancora più i meli.
Dei peri si possono raccomandare le seguenti varietà: Nuova
Poiteau, Squisita di Charnen, William, Bergamotta d'estate. Tutti i peri
bisogna che siano innestati sul cotogno, poiché se sul franco, avendo
radici profonde, deperiscono presto.
I meli riescono meglio dei peri, applicando delle forme basse. Le
varietà che riesono abbastanza bene sono le seguenti: Bella di Boskoop,
Mela di Boikev, Renetta Baumann, Renetta di Gonion, Renetta grigia
d'autunno. Regina Sofìa e Gharlamowsky.
III.
Altitudine, latitudine, situazione ed esposizione.
1. Altitudine. — Di mano in mano che ci eleviamo sopra il livello
del mare si ha, per ogni 173 metri di altezza, un abbassamento di 1° C.
di temperatura. Ciò naturalmente porta con sé una inlluenza varia sulla
vegetazione delle piante.
In Italia, la coltivazione delle piante da frutto ad oltre 700 m. di
altezza, anche nelle provincie meridionali come sull'Etna, è una ecce-
zione.
11 limite di altitudine a cui possono trovarsi in Italia alcune specie
di piante da frutto, è il seguente :
Agrumi m. 400
Azzeruolo ,,1800
Bagolaro „ 800
Carrubo „ 300
Castagno „ 600
Ciavardello .... „ 1800
Ciliegio „ 1200
Fico . „ 300
Gelso „ 800
Mandorlo „ 500
Melo ni. 1400
Nocciuolo „ 1600
Noce 1000
Olivo 550
Pero „ 1200
Pino da pinoli . . . „ 300
Querce ballota . . . „ ó(X)
Sorbo , 1500
Susino ,,1200
Vite , 600
Come abbiamo visto a pag. 206 per ogni 100 metri di altitudine
corrispondono giorni 1 . 2 di ritardo di vegetazione e giorni 4 . 1 di
ritardo di fioritura e maturazione.
La maturazione delle frutta avviene tanto più imperfettamente
quanto più si sale, poiché l'autunno comincia prima e si fa subito
piovoso.
2. — Anche la latitudine ha inlluenza notevole incjuantochè par-
tendo dall'equatore, ad ogni grado di latitudine corrisponde una dimi-
nuzione di ^2 grado di temperatura media. I limiti di latitudine per
alcune specie di piante da frutto, sono i seguenti :
Agrumi .
Albicocco
Anona .
Azzeruolo
Banano .
. . . 35-42«
... 52»
. . . :?9"
... 53^^
... 37°
Castagno 48-54"
Ciavardello 64"
Fico 45«
Fico d'India 25-45"
Mandorlo 45-50°
Melagrano 44°
Melo . .
Nocciuoic
Olivo.
Palma .
Pero . .
00°
64°
46"
37°
55"
Pesco 47-52°
Pistacchi(
Susino .
30»
()2"
L'va spina 35-47"
Vite
45°
— 216 - ^
Dalle osservazioni fenologiche finora fatte risulterebbe (pag. 206),
clie ad ogni grado di latitudine verso nord, corrisponde un ritardo di
vegetazione di giorni 2.6 e si prolunga di due giorni il periodo vege-
tativo.
3. La situazione. — Le piante da frutto si possono coltivare sulle
montagne od altipiani, sui colli, nelle pianure o nelle valli.
Sulle montagne od altipiani, le piante da frutto sono sottoposte alla
medesima iniluenza che abbiamo considerato riguardo l'altezza; di più
i terreni essendo generalmente poco fertili e molto dominati dai venti,
le piante crescono irregolarmente, vanno soggette a strappi di rami, le
frutta riescono piccole con buccia grossa, acquose, ed il prodotto è
meschino ed irregolare.
Sui colli, le condizioni sono molto migliori; difatti, anche se il ter-
reno è meno fertile che nelle vallate, e i prodotti non saranno tanto ab-
bondanti, sono però migliori e più regolari. Le piante meglio espo-
ste al sole, meglio illuminate per la loro superficie inclinata, risentono
maggior calore. La pendenza favorisce lo scolo delle acque e perciò il
terreno si mantiene più soffice, le radici possono estendersi di più e
quindi le frutta aumentano di volume, di fragranza e di sapore. Infine
i colli sono meno esposti ai geli, alle brine, alle rugiade, le quali ul-
time influiscono tanto sulla conservazione delle frutta. In generale le
frutta dei colli sono sempre più apprezzate di quelle del piano.
Le piante nella prima età, sui colli, sembrano crescere più vigo-
rose che nel piano, finché le radici si trovano in uno strato smosso
del terreno. Allora all'azione della freschezza del terreno, va com-
binata l'azione dell'aria, che quivi è molto più energica e quindi si ha
una grande attività nei batteri. Successivamente però il successo della
coltivazione dipende più che altro, dalla possibilità delle radici di esten-
dersi in un buon strato di terreno fresco e ricco di materiali nutritivi.
Nelle pianure le piante trovano generalmente terre fresche e fertili,
che favoriscono una vegetazione lussureggiante e danno delle grandi
rendite in annate favorevoli; ma le frutta sono meno saporite ed
hanno un aspetto meno attraente di quelle dei colli. Le pianure sono
inoltre soggette alle brine ed i frutti qualche volta sono poco conser-
vabili. Nonostante però tutti questi inconvenienti, la coltivazione delle
piante da frutta puossi benissimo consigliare al piano, poiché in realtà
si hanno ottimi prodotti e si possono coltivare varietà di frutta della più
straordinaria fertilità. L'abbondanza del prodotto supplisce ad usura
al sapore meno fragrante che hanno queste frutta in confronto di
quelle ottenute sui colli.
Le vallate presentano, in grado molto maggiore, gli inconvenienti
delle pianure. Il sole viene tardi alla mattina e scompare presto alla
sera ; le brine sono frequenti, le rugiade abbondanti, la colatura dei
fiori, la poca conservabilità delle frutta, l' infierire delle malattie crit-
togamiche, sono frequenti ; e soltanto le varietà più rustiche, di pomo,
susino, ciliegio, nocciuolo, castagno, vi possono riuscire.
- 217 -
Alcuni autori attribuiscono una influenza forse esagerala alla vici-
nanza delle foreste, delle grandi masse d'acqua, delle riviere, dei lìunii,
dei laghi o mari, sulle qualità delle frutta. Certo però un'atmosfera un
po' umida quale è quella presso alle foreste o vicino al mare non può
che favorire lo sviluppo delle frutta, rendendole più succose e sa-
porite.
Per concludere, diremo che per piantare un frutteto conviene evi-
lare i siti bassi, umidi e sottoposti alle brine od ai tardi geli come pure
le alture dominate dai venti, i quali sono svantaggiosi alle piante ; ma
scegliere piuttosto un luogo riparato, ai piedi di una collina, in una in-
senatura od in una pianura, dove non regni troppa umidità.
4. Esposizione. — L'orientazione di un frutteto, specialmente per
noi dell'Italia settentrionale, ha una certa importanza.
L'esposizione a mezzogiorno, per l'Italia settentrionale, può consi-
derarsi come la più vantaggiosa, poiché le piante godono al massimo
i benefizi del sole e sono riparate dai venti del nord. Nelle provincie
meridionali a mezzodì si ha l' inconveniente di essere troppo esposti
ai venti di scirocco, invece l'esposizione a tramontana è vantaggiosa e
si ottengono frutta più sviluppate e succose.
Il levante ha lo svantaggio di avere una lunga irradiazione notturna,
di ricevere al mattino molto presto i raggi solari, epperciò nei jìaesi
ove le brine sono frequenti, si hanno dei danni considerevoli.
A ponente all'ora del tramonto, è troppo rapido l'abbassamento
della temperatura, ma durante la notte si conserva ])iù caldo.
Come si vede in tutte le esposizioni si possono coltivare le piante
da frutto : sarà questione di scegliere una specie od una varietà piut-
tosto di un'altra. Neil' Italia settentrionale, si possono enumerare le di-
verse esposizioni in ordine decrescente di merito, come segue: sud, sud-
est, sud-ovest, est, ovest, nord-est, e nord.
Dalle osservazioni fenologiche (pag. 206) risulterebbe che le fioriture
primaverili ritardano di un giorno in direzione da ponente a levante,
ad ogni 122 Km. di distanza e così pure la caduta delle foglie. La fio-
ritura estiva invece é più tarda a ponente che a levante.
Per dimostrare l'influenza dell'esposizione sulla qualità dei frutti
basta riportare i seguenti dati ottenuti dal Prof. Passy nel clima di
Parigi.
Mele Calville Contenuto % di zucchero
esposizione a mezzogiorno 12.1.)
„ levante 10.07
Uva Chapelas dorato
ottenuta da due tralci di una
stessa pianta, uno esposto a
Nord 10115
Sud 17.025
- 218 —
IV.
Distribuzione geografica.
1. — F/ azione reciproca dell'aria, acqua, luce e calore, e l'intensità
diversa con cui esse agiscono, producono le diverse variazioni di clima,
da noi cosi frequenti. Questo fatto è dovuto naturalmente alla costi-
tuzione geologica dell'Italia, all'imponente giogaia delle Alpi la quale,
a modo d'anfiteatro, la cinge a settentrione, alla catena degli Apennini
che la scomparte in due, alla infinita serie di monti secondari e di
colli ed infine al vasto mare che la circonda quasi d'ogni lato.
Conseguenza naturale di cotante diversità di clima si è l'abbon-
danza delle specie fruttifere coltivate, e lo stragrande numero di va-
rietà che di ogni specie si sono formate.
Sarebbe prezzo dell'opera raggruppare le diverse specie di piante
fruttifere e le diverse varietà di queste entro certi confini per stabilire
cosi delle zone che demarchino i limiti necessari per la utile coltura
delle medesime. Procurerò di fare ciò rispetto alla specie, non cosi
posso dire rispetto alle varietà indigene, mancando ancora noi, di una
pomona italiana. Senonchè fa d'uopo premettere che le piante non
crescono sempre ed in modo assoluto entro una cerchia delimitata da
confini fissi ed immutabili; e che anzi le eccezioni diventano tanto più
numerose quanto più vasto è il paese che forma oggetto di studio, e
quanto più frequenti sono le cause che contribuiscono alle variazioni
del clima, come sono i venti, le esposizioni, le vicinanze di bacini
d'acqua o di foreste.
l limiti entro i quali un dato numero di piante prospera, viene
chiamato zona o regione. Per il frutticoitore possiamo distinguere in
Italia 3 regioni fruttifere e cioè la
1." Regione delle piante a granella.
2.» „ „ „ „ nocciolo.
;ì° „ degli agrumi.
La regione delle piante a granella è la zona più fredda ed ha i ca-
ratteri del clima continentale per eccellenza. Oltre il Piemonte, la
Lombardia, il Veneto e l'Emilia, comprende tutta quella parte interna
della penisola percorsa dall'Appennino e dalle sue diramazioni. Perciò
la parte interna della Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzi, Cam-
pania, Basilicata e Calabria.
La regione delle piante a nocciolo è la regione intermediaria fra le
regioni calde meridionali e quella del settentrione. Essa comprende
tutte le regioni costiere dell'Adriatico.
La regione degli agrumi o dell'olivo, e del niandorlo, comprende le
zone marittime mediterranee della Liguria, Campania, Calabria, Sicilia,
Sardegna ed Isole minori, nonché la Libia.
- 219 —
Delle 6(ì specie di piante da frutto coltivabili in Ilaiia. almeno una
quarantina si jìossono coUivare in tutte e tre (|uesle re^noni. Colia in-
dicazione sopra accennata io intendo caratterizzare la regione nella
quale le piante a granella, quelle a nocciolo ecc., prosperano e dove
la loro coltura non soltanto riesce redditiva costantemente ma dà an-
che i Trutti migliori della specie. Quindi, se nella prima regione, le
piante a granella trovano la loro zona oUima non viene escluso che si
possano coltivare, nelle zone meno favorevoli, altre piante da frutto e
che nelle zone più calde, meglio esposte, si possano coltivare delle
piante a nocciolo o degli agrumi, ecc. Da ciò la necessità di distin-
guere i)er ogni regione la zona ottima, che sarà la più estesa, la zona
fredda e la zona calda.
Nella Tab. XI sono indicati i caratteri meteorologici delle regioni
fruttifere sopra indicate e nella Tab. XII sono indicate le piante che
nella rispettiva regione si trovano nella zona ottima, fredda o calda.
Tab. XI.
Caratteri metereologiei delle regioni fruttifere d'Italia.
Elementi metereologiei
Val Padana e
zona peninsu-
lare interna
Zona
marittima
adriatica
Zona mariti.
mediterranea
e insulare
i
ì
annua
12.08 - 13
14.21
15.86 - 16.42
Temperatura media
di Gennaio
„ Luglio
1.19 - 4.21
22.75 - 22.91
4.49
24.47
8.29 - 9.49
21.41 - 24.70
E.scursione
18.54 - 21.72
19.98
15.21 - 16.12
(
l
minima
- 9.17 - 12.07
- 7.25
- 2.42 - 4.28
Temperatura estrema
massima
35.71 - .36.30
37.50
35.76 - 37..-.0
differenze
45.47 - 47.78
44.75
39.92 40.04
Umidità
66.6 69.4
70.9
65 9 - 66.8
1
quantità
1063.7 - 1095.2
750.9
601 - 873.4
Pioggia
frequenza
96,7 - 99.6
91.6
H-U - 92.8
Neve
8.1 - 8.0
44
1.2 - 1.8
2. — Nella regione Padana le nebbie sono più frequenti e predo-
minano le pioggie primaverili (maggio) mentre in febbraio si ha il mi-
nor numero di pioggie; i venti di nord ovest predominano neirinverno,
portando il bel tempo, invece i venti di levante d'estate, portano le
pioggie. Nel periodo estivo i temporali sono frequenti e violenti.
Nella regione peninsulare predominano le pioggie autunnali (no-
vembre-dicembre) ed il minor numero di giorni di pioggia lo si ha
in luglio. Nel versante prospiciente l'Adriatico predominano, durante
r inverno i venti N a NO e quello Tirrenico di SO, S e SE. Nell'estate
prevalgono nel versante Adriatico i temporali che assumono grande
— 220
Tab. XII.
Distribuzione delle piante da frutto in regioni e zone.
Regione delle
Regione delle
Regione degli
piante a
granella
piante a nocciolo
agrumi, olivo e mandorlo
Zona
ottima
Zona ottima
Zona ottima
Bagolaro
Albicocco
Aberia
Castagno
Azzeruolo
Agrumi
Ciavardello
Ciliegio
Anona
Corniolo
Corbezzolo
Asimina
Cotogno
Fico da consumo
Banano
Crespino
Giuggiolo
Carrubo
Faggio
Pesco
Eugenia
Gelso per
a foglia
Pino da pinoli
Feijoa
Lampone
Susino
Fico
Melo
Vite per uve mangerecce
Fico d' India
Mirtillo
d'autunno
Gelso da frutto
Nespolo
Noce
Zona fredda
Holboelia
Hovenia
Nocciuolo
Castagno
Kaki
Pero
Cotogno
Mandorlo
Ribes
Gelso per la foglia
Melagrano
Rovo
Melo
Nespolo del Giappone
Sorbo
Nespolo
Olivo
Uva spina
Nocciuolo
Pachira
Vite per uva da serbo
Pero
Palma
Ribes
Passiflora
Zona
fredda
Sorbo
Pavia dolce
Castagno
Uva spina
Persea gratissiraa
Ciavardello
Corniolo
Zona calda
Pistacchio
Psidio
Crespino
Fico da consumo e da
Querce ballota
Faggio
Lampone
serbo
Mandorlo
Vite per uve precoci
Mirtillo
Melagrano
Zona fredda
Nocciuolo
Nespolo del Giappone
Albicocco
Ribes
Olivo per olive da mensa
Ciliegio
Rovo
Vite per uve -precoci
Melo
Uva spina
Nespolo
Zona
calda
Nocciuolo
Pero
Albicocco
Pesco
Ciliegio
Fico
Pino da pinoli
Susino
Mandorlo
Melagrano
Zona calda
Nespolo de
Giappone
Aberia Holboelia
Pesco
Agrumi Hovenia
Susino
Anona Pachira
Asimina Palma
Banano Passiflora
Eugenia Pavia dolce
Feijoa Persea gral.
Ficodindia Psidio
- 221 -
violenza ed i venti di levante ; nel versante Tirrenico predominano
d'estate i venti di ponente ed i temporali sono distribuiti nelle varie
stagioni, senza essere intensi.
Questa zona è limitata per le piante da frutto (ino a circa 000 metri
di altitudine.
3. — Regione marittima adriatica ossia regione delle piante a nocciolo.
Il clima ha un carattere decisamente marino, per conseguenza più
uniforme e costante e perciò più adatto per le piante a nocciolo di
fioritura precoce, che temono gli sbalzi di temperatura in primavera.
E questa si può dire la vera zona intermedia colla mediterranea
che è per l'Italia la più vasta.
Il mese in cui piove maggiormente è l'ottobre poi a distanza il no-
vembre. La minor quantità d'acqua si ha in luglio o febbraio. L' in-
verno e la primavera hanno valori presso a poco eguali rispetto alla
pioggia.
Neil' inverno dominano i venti di nord e nord ovest mentre d'estate
dominano i venti di levante. I temporali si hanno nell'estate, come
nella valle Padana e sono violenti.
4. — La regione degli agrumi, delVolivo e del mandorlo abbraccia
tutte le isole, la costa mediterranea della Liguria, Toscana, Lazio, Cam-
pania, Calabria, Puglie e la Libia.
Se i geografi considerano la Libia, l'Algeria, la Tunisia e il Marocco
come appartenenti all'Africa, gli storici, gli economisti, i naturalisti ed
aggiungiamo ancora gli agronomi, devono considerare questi paesi
come facenti parte integrante dell'Europa. Essi appartengono al bacino
del Mediterraneo, alla medesima regione agricola, caratterizzata dalla
coltura dell'olivo, della vite, del gelso, del fico, del carrubo, degli
agrumi e nella Libia anche della palma.
I limiti non sono arbitrari ma segnati particolarmente dalla na-
tura e dal clima. L'Africa propriamente detta non comincia che al
confine nord del Sahara. Non è quindi esagerato il dire che la Libia
puossi considerare, anche agronomicamente, come una continuazione
del suolo italiano.
II clima del litorale mediterraneo è caratterizzato da una stagione
invernale piovosa, seguita da una stagione estiva con pochissima o
punto pioggia. Per questa alternanza dei periodi secchi cogli umidi noi
dobbiamo in particolar modo attenerci alle coltivazioni arboree, le
uniche che possano colle loro radici profonde, utilizzare durante l'e-
state, l'acqua immagazzinata nel sottosuolo. Altra caratteristica del clima
è la sua mitezza durante l' inverno, nel quale si hanno delle giornate
splendide, soleggiate, tanto da chiamare questi, i paesi dell'eterna pri-
mavera. L'agricoltore anche di questa circostanza deve saper trarre un
utile, coltivando sempre le specie e varietà di più rapido sviluppo e
precoci, per poter fornire di primizie non soltanto i mercati d'Europa,
ma anche per utilizzare meglio l'umidità immagazzinatasi nel terreno,
durante l'inverno. In tal modo l'agricoltore oltre assicurare la vendita
— 222 -
dei suoi prodotti a prezzi molto rimuneratori ha il vantaggio di rea-
lizzare una costante produzione.
In questa regione è indispensabile per alcune piante la irrigazione.
La temperatura ])erò è più uniforme, più elevata d'inverno che
in qualsiasi altra regione e pari d' estate, alla regione adriatica. Spesso
d' inverno, dopo le giornate serene, per irradiamento notturno, avviene
un notevole abbassamento di temperatura presso terra (vedi pag. 208)
che produce dei danni notevoli alle piante specialmente basse.
Tanto sulle coste del Mediterraneo che nelle isole, l'inverno è più
asciutto e l'estate |)iù umido che nelle altre zone, da ciò ne deriva che
d'estate si hanno rugiade abbondanti.
I mesi più piovosi sono l'ottobre ed il novembre.
Predominano nell'inverno i venti S.O, S e SE; nell'estate di O, nella
costa mediterranea. In Sicilia sulla costa di tramontana e di levante i
venti O nell'inverno e di N K nell'estate; in Sardegna prevalenza dell'O
e del N O.
I temporali sono distribuiti lungo tutto l'anno e sono poco intensi.
Nella Libia, d' inverno si ha raramente il Giùbili (scirocco) ed i venti
di Nord che alla costa fanno abbassare la temperatura. D'estate il vento
pernicioso è lo scirocco, perchè secco, caldo e bruciante.
5. Conclusione. — Come si vede, quanto più ci avviciniamo al Mez-
zogiorno tanto maggiore è il numero delle specie di piante coltivabili ;
e nella scelta delle varietà bisognerà preferire, per le regioni meridio-
nali, quelle varietà a maturazione precoce piutloslo che tardiva.
1 climi settentrionali, freddi ed umidi, non sono favorevoli alle
piante da frutto : i frutti sono acquosi, poco zuccherini, poco con-
servabili e le piante vengono attaccate troppo facilmente da malattie.
In queste località al più, riescono le piante da frutto a cespuglio, quali
sono il lampone, il crespino, oppure il susino e ciliegio.
Nei climi caldi, meridionali, le piante sviluppano poco; le frutta
però riescono mollo zuccherine, ma non tanto aromatiche, come, ad
esempio le pere, le mele, l'uva. Per le piante a nocciolo invece, e spe-
cialmente le varietà ])recoci di pesche, albicocche, un clima caldo è
favorevolissimo.
1 climi temperati sono i più favorevoli per le frutta pregiate e da
commercio, quali sono le pere, le mele e l'uva. Qui le frutta assumono
il loro sviluppo normale, acquistando la migliore fragranza ed appa-
renza; le piante alla lor volta crescono vigorose e sono longeve, senza
eccessiva produzione di legno. Di queste frutta si può coltivare un nu-
mero stragrande di varietà e specialmente a maturazione tardiva.
- 223 -
V.
Sviluppo e funzioni delle radici.
Piiiiia di trattare dell'impianto e delle cure necessarie al terreno
per ottenere un conveniente sviluppo delle piante è bene ricordare al-
cune nozioni generali che riguardano lo sviluppo e le funzioni delle
radici.
Le radici hanno, come è noto, quattro funzioni e cioè di respirare,
fissare la pianta, assorbire e digerire.
1. — Se la radice non può respirare, ciò che avviene quando il
terreno non viene lavorato od è imbevuto d'acqua, muore asfissiata e
cioè il glucosio contenuto dalle cellule si decompone in alcool, che
rimane nelle cellule ed in anidride carbonica che volatilizza. Da ciò
l'odore di spirito che emanano le radici infracidite.
Oltre favorire la respirazione delle radici, il terreno soffice, si
rende più attivo; i batteri funzionano maggiormente; viene immagaz-
zinata una maggiore umidità ; vengono allontanate le malerbe e viene
evitata la evaporazione e perciò ritardata la secchezza del terreno.
Questa sofficità oltre che coi lavori la si procura con le concima-
zioni a base di stallatico e col sovescio fatto in primavera.
Nei terreni concimati con sovescio le radici riescono sempre me-
glio sviluppate che in quelli concimati con stallatico. Questa maggiore
penetrazione delle radici nel terreno la si spiega col fatto che la pianta
sovesciata decomponendosi lascia dei canali per la penetrazione del-
l'aria e dell'umidità. Da ciò la convenienza, come vedremo parlando
della concimazione, di alternare la concimazione chimica col sovescio
per le piante da frutto.
Nei frutteti con la coltura intercalare ad ortaggi, conviene alternare
una pianta da sovescio con un ortaggio.
Un buon sovescio sono i piselli da foraggio seminati in febbraio-
marzo che si possono sovesciare in giugno. Si lasciano poi crescere
le malerbe le quali si sradicano con un estirpatore per seminarvi la
senape che sovescia il più tardi possibile, in dicembre. Nella primavera
successiva si possono coltivare gli ortaggi senza stallatico e soltanto
con concimi potassici e fosfatici.
2. — La fissazione della piante nel terreno per mezzo delle radici
le rende stabili in un luogo e resistenti ai venti.
3. — L'assorbimento dei materiali nutritivi avviene per mezzo dei
peli radicali, i quali si sviliuppano tanto di più quanto più attiva è la
traspirazione delle foglie. Se per effetto di una energica traspirazione
la umidità del suolo viene a mancare, allora i peli radicali si allungano
e moltiplicano per aumentare la superficie assorbente. Avviene quindi
che nei terreni freschi e ricchi le radici sono semplici e grosse mentre
nei terreni asciutti sono molto ramose e sottili ed hanno un maggior
numero di peli radicali.
— 224 —
Per questo quando si trapianta un albero, si mozza il fìttone per
rinvigorire le radici laterali, le quali essendo più sottili portano un
maggior numero di peli radicali.
4. — La digestione consiste nella escrezione di succhi acidi che
rendono solubili dei materiali nutritivi inerti nel terreno.
5. — La linfa assorbita dalla radice sale per mezzo dei peli radi-
cali per i fasci legnosi e, dopo elaborata dalle foglie discende per i
fasci del libro. Di mano in mano che la radice cresce, i peli radicali
delle prime radici scompaiono e l'assorbimento dei succhi nutritivi
viene effettuato dai nuovi peli radicali che si sviluppano sulle radici
di prolungamento. Così un po' alla volta le radici attive si allontanano
sempre più dal fusto sia nel senso della profondità che nel senso oriz-
zontale. È evidente per questo la necessità, di portare le sostanze con-
cimante sempre più lontane dal fusto.
6. — Lo sviluppo delle radici è sempre in proporzione a quello
della parte aerea. Quando questo non avviene bisogna artificialmente
o tagliare le radici o tagliare i rami.
Quando un albero vigoroso non dà frutti, molte volte è indizio che
le rispettive radici sono troppo sviluppate in confronto alla parte ae-
rea. Gli alberi che hanno i rami molto sviluppati in tutti i sensi ed
il fusto corto, grosso, raramente hanno un fìttone grosso. Quando
invece la maggior parte dei rami ha una direzione verticale ed il
tronco è relativamente sottile e lungo, si può essere certi che quella
pianta ha molte radici fìttonanti.
La vite, r olmo, il nocciuolo, il ribes, 1' uva spina, il lampone che
hanno radici a fibra larga come i rami, assorbono e fanno circolare
più facilmente una notevole quantità di linfa, perciò la crescita è più
rapida sia delle radici che dei rami. Lo sviluppo però dei rami è sem-
pre superiore a quello delle radici. Nelle piante a legno duro invece,
dove Io scambio della linfa è più lento, perchè limitato agli strati
esterni dell'alburno, avviene un maggiore sviluppo delle radici ed un
lento accrescersi dei rami. In queste piante le radici fìttonanti tendono
a scomparire per lasciar operare le radici laterali.
7. — In un albero possiamo distinguere le radici orizzontali, obli-
que e verticali. Le prime sono quelle che forniscono il maggiore nu-
trimento, le altre danno un debole e grossolano materiale di manteni-
mento che serve più che altro a sviluppare la parte legnosa. Difalti,
quando l'albero ha passato la prima età, nella quale ha bisogno di
sviluppare la sua armatura ossia i rami più grossi, i peli radicali co-
minciano a farsi più radi nelle radici fìttonanti ed un po' alla volta anche
scompaiono assieme alle radici.
8. — Le radici delle piante a foglie persistenti si sviluppano lungo
lutto l'anno meno nelle stagioni più secche e fredde. Gli alberi a foglie
caduche ma però giovani e vigorosi, sviluppano pure nuove radici
lungo tutto l'anno; mentre gli alberi adulti soltanto in primavera ed
autunno.
- 225 -
Le radici che si formano in primavera hanno lo scopo dì alimen-
tare il fiore, i germogli, il frutto ; quelle di autunno, (dall' agosto in
avanti) preparano gli alimenti di riserva per le gemme che daranno
fiori, foglie o rami nell'anno venturo e fanno anche maturare il legno
dell'annata. Il compito perciò di queste ultime radici é di assicurare
la vegetazione e la fruttificazione dell'anno venturo; quelle di prima-
vera, hanno influenza sulla vegetazione in corso.
Quando i frutti appassiscono in autunno o non maturano, è un
segno manifesto che manca l'equilibrio fra le radici e la parte aerea
della pianta; se ciò avviene in primavera ò segno che vi ha carestia
di alimento o eccessivo movimento di linfa. Quindi non bisogna sti-
molare in primavera il movimento della linfa per ottenere dei frutti
mentre non bisogna ostacolare lo sviluppo delle radici in autunno.
9. — Le radici sono di natura molto diversa a seconda che si sono
formate quando l'albero portava delle foglie giovani, di mezzo sviluppo,
adulte o quando erano cadute.
Le radichette più atte a far produrre dei frutti sono quelle che si
producono in autunno e cioè quando la temperatura dell'aria tende
ad abbassarsi. Allora il terreno mantiene ancora il suo calore e le ra-
dici riescono meglio costituite, più proporzionate che non quelle di
primavera, quando la temperatura dell'aria tende ad elevarsi ed il ter-
reno è più freddo. Le prime destinano una parte del loro nutrimento
a favore della parte aerea le seconde invece lo trattengono tutto a loro
profìtto.
Bisogna saper distinguere le radici che alimentano da quelle che
che si allungano. Le prime sono quasi tutte autunnali ; le seconde,
sono di primavera. Gli alberi giovani e deboli hanno molto bisogno
delle prime mentre i soggetti robusti non sviluppano che poche radici
per l'alimentazione e sì trovano superficialmente.
10. — E' necessario perciò studiare le radici per comprendere
quali sono le forze che determinano la loro direzione, la loro natura
e la loro durata, per interpretare la formazione, la persistenza o la
soppressione delle radici fittonanti e per apprezzare l'influenza del
terreno e del clima. Cosi è necessario studiare e conoscere la radice
della pianta allo stato selvatico poiché dal suo sviluppo e forma si
potrà regolarsi nell'allevare la pianta domestica.
VI.
Preparazione del terreno per l'impianto.
Scelta la locahtà e fatto il progetto dell'impianto colle norme sug-
gerite nella Parte V, bisogna procedere alla preparazione del terreno.
1. — La preparazione del terreno prima dell'impianto, non soltanto
deve avere lo scopo dì renderlo soffice con un'opportuna lavorazione,
1.-) - Tamaho - FriilticoUiira.
— 226 —
perchè le radici possano estendersi e trovare il dovuto nutrimento, ma
deve anche provvedere in molti casi a migliorare le proprietà fisico-
chimiche del medesimo, importandovi dei materiali dei quali si trova
deficiente, oppure nel liberarlo da una soverchia umidità, perniciosa,
come abbiamo veduto, alle piante da frutto in generale.
La lavorazione del terreno consiste in un dissodamento cliiamato
anche scasso, reale o parziale, per mettere alla portata delle radici e
rendere assimilabili molti materiali che si trovano nel sottosuolo.
Per scasso reale s'intende quello, per cui il terreno destinato per la
coltivazione delle piante da frutto viene rimosso completamente. Questo
è necessario se si piantano gli alberi ad una distanza inferiore ai 10 metri.
Quando invece trattasi di piantare dei filari distanti oltre 10 metri, con-
viene fare una fossa larga 3 metri lungo il filare e se le ])iante sulla
fila si vogliono piantare ad una distanza maggiore di 10 metri si fanno
delle buche quadre di m. 3 per lato. Facendo la fossa si mette la terra
migliore da un lato per metterla poi sotto, in contatto delle radici e
la terra mediocre dall'altro lato, che si metterà sopra alle radici delle
piante che si collocano. Anche facendo la buca si separano le due terre
e trovando della terra cattiva si mette sopra un terzo lato, per poi
esportarla coi carri.
2. — La profondità a cui si deve fare lo scasso, le buche o i fossi,
dipende dalla qualità del suolo, dal clima e dalla natura della pianta.
Nei terreni leggeri, silicei o calcari bisogna lavorare più profondo che
non nei terreni compatti, nei quali ultimi le radici, rimanendo anche
superficialmente, trovano sempre sufficiente umidità. Le stesse consi-
derazioni devonsi fare rispetto al clima. Nei climi caldi, dove gli al-
beri sono esposti molto di frequente alla siccità, occorre una lavo-
razione più profonda che nei climi freschi. Le piante che hanno radici
fittonanti come la vite, il pesco, il ciliegio, ecc.. esigono un lavoro più
profondo del melo, susino, delle piante a nocciolo in genere, che hanno
radici oblique ed orizzontali.
Ricordiamo sempre che la profondità favorisce lo sviluppo delle
radici verticali le quali fanno ritardare alle piante la fruttificazione.
Noi che vogliamo invece delle piante che producano presto e molto,
anziché estendersi col lavoro nel senso della profondità allargheremo
le buche, le fosse o meglio ancora si farà lo scasso reale. In tal modo
noi favoriremo lo sviluppo delle radici laterali che sono le più attive.
Io credo più conveniente una profondità media di 70 cm., in ogni
caso col lavoro non si deve mai intaccare il sottosuolo e neppure ar-
rivare a questo se esso è impermeabile. Specialmente trattandosi di
buche, se queste avessero per fondo un sottosuolo impermeabile fun-
zionerebbero come tanti bicchieri nel cui fondo vi ristagnerebbe l'acqua
e vi sarebbe una continua melma al contatto della quale, le radici
infracidirebbero.
Per la stessa ragione coi lavori non si deve andare mai più pro-
fondi al livello ordinario a cui arriva l'acqua nel terreno.
- 227 -
Soltanto in casi eccezionali conviene un lavoro profondo di 1 metro
Questa operazione conviene farla alcuni mesi i)rima dell' impianto,
perchè il terreno subisca l'inlluenza degli agenti atmosferici, e cioè
volendo fare l'impianto in autunno, conviene scassare in agosto, e vo-
lendo i)iantare in primavera, bisogna scassare nei mesi di novembre»
dicembre e gennaio.
3. — Se il terreno non ha una composizione adatta alle esi-
genze delle piante da frutto e se in particolar modo non contiene
una sutlìciente quantità di calcare, conviene, prima di operare lo scasso,
spargere sulla sua superficie dei calcinacci, delle spazzature dì strade.
Molti preferiscono di fare questo ammendamento durante l' opera-
zione dello scasso, e cioè di portare i suddetti materiali in fondo
alle fosse di mano in mano che si procede col lavoro. Questa pratica
non la consiglierei mai, perchè in questo modo non si ottiene una in-
tima e completa mescolanza dei materiali importati col terreno, e si
finisce coll'avere degli strati troppo ricchi di calcare e degli altri più
poveri, a danno alla vegetazione delle giovani piante.
Quando si tratta di impiantare un frutteto a coltivazione intensiva,
e cioè con molte piante vicine una all'altra, conviene anche, prima di
scassare, spargere dello stallatico grossolano sulla superficie, in modo
che questo si mescolerà bene colla terra.
Con questa concimazione, coll'aggiunta di calcinacci, e collo scasso
per se slesso, si provvede a migliorare le proprietà fisico-chimiche
del terreno. Ora prima di descrivere il modo di fare lo scasso, conviene
parlare del modo con cui si deve provvedere per allontanare l'umidità,
la quale talvolta viene soverchiamente trattenuta per l'impermeabilità
degli strati sottostanti.
4. — Per allontanare rumidità si provvede con fosse scoperte, con
fosse coperte, con tubi di drenaggio. Mediante fosse scoperte si occupa
troppo terreno, e rendesi meno comodo l'accesso ai diversi ap|)ezza-
menti del frutteto. Le fosse coperte si devono fare almeno alla pro-
fondità a cui si intende fare lo scasso, in direzione dell'inclinazione
del terreno, parallele fra loro, ed alla distanza almeno di 10 metri, con
una pendenza di mezzo centrimetro per metro. Scavata la terra, si fa
sul fondo una specie di canaletto, con delle tegole o con delle pietre
piane. Sopra a queste si mette della ghiaia, e poi la terra. Meglio ancora
di queste fosse coperte è il vero drenaggio con tubi di terra cotta, i
quali mettono capo in un emissario comune, che poi si scarica in una
roggia.
Il sistema più conveniente però per liberare il terreno di un frut-
teto da una soverchia umidità consiste, nel servirsi degli stessi viali
quali mezzi di drenaggio. Intanto, bisogna premettere, che in un terreno
soverchiamente umido non è consigliabile l'impianto di alberi da
frutto, e perciò è sempre relativamente poca l'umidità da allontanale.
Questo sistema che non ho trovato descritto ancora in alcun trat-
tato, ha il vantaggio di permettere una lunga durata, poiché le radici
- 228 -
delle piante sono lontane ; di più esso costa poco ed è di un effetto
sicuro.
Per applicarlo si opera nel seguente modo : destinato un appezza-
mento per frutteto, si comincia anzitutto, prima di scassare, a segnare
dove si vogliono fare i viali, ed in quel sito si scava tutta la terra fino
alla profondità a cui si intende scassare ed anche più sotto, facendo
tanti fossi con la dovuta pendenza e spargendo la terra di sterro sulla
parte del terreno destinata ad essere piantata e scassata.
Con questa semplice operazione noi cominciamo già ad alzare la
superficie del terreno, e renderla perciò meno umida. Sul fondo delle
fosse si mettono le pietre, che si raccolgono man mano che si fa lo
scasso, in modo che, quasi sempre, col semplice scasso si riesce a
trovare sul sito le pietre necessarie per fare il drenaggio e per fare il
fondo ai nostri viali. Per completare questi ultimi basta coprirli con
uno strato di 20 cm. di ghiaia un po' fina.
VII.
Scasso del terreno.
1. — Lo scasso si fa succedere a tutte le operazioni che abbiamo
or ora descritto.
Lo scasso si eseguisce generalmente a mano colla vanga e, dove
trovansi molte pietre o degli strati compatti di marna o di tufo, si
ricorre al bidente, al piccone, al zappone. A qualunque profondità si
voglia fare lo scasso, è conveniente sempre di non portare lo strato
superficiale, che è quasi sempre migliore degli inferiori, ad una pro-
fondità superiore ai 30 cent., perchè le radici delle nuove piante pos-
sano assimilare immediatamente i materiali nutritivi.
0,30 A
Fig. 201. — Sezione di uno scasso in preparazione.
Come si proceda lo scasso, è troppo noto. Si scava prima una
fossa in forma di gradinata ffig. 201), i cui gradini sieno eguali fra
loro, alti ciascuno quanto una fìtta di vanga e larghi il doppio. La ca-
vata si pone in E meno quella dello strato D che si lascia sul posto,
ma che pure viene smossa colla vanga o col piccone secondo i casi.
- 229 -
Si procede quindi al lavoro della gradinala, ponendo la terra C in t-,
la terra A in a e la terra B in b, in modo che lo scasso assumerà la
forma della fìg. 202.
Fig. 202. — Sezione di uno scasso in lavoro.
Alla fine rimarrà una l'ossa aperta che si deve colmare con la terra
scavata prima e che abbiamo collocato in E (fig. 201). Trattandosi di
un'estensione piuttosto grande ed allo scopo di diminuire la spesa
di trasporto di questa terra, si divide l'appezzamento da scassarsi in
un numero pari di regioni eguali fra loro (fig. 203).
e
1)
e
d
a
B
A
h
Fig. 203. — Disposizione per uno scasso di appezzamento grande.
Nella prima sezione si comincia il lavoro a sinistra in A per la-
sciarvi la fossa aperta in b, che viene colmata col cavaticcio B delh
seconda sezione dove si comincia lo scasso a sinistra.
- 230 -
Per la terza sezione si fa come per la prima, e cosi via. Se gli
operai hanno lavorato accuratamente, la superfìcie del terreno dovrà
presentarsi piana come prima, soltanto sarà sollevata di Va circa della
profondità a cui si è fatto lo scasso. Con tutto ciò, si notano sempre
dei piccoli dislivelli che bisogna togliere, mediante una vangatura ge-
nerale per appianare la superfìcie e cosi poter piantare tutti gli alberi
ad una regolare profondità.
Avendo da piantare degli alberi ad una distanza superiore ai 10 m.
da fila a fila, si può, come ho detto e senza inconvenienti, preparare
il terreno colle fosse. Queste devono essere della larghezza almeno di
3 metri, e della profondità di uno scasso reale. Le fosse si tengono
aperte, fino al momento dell'impianto, avendo cura di tenere separate
le due terre, quella superficiale da un lato, e quella del sottosuolo
nell'altro.
Anche col sistema delle buche, valgono le medesime considera-
zioni. Queste si fanno della dimensione di 3 metri in quadrato separando
le due terre e si lasciano aperte fino al momento dell'impianto.
Infine noteremo, che durante lo scasso si deve liberare il terreno
dalle radici di male erbe e dai ciottoli. Questo lavoro è adatto a donne
o ragazzi i quali, di mano in mano che si smuove viene rivoltata la
terra e la ripassano muniti di una piccola zappa.
2. — Ciglionatiira e riduzione a gradoni.
Per fare un impianto sopra un terreno inclinato, bisogna ridurlo
a terrazze o banchine. Dal lato economico questa spesa è più conve-
niente per la vite, anziché per le piante da frutto. Per le piante da
frutto conviene soltanto quando si ottengono delle banchine molto
larghe, o a meglio dire quando la pendenza è lieve e cioè da 25 a 30 7o-
La fig. 204 ci dimostra il modo di operare.
Si comincia col segnare mediante paline la linea di pendenza (AB),
quindi si apre in basso (B) la linea fondamentale di base, lungo la
quale dovrà aprirsi la fossa che raccoglierà tutte le acque.
Indi viene fissata la lunghezza totale del gradone (comprendendo
anche quella della scarpata) e la si riporta da E verso A, ponendovi
una palina. Da ciascuna palina, mediante lo squadro agrimensorio, si
innalzano delle perpendicolari alla linea di pendenza, individualizzan-
dole con altre paline, le quali segneranno perciò la linea longitudinale
mediana del gradone. La larghezza totale del gradone chiamata lenza,
è sempre eguale alla distanza che si intende lasciare fra filare e filare
delle piante oppure, trattandosi di viti, dal numero di filari che si in-
tendono piantare in ogni ripiano. Naturalmente quanto più erto è il
terreno, tanto più corte devono essere le lenze.
Per formare i gradoni, si comincia sempre dal basso, la terra che
si trova nella metà superiore si porta alla metà inferiore, e cioè la
terra scavata in a si porta in b, e quindi non si scassa che il terreno
che era sotto a. Bisogna badare che i ripiani abbiano una leggera pen-
denza verso il poggio, in modo che le acque si raccolgano tutte ai
- 231 -
piedi della scarpa, dove si fa anche un solchetto che le conduce in
un canale maggiore e le allontana. La pendenza da dare alla scarpa
dipende dalla sua altezza, ammenoché non si voglia farla di muro,
utilizzando le pietre del terreno. In cpiesto ultimo caso la faccia interna
del muro si deve farla verticale, e quella esposta inclinata, in modo
che il muro venga ad essere più largo alla base.
Fig. 204. — Disposizione a terrazze per 1" impianto di agrumeto.
Per il movimento di terra bisogna cominciare dal basso, mentre
per completarlo e affinarlo, come sono gli spianamenti dei ripiani,
l'accomodamento delle scarpate, la sistemazione degli scoli, devesi
procedere dall'alto in basso.
3. — Trattandosi di un terreno molto inclinato, non conviene ridurlo
a banchine, bensì bisogna piantare gli alberi a formelle, che poi si
allevano a pieno vento, od al ])iù a mezzo vento.
Le formelle si fanno col medesimo principio delle banchine, sol-
tanto si fanno quadrate di 1 metro o 2 per lato. La terra cavata contro
il poggio, la si porta subito al disotto, sostenendola con una palizzata
o con della cotica d'erba oppure con pietre, facendo un muro a
mezza luna.
Vili.
Chiusure dei terreni coltivati a piante da frutto.
(I muri di recitilo).
Se per tutte le coltivazioni è sempre stata riconosciuta la necessità
di chiudere i terreni, questa necessità è tanto maggiore per un terreno
coltivato a piante da frutto.
Le chiusure si possono fare con muri, siepi vive e siepi morte. In
questo capitolo tratterò soltanto delle chiusure con muri.
- 232 —
1. — I mari sono specialmente indicati per i frutteti. L'altezza più
conveniente è di 3 metri ; in ogni caso non meno di metri 2,50 sopra
al livello del terreno, per riparare il frutteto dai venti e per allevare
le piante a spalliera.
Il miglior materiale per questi iiiuri è la pietra per le fondamenta
e per circa 30 cm. fuori terra, il rimanente di mattoni. Le fondamenta
non devono farsi troppo larghe, per impedire alle radici di svilupparsi.
E' meglio rendere più solido il muro coU'approfondire le fondamenta
che non coll'allargarle. In ogni caso esse devono essere più profonde
di quanto si intende lavorare il terreno.
Una volta si costruivano questi muri della larghezza di 35 cm., ora
invece si usano molto più economici. Si fanno dello spessore di due
teste di mattoni, e cioè della larghezza di 25 cm., ed ogni tre metri e
mezzo si fanno dei pilastri larghi da 35 a 50 cm. per dare maggior
solidità.
E' bene, perchè i muri mantengano la dovuta solidità, che siano
unO' in congiunzione dell'altro e con le porte, non libere, ma intagliate
nel muro, e cioè che superiormente a queste, il muro possa continuare.
Occorre che il muro si mantenga sempre asciutto, e le sue faccie
sieno perfettamente a piombo e che le piante a spalliera non siano
investite direttamente dalla pioggia.
Per evitare questo inconveniente, tutti i muri saranno muniti alla
sommità di una specie di cappello fatto con tegoli, mattoni, lastre di
pietra, o lavagne, o cemento, in modo da riparare, a guisa di tettoia,
più o meno sporgente.
La copertura fatta con mattoni e con cemento è la migliore, per-
chè mantiene più serrato il muro ed impedisce all'umidità di penetrarvi.
La pendenza poi deve essere dalla parte opposta a quella in cui si
intende di utilizzare il muro, perchè l'acqua sgoccioli sul lato esterno
del frutteto.
Utilizzando, di un muro, tutti e due i lati, bisogna fare la coper-
tura a doppio pendìo.
In generale, per un muro alto 3 metri, la sporgenza del cappello
necessaria è di cm. 25. Al disotto del cappello vengono poi fissate delle
sbarre, alla distanza di un metro e sporgenti 50 cm., unite all'estremità
mediante un lilo di ferro per servire di sostegno alle tettoie mobili.
Queste tettoie riparano dalle brine e mantengono più alta la tempera-
tura evitando l'irradiamento del calore.
Le tettoie mobili consistono di tanti assiti larghi 50 cm. e lunghi
m. 1 a 3, fatti con sottili tavole oppure di lamiera di latta unita in-
sieme mediante intelaiatura di ferro o legno.
Al momento di adoperarle si distendono lungo le sbarre in modo
che stiano quasi orizzontali, perchè altrimenti porterebbero troppa
ombra alle spalliere e renderebbero la vegetazione irregolare.
Si possono fare anche ripari di stuoie o cannicci o con paglia di
segale ; le stuoie si fanno della larghezza sopi'a indicata e lunghe pa-
— 233 -
lecchi metri, percliè per levarle si arrotolano. Sono da preterirsi però
le tettoie in latta o quelle in legno, perchè trattengono minore umidità
e in esse non si annidano gli insetti.
Questi ripari sono molto utili specialmente per le spalliere di
peschi e viti, perchè riparano dal freddo da novembre a tutto maggio,
e anche a tutto giugno per le viti precoci.
Quando le piante sono giovani e non hanno per conseguenza rag-
giunta la sommità del muro, o quando si tratta di varietà molto deli-
cate di peschi, viti, limoni, ecc., e che la stagione corre fredda e pio-
vosa, e quando finalmente vuoisi arrestare la vegetazione di una branca
per rinforzarne un'altra, si dispongono questi ripari sopra speciali ca-
valietti di legno a diversa altezza.
Questi ripari o intelaiature, come avrà già rilevato il lettore, sono
indispensabili per avere delle belle spalliere di uniforme e sana vege-
tazione. Si possono chiamare le vere regolatrici del calore, e senza di
esse, almeno da noi dell' Italia settentrionale, non è possibile allevare
il pesco a spalliera.
L'intonaco dei muri deve essere liscio più perfettamente possibile
e fatto di cemento o gesso, perchè si possa pulirlo da muschi od altre
crittogame con la maggior facilità e perchè gli insetti non possano
alloggiarvisi.
Alcuni vorrebbero dare ai muri il color bianco, altri il nero. Il
color bianco ha la proprietà di riverberare il calore durante il giorno,
ma non durante la notte, poiché allora non avviene il processo di nu-
trizione mediante le foglie. E poi, anche l'opinione che i muri di color
nero si mantengano caldi per più lungo tempo non è esatta, impe-
rocché se il color nero ha la facoltà di trattenere molto il calore, ha
pure una gran forza d'attrazione per il freddo e quindi dopo il tramonto
del sole in pochissimo tempo i muri neri si raffreddano.
Io sono delia convinzione che il color bianco è l'unico colore
che si debba dare ai muri, per avere la massima concentrazione di
calore sulle spalliere. In una località dove temo le scottature dei gio-
vani germogli per etietto della troppa irradiazione del calore, non farò
neppure delle spalliere, o metterò delle varietà che non sottrano.
2. — Per utilizzare i muri da tutti e due i lati e potervi piantare
due spalliere, non si fanno i muri al confine del frutteto, ma più al-
l'interno lasciando al di fuori una striscia di terreno larga 2 metri
almeno, la quale alla sua volta si chiude al confine con una rete me-
tallica (fig. 205) A B G D.
Importante è la orientazione da darsi ai muri, per evitare la espo-
sizione peggiore che è quella a Nord. Invece di dare una orientazione
da Nord a Sud sarà meglio scegliere quella da nord est a sud ovest o
da nord ovest a sud est (fig. 205).
3. _ Volendo allevare delle spalliere anche nel mezzo del frutteto,
si costruiscono dei muri isolati, in modo da poter utilizzare da tutti e
due i lati delle spalliere. E' necessario, per evitare resposizione a Nord,
234
che essi abbiano un lato esposto a levante e l'altro a ponente od almeno
da SE a N O, come è indicato in g, h, i, nella fig. 205. Perchè l'aria
possa circolare nel frutteto, questi muri non devonsi fare in contatto
col muro di cinta, ma distanti almeno 3 metri ; si dispongono paralleli
e distanti uno dall'altro almeno 3 volte la loro altezza.
s-o
y-
g f.
Fig. 205. - Disposizione di un frutteto
per utilizzare esternamente i muri di cinta.
IX.
Siepi vive.
Le siepi vive possono servire di riparo ai venti intorno ai frutteti,
ma devono essere alte quanto un muro, e si fanno di castagno, di ro-
vere, di carpino, di leccio e cosi via. Queste siepi però si fanno più
nei giardini e quindi mi -intratterò soltanto delle siepi vive da difesa
dei broli e campi, in cui si coltivano le piante da frutto.
Moltissime sono le specie di piante che si prestano per fare siepi
vive. Qui sotto dò l'elenco, colle principali indicazioni colturali che le
riguardano. Nella scelta bisogna aver cura che l'essenza.
a) abbia una ramificazione fitta, cominciando dalla base, e possi-
bilmente munita di spine ;
b) che mantenga costantemente le ramificazioni in basso ;
e) che sia di rapida crescita e possa sopportare tagli frequenti;
dj che non invada colle sue radici il terreno circostante e cresca
bene in file serrate.
Le piante da siepe più adatte sono 1' acero campestre, il bossolo,
l'arancio trifoliato, il biancospino, la maclura, il fico d'India e la marruca.
Faccio seguire un elenco di piante che possono servire per for-
mare la siepe, colle principali indicazioni colturali (vedi Tab. XIII
a pag. 236-237).
- 235 -
X.
Impianto e cure relative
al mantenimento delle siepi vive.
1. — Prima di disporre per rimpianto di una siepe dobbiamo ri-
cordare che l'Art. 579 del Codice Civile prescrive, che non si possono
piantare siepi ad una distanza inferiore di 50 cm. dal confine del vi-
cino, cosi pure devesi ricordare, che le siepi devono distare dai fossi
di scolo almeno tanto quanto è profondo il fosso.
2. — Fissata la posizione della siepe, si scava una fossa larga un
metro, lungo tutto lo spazio che deve essere da essa occupato.
Al momento dell'impianto si impiegano i concimi indicati per gli
impianti in genere (Vedi Cap. XVII di questa parte) e poi si collocano
le piantine di almeno due anni d'età in doppia fila alternata, alla di-
stanza di 20 cm. per lato. Volendo invece fare un siepe con una lila sola
di piante, queste si collocano a 15 cm. di distanza.
Prima dell'impianto, si abbia cura di mondare le radici dalle ra-
mificazioni rotte e contuse e, dopo si tagliano le piante vicino terra.
Durante l'anno, si fa una zappatura nel mese di agosto, per mondare
il terreno dalle malerbe.
Nel secondo anno, durante l' inverno, si tagliano tutte le piante a
10 cm. dal terreno e si lavora il terreno fra mezzo alle piante ed almeno
50 cm. per lato della siepe. Nell'agosto si fa una zappatura.
Nel terzo anno si tagliano le piante 20 cm. sopra al taglio l'alto
l'anno scorso e così ogni anno, fino ad arrivare all'altezza a cui si
desidera la siepe.
Quando la siepe ha raggiunto l'altezza voluta le cure annuali con-
sistono in una zappatura e scerbatura accurata durante l'inverno ed
in luglio col forbicione da siepe si fa (vedi fig. 44, pag. 34) una tosa-
tura in alto e lateralmente, per mantenere la siepe nelle sue dimensioni.
Una siepe fatta in questo modo può durare a lungo, ma se non è
curata annualmente si formano facilmente spazi vuoti, per mancato
equilibrio fra pianta e pianta e perchè le piante si sguerniscono facil-
mente in basso, per deficienza di luce ed aria.
Un metodo migliore, che ha il vantaggio di far crescere più presto
le piante, di dare meno ospitalità agli insetti e di rendere più facile
e meno costosa la manutenzione, è la siepe a reticolato.
Per formare questa siepe, si adopera l'acero, il gelso, ed anche la
maclura ed il biancospino.
L'impianto si fa sopra una sola fila, collocando le piante alla di-
stanza di 15 cm., e tagliandole vicino a terra.
Nell'inverno del secondo anno si prendono i due rami migliori e
si piegano a destra e sinistra del fusto, secondo un angolo di 45°, e si
236
Le principali piant
Abies
Acer campestre
„ Monspessulanurn
Atriplex Halimus. . .
Berberis vulgaris. . .
Buxus sempervirens .
Carpinus betulus .
Cerasus Mahaleb . .
Clematis vitalba . .
Citrus triptera . . .
Cornus Mascula . .
„ Sanguinea
Corylus Avellana . .
Crataegus oxyacantha ,
„ Crusgalli . .
Evonimus vulgaris . .
Fagus sylvatica . . .
Genista sylvestris. . .
Gleditschia triacanthos
Hippophae rhamnoides
liex acquifollium . . .
luniperus communis .
Abete
Acero campestre
Acero minore
Atreplice di mare
Crespino
Bossolo
Carpino
Ciliegio di S. Lucia
Vitalba
Arancio trifogliato
Corniolo
Sanguinella
Nocciuolo
Biancospino
Lazzcruolo spinoso
Evonimo o Fusaggine
Faggio
Ginestra spinosa
Spinacristi
Olivello spinoso
Aquifoglio
Ginepro
Laurus nobilis Alloro
Ligustrum vulgare Ligustro
Lycium Europaeuni
Maclura aurantiaca .
Morus alba ....
Opuntia Ficus indica
Olea europea . . .
Paliurus aculeatus .
Parkinsonia aculeata
Pinus
Prunus
Prunus spinosa. . .
Punica granalum .
Quercus coccifera. .
Bamnus catharticus.
Robinia pseudoacacia
Rosa canina ....
Agutoli
Maclura
Gelso
Fico d' Inilla
Olivastro
Marruca
Parkinsonia
Pino
Susino selvatico
Pruno prugnolo
Melagrano
Querce spinosa
Ramno spin cervino
Robinia
Rosa canina
Rubus fruticosus ; Ro\
Ruscus aculeatus .
Tamarix gallica .
Taxus baccalà . .
Thuja occidentalis
Ulex europaeus .
Ulmus campestris
Rusco pugnitopo
Tamarice
Tasso
Tuja del Canada
Ginestrone europeo
Olmo
forte, fresco
tutti meno negli umidi
eccessivamente scioll
sterile e sassoso
fresco
qualunque
qualunque, di prefereii
calcare e non umido
scoglioso e secco
calcari e rocciosi
sabbioso, argilloso
in ogni terreno
id.
id.
leggei-o e fresco
qualunque
id.
id. :
qualunque, purché non e\
maraente umido o paluj
qualunque |
id. j
sulle spiaggie e sabbi
fertile e profondo
qualunque, anche dove >
sun albero potrebbe allig)
fertile e leggero
fertile ed umido
qualunque
sciolto e fresco
id.
qualunque
argilloso, calcare
qualunque
id.
sciolto
fresco
id.
asciutti e calcari
id.
indifferente
id.
id.
id.
id.
salsi
fresco
fresco e fertile
secco, arenoso
leggero profondo
ì e cenni colturali.
23:
Clima
Moltiplicazione
umido
seme
fresco
id.
caldo
id.
id. j
seme e polloni
jii:iliim|ue
id.
idifferente
seme
o per mazze
id.
polloni o seme
i.l.
id.
i<l.
polloni
id.
seme
id.
polloni e seme
id.
id.
freddo
id.
5iialiiin|iic
id.
id.
id.
id.
id.
piuUoslo
seme
freddo
qualunque
id.
id.
seme e polloni
id.
id.
caldo
seme
qualunque
id.
caldo
seme e polloni
fresco
seme e polloni
qualiuKiue
id.
temperalo
seme
id.
id.
caldo
articolazioni
id.
seme ed ovoli
qualunque
seme e polloni
temperalo
seme
k id.
id.
id.
seme e polloni
id.
id
caldo
id.
id.
seme
ndifferente
seme e polloni
temperato
id.
id.
id.
id.
id.
ndifferente
seme e polloni
caldo
seme e marze
temperato
, seme
id.
1 id.
marittimo
id.
temperato
id.
OSSERVAZIONI
Si adopera di rado nei frutteti.
E molto adoperato nelle siepi da campo e dei
broli.
Poco usato.
Idem.
j Non si usa perchè dannoso ai cereali.
Molto usalo per fruiteti e giardini.
Molto usato in Lombardia ma non tanto racco-
mandabile perchè si dirada.
Poco usato da solo, di più consocialo.
Idem.
Poco usata ma mollo da raccomandarsi.
Poco usala da sola ma consociata.
Idem.
Idem.
È una delle migliori essenze <la siepe.
Meno usata della ])reccdcnle.
Poco usata.
Idem.
Idem.
Abbastanza usata ma è invadente colle sue railici.
Poco usalo.
È poco u.salo ma merita di raccomandarlo.
Poco usato.
Poco usato o soltanto per ornamento.
Molto usato per siepe da ornamento.
Poco usalo.
Abbastanza esteso.
Abbastanza esteso in Londiardia.
Molto esteso nelle provincie meridionali.
Poco applicalo.
Molto eslesa.
Da poco tempo introdotta.
Poco usato.
Poco usato, i)erchè delicato al laslio.
Idem.
Poco usalo
Idem.
Abbastanza usalo, misto con allit- essenze.
Invade troppo il terreno e si spoglia in basso.
Idem.
Idem.
Poco usato.
Molto usato nel Litorale.
Usalo più per siepe dornamento.
Poco usata o soltanto per ornamento.
Usato più per siepe dornamento
Poco usato.
- 238 -
fissano opportunamente ad un sostegno provvisorio che dapprima si
avrà avuto cura di costruire lungo tutta la siepe, oppure si tendono
due fili di ferro a 40 cm. di distanza uno dall'altro. Nel punto di in-
contro si legano strettamente i rami uno coll'altro, perchè avvenga
l'innesto per approssimazione.
I rami convenientemente incrociati Ira di loro presenteranno cosi
l'aspetto di un reticolato a maglie romboidali.
Nella state successiva ogni ramo darà origine a nuovi getti; questi,
di nuovo si incroceranno fra di loro, legandoli.
Se la siepe ha vigoria, se al piede è ben guarnita di rami, i getti
di prolungamento delle piantine non si ridurranno se non quando esse
avranno raggiunto l'altezza voluta. Avendo invece scarsi rami meschini
durante l'inverno di ogni anno o di due anni, si raccorceranno i getti
principali di metà o due terzi della loro totale lunghezza.
Questo taglio, che ritarderà alquanto l'innalzamento della siepe,
provocherà un maggior sviluppo di rami basilari e gioverà alla solidità.
La siepe si arresterà all'altezza voluta con tagli che si praticheranno
nella stagione morta. Le pareti verticali richiederanno pure tosature
invernali per evitare un soverchio sviluppo nello spessore.
Quando la siepe avrà raggiunto un certo sviluppo, la potatura secca
si sostituisce colla potatura verde nel mese di luglio.
L'innesto per approssimazione interviene talvolta a dare una soli-
dità ancora maggiore ed un aspetto bellissimo.
Di queste siepi bellissime di acero ne vidi nella provincia di Padova.
Passati alcuni anni, specialmente le siepi doppie non mancano a
diradarsi. Allora conviene ringiovanirle, tagliandole al piede, scalzan-
dole bene, e portando della buona terra ben concimata.
XI.
Siepi morte.
Le siepi morte hanno il vantaggio sulle siepi vive, di occupare
meno spazio, di non ombreggiare il terreno, di non essere ricettacolo di
insetti e malattie crittogamiche che sovente vi ospitano, ma d'altro
canto costano notevolmente di più.
La siepe morta più semplice si fa, stendendo tre fili di ferro, uno
all'altezza di 15 cm. dal terreno, ed i due altri a 3,5 cm. di distanza
ciascuno, e fissando a questi, mediante filo di ferro cotto, dei regoli di
legno o dei paletti o dei rami di piante spinose come robinia, spina-
cristi, disposti a reticolato o verticalmente distanti 15 cm. fra loro.
A risparmiare questi paletti di legno si è pensato di preparare dei
fili di ferro armati di punte, ma sono più adatti per difendere i boschi
i prati, le campagne estese, dagli animali vaganti più che dalle persone.
- 239 -
La migliore siepe morta è senza altro quella a maglia di ferro,
che si pone in opera nel seguente modo.
Alle due estremità della siepe si collocano due solidi capi saldi,
elle possono essere colonne di pietra, ferro a j. ecc., alti quanto il re-
ticolato. Ogni 6-10 metri di distanza, a seconda dell'altezza, si collocano
altri paletti di ferro a T, più leggeri però dei capisaldi. A 5 cm. dal
terreno ed all'estremità si tendono due fili di ferro, meglio se armati
di punte, i quali fili si sostengono con dei piantoni ad ogni f) metri di
distanza, che possono essere di legno o di ferro a j.. 11 Ilio di ferro
superiore ed inferiore si fa scorrere prima entro la maglia di ferro in
modo che tendendo i fili, si tende anche la maglia.
Di queste siepi ne feci e consigliai parecchie. Tutta in ferro, alta
metri uno, viene a costare circa L. 1 il metro corrente.
XII.
Armature per le spalliere e materiale usato
per legare le piante.
E' indispensabile una armatura per dare alle piante quelle forme a
spalliera che si desiderano. Ogna branca richiede di essere guidata e
sostenuta, altrimenti è impossibile che essa si sviluppi regolarmente.
Fig. 20e. — Chiodo caposaldo Fig. 207. - Chiodo di mezzo
per legare un capo del filo di ferro. per sostenere il filo di ferro.
Una volta le armature si facevano esclusivamente con regoli di
legno in modo da formare un reticolato a maglie quadrale o romboi-
dali. Con queste armature però, che si devono rinnovare di frequente
e perciò costano assai, non sempre si raggiunge lo scopo, poiché le
singole branche non crescono diritte, se al più, oltre all'armatura, non
si voglia munire ogni branca di un regolo speciale.
Il filo di ferro zincato per le armature, corrisponde meglio di ogni
altro per la sua durata, per la poca spesa che per difendersi dagli
insetti.
Una armatura semplice è la seguente. Si fissano alle estremità del
muro e ben saldati con cemento, dei chiodi galvanizzati (fig. 206) alle
seguenti distanze : i primi a 40 cm. dal terreno e gli altri ad 1 m.
e l'ultimo almeno a 40 cm. distante dalla sommità del muro. Sulla linea
su cui deve passare il filo di ferro si conficcano alla distanza di 5 m.
- 24U —
dei chiodi galvanizzati e colla capocchia ricurva (fig. 207) che servono
di sostegno ai fili. Questi chiodi, collocati possibilmente a scacchiera
(b fig. 208), non devono opporre una grande resistenza, ma soltanto
sostenere i fili, perciò basta che siano infitti nel muro col martello,
mentre quelli dell'estremità bisogna che siano murati (a lig. 208). Tanto
questi chiodi che quelli in capo al muro devono sporgere dalla super-
ficie del muro 10 cm.
Il filo di ferro galvanizzato che si raccomanda è il N. 15 e per
tenderlo, si comincia a fissarlo fortemente al chiodo (a) dell'estremità
Fig. 208. — Armatura per una spalliera.
e quindi all'altra estremità si tende con delle macchinette apposite
quali sono il tenditore fisso (fig. 209) il tenditoio Panizzardi (lìg. 210),
(|uello Ariighetti (fig. 211), quello a carrucole, quello Barbero-Delodi,
tutti di semplice congegno. I tenditori fissi servono una sola volta do-
vendo restare sul filo e costano 15 centesimi l'uno. La macchina Ar-
riglaetti presso l'A. a Sesto Horentino costa L. 15, quella a carrucole
L. 1(3 presso l'Amministrazione del giornale // Coltivatore, quella Delodi
L. 15 presso il signor Barbero di Torino.
A completare l'armatura occorrono delle assicelle possibilmente di
abete, perchè più resistenti e perciò più economiche. Queste assicelle
devono essere ben liscie da tutti i lati, uniformi e diritte.
- 241 —
Non devono essere né troppo grosse, perchè allora vengono a co-
stare troppo ed all'armatura danno un aspetto poco elegante, ne troppo
sottili, perchè col lenipo si piegano.
Io consiglio tre dimensioni:
a) Per spalliere nelle quali le assicelle o regoli, come si vuol
chiamarli, devono stare verticali, si dà la grossezza di 18 per 24 mm.
b) Per quelle che devono stare orizzontali od oblique basterà la
grossezza di 15 per 20 mm.
cj Per quelle che servono per legare i rami laterali alle branciie
è sufficiente la grossezza di 10 per 12 mm.
Fig. 209. - Tenditore fisso.
Questi regoli si legano ai fili di ferro ben stretti mediante filo di
ferro sottile e cotto. Nella lìg. 208 abbiamo un'armatura preparata per
cordoni obliqui distanti fra loro 35 cm. ; volendo invece preparare
un'armatura per un candelabro, per una palmella, ecc., si collocano
queste assicelle, al momento dell' impianto, alla distanza e luogo pre-
ciso, dove si vogliono avere le branche, in modo che le assicelle stesse
formeranno perciò in precedenza la forma della i)ianla. Molli potreb-
bero ritenere inutile di fare l'armatura prima che le piante prendano
un certo sviliuppo. Niente di più errato, poiché mentre l' armatura
stessa serve di guida al potatore, facendola dopo, non si può fare il
Fig. 210. — Tendiloio Panizzardi.
lavoro tanto comodamente e molte volle lungo il corso di vegetazione,
non avendo indicala la direzione e la distanza, si dà alle branche una
direzione sbagliata.
Invece di adoperare delle assicelle di legno nel senso verticale, si
possono tendere dei fili di ferro galvanizzati del N. 10 a partire da
30 era. dal terreno e che distino fra loro 10 cm. per le spalliere del
pesco e cm. 30 per quelle del pero.
Per le controspalliere, ossia spalliere isolate, il miglior materiale
per l'armatura è il ferro a T, perchè con questo si ha solidità, eleganza
ed economia.
16 — Tamaro - Frutticoltura.
- 242 -
Le armature in ferro consistono di due parti : dei pali capisaldi e
dei pali di mezzo di sostegno del filo, che non devono avere fuori del
terreno, una altezza superiore di tre metri.
I capisaldi constano di un palo (a) e di una saetta (b fig. 212). La
saetta sta unita al palo mediante viti.
Per provvedere di una base pali, le saette, e acciocché possano
stare ben fermi nel terreno, o si impiombano nelle pietre, oppure si
opera nel seguente modo : si prepara uno stampo di legno o forma
di vaso rovesciato dall'altezza di 25 cm., che si apre a metà mediante
cerniera. Si prende quindi il palo di ferro e lo si mantiene verticale
nel centro dello stampo riempiendolo con cemento a rapida presa e
scaglie di pietra. Dopo un quarto d'ora il cemento ha fatto presa, si
leva lo stampo ed allora il palo rimane in piedi munito di una base
solidissima che diventerà poi più dura nel terreno (f).
Fig. 211. - Tenditoio Arrighetti.
A 40 cm. dal terreno stanno infisse nei pali, orizzontalmente, delle
sbarre di ferro (a) sporgenti 10 cm. da tutti e due i lati con all'estre-
mità un foro, che serve nei capisaldi per tenere fermo il filo di ferro
e per i pali di sostegno per farlo passare attraverso. All'estremità poi
dei pali trovasi una specie di architrave in ferro (d), la quale serve
per stendere i fili una copertura che di solito si fa di tela da vele per
riparare le due spalliere dalle brine e per concentrare il calore, come
abbiamo detto per i muri. Come si vede noi abbiamo in questo modo
un'armatura molto elegante che ci permette di allevare da due parti
delle spalliere.
Nella figura è anche indicato il modo per piantare i pali per i
cordoni orizzontali.
L'impianto si fa nel seguente modo. Si comincia a stabilire il silo
ove collocare i pali capisaldi e poi si scava una buca profonda da 40
a 80 cm. a seconda che si vuole l'altezza della spalliera a 2 od a 3 m.
E' meglio non superare i m. 2.
Sul fondo della buca si batte per bene il terreno e quindi si mette
dentro il palo già unito alla saetta. Nel caso che nel sottosuolo si tro-
vasse del terreno molle si possono mettere delle pietre.
- 243 -
Una volta messo a posto il palo caposaldo e la saetta, si interra
la buca, comprimendo per bene il terreno intorno alla base. Se adun-
que si vuole avere la spalliera dell'altezza di 2 m., i pali devono avere
la lunghezza di m. 2, 10, poiché 40 cm. vengono interrati. Anche la saetta
corrispondente deve essere più lunga.
Collocali i capisaldi si piantano i pali intermedi nello slesso modo
che abbiamo detto per gli altri, e devono trovarsi alla distanza di li ni-
Fig. 212. - Armatura
ferro di una conlro-spalliera e di un cordone orizzontale
quando trattasi di un'altezza della spalliera di 3 m. ; di 4 se l'altezza è
di soli 2 m. ,^
I ferri a T di minima dimensione devono essere di min. .iox.iUo
di mm. 25 x 25. Invece del ferro a T si può adoperare .1 ferro ad L
oppure il mezzo rotondo. Migliore ho trovato il lerro a_ T.
Del filo di ferro si adopera ordinariamente i N. !•>, ovvero K. m
ogni caso per potersi regolare sulla spesa valgono le seguenti due ta-
belle per il filo di ferro e per il ferro modulato da sostegni.
— 244
Tab. XIV. Lunghezza per kilogramma
e peso di m. 100 di filo di ferro.
Numero
del
lilo di ferro
Peso
di ni. 100 di
Lunghezza
di 1 Kg.
metri
Diametro
in decimi
Prezzo
variabile
lunghezza
Kg.
di
millimetro
di 100 Kg.
Uve
5
0,572
180
10
55
6
0,711
135
11
52
7
0,882
115
12
49
8
1,035
100
13
46
9
1,200
83
14
43
10
1,378
71
15
40
11
1,567
62
16
37
12
1,988
50
18
34
13
2,450
42
20
33
14
2,965
35
22
32
15
3,526
29
24
31
16
4,380
24
27
30
17
5,510
19
30
29
18
7,078
13
34
29
19
9,310
10
39
28
20
11,850
9
44
28
21
14,150
6
49
28
22
18,348
5
54
28
Tab. XV. Dimensioni e peso del ferro modulato per sostegni.
Dimensioni
Lunghezze metri
in
millimetri
1
Kg.
1,20
Kg.
1,40
Kg.
1,60
Kg.
1,80
Kg.
2
Kg.
20x20
23x23
25x25
27x27
30x30
35x35
40x40
45x45
23x20
27x25
30x25
.35 X 30
40x35
45x40
18x12
20x14
23x17
25x18
35x17
A Ferro ad
U.
0,660
0,790
0,925
1,050
1,190
1,000
1,200
1,400
1,600
1,800
1,200
1,430
1,700
1,950
2,100
1,350
1,600
1,900
2,150
2,450
1,900
2,280
2,650
3,000
3,400
2,450
2,950
3,450
3,900
4,400
2,900
3,480
4,050
4,650
5,250 j
3,350
4,000
4,690
5,350
6,000
B. Ferro a T.
1,140
1,370
1,600
1,850
2,080
1,450
1,680
1,960
2,250
2,550
1,750
2,100
2,450
2,800
3,150
1,950
2,340
2,750
3,150
3,500
2,450
2,940
3,430
3,900
4,400
3,600
4,320
5,050
5,750
6,500
G. Ferro semirotondo.
0,650
0,780
0,910
1,050
1,170
0,800
0,960
1,120
1,280
1,450
0,950
1,150
1,330
1,520
1,700
1,180
1,410
1,650
1,900
2,120
1,200
1,430
1,660
1,950
2,150
1,320
2,000
2,360
2,750
3,800
4,900
5,800
6,700
2,800
3,500
3,900
4,900
7,200
1,300
1,600
1,900
2,360
2,400
- 245 -
In questo capitolo trova ancora posto un arf^omenlo abbastanza
importante quale è quello delle legature.
Una buona legatura non deve subire le intluenze igromelriche,
deve essere dotata di una certa elasticità, che permeila facilmenle ai
rami o germogli legati di svilupparsi.
Le legature più usate sono:
a) I vimini, che servono specialmente per legare al tempo della
potatura secca tutte le branche sia principali clie secondarie.
bj I giunchi; servono molto bene al tempo della potatura verde;
sono elastici, costano pochissimo.
e) La corteccia del tiglio, gelso, le slìlaccialure di canape si im-
piegano per la legatura dei grossi rami, ma sono poco elastiche.
d) La paglia di segale è molto usata ed è utilissima. La segale
si taglia prima che abbia fiorito, si fa appassire all'ombra e cpiindi si
immerge in una soluzione di solfato di rame. Questa legatura è delle
migliori, però non è elegante.
e) La lana filata serve molto bene, così Io spago e la rafia, ma
è cara ed il lavoro riesce troppo lungo.
f) A Montreuil per le spalliere di pesco si pratica con vantaggio
la legatura fatta con lacciuoli di cimosa, fissali contro il muro con
apposito chiodo.
Questo sistema è molto elegante e si i)resta in parlicolar modo
quando si tratta di esporre una spalliera ad una pubblica mostra, per
attirare maggiormente l'attenzione dei visitatori. Difalti contro alla
spalliera si mette un tavolato bianco, si adoperano poi dei lacciuoli di
color nero di larghezza eguale.
Fra tutti i diversi legacci proposti, i più convenienli sono ancora
i vimini per l'inverno ed i giunchi per l'estate.
XIII.
Determinazione delle distanze nell'impianto.
Non si può procedere alla piantagione degli alberi se prima non
si è stabilita la forma che ad essi si vuol dare. .Sollanlo dopo (ìs.sala
questa e il soggetto sul quale si vogliono gli alberi innestati, si deter-
minano le distanze dell'impianto (vedi Tab. XVI a pag. 246).
La distanza deve essere tale da permettere lo sviluppo sufficiente
della pianta e che le rispettive ramificazioni si trovino ad una conve-
niente distanza fra loro, perchè l'aria e la luce possano circolare e
favorire la fruttificazione. Collo spazio non si deve essere, nò troppo
avari, né troppo generosi.Le piante destinate per spalliere devono essere
collocate a distanze tali, che dopo formale, coprano totalmente il .miro
Tab. XVI. Distanze alle quali si devono piantare gli alberi da frutto.
ALBERI DA FRUTTO
Agrumi
Aranci nei terreni in piano. . .
„ „ „ „ colle . . .
Limoni
Albicocco
Nei campi o broli a pieno vento
A ventaglio nei frutteti ....
Carrubo
Nei campi a pieno vento. . . .
Castagno
Nei castagneti a pieno vento . .
Ciliegio
A pieno vento
„ mezzo ,
Ad u semplice
„ U doppia
A palmella Verrier a 5 branche.
„ 6 „ .
„ forme basse
5
4
|5-0
!
j 5-6
I 4-5
I
n
I
12-15
i
i 6-10
I 5-6
I 0.80
I 1.60
2
2.40
3-4
Nano . . .
Forma libera
Cotogno
Fico
A ceppala m. 3,50 da fila a fila e
m. 2 sulla fila.
A pieno vento
Fico d'India
Si pianta a strisele distanti m. 6
una dall'altra.
Pieno vento
Gelseto nano
Ceppale . .
Gelso
Giuggiolo
Pieno vento
Lampone
A cespuglio, a file distanti m. l,3:i
e sulla fila m. 1.
Mandorlo
Pieno vento
Pieno vento
Melograno
Melo
Forme basse innestate sul dolcino.
Pieno vento innestato sul franco nei
broli
Pieno vento innestato sul franco nei
campi
Pieno vento innestato sul franco
lungo le strade
Mezzo vento innestato sul franco .
Mezzo vento innestato sul dolcino.
Cordone orizzontale semplice inne-
stato sul paradiso
6-10
2.5-3
2
6-8
3-4
3-4
,8-10
10-12
10-12
8-10
6-8
ALBERI DA FRUTTO
Nespolo e Nespolo del Giappone
Forme nane
Mezzi venti
Noce
Pieno vento
Nocciuolo
Ceppale
Olivo
Pieno vento
Mezzo vento
Pero
Piramide innestata sul franco. . .
„ cotogno . .
Fuso innestato sul cotogno ....
Pieno vento innestato sul franco
nei broli
^Pieno vento innestato sul franco
nei campi
Pieno vento innestato sul franco
lungo le strade
Mezzo vento innestato sul franco .
„ „ „ „ cotogno.
Cordone orizzontale semplice inne-
stato sul cotogno
Cordone verticale innestato sul co-
togno
Palmetta semplice innestata sul co-
togno
Palmetta doppia innestata sul co-
togno
Pesco
A vaso
Pieno vento
Forma ad U semplice
„ „ „ doppia
Palmetta Vernier a 6 branche. . .
,5 „ . . .
Alto fusto
Pino da pinoli
Forma libera
Ribes ed uva spina
Alberello .
Cespuglio
Sorbo
Pieno vento
Su ino
Regine Claudie ])ieni venti
Mirabelle „
Zwetschen
Susino a mezzo vento . .
„ a vaso
Vite
Sistema Guyot
Thomery
Cordone verticale permanente
- 247 -
o la superficie ad esse destinala. Per le forme libere, (|uali sono i pieni
venti, mezzi venti, piramidi, fusi, ecc., dopo il loro com|)leto sviluppo,
si deve poter comodamente girare intorno ad ogni pianta per po-
tarla e per lavorare il terreno.
Una distanza di 60 cni., fra i rami più esterni di una pianla t-
quelli dalla pianta vicina, è appena suflìciente.
In via generale conchiuderemo che è meglio piuttosto aumentare
che diminuire le distanze, poiché, costringendo la pianla a non pren-
dere uno sviluppo normale, questa indeiiolisce e perisce presto.
Trattandosi di frutteti con piantagioni uniformi, la disianza fra
pianta e pianta deve essere eguale almeno all'altezza massima che po-
trà raggiungere la pianta.
Cosi ad esempio in un frutteto a piramidi di peio, essendodiè le
piramidi raggiungono al massimo 4 metri di altezza, si fa l'impianto
collocando i soggetti a m. 4 di distanza.
E' evidente che le distanze quindi devono variare a seconda della
natura delle piante, della loro forma e della natura del terreno. I limili
maggiori delle distanze qui sotto indicate, si devono adottare nei ter-
reni buoni, profondi e fertili, lasciando distanze tninnri pei terreni
mediocri. Per le forme a spalliera si ha calcolato che il muro deve
avere un'altezza non inferiore a m. 3.
XIV.
Disposizione degli impianti.
L'impianto si può fare a file, a triangoli equilateri, detto a sel-
tonce, in quadrato ed a triangoli isosceli. Quello a setlonce consiste
nel collocare una pianta per ogni angolo di un esagono ed una nel
centro; in quadrato collocando una pianta agli angoli di un (juadrato: a
triangolo isoscele collocando in un quadrato olire una pianta agli an-
goli una anche nel mezzo.
Il numero necessario delle piante in un ettaro per gli impianti a
fila si ottiene moltiplicando il numero delle lìle i)er il numero delle
piante che stanno in una fila.
Per determinare il numero delle piante nelle piantagioni in trian-
goli equilateri ed in quadrato, valga la Tab. XVII a pagina seguente
che può avere utilità tanto per i vivaisti che per i frutticoitori.
Per avere il numero delle piante negli impianti a setlonce, bi-
sogna moltiplicare il numero delle file per ogni lato di (piadrato per
il numero delle piante nella fila e sommare il prodotto a quello otte-
nuto, moltiplicando il numero degli interfilari col numero delle piante
che si trovano in essi.
— 248 -
Numero di piante contenute in vin ettaro
a seconda delle distanze.
N." delle
N.o delle
Distanze
piante in un ettaro
Distanze
piante in un ettaro
collocate in
collocate in
delle piante
■" • ' ; — -^ ~~~
delle piante
' — -.^^ ■ _..— — --^
in metri
triangoli
equilateri
quadrati
in metri
triangoli
equilateri
quadrati
0,1
1,154,700
1,000,000
1,7
3,996
3,460
0,2
288,675
250,000
1,8
3,564
3,087
0,3
128,300
111,111
1,9
3,199
2,770
0,4
72,169
62,500
2
2,288
2,500
0,5
46,188
40,000
2,2
2,386
2,066
0,6
32,075
27,778
2,4
2,005
1,736
0,66
26,515
26,515
2,6
1,708
1,479
0,7
23,565
20,408
2,8
1,473
1.276
0,8
18,042
15,625
3,-
1,283
1,111
0,9
14,256
12,346
3,2
1,128
977
1
11,547
10,000
3,4
999
865
1,1
9,543
8,265
3,6
891
772
1,2
8,019
6,944
3,8
800
693
1,3
6,833
5,917
4,-
722
625
1,33
6,529
5,653
5,—
462
400
1,4
5,821
5,102
6,-
321
278
1,5
5,132
4,444
7,-
236
204
1,6
4,511
3,906
8,
180
156
1,66
4,190
3,628
La seguente tavola indica il numero necessario delle piante secondo
la distanza che si vuol tenere fra esse negli impianti a file :
Tab. XVII I. Numero dei soggetti in un'ara di terreno piantato a file.
Distanza
DISTANZA DELLE PIANTE NELLE LINEE IN CENTIMETRI
delle
(Le cifre qui sotto rappresentano
il numero dei soggetti
linee in
da pìantars
in u
75
n'ara).
centim.
5
10
15
20
25
50
100
125
150
175
200
5
40,000
20,000
13,333
10,000
8,000
4,000
2,666
2,000
1,600
1,333
1,142
1,000
10
20,000
10,000
6,666
5,000
4,000
2,000
1,333
1,000
800
066
571
500
15
13,333
6,666
4,444
3,333
2,666
1,333
888
666
533
444
380
333
20
10,000
5,000
3,333
2,500
2,000
1,000
666
500
400
333
285
250
25
8,000
4,000
2,666
2,000
1,600 t 800
533
400
320
266
230
200
50
4,000
2,000
1,333
1,000
800
400
266
200
160
. 133
114
100
75
2,666
1,333
888
666
533
266
177
133
106
88
76
66
100
2,000
1,000 666
500
400
200
133
100
80
66
57
50
125
1,600
800
533
400
320
160
106
80
64
53
46
40
150
1,333
666
444
333
266
133
88
66
53
44
38
33
175
1,142
571
380
285
230
114
76
57
46
38
33
28
200
1,000
500
333
250
200
100
66
50
40
33
28
25
- 249 -
Quando si vorrà conoscere il numero dei sog^^etli necessari per
piantare un'ara, si calcoleranno le distanze che si vogliono stabilire fra
le linee e fra le piante nelle linee; quindi si osserveranno le cifre che
rappresentano queste distanze in centinielri nella prima colonna oriz-
zontale all'alto della tavola e nella prima colonna verticale di sinistra,
il numero, che si trova nel quadrato di congiunzione, sarà (|ueilo
cercato.
Quando invece di un'ara si tratterà di un ettaro, basterà aggiungere
due zeri alle cifre della tavola per ottenere il totale desideralo. Per
considerare le cifre fattori che rappresentano le distanze delle linee o
delle piante nelle linee, come dei decimetri o dei metri invece dei
centimetri, bisognerebbe sopprimere nei numeri della tal)ella sia uno
zero trattandosi di decimetri, sia due zeri trattandosi di metri.
XV.
Epoca della piantagione.
1. — La piantagione si può fare durante lutto il tempo in cui le
piante sono in riposo di vegetazione, cioè dall'autunno alla primavera.
Se convenga piantare piuttosto in autunno che in primavera e stato
molto discusso; in ogni caso noi premetteremo che gli impianti non si
devono fare quando il terreno è troppo umido o durante i forti geli,
e perciò un impianto nei mesi di dicembre e di gennaio non è, in via
generale da consigliarsi. Adunque rimane da decidere se convenga
piantare piuttosto dalla seconda metà di ottobre alla metà novembre,
anziché in febbraio-marzo e perciò bisogna prendere in considerazione
il clima, la località, il terreno e la specie delle piante che si vogliono
piantare.
Nelle località dove di solito la primavera è asciutta e dove la tem-
peratura comincia presto ad elevarsi, mentre l'autunno è piuttosto mite,
conviene sicuramente l'impianto in autunno, poiché allora le piante
cominciano subito al principio della primavera a sentire i benelìci ellelli
del calore, attecchiscono facilmente e molto per tempo cominciano a
formare delle nuove radici. E' questo il caso che giuslilica il detto:
chi pianta in autunno ijuadagna un anno, oppure quello francese: a la
Sainte Catherine tout bois prende racine, caso che da noi si verilica in
molte località dell'Italia centrale e meridionale, .\nche coU'acqua le
radici si imbevono durante l'inverno di materiali nutritivi che in pri-
mavera subito, coi primi tepori, vanno a beneiicio della vegetazione.
Quindi, trattandosi di terreni asciutti, leggeri, soflici, conviene la
piantagione in autunno anziché in primavera, piantagione che si può
incominciare per ciascuna specie di mano in mano che cominciano a
cadere le foglie. Coli' impianto in autunno, se fatto per tempo, le piante
possono cominciare a formare nuove radici ancora prima dellinverno ;
- 250 -
mentre ritardando di troppo, e sopraggiungendo il freddo, le ferite delle
radici non hanno tempo di cicatrizzarsi e possono anche in parte
marcire. A questo fatto si deve attribuire qualche insuccesso negli
impianti di autunno.
L'impianto di primavera si fa quando il terreno è completamente
sgelato e quando la temperatura dell'aria comincia ad elevarsi, il che
equivale per noi dalla seconda metà di febbraio alla prima metà di
aprile. Quasi tutti gli impianti vengono fatti in quest'epoca, special-
mente trattandosi poi di climi rigidi, di vallale chiuse da monti, di
montagne dominate dai venti, di terreni umidi, tenaci, argillosi che
vanno soggetti a parziali sommersioni, di terreni scassati appena in
autunno, od anche in autunno avanzato.
L'impianto di primavera conviene però anticiparlo, il più possibile,
appena ci si accorge che il terreno comincia a sbricciolarsi in conse-
guenza del disgelo, e a riscaldarsi per effetto del sole, si proceda alla
piantagione.
Delle diverse specie di piante, il pero ed il susino avvantaggiano
in particolar modo se piantati in autunno.
2. — Da quanto ho detto risulta evidente, che quando il terreno è
sgelato, e la temperatura dell'aria è al disopra di zero gradi e il tempo
è asciutto, dal momento che cadono le foglie alla ripresa della vegeta-
zione noi possiamo in via generale piantare ciò che è appunto dal-
l' ottobre all'aprile. Perciò è sempre meglio piantare in ottobre che
in novembre, in novembre piuttosto che in dicembre e cosi via. Se
in ottobre si trovano ancora delle foglie, queste si levano prima del
trapianto.
3. — Molte volte si può aver bisogno di fare degli impianti fuori
tempo. Ciò succede quando muore qualche pianta che si vuole im-
mediatamente rimpiazzare o quando si vuole cambiarla.
Per questi trapianti bisogna scegliere il periodo durante la vegeta-
zione nel quale la pianta ha il minore movimento di linfa e cioè nel
mese di luglio. In questo mese il movimento primaverile della linfa
subisce una sosta, sia per esaurimento dell'umidità del terreno, sia per
il calore dell'aria. Tale periodo dura tino alle prime pioggie di agosto
e si può approfittare per fare il trapianto, il quale però ha sempre
meno probabilità di riuscita del trapianto fatto in autunno.
Avendo fatto parecchi trapianti anche fuori stazione ho constatato
quanto segue :
a) le piante di 5 a 6 anni, che non hanno più il vigore della
giovane età e cominciano già disporsi a fruttificare, si prestano meglio
delle piante giovani al trapianto fuori stagione. Ciò si spiega anche col
fatto, che le piante adulte hanno maggiori materiali di riserva ed arri-
vano maturare entro luglio le cime dei germogli dell'annata, il che
non avviene per le piante giovani ;
b) le piante più volte ripiantate da un luogo all'altro, si prestano
meglio al trapianto fuori stagione delle piante che sono rimaste sempre
allo stesso posto ;
- 251 -
e) le piante che non hanno maturate le cime dei Mermoj>li del-
l'annata, non si devono trapiantare Inori tempo ;
d) la sfrondatura parziale ed il taglio dei getti non lignilicati
favorisce l'attect-himento ma di più lo favorisce l'accorciamento con
dei buoni tagli, dei rami princii)ali;
e) fatto l'impianto occorre annaflìare abbondantemente lincile la
stagione si mantiene calda. Avanzandosi l'autunno gli annalìianienli si
possono fare sempre più radi.
XVI.
Scelta degli alberi e loro preparazione per rimpianto.
Nella scelta delle piante, molte volte si commettono delle inavver-
tenze i cui elletti si risentono più tardi, (juamlo non c'è più tempo di
rimediare, se non con sacrilicio di denaro e di rendita.
1. — Le piante devono essere possibilmente giovani, perchè allora
più facile ne è l'attecchimento e la durata; devono essere esenti da
malattie o da ferite, la scorza deve essere liscia, lucida, di colore nor-
male, il fusto diritto e bene sviluppato, le radici con molte ramilìca-
zioni specialmente sottili e che si distendano orizzontalmente ; - il
legno deve presentare una sezione lucida con anelli di colore giallo
chiaro, senza sfumature o macchie.
Si ordinino le piante — se non si hanno nel propri vivai, il che è
meglio di tutto — a vivaisti di lunga professione, di fama incontestata.
Prima della ordinazione è opportuna una visita al vivaio in autunno.
Bisogna diflìdare di quelle piante che hanno anticipato la caduta delle
foglie, che hanno le foglie non bene colorate in verde, e non sono
uniformemente sviluppate. Non bisogna mai lasciarsi adescare da prezzi
troppo miti in confronto di altri venditori, poiché allora si corre rischio
di non avere la qualità desiderata o di ricever piante cresciute in
fretta, forzatamente, per la grande quantità di concime e che poi diven-
tano troppo delicate. Un risparmio di denaro in questa oc<-asione può
cagionare delle perdite più tardi.
Riescono meglio le i)iante provenienti da vivai che si trovano in
terreno e clima, simili al luogo dell'impianto. Si preferiscano i vivai
più vicini, situati in luoghi aperti, sopra terreni di mediocre consi-
stenza e fertilità. Le piante cresciute in terreni troppo sciolti, sabbiosi,
diffìcilmente fanno buona prova nei terreni tenaci, se in questi non si
provvede ad una costosa lavorazione del terreno e ad opportuni am-
mendamenti. Le piante venute troppo sollecitamente, per le abbondanti
irrigazioni e concimazioni, diventano poi troppo delicate, ma d'altro
canto non bisogna esagerare in senso inverso. Se il vivaio si trova in
terreno troppo arido e povero di materiali nutrienti, anche le piante
- 252 -
saranno cresciute lentamente e avendo sofferto sino dalla prima età,
non si rimettono poi tanto presto.
In ogni caso, lo sviluppo delle radici e del fusto può dirci molto
sulla fertilità del terreno del vivaio. Le radici fittonose, con poche rami-
ficazioni sottili danno indizio di eccessiva fertilità ; radici brevi, tutte
sottili ci indicano troppa aridità del terreno, una giusta proporzione fra
le radici grosse e sottili ci indicano la condizione buona che ci
occorre.
Il fusto, oltreché avere le qualità sopra accennate, deve essere
completamente maturo, ossia la sua estremità e le estremità delle rami-
ficazioni non devono essere pieghevoli come se fossero erbacee, ed è
per questo che, di solito, conviene l'acquisto di piante provenienti da
vivai di paesi più caldi.
Abbiamo detto più sopra che, per l'impianto, occorrono piante
giovani, ma non per questo intendiamo di impiegare delle piante di
appena un anno d'innesto. Le piante di un anno d'innesto conviene
mettere a dimora se sono destinate a cordoni, ma se trattasi di pieno
o mezzo vento, di piramidi, di palmette, ecc., conviene che abbiano al-
meno un'impalcatura e perciò un'età che può variare da 2 a 5 anni
dopo l'innesto, ma non oltre perché il terreno non rimanga per troppo
lungo tempo infruttuoso.
Nell'estirpare le piante dal vivaio, bisogna aver cura di lasciare
intatto il maggior numero di radici ; poi devono essere piantate il più
presto possibile.
2. — Per spedii'le in luoghi distanti, bisogna imballarle convenien-
temente.
Anzitutto si legano assieme in maiwpoli da 6 a 12, secondo il vo-
lume, unendo assieme quelle di eguale sviluppo, e si fa una legatura
con vimini sotto al punto d'innesto, poi un'altra 20 cent, più in alto,
quindi una terza ed una quarta che unisca le estremità dei rami.
Trattandosi di spedire delle piante già formate, piramidi, palmette ecc.,
conviene anzitutto legare assieme le rispettive ramificazioni di ogni
pianta e poi riunirle.
Fra manipolo e manipolo di piante si mette del muschio, perché
non rimangano degli spazi vuoti, e cosi pure si avvolgono anche le ra-
dici di un buon strato di muschio leggermente umettato. Il tutto viene
poi rivestito con paglia di segale in modo da formare un rivestimento
completo e solido. In un imballaggio non conviene di mandare più di
50 piante.
Durante il transito bisogna tenere gli imballaggi riparati dal sole
e dalla pioggia. Appena arrivano sul sito, si piantano, e se il tempo
non lo permette, si projjagginano nel terreno fino sotto al punto d'in-
nesto. Se invece vi fosse del gelo, si portano le piante come sono im-
ballate, in una cantina o in un ambiente leggermente umido, ma non
freddo, e qui si lasciano per tre o quattro giorni, passato il qual tempo
si sciogliono e si propagginano una per una nella sabbia. Giunto il
- 253 -
momento della piantagione, quando cioè non si hanno più a temere i
geli, quando la terra è asciutta e non gelata e durante una giornata
serena e senza vento, si ritirano le piante ad una ad una dal luogo di
conservazione e si preparano per l'impianto.
3. — Questa preparazione consiste nel tagliare le radici rotte,
contuse, che hanno avuto qualche ferita quando sono slate estirpale,
nel tagliare eventualmente anche qualche lìllone, poiché le piante
che hanno il fittone sono le meno produttive. In ogni caso, deve essere
cura di mantenere la maggior quantità possibile di radici ed i tagli
devonsi fare con strumenti ben taglienti e possibilmente in senso
obliquo, poiché le ferite si rimarginano più iacilmente.
Se le radici hanno sofferto e ci si accorge che sono troppo secche,
conviene fare V inzaffardainento, che consiste nell' intingere o nel la-
sciare per mezz'ora le radici in un liquido composto di acqua, '/a ^'
terra argillosa, e -J3 di sterco bovino. La parte aerea della pianta si
lascia intatta, ammenoché non vi sia qualche ramo rotto da togliere.
Anche durante tutto il primo anno dell'impianto, gli alberi non bisogna
toccarli.
Su tale argomento però molti autori hanno espresso opinioni di-
sparate; cosi gli uni sostengono l'opportunità di lasciare inlatte le
radici ed i rami, gli altri la necessità di tagliare i rami in proporzione
alle radici. Dicono che bisogna tagliare irami per evitare lo squilibrio
fra la parte aerea e sotterranea, mentre i primi aifermano, che anzi un
maggior sviluppo della parte aerea costringe la pianta a svilupiìare
delle nuove radici.
Per decidere una tale questione feci parecchie esperienze (vedi le
edizioni precedenti di questo libro) e sono venuto alle seguenti con-
clusioni :
a) alle radici non conviene tagliare che il fittone e le radici
contuse.
b) alle piante a nocciolo bisogna tagliare i rami a! momento
dell'impianto, perché diversamente le gemme più basse dei rami o del
fusto abortiscano.
e) per le altre piante bisogna distinguere pel taglio dei rami, a
seconda delle circostanze nelle quali si opera.
d) i rami rotti, contusi, feriti, inutili bisogna semi)re toglierli.
e) dal punto di vista generale é meglio non abbattere alcun ramo
poiché in tal modo si favorisce lo sviluppo delle radici.
f) piantando però presto in autunno ed in un terreno buono,
dove presumibilmente si avranno forti gettate, conviene tagliare ad un
terzo i rami formatisi nell'anno precedente ed in tal modo si avvan-
taggerà la vegetazione di un anno. Le piante giovani si taglino sempre
più corte delle piante adulte.
q) Se al contrario si pianta tardi od in primavera e in un terreno
non buono, non conviene tagliare. Tagliati corti nell'anno successivo
o dopo due anni, saranno vigorosi. In questo caso converrà al più
- 254 -
qualche volta fare una leggera accorciatura per stabilire l'equilibrio
della parte aerea colla sotterranea.
h) Piantando degli alberi piuttosto adulti, bisogna tagliare sempre
nel secondo anno poiché altrimenti sviluppano dei rami infruttiferi
che indebolirebbero la pianta.
ì) Il taglio dei rami si faccia sempre dopo l'impianto e prima
che le piante entrino in vegetazione.
/) Se le piante hanno sofferto conviene tagliare corto le radici
ed i rami per facilitare l'attecchimento.
XVII.
Concimazione per l'impianto.
Colla concimazione al momento dell'impianto noi dobbiamo pro-
porci :
1." Dì mantenere bene la pianta da 2 a 5 anni.
2.0 Di mantenere la sofficità al terreno procurata collo scasso od
altri lavori fatti prima dell'impianto.
3." Di favorire lo sviluppo delle radici in modo, che queste cre-
scano numerose e possano estendersi anche sotto allo strato coltivabile.
Per ottenere tutto ciò è necessario quindi somministrare a larghe
dosi concimi complessi, voluminosi, di lenta assimilazione e ben di-
stribuiti nel terreno fino ad 80 cm. almeno di profondità.
Se noi ad esempio concimiamo il terreno per il granoturco in ra-
gione di 30 tonnellate di stallatico per ettaro (concimazione ordinaria),
noi diamo 3 kg. di stallatico per m.^ di superficie di terreno. Questi
3 kg. vanno a vantaggio dello strato coltivabile del terreno che non
arriva ad oltre 25 cm. di profondità.
Se si tratta invece dell'impianto, noi dobbiamo concimare fino a
70 cm. di profondità ed allora è naturale che bisognerà dare 3 volte
tanto di stallatico che corrisponderà appunto a 9 kg. per metro qua-
drato. Poiché la concimazione deve avere effetto almeno per 3 anni,
cosi per ogni pianta e per ra^ bisognerà darne (3 x 9) 27 kg. Ma lo stal-
latico non basta. Esso in due o tre anni è già decomposto, di più
esso é troppo povero di anidride fosforica e di potassa assimilabile.
Da ciò la necessità di aggiungervi dei concimi di lenta decomposizione
e dei concimi fosfatici e potassici.
Una buona concimazione per pianta al momento dell'impianto è
la seguente :
' Kg. .30 Stallatico ben decomposto o terriccio.
i „ 4 Lanino
Form. I gr. 500 Scorie
1 „ 100 Perfosfato al lG-1870
i „ 100 Kainite
- 255 -
Lo stallatico ben decomposto ed i terricciati convengono sempre
poiché danno origine alVnmns, il quale alla sua volta favorisce la de-
composizione di altri sali minerali. Di più agisce fisicamente, mante-
nendo soffice il terreno e ne trattiene l'umidità, di cui hanno bisogno,
in particolar modo, le giovani piante, per sviluppare le radici. Infine
fornisce il primo alimento alla pianta. Lo stallatico bisogna darlo ben
decomposto poiché altrimenti danneggia le radici e specialmente (|ui'lle
delle piante a nocciolo.
Non avendo stallatico si può adoperare con vantaggio ed in (|uaii-
titativo corrispondente alla composizione, della torba imbevuta di pozzo
nero, delle alghe e felci decomposte, spazzature, foglie morte decom-
poste, vinacce, ecc.
Le scorie Thomas, più di qualsiasi altro concime fosfatico, con-
vengono in particolar modo per gli impianti. L'azione però delle
scorie comincia quando esse vengono intaccate dagli acidi delle radici,
diversamente l'anidride fosforica resta sempre allo stalo insolubile. Il
perfosfato invece ha una azione pronta e mentre le scorie conviene
mescolarle al terriccio o stallatico, il perfosfato si dà da solo sopra
alle radici.
Nei terreni però ricchi di calcare conviene sostituire le scorie
colla polvere d'ossa o col perfosfato, applicando la seguente formola II.
Kg. 30 Stallatico ben decomposto o terriccio,
i „ 4 Lanino
Form. Il „ 0,400 Polvere d'ossa o perfosfato al 1(1-18 7o
I „ 0,400 Gelso
^ „ 0,200 Kainite
Essendo molti i terreni che mancano di solfali, specialmente i ter-
reni calcari, negli impianti si preferisce l'uso della kainite in confronto
del cloruro di potassio. Nel caso però che non si avesse la kainite
si adoperi il cloruro od il solfato potassico in proporzione del quarto
ossia applicando la seguente formola III.
Kg. 30 Stallatico ben decomposto o terricciato
i „ 4 Lanino
Form. Ili „ 0,400 Polvere d'ossa o perfosfato al l<i-18 7o
I „ 0,400 (ielso
„ 0,050 Cloruro o Solfalo potassico.
Così i cenci di lana si possono sostituire con eguale quantitavivo
di polvere e raschiatura di corna, polvere e cascami di corna, piume
e penne, crini e peli, coiattoli, rasatura di pelli e panelli, quantunque
di questi sia meglio farne, per gli impianti, uso il meno possibile.
Avendo invece a disposizione della polvere di sangue, o polvere di
carne, si potrà diminuire la quantità dandone in ragione di kg. 3.
- 256 -
Questa dose di concimazione vale per le piante d'alto fusto in ge-
nere, cosi pure per i gelsi e per gli olivi.
Trattandosi di viti, di piante da frutto allevate a cordone, a spal-
liera, a fuso, oppure di piante cespugliose, si limiterà il quantitativo
in proporzione allo spazio che essi occupano, ed allo sviluppo delle
radici.
Circa al modo di concimare al momento dell'operazione, l'ideale
sarebbe di mescolare le materie fertilizzanti 4 ovvero 6 settimane prima,
colla terra scavata fuori della buca. Allora si ottiene una intima me-
scolanza e durante questo tempo, le sostanze organiche comincieranno
a decomporsi. E' da condannarsi la disposizione del concime a strati,
poiché allora lo stallatico e le altre sostanze voluminose, formano uno
strato troppo rilevante di sostanze organiche in decomposizione, dove
non penetrano le radici, anzi le danneggiano per la reazione acida.
XVIII.
L' impianto.
Questo si deve fare soltanto in giornate senza vento, non fredde e
quando il terreno non è gelato e tanto meno coperto di brina.
1. — Ammettiamo di dover fare un impianto in un terreno nel ({naie
è stato fatto lo scasso generale.
Si comincia a segnare con paletti la posizione di ogni pianta in
base al disegno prima fatto, e poi, vicino a ciascun paletto, alla distanza
di circa un metro, si fa portare in un cumulo di terriccio. Se non vi
è sotterrato dello stallatico, conviene scavare intorno al palo della
terra e preparare una fossa profonda e larga quanto occorre per sot-
terrare comodamente le radici. Colla terra si fa un cumulo vicino,
mescolando ad essa il concime che si intende impiegare.
La principale preoccupazione nell'impianto deve essere di mettere
le piante alla dovuta profondità, che varia a seconda della natura del
terreno e quella del soggetto sul quale la pianta è innestata. In un ter-
reno soffice o ciottoloso, è meglio piantare alquanto più profondo che
in un terreno umido e freddo, poiché in questo ultimo le radici mar-
cirebbero e la vegetazione sarebbe poco rigogliosa. Nei terreni scoscesi,
queste regole hanno una eccezione, inquantochè, andando la terra di
frequente soggetta a corrosione, conviene piantare alquanto più profondo.
Le piante innestate sul franco ed in genere su soggetti vigorosi,
tollerano una profondità maggiore che se innestate su soggetti a radici
superficiali.
In ogni caso il colletto della pianta, col soprastante punto di inne-
sto, può servire di norma negli impianti. Il colletto deve trovarsi,
dopo assodato il terreno, a fior di terra e la prima impalcatura delle
— 257 —
radici deve rimanere coperta per 10 cm. Il punto d'innesto deve spor-
gere di poco dal terreno. Piantando più profondo, le radici non fun-
zionano bene per mancanza di aria e possono anche marcire, dando
piante tristi e frutta poco sviluppate e saporite; piantando i)iù su|)er-
ficialmente, le radici possono soflrire per mancanza di umidità.
Nell'impianto si deve aver presente che il terreno assodandosi, si
abbassa da 8 a 12 cm. per metro di profondità a cui é stato scassato, a
seconda se il terreno è tenace o meno. Per regolarsi intorno alla giusta
profondità, si segna sul paletto, infìsso nel mezzo della buca, il livello
del terreno circostante, quindi si prende la pianta e la si mette nella
buca, tenendo il punto d'innesto 8-12 cm. sopra a (juesto segno, segnando
pure sul paletto in punto fin dove si vuole che arrivi. Allora si leva
la pianta e si versa nella fossa la terra mista al concime, fino a che,
la pianta appoggiata su questa terra, viene a trovarsi all'altezza voluta.
Un operaio tiene quindi la pianta e ha cura di stender bene le radici,
ed un altro versa della terra asciutta, non mescolata al concime, la
ripassa con le mani e la mette fra le radici per evitare che rimangano
degli spazi vuoti. Quando le radici sono coperte, si comprime la terra
col rovescio del badile. Molti usano comprimere coi piedi la terra, ma
ciò non è ben fatto, poiché si strappano le radici. Al più, perchè la
terra aderisca bene, e trattandosi in particolar modo d'impianti tardivi
in primavera, conviene fare una annaffiatura. Indi si versa nella buca
la terramista al letame ancora disponibile. L'albero piantato sembrerà
a maggiore altezza, anzi bisognerà fare attorno alla pianta una specie
di rialzo di terra della medesima forma della buca, rialzo che poi scom-
pare coll'assodarsi del terreno.
2. — Trattandosi di terreni poco profondi, oppure di terreni
umidi, per evitare i danni alle radici, si può piantare fuori terra, ossia
facendo una banchina circolare attorno al fusto, in modo che artifi-
cialmente viene elevato il livello del suolo da cm. 20 a 2"). Questo
sistema d'impianto veramente da noi si può applicare di rado, al più
trattandosi d'impianto di alti fusti di meli, susini e ciliegi in vallale
eccezionalmente umide mentre nelle nostre esposizioni calde, le radici
vicine al colletto della pianta ne soffrirebbero.
L'operazione si fa nel seguente modo. Infìsso nel terreno il palo
dove si vuol piantare, si lavora per un metro in giro alla profondità
di cm. 25-30 ossia fino a che si ha della buona terra non umida. Ap-
pianato il terreno, si lega la pianta al palo, colle radici fuori e quindi
si vanga il terreno circostante portando la terra buona, che si può
mescolare con terriccio, contro le radici, coprendole per bene, in modo
da fare una banchina circolare a forma di cono tronco molto depresso.
Cosi le banchine non si disfanno per l'azione delle acque e favori-
scono lo sviluppo delle radici in senso verticale anziché in senso
orizzontale.
3. — Infìne resta a dire deìV impianto a buche ed a fosse, che si
pratica specialmente per le forme a pieno vento.
17 — Tamaro - Frutticoltura.
- 258 -
Le buche si fanno in autunno, per piantare in primavera; ed
in luglio, per piantare in autunno.
Si ha cura, nel preparare le buche, di separare le due terre e, quella
della superficie, si mescola subito col letame o cogli altri concimi che
si ha intenzione di adoperare, perchè prima dell'impianto, comincino
a decomporsi e ad amagalmarsi col terreno.
Giunto il momento dell'impianto, si conficca nel fondo della fossa,
ed in mezzo un buon palo, in modo che questo non si possa più muo-
vere; quindi si versa dentro la terra della superficie del terreno che già
abbiamo mescolata al concime e separata da quella dello strato inerte.
Giunti all'altezza su cui devono posare le radici, altezza che si deter-
minerà come ho scritto al principio di questo capitolo, si lega la
pianta al palo tutore, si distendono il più accuratamente possibile le
radici e si coprono con della terra fina ed asciutta. Fatto questo, si
versa l'ultima terra buona mescolata col concime e da ultimo si colma
la fossa colla terra rimasta dello strato inerte in modo, che intorno
alla pianta, si formerà una banchina quadrangolare della dimensione
della buca. Compiuto l'impianto, conviene sciogliere la legatura della
pianta col tutore, perchè diversamente, assodandosi il terreno, si strap-
perebbero molte radici. Al più conviene tenere una legatura, ma molto
larga, perchè il fusto non si inclini.
XIX.
Lavori complementari dell'impianto.
Compiuto l'impianto, non conviene andare intorno alle piante per
non comprimere il terreno. Quando questo però si è assodato sono
necessarie, nella maggior parte dei casi, alcune operazioni, che ora
descriverò.
1. — Trattandosi di pieni e mezzi venti, il palo si troverà di già
piantato dal momento della piantagione e quindi appena il terreno è
assodato si fanno tre legature con dei vimini e non ad co come si usa,
ma ad o per evitare delle strozzature, frapponendo fra il fusto ed il
])alo un cuscinetto di paglia. La prima legatura si fa vicino al terreno
per gli alti fusti, a cm. 20; la seconda a metà altezza e la terza a
cm. 20 sotto la estremità. Il palo deve essere sempre più basso del-
l'estremità e collocato a mezzodì nei paesi caldi, a nord nei paesi
freddi. Il nodo si fa contro al palo. Una legatura comoda è quella in-
dicata nella Fig. 213. Attorno al palo si fa prima un giro completo colla
corda di juta, poi nel secondo e terzo giro si avvolge palo e fusto, nel
quarto giro si avvolge soltanto il palo e poi si fa il nodo e si infila la
estremità del legaccio, fra il palo ed il fusto. Per quanto riguarda la
259
palizzuliira vedasi le norme dettate nella Parie III di (|iieslo trallato
al capitolo IX pag. 116.
Se vi sono rimasti dei muschi e dei licheni nei fusto, si lavano
con una liscivia composta di 1 Kg. di cenere, e '/•.. Kg. di kainite in un
litro d'acqua.
Volendo riparare la corteccia dei l'usti, si forma attorno al fusto,
con tre pali, una specie di gabbia che si riempie di spini. Fig. 21 1 op-
pure si prendono delle gabbie
■Ua- HJI^ìi''^ di ferro costruite appositamente
Jli^ iIl40<^-..i per gli alberi ornamentali lungo
i passeggi Fig. 21.').
Fig. 213.
Legatura con corda dei tronchi
S.>
Fig. 21t. — Palizzalura con pali
tn^
Fig. 215.
Cal.hia di ferro per prolexgerc H fusto
2. — Se un fusto non è diritto, non conviene raddrizzarlo forza-
tamente subito all'impianto, legandolo stretto al palo tutore. Conviene
invece lasciarlo a sé stesso per qualche tempo, anche per un anno,
perchè prenda vigore e si arricchisca di succhi; nell'anno succes-
sivo poi, essendo pilli elastico, si potrà drizzarlo a piacimento.
3. — Nei primi due mesi, si deve aver cura che le piante non
soffrano la siccità. Si provvede a questo colla irrigazione o coprendo
il terreno intorno al fusto e per tutto lo spazio occupato dalle radici,
con dello stallatico fresco, oppure con della paglia, delle foglie od
altri materiali grossolani che si hanno a disposizione.
- 260 —
4. — Per evitare invece che dissecchino i rami ed il fusto, con-
viene imbiancarli con una miscela di due parti di calce spenta ed una
parte di argilla. La miscela viene diluita con acqua per poterla appli-
care con un pennello.
Questo intonaco bianco è molto opportuno, anzi, in molti casi è
necessario per il trapianto, per varie ragioni.
Nel fusto si trovano, presso alla corteccia, le sostanze di riserva
(cambio) che servono alla formazione dei primi germogli, quando la
pianta riprende la vegetazione in primavera.
In un albero trapiantato, il cambio ha ancora maggiore importanza,
inquantochè per più lungo tempo esso deve mantenere le nuove pro-
duzioni erbacee, non funzionando subito le radici. Se in primavera
comincia presto il caldo, oppure se, come avviene di frequente, domi-
nano i venti, questi fanno evaporare il cambio, lo rendono meno dif-
fusibile e la pianta non può a meno di soffrire. L'intonaco serve
appunto a diminuire questa evaporazione ed è bene sia di color bianco
perchè rifrange maggiormente il calore, di più, spesso la calce ha la
facoltà di favorire la vegetazione e di essere anticrittogamica.
Si ottiene anche buon risultato, avvolgendo i fusti con della corda
di paglia, ma il riparo serve di rifugio agli insetti. Conviene in ogni
caso, al cessare dei forti calori dell'estate, di levare questo rivestimento.
5. — Se le piante, ad onta di queste cure, cominciano ad appas-
sire, si può ricorrere ad un ultimo mezzo e cioè alla spruzzatura dei
rami con dell'acqua dopo il tramonto del sole, mediante una pompa
irroratrice.
Quando entro la metà di giugno si trova che qualche pianta, pur
rimanendo verde non ha preso a vegetare, conviene strapparla, e la-
sciarla colle radici sommerse per una giornata nell'acqua in cui si
siano stem piante, e cioè intorno alla line di maggio o nei primi giorni di
giugno. La seconda zappatura si fa in agosto ed ha lo scopo di evitare
l'aridità al terreno e di distruggere le malerbe. E' bene farla due o tre
giorni dopo la prima pioggia di agosto.
2. Aridità del terreno. — Le piante da fruttò, specialmente i nuovi
impianti, soffrono molto per l'aridità del terreno, che si deve evitare.
Il mezzo più efficace perciò, è quello della preventiva lavorazione pro-
fonda del terreno destinato per l'impianto. Le radici, hanno l'istinto
di approfondirsi quanto più il terreno è secco, perciò è evidente, che
con uno scasso profondo, si estenderanno per trovare la necessaria
freschezza.
E' molto utile anche di evitare l'impianto di alberi innestati su
soggetti che soffrono per la siccità. Per i terreni secchi, bisogna te-
nersi al franco, abbandonare il cotogno per soggetto del pero, così
])ure il pomo paradiso pel melo ed il susino per le piante a nocciuolo.
Le loi-o radici stanno troppo alla superficie e perciò sono troppo
esposte alla siccità. Il pomo è meglio innestarlo sul dolcigno, il pesco
sul mandorlo, cosi pure l'albicocco ed il prugno. Quest'ultimo si può
anche iniìeslare sul mirabolano, che ha delle radici verticali e profonde.
Attorno alle piante di recente piantagione, è utile coprire il terreno
dopo la prima zappatura, con della paglia o della lettiera qualunque,
per trattenere l'umidità più che sia possibile. Nelle terre compatte oc-
corrono le zappature frequenti.
Infine, per combattere energicamente l'aridità del terreno, sono
utili gli annaffiamenti nel primo anno dell'impianto, tanto più fre-
quenti quanto più il terreno va soggetto, per propria natura o per po-
sizione, alla siccità.
- 267 -
Negli anni successivi si può ricorrere alla irrigazione la quale,
come vedremo in un espresso capitolo più avanti, è \ùù necessaria in
via generale di quello che si crede.
3. Sostituzione delle piante morte. — Trattandosi di sostituire molte
piante in un sito ristretto, quale sarebbe un frutteto, conviene lasciare
in riposo il terreno per 5 o 6 anni, coltivandolo con piante che
richiedono abbondanti concimazioni; — poi si potr;i ellettuare l'im-
pianto.
Invece di sostituire una pianta messa a posto da uno o due anni,
conviene rinnovare la buca in autunno, facendola più lar^a di (|uella
fatta al momento dell'impianto, ed in primavera si ripianta, poiiandovi,
se possibile, della terra nuova.
Volendo invece sostituire una pianta morta per vecchiaia o che
da lunghi anni si trovava in quel posto, è prudente di non mettere
in quel sito una pianta della stessa specie. Cosi, se prima era una
pianta a granella, converrebbe sostituirla con una a nocciuolo od al-
meno, se prima c'era, per esempio, un pero innestato sul cotogno, so-
stituirlo con uno innestato sul franco.
Non potendo far questo, in autumio si apre la buca sul sito in cui
si trovava la pianta, e, di mano in mano che viene portata fuori, si
deve pulire la terra da tutti i rimasugli di radici. La buca viene poi
lasciata aperta tutto l'inverno, e se la pianta è morta in primavera, si
deve fare la buca subito per lasciare esposta la terra anche al caldo
dell'estate.
Giunta la primavera, è molto utile di portare della nuova terra
riposata, almeno quanta ne occorre a formare un mezzo metro di
strato intorno alle radici. Si procede poi all'impianto nel modo che
ho già suggerito a suo tempo, adoperando mollo concime di costituzione
complessa.
In ogni caso avverto gli agricoltori, che la sostituzione delle piante
morte con altre di eguale qualità è una delle cose a cui bisogna pre-
stare la maggiore accuratezza per riuscire.
4. Care alle piante sommerse da alluvione. — Dopo le alluvioni il
terreno viene coperto da un limo il quale impedisce all'aria di pene-
trare rendendo inattive le radici. E' perciò necessario di fare appena
possibile una buona vangatura profonda e nel caso in cui piante aves-
sero manifestamente sofferto bisogna ricorrere ad una concimazione
complessa con concimi chimici.
Tre formole, che in un simile caso mi diedero buoni risultali, sono
le seguenti :
Per le piante a granella in un frutteto in cui le piante a mezzo
vento si trovavano alla distanza di 5 metri
i Kg. 550 di perfosfato
Form. IV „ 160 di cloruro potassico
( „ 200 di nitrato di soda
- 268 —
Se le ])iaiite non sono clorotiche ma vigorose, si può omnieltere
il nitrato di soda.
Per le piante allevate a vaso, a cordone, a fuso, a piramide si pos-
sono dare 300 gr. per metro quadrato, dalle seguenti tre miscele.
Per le piante a granella
Kg. 1,500 di solfato ammonico
„ 4 „ perfosfato 16-18%
Form. V { „ 1 „ cloruro potassico
gesso
solfato di fei"ro
ì'j
Per le piante a nocciolo
Kg. 1,500 di solfato ammonico
„ 2 „ perfosfato 16-18 7„
Form. VI / „ 1 „ cloruro potassico
gesso
\ „ 1 „ solfato di ferro
Per le jìiante a nocciolo giovani, molto deboli '
!Kg. 2 corna torrefatte
., 12 perfosfato 16-18 7o
„ 2 sollato di potassa
^ ., 5 nitrato di soda
5. Avvicendamento e consociazione. — Anche per le piante da frutto
occorre avere delle avvertenze nella successione e consociazione come
per le piante erbacee.
In via generale si raccomanda di non piantare una pianta dove è
stata estirpata un'altra della medesima specie, ammenoché non si tratti
di sostituirne una giovane deperita dopo uno o soli due anni di im-
pianto. Se muoiono delle piante isolate conviene lasciare lo spazio li-
bero perchè ne avvantaggeranno le altre.
Quando invece si deve rinnovare un intero appezzamento allora
conviene lasciare il terreno per tre o quattro anni in riposo, ossia
coltivandovi dapprima per uno o due anni del frumento, dell'avena, che
riescono molto bene e poi si fanno dei lavori più profondi per estir-
pare Io radici rimaste e per coltivare delle patate, barbabietole od altre
piante sarchiate.
Assicurati che il terreno sia ben mondato dalle radici delle piante
estirpate, si potrà procedere al nuovo impianto e sarà meglio piantare
delle piante a nocciolo dove erano delle piante a granella od a bacca.
La consociazione può farsi con le piante erbacee stabile o tempo-
ranea.
- 269 -
La consociazione stabile si fa nei broli, nelle piantagioni campe-
stri, utilizzando gli interfìlari con dei cereali, prati, avvicendati, ortaggi,
piante sarchiate, ecc.
E' temporanea come abbiamo visto nel Cap. \X pag. 2(il i|ii:indo si
utilizza il terreno nei primi anni dell'inipianlo. prima che le i)iniile da
frutto occupino tutto il terreno.
E' utile ed anzi mollo vantaggioso in una gran parte di casi, di
consociare più specie di piante da frutto nel medesimo appezzamento.
Cosi si assicura un buon prodotto medio poiché si utilizzano le pro-
prietà medie della maggior parte dei terreni e si rendoìio meno sensi-
bili i danni per le cause nemiche, le quali, raramente colpiscono con-
temporaneamente ed in eguale misura, tutte le specie.
Naturalmente bisognerà curare che le singole specie occupino cia-
scuna un filare, poiché come é dannoso di alternare sul medesimo
filare forme diverse cosi non è vantaggioso di alternare |)iii specie.
Nella mia pratica trovai vantaggioso nei frutteti con piante a
mezzo o pieno vento di fare degli interlìlari di peschi, di ribes, uva
spina, lampone che poi estirpavo dopo 10 anni quando, k- piante a
mezzo o pieno vento occupavano maggiore spazio.
XXIII.
Trasformazione in frutteto di un vigneto fillosserato.
La coltivazione delle piante da frutto in un vigneto colpito dalla
fillossera devesi fare in modo che venga a costare il meno possibile e
che il rispettivo mantenimento non procuri soverchio aggravio al |)ro-
prietario. Si devono infine produrre frulla di grande commercio, ri-
chieste dalla popolazione e che con facilità si possano trasportare e
conservare senza soffrir danni. In una parola si deve fare una coltiva-
zione estensiva ed é con tali criteri che ho dettato (|uesto ca|)itolo.
Le piante da frutto che possono convenire per sostituire la vigna
sono gli agrumi ed il mandorlo nell'Italia meridionale; il pero, il su-
sino, il pesco, l'albicocco nell'Italia centrale; il pero, melo, pesco e
susino nell'Italia settentrionale.
Quando l'infezione fiUosserica é stala constatata, si proceda al-
l'impianto negli interfìlari cosi che, nei loro primi anni avendo gli
alberi poca fronda, danneggiano poco le vili e quando (piesle per
la fillossera muoiono, entrano in fruttificazione le piante da frullo.
Nella fig. 220 è rappresentalo un vigneto da me ridotto a pescheto.
Le viti erano piantate (a) ad un metro di distanza su tutti e due i lati
ed a fdari da Nord a Sud. Appena apparve la fillossera piantai dei pe-
schi di un anno (in P) facendo delle buche nel mezzo di ogni terzo
inlerfilare, come si vede nella figura ed a distanza di m. 3 sulla fila.
— 270 -
In tal modo non disturbai punto le viti e, quando i peschi entrarono in
completo periodo di fruttificazione le viti pur troppo non esistevano più.
Ho creduto bene di allegare questa illustrazione per dimostrare
graficamente come si deve procedere nell'impianto di un frutteto in
successione di una vigna.
Naturalmente bisogna modificare le distanze a seconda della specie.
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Fig. 220. - Sistema tli riduzione di un vigneto lillosseralo in pescheto.
XXIV.
Le piante infruttifere.
Non si può negare, che anche fra le piante da frutto, come in tutti
gli esseri organizzati, sì possono trovare dei soggetti affatto sterili.
11 detto fenomeno però è ben raro e verificandosi conviene natu-
ralmente innestarlo.
Spesso però avviene, e specialmente negli impianti vecchi, fra le
piante di alto fusto o nelle piramidi, che per anni ed anni non si ri-
cavano che meschinissimi prodotti. Conviene quindi studiare anche
l'infruttuosità e vedere quali sono le cause che la possono procurare
e quali i mezzi per rimediarvi.
Le cause che possono rendere infruttifera una pianta sono multi-
ple e noi le passeremo in rassegna.
- 271 -
1. Clima e terreno non (ulcUli. — Noi sappiamo che ogni pianta ha
le sue esigenze dì clima e di terreno. i/ini[)ianto d'una specie e va-
rietà, senza aver fatto prima delle prove di adallaniento, può condurre
appunto a questi infelici risultali. Molte volte poi avviene, che il friil-
ticoltore ritiene coUarte, di procurare alla sua piantagione ìv dovute
condizioni di riuscita, ma non sempre riesce, e la lotta essendo all'alto
impari, il coltivatore ha quasi sempre la peggio.
Ad esempio, noi sappiamo che il melo esige un leri-eno :ibbasl:ni/.a
fertile, fresco e profondo; il pero un terreno asciutto, profondo e caldo;
facendo l'impianto in condizioni opposte, è ovvio il dire che quelle
piante non si distingueranno per pi'oduttività. Notisi poi, che nelle
piantagioni vecchie, si trovano delle varietà che riescono soltanto in
posizioni mollo privilegiate, mentre una volta riesci vano (iniicrliillo.
Fra queste le pere: Passa tutti, Virgolose, Spina Carpi.
Sotto questo riguardo devesi consigliare :
1." Di non introdurre delle varietà delicate per clima e U'rrenn.
se non si hanno larghi mezzi per difenderle.
2." Di scegliere sempre delle varietà piuttosto rustiche, che liori-
scono tardi e che si dispongono a fruttilìcare anche in seguilo ad
annate umide e fredde.
2. La forma, il taglio e lo soiluppo liato (din pianla. — Se noi vo-
gliamo ad ogni costo allevare una pianta vigorosa, innestata sul franco
o su altro soggetto pure vigoroso, dandogli una forma ristretta, è certo
che la produttività ne viene a soffrire. Ad esempio, sarebbe \\\\ errore
voler allevare a cordone verticale permanente l'uva lugliatica, mentre
è noto che questa varietà esige taglio lungo.
Così non si può pretendere che dei meli innestati sul franco, diano
dei cordoni orizzontali produttivi ; altrettanto succede volendo allevare
dei susini o ciliegi a forma nana. Hpperciò una data specie e varietà
di frutta, non si deve allevare che colla forma suggerita dall'esperienza
e con la quale si è sicuri di ottenere copioso prodotto.
3. La scella del aogijello sn cui si innesta. - Come per la scelta
della specie e della varietà, cosi bisogna essere accorti nella scella del
soggetto. E' evidente che se questo vien piantato in un terreno non
adatto, non può neppure dar vita feconda, alia varietà che vi si innesta.
4. L'impianto troppo fitto e profondo. - Nel primo caso le piante
mancano d'aria e di luce e si può fare il diradamento; nel .secondo
caso le radici non funzionano bene per mancanza d'aria, ed allora si
può tentare di sollevare la pianta (ino a che il colletto viene a livello
del terreno, o levare la terra attorno la pianta oppure Irapiantarlu.
5. L'impianto nel medesimo sito dorè è perita una pianta di cijuat
specie. - Le piante poste in questa condizione non soltanto rie.scono
infruttifere, ma anche poco vigorose. Abbiamo un esem|)io nei nume-
rosi rimpianti di gelsi che si fanno nelle campagne di Lombardia, h
ben raro trovare una bella riuscita, ammenocché la terra non venga
rinnovata del tutto e lautamente concimata.
— 272 —
6. Esaurimento del terreno di materie fertilizzanti. — L'infruilnosità
può dipendere dall'essersi esaurito il suolo dei materiali più importanti
per l'alimentazione vegetale. L'esaurimento lo si ha in particolar modo
negli strati inferiori, dove il concime dato alla superficie non può ar-
rivare, mentre da esso, le radici, che sono profonde, devono trarne il
nutrimento. A questo si rimedia :
1.0 Scavando delle buche dove si trovano le radici attive e ver-
sandovi dei concimi liquidi adatti.
2.0 Lavorando profondamente e concimando il terreno intorno alla
pianta, con stallatico decomposto corretto con concimi chimici, come
viene suggerito nella parte VII pag. 281 che tratta della concimazione.
7. Esuberanza nel terreno di un materiale fertilizzante piuttosto che
un'altro. — Noi sappiamo che gli elementi principali fertilizzanti a cui
deve provvedere l'agricoltore sono l'azoto, l'anidride fosforica, la po-
tassa e la calce. Dall'aspetto esterno della pianta si conosce se questa
difetta di uno od altro dei materiali, epperciò il frutticoitore deve
provvedere con appositi concimi supplementari, pag. 287.
8. Esaurimento della pianta per abbondanti prodotti precedenti. —
Questa può essere una causa momentanea a cui presto si provvede
con abbondanti concimazioni e tagliando corto.
9. — La pianta può essere troppo giovane. Specialmente le piante
innestate sul franco ritardano a portare frutti e per lo più la loro pro-
duzione normale comincia dopo 8-10 anni dall'impianto. Non è sempre
conveniente di affrettare la fruttificazione perchè la pianta si esaurisce
in anticipazione, però tagliando lungo i rami, lasciando intatti i brin-
dilli e diradando la fronda, si arriva a sollecitare la produzione di frutta.
10. Trascuranza nelle cure di coltivazione. — Le piante poco curate
si coprono per lo più di muschi e licheni, si ingombrano di rami inu-
tili, e vengono invase da una quantità di malattie ed insetti. Convien
diradare i rami, togliendo quelli inutili, accorciando gli altri, raschiando
dalla corteccia i muschi e licheni e curandoli delle malattie o ferite
che possono avere.
Tutte queste si possono chiamare cause esterne di infruttuosità.
Le cause interne si manifestano o con una esuberanza di vegeta-
zione legnosa o col deperimento ed esaurimento.
IL Esuberanza di vegetazione legnosa. — Questa si manifesta con
uno straordinario rigoglio della pianta che continua a dare delle get-
tate lunghe, grosse, a meritalli lunghi ma con pochi rami fruttiferi.
Meno la vite, tutte le piante da frutto troppo rigogliose danno po-
che frutta.
L'eccesso di vigore fa colare le gemme a frutto, i fiori, i dardi ;
trasforma in rami legnosi i brindilli. Questo avviene se le piante si
trovano nei terreni pingui e freschi, ricchi specialmente di azoto, nei
cortili delle case, nelle vicinanze delle concimaie, negli orti.
Il frutticoitore deve porre ostacolo alla straordinaria affiuenza di
linfa per ridurre l'attività vegetativa.
- 273 -
Questo si può ottenere :
(tj sopprimendo una buona parie dello branche centrali che im-
pediscono la circolazione dell'aria e della luce. Fatta questa operazione
nell'anno successivo si lasci la pianta senza tagliare;
b) tagliando le radici più grosse verticali e quelle laterali più
attive, facendo un fosso profondo e largo 50 cm. e distante m. 1 a ÌSti)
dal fusto ;
e; lasciando scoperte le radici all'aria per ima (|uindicina di
giorni nel mese di agosto ;
dj esaurendo l'azoto del terreno con delle coltivazioni come bar-
babietole, lattughe, cavoli, ecc.
e) se la fioritura è abbondante ed i frutti cadono subilo, questo
indica che mancano gli elementi minerali mentre abbonda l'azoto. Si
rimedia dando dei concimi fosfo potassici, con una delle segucnli
formole per metro quadrato di terreno occupato dalle radici.
i Scorie Thomas gr. 150
Form. Vili I Solfato potassico 60
( Calce spenta o sfiorila . . ., 1(X)
i Polvere d'ossa gr. l.")0
Form. IX j Kainite 210
( Calce sfiorila 150
nei terreni calcari
: Perfosfato 1(5-18 7, gr. 150
Form. X Gesso 150
' Solfato potassico ...... fio
Non riuscendo neanche colla concimazione, si ricorra al rimedio
radicale del trapianto.
12. — Potrebbe darsi il caso che un albero si arresti di fruttificare
ad una data età, i)erchè trova un sottosuolo cattivo, impermeabile od
acquitrinoso e le radici quindi sono costrette ad arrestarsi nello svi-
luppo e non più funzionare. Abbiamo in tal modo il deperimento.
Bisogna allora lavorare bene il terreno intorno, fare dei fossi pro-
fondi per allontare l'acqua stagnante e fare una concimazione ricosti-
tuente, applicando ad esempio la seguente formola per pianta adulta
di 3 metri di raggio :
/ Kg. 10 di stallatico ben decomposto
i „ 10 „ scorie
Form. XI ^ „ 4 „ solfato potassico
j „ lì „ nitrato di soda
V „ 0,5000 „ cloruro di sodio
Il nitrato di soda conviene darlo per metà in primavera e l'altra
metà in autunno assieme cogli altri concimi.
18 — TA^f.\no - Frutticoltura.
— 274 -
13. — U esaurimento può derivare dall'eccesso di fruttilìcazione. Si
rimedia favorendo l'attività e lo sviluppo delle radici, e curando con
opportuna potatura la ])arte aerea. Si favorisce l'attività e lo sviluppo
delle radici lavorando il teri*eno profondamente, procurando così di
allargare la zona di esplorazione delle radici stesse. Contemporanea-
mente a questo lavoro, si deve concimare lautamente con concimi
complessi, quali sono i terricciati e, durante la state, si deve usare il
colaticcio diluito in 10 parti d'acqua. Al sopraggiungere della prima-
vera si dà ancora la seguente miscela per m'''
1 gr. 55 di fosfato di potassa
Form. XII
' „ 25 „ nitrato di potassa.
Questa miscela si può impiegarla anche per la concimazione liquida
sciogliendone gr. 150 per ettolitro.
Quando invece il terreno è sufficientemente ricco d'azoto, può
darsi il caso, e questo anche avviene di frequente, che manchi l'acido
fosforico e la potassa, al che si può provvedere con concimi artifi-
ciali adoperando le formole IV, V e VI oppure soltanto il fosfato di
potassa in ragione di gr. 55 per m". Infine una pianta può trovarsi
in istato di deperimento per malattie particolari, quali sono la gomma
la rogna, oppure per ferite non curate, per colpi di sole, e allora si
curano le rispettive malattie. La potatura deve essere corta, e bisogna
impedire che la pianta porti frutti nel primo e secondo anno di rico-
stituzione.
14. — Riassumendo, chi ha delle piante infruttifere esamini:
1." se la qualità del terreno ed il clima sono confacenti alla
specie e qualità che coltiva, nonché al soggetto sopra cui è innestata;
2." se la forma e la potatura sono conformi alle esigenze
della varietà;
3." se il terreno è esaurito di materiali, sia per mancanza di conci-
mazione, sia perchè prima c'era una pianta identica nel medesimo sito;
4." se la pianta è esaurita per abbondanza di produzione;
5." se le piante sono state abbandonate a sé stesse senza potatura
e senza cura contro i parassiti ;
6.0 se le piante hanno una vegetazione legnosa troppo rigogliosa;
7.0 se le piante sono deperite per mancata attività delle radici o
per effetto di malattie.
Non presentandosi alcuno di questi casi, bisogna sacrificare la
pianta, o farvi dei sopra innesti, poiché é indizio che è sterile d'origine.
15. — Il frutticoitore deve sempre tenere in mente, che la produt-
tività di una pianta é assicurata quando :
a) le foglie possono funzionare normalmente, senza parassiti, e
l'aria e la luce possono circolare liberamente ;
h) le gettate non sono eccessive, ma in giusta proporzione fra la
produzione legnosa e la fruttifera.
275 —
e) il tempo di luf,'lio ed agosto dell'anno precedente è slato bello
e caldo, in modo da favorire la nutrizione delle gemine fruttifere. Ad
ogni buon anno di uino, segue sempre un buon anno di frulla.
d) la vegetazione della pianta è sana e normale.
XXV.
Impollinazione e fruttificazione.
(Nuove ricerche nel campo della /rutlicollura).
1. — Linneo, avendo trovato che nelle piante prevalgono i (lori
ermafroditi, li ritenne i più perfetti, cioè (|uelli che assicurano mag-
giormente la buona ed al)bondante frutlilìcazione. I-Igli credette di
spiegare la sua asserzione col fatto della più facile fecondazione es-
sendoché, in questi fiori, gli slami si trovano in immediata vicinanza
dei pistilli, mentre negli altri fiori unisessuali, i detti organi si trovano
distanti. E con ciò espose la legge detta deWaulogamia alfermando, che
la fecondazione è maggiorinenle assicurata, quando il pistillo riceve il
polline dello stesso fiore.
Le ricerche posteriori hanno però constatato, che molte piante
hanno soltanto in apparenza dei liori ermafroditi, poiché nei loro liori
si trovano bensì gli stami vicini ai primordi del frutto, ma le rispettive
cellule polliniche sono spesso abortite e non alle perciò a fecondare.
Viceversa, in molti altri fiori, si trovò il i)rimordio del fruito alteralo
e non atto ad essere fecondato. E Darwin anzi dimostro che la fecon-
dazioni migliori, quelle che danno i migliori frulli, i semi migliori e
le piante più fertili, più robuste e vigorose, sono quelle che avvengono
col polline apjjartenenle ad un'altra pianta della slessa specie. Questa
dicogamia o /econdazione incrociala la ritenne di molto superiore al-
Vautogamia e spiegò che il trasporto del polline avviene principalmente
per opera del vento e degli insetti. Per lo più, lìnchè i fiori sono ricchi
di nettare, e cioè al principio della fioritura, la visita degli inselli è
continua e perciò continua è la rispettiva fecondazione ; più lardi quando
manca questa attrazione del nettare, quando in una parola, il nettare
inaridisce, gli insetti fanno delle visite più rade ed è allora il vento
che supplisce alla loro azione.
La fecondazione incrociata non è da confondersi colla ibridazione,
la quale è un incrocio fra due piante appartenenti a specie diversa.
Si osservò pure, che mentre il suolo, il clima e le altre condizioni
esteriori hanno una influenza notevole sulla formazione delle varietà,
sulla distribuzione geografica delle piante e sulle loro immigrazioni,
non agisciscono però affatto come causa diretta a produrre dei carat-
teri nuovi, ereditari che caratterizzano le nuove specie o le specie
— 276 -
incipienti. Invece la generazione alternante, la separazione dei sessi
nello spazio, il meraviglioso processo della fecondazione il quale, al
principio della fìoi'itura favorisce l'ibridazione e soltanto in mancanza
di questa, l' incrociamento nella medesima specie, producono una quan-
tità sterminata di forme, le quali possono essere adattate alle più di-
verse condizioni del terreno e del clima. Finché non avvenga alcun
mutamento nelle condizioni climatiche, la maggior parte di queste
forme ha poco probabilità di conservarsi e di stabilirsi come specie
fra le forme vegetali che già occupano una località. Ma se avviene un
mutamento di clima cosi forte da diradare i rappresentanti delle specie
primitive, allora esse vengono sostituite dalle nuove forme che alle
cambiate condizioni si adattano ed abbiamo con ciò le nuove
specie.
Spiegata in tal modo la formazione delle specie, rispetto alle varietà
diremo, che queste mantengono i loro caratteri finché permangono
intorno a loro le condizioni esteriori in cui si sono formate. Cambian-
dosi queste cambiano anche le loro proprietà. Ed é cosi che ci pos-
siamo spiegare le degenerazioni ed anche i perfezionamenti delle varietà
quando queste vengono portate in ambienti più o meno dannosi. Il
frutticoitore, per ottere la trasmissione diremo così fotografica dei ca-
ratteri della varietà, ricorre alla riproduzione agamica.
Di queste leggi naturali il frutticoitore ha già un concetto sia
pure empirico poiché nella pratica egli è in lotta cogli efi'etti delle
medesime. Però in materia di ibridazione, di incrociamenti e di im-
pollinazione, sarebbero necessari degli studi ordinati e metodici : di
molti fenomeni creduti causali si potrebbe darsi una ragione ed in
base a questa, trovare i rimedi che avrebbero una importanza capitale.
2. — Nel campo della frutticoltura si sa ad esempio che per alcune
viti di uve da mensa é necessaria l'impollinazione con varietà diverse.
Negli Stati Uniti d'America del Nord, nel 1887 si cominciarono a
fare delle indagini anche nel campo di altre piante da frutto.
A Baltimora, nella proprietà del Signor Davide Franklin, c'era un
frutteto piantato con 20.000 piante di pero appartenenti tutte alla va-
rietà William. Per 18 anni questo frutteto non diede dei frutti ed il
fatto venne denunziato all'ufficio di patologia vegetale del Ministero di
Agricoltura di Washington perché cercasse di conoscere le cause che
potevano determinare questa sterilità. Dall' ufficio venne delegato un
patologo, il Signor Waite il quale da quell'epoca si dedicò esclusiva-
mente a questo genere di ricerche.
Egli subito espresse l'opinione che la sterilità di queste piante di-
pendeva dal fatto che i fiori della vai'ietà William dovevano avere la
particolarità di non rimanere fecondali col proprio polline. Portato
artificialmente su alcune piante del polline appartenente ad altra va-
varietà, queste piante portarono subito dei frutti. Con questa prova
egli dimostrò che per alcune varietà la frntlificazione é assicurata sol-
tanto quando vi concorre del polline appartenente a varietà diversa.
- 277 -
Fatta una rapida inchiesta nei territorio di Baltimora e linilinii.
egli ha constatato, che almeno un terzo delle varietà di peri ordina-
riamente colivati non fruttificano se fecondati dal proprio polline.
Fra le varietà di peri ordinariamente coltivati, hanno questa par-
ticolarità le seguenti: William, Anjou, Bonssock, Butirra, Clairgeau,
Favorita di Clapp, Easter, Howel, Lawrence, Luigia buona di lersey,
Sheldon, Ricordo del Congresso, Superfin e Nelis d'inverno,
Waile osservò che lo stesso avviene per alcune varietà di meli.
ma però in minor numero dei perì.
Dei ciliegi, non fruttificano i fiori fecondati col proprio polline, le
seguenti varietà: Napoleone, Bella di Choisy, Regina Ortensia; degli
albicocchi, la varietà: White Nicholas; dei susini le seguenti varietà:
Coè, Goccia d'oro, Prugna d'Italia, Frenclie Prune (Susino di Francia),
Kelsey, Marianna, Miner, Ognon, Peach, Satsuma, Wild (ioose. Come si
vede i susini hanno specialmente questo difetto e in modo paiticolare
quelli di origine giapponese ed americana, ad eccezione della varietà
Robinson.
La conseguenza di queste osservazioni è la seguente: é un errore
coltivare assieme e per una grande estensione una sola varietà di frutti
ma che conviene invece riunire più varietà, sia pur distinte, per
filari.
Queste prime deduzioni si possono considerare come punti di
partenza di ulteriori investigazioni d'importanza notevole per la frut-
ticoltura.
3. — Da ulteriori indagini è risultato al Waite, che vi sono (kl li-
varietà le quali possono fecondarsi per autogamia a seconda delle
condizioni esteriori e cioè a seconda del clima, del sistema di colti-
vazioni, del tempo che domina durante la Moritura ed inline dalla sa-
nità delle piante.
Ad esempio, se durante la fioritura vi ha un tempo rigido, coperto
da nubi, o piovigginoso e freddo; se le condizioni della località non
sono adatte e se le piante sono attaccate da malattie, allora niolte va-
rietà hanno bisogno, per portare frutti, di essere fecondate dal polline
di piante sane e cresciute in un ambiente favorevole. Questa snrehbe
una sterilità occasionale e fra le varietà di pere che può colpire sono :
Duchessa d'Angoulcme, Manning's Elisabeth, Rose, Bullum, Flemish
Beauthy Heatheote e Seckel.
Delle mele le varietà: Belfiore, Primala, Spilzenburg. Willow Twig.
Winesap.
Probabilmente ci sono delle varietà che per una o per l'altra delle
sopra accennate avversità sono più o meno sensibili. Ad esempio si
constatò che le varietà Le Coulc e Kieilen, nei climi caldi non abbi-
sognano di fecondazioni incrociate, mentre invece nei climi più freddi,
sono indispensabili. In California le varietà di pere: William, Favorita
di Clapp, Clairgeau al contrario che ni nord, non hanno bisogno di
impollinazione incrociata.
- 278 -
La malattia del marciume ai frutti, la Monilia fructigena, pare che
intacchi maggiormente gli organi femminili dei fiori e nelle piante
deperenti sulle quali si vede di frequente abbondare la fioritura, que-
sta rimane infeconda perchè sono i granelli del polline, non atti alla
fecondazione.
Cosi dobbiamo ritenere che dipenda da questa fecondità non sem-
pre sicura per una od altra causa, l'alternarsi periodico di due o tre
anni della fruttificazione per alcune varietà.
Studiando attentamente questi casi si deve in via assoluta trovare
il rimedio e si deve poter conoscere la ragione per la quale, alcune
piante cominciano a fruttificare quando si indeboliscono, mentre altre
fruttificano presto e poi diventano sterili. Il primo caso noi ce lo
possiamo spiegare soltanto in parte e cioè avendo le piante molta
affluenza di linfa esse tendono a produrre dei germogli legnosi anziché
dei fruttiferi. Nel secondo caso bisogna convenire che molto devesi
attribuire alla qualità del polline nella sua maggiore attività quando
la pianta è giovane.
Da questi ed altri molti fenomeni che noi pratici osserviamo quo-
tidianamente nelle coltivazioni si deve arguire la necessità di studiare
e di fissare per ogni specie e varietà di frutta le condizioni nelle quali
la fecondazione è più assicurata.
4. — Poiché il budello pollinico va in contatto soltanto coU'ovulo
e non coli' involucro dell'ovario, si è creduto che la natura del polline
non possa influire sulla qualità della polpa del frutto, derivando la
polpa appunto dall'involucro. E visto che il frutticoitore bada più alla
polpa che al seme, si credette che la scoperta del Darwin, della fe-
condazione incrociata, non avesse grande importanza per il frutticoitore.
Eppure il polline, anche indirettamente, ha una azione notevole
sulla qualità della polpa. Difatti, perchè nei fiori non fecondati la
polpa non si sviluppa tanto quanto in quelli fecondati ? Questo si
verifica specialmente sulla vite la quale dà degli acini meschini coi
fiori non fecondati. Waite ha notato che tutte le varietà che si possono
fecondare per autogamia, se fecondate con polline di altre varietà
daimo delle frutta più belle con molta polpa, ben colorate e molto
saporite. Ha esperimentato, che i fiori della mela Baldwin, se fecondati
col polline della mela Belfiore, danno della frutta migliore che se la-
sciati fecondare col proprio polline.
La fecondazione incrociata ha inflenza anche sullo sviluppo del
peduncolo del frutto. Le frutta che si ottengono per autogamia hanno
il peduncolo sempre più lungo e sottile; quelle ottenute per dicogamia
hanno le frutta più grosse con peduncolo corto e grosso. Finora io
avevo osservato soltanto un rapporto costante della grossezza del frutto
colla lunghezza e grossezza del peduncolo. Così si spiegherebbe anche
il fatto, di trovare talvolta sopra una stessa pianta delle frutta grosse
con peduncolo corto e grosso e delle frutta più piccole, ma con pe-
duncolo lungo e sottile.
- 279 -
La conclusione che possiamo trarre per ora è la se|{uenlc :
a) la fecondazione incrociala inlhiiscr nolevolmenlc sulla produlli-
vilà della pianla da frullo e sulla qualità dei frulli. La provenienza del
polline deve avere una azione decisiva ;
b) possono avvenire delle condizioni cliinaliclie duranle la /iorilura,
per cui anche le pianle che di solilo (ruUificano per autoijaniia, abbiano
bisogno della fecondazione incrociala, per dare dei frulli ;
e) ad una cerla eia, alcune pianle che prima si fecondarono da
sé stesse, possono aver bisogno della fecondazione incrociala, allrimenli
il loro prodotto diminuisce notevolmente ;
d) praticamente nei frutteti, conviene tenere le diverse specie riunite
a gruppi e tenere vicine, delle singole specie, tpiellf varietà die htuino
maggiore analogia per l'epoca della fioritura.
5. — Per la provenienza del polline si osservò, che non tutti
i pollini appartenenti a varietà diverse hanno ej^uale influenza ed è
qui che si apre un vasto campo di osservazioni che avranno per ef-
fetto, di poter consigliare al frutticoitore quali varietà convenga mettere
vicine per ottenere la scambievole fecondazione.
11 polline che ha sufficiente energia fecondatrice per gli ovuli del
proprio fiore, probabilmente avrà ancora maggiore energia, se portato
sopra altra pianta. La generazione è sempre più vigorosa e vitale,
quanto minore sarà la affinità fra le due piante che si incrociano.
Potrebbe però darsi, che con una parentela troppo lontana, il risul-
tato sia anche nullo.
Facendo degli incroci di fiori con polline proveniente da piantagioni
di clima e terreno diversi, si la una mescolanza diciamo cosi di sangue,
i cui efTetti non si palesano colla produzione in corso.
Non tutti i granelli di polline sono atti alla fecondazione. Il Signor
Waugh, isolando i granelli coll'aiuto di una soluzione al ó "/„ di zuc-
chero li ha analizzati e trovò, che è ben raro il caso che il 50 % dei
granelli pollinici siano atti alla fecondazione. Trovò poi che fra pianta
e pianta pur appartenente alla medesima specie e varietà vi sono delle
difTerenze notevoli e perciò consiglia sempre di unire alle varietà che
hanno bisogno della fecondazione incrociata, quelle che si fecondano
da sé, poiché può succedere qualche volta, che queste piante soffrano
e abbiano perciò bisogno del polline di altre piante.
S. A. Beach, ha fatto in proposito diverse esperienze col polline
della vite e verificò :
a) che il polline di piante che non si fecondano per autogamia,
non riesce a fecondare altre piante che pure non si fecondano per
autogamia ;
b) che le varietà sterili per autogamia si fecondano col polline
di piante capaci di fecondarsi col proprio polline e questo polline
trasmette al grappolo la forma e la proprietà dei grappoli che da la
pianta da cui proviene ;
e) che nella vite é necessario di estendere le varietà che hanno la
— 280 —
facoltà di fecondarsi per autogamia, inquanlochè trovandosi nei vigneti
([ualche ceppo sterile per autogamia trova nel polline di cjueste piante
il mezzo di produrre dei fruiti.
6. — Le esperienze ed osservazioni fatte in America sotto questo
riguardo, si inferiscono anche all'azione del vento e degli insetti sulla
fecondazione incrociata.
E' stato constatato ad esempio, che le piante da frutto, per il poco
polline che producono, risentono forte danno per il vento che lo di-
sperde. Da ciò la convenienza di non fare delle piantagioni in località
esposte ai venti frequenti di primavera ed al caso bisogna riparare la
piantagione con degli alberi frangiventi collocati dalla parte da cui
proviene il vento.
Gli insetti che hanno una parte più attiva ed importante sulla impolli-
nazione sono i coleotteri, le mosche ma sopratutto gli imenottori, le api,
che passano rapidamente da un fiore all'altro. L'ape ha una particolare
influenza sulla fecondazione del pesco, albicocco e susino. Bassford
riferisce, che nella valle Vaca in California, egli ottenne un notevole
prodotto da una sua estesa piantagione di ciliegi dal 1890 e cioè da
{{uando allevò nel frutteto delle api. Durante però la fioritura non bi-
sogna andare intorno alle piante per non disturbai'e la visita di questi
insetti. Ricordarsi del proverbio francese :
Vigne en jloraison — X'aime ni maitre ni servon.
PARTE SETTIMA
Concimazione ed irrigazione
I.
Importanza della concimazione e della irrigazione.
1. — Io credo che una gran parte del disagio in cui si trova la
frutticoltura in Italia sia dovuto alla mancanza di freschezza e di fer-
tilità del terreno.
Erroneamente si ritiene ancora che le i)iaiile da fruito, i-oIle loro
radici sviluppate, trovino umidità sufficiente negli strati sottostanti
del teri'eno ed il nutrimento, nelle concimazioni fatte alle piante erbacee
coltivate in consociazione a quelle da frutto.
A parte il fatto che ([ueste piante erbacee (patate, granturco, ce-
reali, prati) non sempre ricevono la concimazione a loro necessaria,
ma per di più i concimi ad esse ap|)Iicati non si adattano alle piante
arboree; in ogni caso rimangono negli strati supertìciali del terreno,
poco esplorati dalle radici delle piante arboree. Noi abbiamo oggi
molli esempi di agricoltori intelligenti che già da tempo riconol)bero
la necessità di concimare anche le piante da frutto come hanno sc/npre
fatto per la vite, l'olivo, gli agrumi, pochi però sono convinti, special-
mente nell'Italia centrale e settentrionale, della necessità di fornire
l'acqua colla irrigazione.
Difatti, gli agricoltori della Sicilia, delle Puglie e di altre regioni
meridionali, appena possono, irrigano gli agrumi e gli altri alberi
fruttiferi. Nell'Italia centrale a ciò non si pensa, eppure anche qui noi
possiamo constatare che nelle località dove più a lungo si mantiene la
freschezza del terreno, i prodotti sono più abbondanti e sicuri che nei
terreni meno freschi; il prodotto dipende cosi dalla frequenza delle
pioggie nel periodo che decorre dalla lìoritura alia nmlurazinne dei
frutti.
- 282 —
Basterebbe citare, ad esempio, i pescheti di Massa Lombarda, gli
impianti di ciliegi dell'Imolese che si trovano nei terreni irrigui da
orto, le piante da frutto del Pisano e di Lucca, ecc.
Nell'Italia settentrionale non si manifesta tanto il bisogno di acqua,
inquantochè durante l'estate, piove più di frequente, ma chi non sa
che il prodotto delle castagne sui contrafforti alpini e sull'Appennino
nove volte su dieci, viene compromesso dalla siccità durante l'estate?
Così noi riscontriamo più abbondali prodotti nei terreni pianeggianti
del Veneto, della Lombardia e del Piemonte, ed ivi abbiamo i frutteti
più belli.
L'irrigazione è ricosciuta già indispensabile per i paesi dell'Italia
meridionale : per i paesi dell'Italia centrale io la credo utile, anche se
non strettamente necessaria e vantaggiosa, in molte circostanze nel-
l'Italia settentrionale.
2. — La concimazione e l'irrigazione si compensano una coU'altra.
Tutti avranno osservato che le piante non concimate soffrono molto
di più per siccità, per gli improvvisi sbalzi di temperatura e sono meno
resistenti alle cause nemiche, siano queste di natura vegetale od
animale.
Fino ad ora però anche nei migliori trattati di frutticoltura si os-
serva che sull'argomento della concimazione gli autori si limitano a
tenersi molto sulle generali, e cioè sui concimi preferibili, senza indi-
care quando convengano gli uni piuttosto degli altri e sotto qual forma
ed in quale rapporto devonsi fare le miscele.
La causa di questa lacuna risiede nelle difficoltà di fare varii espe-
rimenti, dovendo basare il giudizio sopra l'aspetto della pianta, sulla
qualità e quantità di frutta e i risultati non si possono dedurre con
quella facilità che si ha esperimentando il frumento, pel quale si può
pesare la paglia ed il grano. Mentre per i cereali, pei prati e cosi via,
colla bilancia e coi mezzi che il chimico possiede, ha saputo darci
la composizione chimica dei rispettivi prodotti, per le piante da frutto
ben poche sono le analisi che egli ci ha dato ed anche quelle poche,
non sono state abbastanza ripetute per poterci basare su di esse con
sicurezza.
Però, specialmente all'estero, in questi ultimi anni si fecero studi
ed esperienze, frutto delle quali è la difì'usione sempre maggiore dei
concimi chimici anche nella frutticoltura.
Io, che faccio di frequente dei viaggi all'estero, constatai di anno
in anno dei notevoli progressi di applicazione, specialmente negli sta-
bilimenti di frutticoltura.
Se è difficile constatare gli effetti dell'esaurimento, altrettanto facile
però è discernere una pianta ben nutrita da una mal nutrita. La prima
avrà le gettate sue vigorose, la corteccia liscia, i rami diritti, vitali,
sani e la sua fertilità si manifesta sempre costante.
Alcuni osservano, che come le piante arboree dei boschi vivono
senza concimazione, cosi potrehbero resistere le piante da frutto. Ma
- 283 -
questo esempio non regge. Se in apparenza le foreste od i boschi fanno
eccezione a questa regola, non è men vero che anche esse devono
ubbidire alla legge fondamentale della nutrizione, in virtù della quale,
il prodotto è in rapporto con le risorse alimentari, che il terreno olire
ai vegetali. Tutti sanno che v'ha dilìerenza fra foresta e foresta e che
la produzione forestale è strettamente legala alla natura Tisica e chi-
mica del terreno, vale a dire a (luanlo vi ha di |)iù inlluente nella nu-
trizione degli alberi.
Da ciò deriva ad esempio, che le |)ianle laliloglie, perchè più esi-
genti non prosperano che nei terreni mollo l'erlili ; menile le conifere,
riescono anche nelle terre più povere. Bisogna poi lener conio della
differenza della raccolta. Al bosco noi domandiamo del legno ed espor-
tando questo, togliamo la parte della |)ianla, meno ricca di elementi
minerali. La concimazione naturale del bosco o foreste risiede nelle
foglie, frutti e ramoscelli che rimangono sul terreno dopo la loro ca-
duta e bastano a mantenere la fertilità, mentre noi, dalle piante da
frutto, esportiamo i fruiti e coi tagli, rendiamo la pianta più debole.
Non si deve escludere che se noi, malgrado delle condizioni favo-
revoli, concimassimo i boschi avremmo prodotti maggiori. Lo dimo-
strano le vigne convenientemente concimale le cjuali danno un pro-
dotto migliore, più abbondante e rendono le piante più resistenti alle
malattie. Ma anche per le vili dalla generalità non è riconosciuto ne-
cessario che l'uso dello stallatico ; mentre gli sludi moderni hanno
concliiuso, che collo stallatico da solo non si riesce ad avere molti
vantaggi, se non lo si completa con concimi arliliciali.
Infine un vecchio pregiudizio che la quantità del prodotto va a
scapito della qualità, contribuì a trallenere il frutticoitore dal fare una
concimazione conveniente. Una concimazione razionale non può dare
che dei prodotti perfetti sotto ogni rapporto. Se i prodotti riescono
inferiori per quantità o per qualità, vuol dire che il concime difettava
di qualche elemento fertilizzante, oppure che (|uesto elemento non è
stato assimilato.
II.
Elementi chimici che costituiscono la pianta, come
vengono assimilati e composti a cui danno luogo.
1. - Da quanto è stato detto nel precedente capitolo risulta evi-
dente, che l'arte della concimazione consiste nella razionale alimen-
tazione delle piante, basata su esatte cognizioni di lìsiologia vegetale.
La fisiologia vegetale ci insegna che le piante si nutrono dell'aria
e del terreno e possono considerarsi come laboratori, neirinlerno dei
quali si elaborano gli alimenti assorbiti per esser trasformati in nuovo
284
legno, nuovi rami, foglie, fiori, frutti e semi. E' evidente quindi la ne-
cessità di conoscere la composizione chimica della pianta, per deduri-e
i materiali di cui abbisogna per il suo nutrimento.
2. — Dalle analisi è risultato, che in tutti gli organi bisogna distin-
guere una parte combustibile ed una parte incombustibile la quale
ultima, doi)o l'abbruciamento, rimane nelle ceneri.
La parte combustibile formata di materia organica è composta di :
1." carbonio ; 2." idrogeno ; 3.° ossigeno e 4.° azoto con un po' di zolfo.
Le ceneri sono composte di: \° zolfo; 2." fosforo; 3." potassio;
4." calcio ; 5." magnesio ; 6." ferro.
Altri elementi contenuti nelle ceneri, in quantità discreta, sono il
silicio, il sodio, il cloro, il manganese ecc., ma le prove colturali hanno
dimostrato, che queste non sono indispensabili alla vita della pianta.
Le sostanze organiche assieme coll'acqua la quale costituisce il
30-35 7o del peso totale della pianta, formano la parte preponderante.
La parte minima è rappresentata dalla cenere, come si vede nel se-
guente specchietto :
Carbonio
Idrogeno
Ossigeno
Azoto. .
Totale sostanze organiche
Ceneri
Pianta intera Radici Fusti e rami
46,4
5,0
41,1
1,6
94,7 7o
5,3 7o
43,4
5,7
43,4
1,6
94,1 7o
5,9 7o
46,9
5,3
39,6
1,—
92,8 7o
7,2 7o
Semi
47,4
6
41,1
2,6
97,1 7o
2,9 7o
Perciò
a) ì rami danno circa il 3 % del loro peso in ceneri ;
b) le sole radici ne danno il 6 7o i
e) i soli fusti e rami circa il 7 7o ;
d) una pianta intera circa il 5 7o.
3. — Dunque colle coltivazioni erbacee, esportando le piante intere,
si esporta di ceneri il 5 y„ circa del loro peso in sostanze minerali,
mentre colla coltivazione degli alberi, esportandosi dal terreno la sola
frutta che fa parte dei rami, si esporta il 3 7o di sostanze minerali. Da
ciò si deduce che le piatile da frullo esauriscono il Icrreiio di soslanze
minerali meno delle pianle erbacee.
La proporzione degli elementi minerali è maggiore in tutte le {)arli
che si avvicinano alla condizione erbacea e cosi è maggiore :
a) nelle piante erbacee che negli alberi ed in questi ;
b) nell'alburno che nel vero legno ;
e) nella corteccia che nell'alburno ;
d) nel tronco che nelle radici ;
e) nei rami che nel tronco;
fj nei rami nuovi che nei vecchi ;
g) nelle foglie che nelle altre parti.
- 28.-)
Il costituente principale della pianta e che forma la base di oj^ni
sostanza organica, è il carbonio. Questo proviene unicamente dall'anidride
carbonica dell'aria, ed è assorbito dalle foglie e da tutte le paiti verdi.
L'idrogeno è dato dall'acqua insieme aWossigeno.
L'oro/o è preso dalle radici, in soluzione, sotto forma di nitrali o
di sali amnìoniacali. Questi ultimi, per essere assorbiti, devono trasfor-
marsi in nitrati. Lo zolfo entra nella pianta coi solfati od il fosforo coi
fosfati.
Il potassio viene assimilato coi sali di potassio (cloruri, solfali,
fosfati di potassio).
Il calcio è anche introdotto nell'organismo della i)ianla per mezzo
dei suoi sali, ed in quantità considerevole. Cosi si dica pel inaynesio.
Il ferro, viene assimilato sotto forma di ossidi, di cloruro e di sali
molto ossigenati.
I composti che danno luogo questi elementi nell'organismo della
pianta sono indicati nel seguente schema.
Carbonio
Idrogeno
Ossigeno
Carboiìio \
Idrogeno ;
Azoto )
Carbonio ,
Idrogeno f
Ossigeno
Azoto
Carbonio ]
Idrogeno I
Azoto i
Zolfo !
Carbonio
Idrogeno ,
Ossigeno I
Azoto j
Zolfo (
Fosforo
Potassio
Calcio
Magnesio
Ferro
I. Idrati di carbonio (zuccheri, cellulosio, amido).
II. Acidi organici e corpi pedici (mucilaggini).
III. Grassi.
IV. Le sostanze cerogeni (pruina).
V. Gli olii eterei (essenze e le canfore).
VI. Le gomme e le resini.
VII. In parte le sostanze coloranti.
Vili. Una parte di alcaloidi.
IX. Altra parte di alcaloidi.
Albuminoidi o Sostanze azotate (albumin:
lìbrina, glutine, legumina, caseina).
B. Sostanze minerali (ceneri).
286
III.
Distribuzione delle sostanze organiche e minerali nelle
diverse parti della pianta.
1. — Tanto le sostanze organiche che le minerali, sono distribuite
in proporzioni diverse nei singoli organi della pianta, a seconda della
specie a cui la pianta appartiene ed a seconda della sua fase di sviluppo.
Le principali sostanze organiche contenute nel legno delle piante
da frutto sono : la cellulosa, l'amido, l'acido tannico, l'ossalato di calcio,
il tartarato di potassio e di calcio ed infine le sostanze azotate. Queste
ultime sono contenute in maggiore quantità nei germogli, ed è per
questo che i concimi azotati favoriscono la produzione ei'bacea.
Nelle sostanze minerali che compongono la cenere del legno si
osserva, che l'elemento predominante è la calce, a questo segue la
potassa e l'anidride fosforica.
Nelle foglie troviamo una notevole quantità di sostanze organiche
sotto forma di amido, clorofilla, zuccheri, materie coloranti, materie
grasse e degli acidi ; le quali tutte poi emigrano nelle diverse parti
della pianta, per ricostituirle o formare le sostanze di riserva. Fra
queste meritano una speciale considerazione le sostanze azotate, per
l'azoto che concorre a formarle, ed al quale deve provvedere il frut-
ticoitore. La foglia è l'organo più ricco di azoto; da ciò la notevole
influenza dei concimi azotati sull'espansione delle foglie e sulla produ-
zione fogliacea in genere ; da ciò l'esaurimento di azoto notevole del
terreno quando si cima, si scacchia, si sfoglia intensivamente o quando
ad esempio utilizziamo per strame le foglie cadute nei boschi.
La cenere delle foglie è generalmente più ricca di silice, calce e
magnesia di quella del legno; mentre contiene molto meno di potassa
(meno della metà in media) e di anidride fosforica (la metà circa).
Colle frutta e semi non si esportano notevoli quantità di azoto ;
ma in ordine decrescente, rilevanti quantità di potassa, di anidride
fosforica e di calce.
Tutto l'azoto o la maggior parte di quello contenuto nei frutti si
trova concentrato nei semi, quale materiale di riserva, sotto forma di
sostanze albuminoidi. Anche nella polpa e succo si trovano delle note-
voli quantità di questi materiali azotati, e a questi si ascrive principal-
mente la loro facoltà nutritiva. Nelle frutta e nei semi, sì trovano an-
cora amido, zuccheri, mucilaggini, materie coloranti, gomme, acidi
organici sìa lìberi che combinati con delle basi, quali il ferro, la potassa,
la calce, la soda.
La potassa che prevale la troviamo sotto forma di tartarato, di
ossolato ; mentre l'anidride fosforica la troviamo sotto forma di fosfato
di calce e di ferro; la calce infine, sì trova combinata cogli acidi, sia
organici che minerali.
— 287
IV.
Ufficio speciale dei singoli elementi chimici della pianta.
L'assimilazione degli elementi di cui si compone la pianta, avviene
per l'attività simultanea delle radici e delle foglie; l'attività delle radici
dipende principalmente dalla quantità di materiali nutrilivi che esse
trovano nel terreno, quella delle foglie è sempre attiva, purché possano
avere a loro disposizione luce, aria e calore suflìcienli.
Le sostanze assorbite dalle radici sono il fosforo, lo zolfo, l'azoto,
la potassa, il ferro, la calce, il magnesio e l'acqua in gran parte.
1. — L'ufficio del fosforo e dello zolfo sembra essere ((nello di
concorrere alla formazione delle sostanze azotate e del i)rotoplasma.
Il fosforo influisce notevolmente sulla fecondazione dei Mori, sulla
formazione e maturazione del legno e sullo sviluppo e maturazione dei
frutti. Nei terreni poveri di fosforo, il legno ritarda a maturare, si
sviluppano pochi rami da frutto, con i)oche frutta, le quali anche ca-
dono facilmente. Per questo, come vedremo più tardi, è molto racco-
mandata pei vivai la concimazione fosfatica. Il fosforo manifesta più
energicamente la sua influenza sulla frutlilìcazione. nelle piante a
nocciolo.
Il fosforo, nei calcoli della concimazione ed anche per determinare
la ricchezza dei concimi e dei terreni, viene sempre calcolalo in base
all'anidride fosforica, ossia alia sua combinazione coU'ossigeno. Questa
alla sua volta, unita all'acqua, forma l'acido fosforico che. unendosi
alla calce, al ferro, ecc., forma i fosfati.
2. — L'azoto concorre coi due precedenti, alla formazione delle
sostanze azotate e del protoplasma. Esso contribuisce, come abbiamo
già veduto nel Capitolo precedente, alla vigoria della pianta e quindi
allo sviluppo del legno, delle foglie e sulla quantità di frutta. In un
terreno però troppo ricco d'azoto, le piante ritardano la maturazione
del legno, vanno soggette alla colatura dei (lori, si hanno le frutta più
colpite da parassiti, i)in voluminose ma insipide, meno zuccherine, e
maturano anche tardi. Se il terreno è deficiente, si hanno dei rami
deboli, a brevi meritalli, delle foglie poco sviluppate, poco carnose, di
color verde sbiadito.
Le concimazioni azotate non bisogna però darle troppo tardi in
primavera poiché allora la vegetazione della pianta si protrae troppo
in autunno e si ha una imperfetta maturazione del legno e dei
frutti.
Occorre anche consociare ai concimi azotati, dei concimi fosfatici,
potassici e calcici, altrimenti si ha un legno molle e non sano.
3. — Senza il ferro non vi ha formazione di clorofilla, e quindi le
piante crescono clorotiche.
- 288 -
4. — Oltre il ferro occorre poi la potassa, poiché senza la presenza
di questa, la clorofilla non è capace di formare del biossido di carbonio
e dell'amido. Se ad una pianta vengono quindi a mancare la potassa
ed il ferro, devesi anche arrestare la sua crescila poiché dall'amido si
forma il cellulosio, e cioè l'elemento fondamentale del tessuto erbaceo
e legnoso. La potassa concorre infine alla formazione delle sostanze
azotate e rende i rami più resistenti ai freddi ed alle malattie.
La potassa contribuisce notevolmente a mantenere bella ed appa-
riscente la vegetazione, facilita la fecondazione dei fiori, fa rinvigorire
il colorito, fa aumentare la fragranza, il sapore e la ricchezza zucche-
rina dei frutti, ed anticipa infine la loro maturazione.
Mancando la potassa le foglie si raggrinzano, prendono poco svi-
luppo ed i rami non crescono sani. E' per questo che la potassa ha
tanta influenza sulla produzione dei frutti.
5. — Il calcio ha una azione importante nel ricambio materiale
delle piante verdi. Non ha una azione immediata sulla formazione
del protoplasma, ma serve quale mezzo di trasporto ed è intermediario
di combinazione pei prodotti secondari. Mancando il calcio, vi ha un
arresto di sviluppo. Difatti, esso è necessario per la formazione e tra-
sformazione dell'amido in sostanze solubili che possano circolare. Senza
il calcio, si trova un agglomeramento di granelli d'amido nelle cellule
delle foglie. Esso infine influisce notevolmente sulla vivacità dei colori,
sullo sviluppo dei frutti, sulla loro ricchezza zuccherina e sul loro
allegamento. Specialmente le piante a nocciolo ne risentono molto
vantaggio. La calce favorisce anche lo sviluppo dei batteri e mantiene
il terreno in buon stato di mobilità.
6. — La funzione del magnesio non è bene definita ; è certo però
che senza questo elemento le frutta non attecchiscono ; se ne trova
in quantità notevole nei semi e nelle punte dei germogli.
7. — Infine l'acqua viene assorbita pure dalle radici, poiché entra
come solvente dei materiali nutritivi. Essa oltre rendere un servizio
alla pianta come suo costituente, influisce sulla elasticità dei tessuti,
sulla rapidità del loro sviluppo. Nelle annate asciutte si ha sempre
poco sviluppo dei rami e dei frutti.
8. — L'attività delle foglie avviene per mezzo degli stomi. Per questi
stomi penetra il biossido di carbonio od anidride carbonica dell'aria la
quale, cogli elementi dell'acqua, dà origine all'amido e poi allo zucchero.
Sotto questa ultima forma emigra coi grassi da cellula a cellula nei
frutti ed in tutte quelle parti dove vi ha bisogno di sviluppo erbaceo
o di agglomerare delle sostanze di riserva. Da ciò risulta evidente
l'importanza che hanno le foglie nello sviluppo di una pianta e nella
rispettiva fertilità. Quanto più essa è ricca di foglie ben sviluppate,
tanto più si sviluppano le radici.
- 289 -
V.
Riepilogo sulla composizione delle piante
e sulla loro nutrizione.
Riepilogando quanto è stato detto sulla nutrizione e sui materiali
di cui si compone la pianta deduciamo, che le radici assorbono lutti
i materiali costituenti meno il carbonio, che viene fornito dall'aria.
Questi materiali vengono assorbiti sotto forma di sali, sciolti neirac(|iia.
Gli acidi e le basi che costituiscono questi sali sono i seguenti:
Acidi Basi
1. Acido carbonico 5. Acqua 6. Potassa.
2. „ nitrico 7. Calce
3. „ fosforico 8. Magnesia
4. „ solforico 9. Ossido di ferro
Acidi -\- Basi = Sali nutritivi.
E' da notarsi, che questi sali non vengono assimilati dalle jìiante
con eguale energia. In ordine decrescente, vengono assimilati : la po-
tassa, la calce, l'azoto, l'acido fosforico, la magnesia, l'ossido di ferro,
l'acido solforico.
L'azoto e l'acido fosforico si trovano, in quasi tutti i terreni, in
piccolissima quantità. Da ciò la necessità di i)rov vederli colla conci-
mazione.
La potassa e la calce difettano specialmente nei terreni sabbiosi
ed umiferi; mentre nei terreni alluvionali ed argillosi, abbondano.
Considerato però che le piante da frutto esportano una notevole (pian-
tila di questi due elementi, bisogna somministrarne quasi costantemente,
tanto più che la calce, migliora anche fisicamente il terreno.
L'acido solforico, l'ossido di ferro e la magnesia si trovano sempre
in quantità sufficiente, quindi gli elementi più importanti che bisogna
restituire il terreno e su cui si basa la concimazione sono 1 e cioè:
Vazolo, l'acido fosforico, la potassa e la calce.
VI.
Materiali nutritivi necessari ad una pianta da frutto.
1. — Determinato che la concimazione consisterà nella restituzione
al terreno di azoto, anidride fosforica, potassa, calce ed al più magne-
sia, che vengono esportati coi prodotti ; si tratta ora di conoscere la
19 — Tamaro - Frutticoltura.
- 290 -
quantità media di questi materiali clie le singole nostre piante da frutto
esportano dal terreno.
In questi ultimi anni, i prof. dott. Steglich e dott. Barili fecero delle ricerche nelle
stazioni esperimentali di Dresda e Colmar per dare un responso a questo quesito, ed
essi ci diedero i seguenti risultati :
Tab. XIX.
Contenuto percentuale dei principali elementi nelle singole
parti di una pianta da frutto (in 100 parti di sostanza secca).
I. Piante da frutto
A GRANELLA (Steglich)
(Pero e melo).
Radice
Fusto e rami a legno
Rami a fruito
Foglie
Frutta
II. Piante da frutto
A NOCCIOLO (Steglich)
(Ciliegio a frutto dolce e 3iisi;io).
Radice
Fusto e rami a legno
Rami a frutto
Foglie
Frutta
Azoto
Ani-
dride
fosforica
Potassa
Calce
0.349
O.IOI
0.284
0.596
1 0.597
0.126
0.313
1.265
0.892
0.232
0.526
2-897
0.719
0.214
1.194
2.913
1 0.410
0.088
1.061
0.407
0.370
0.115
0.206
0.594
0.307
0,081
0.193
0.593
1.022
0.296
0.462
2.192
1.725
0.766
2.579
4.137
?
0.246
0.903
0.140
Magnesia
0.069
0.098
0.196
0.482
0.118
0.050
0.056
0.203
0.408
0.100
Per sapere poi la quantità di materiali nutritivi di cui necessita annualmente ogni
pianta per sviluppare i suoi rami, le sue foglie ed i suoi frutti, il prof. Steglich per
molti anni di seguito misurò le circonferenze del fusto di molte piante, pesando con-
temporaneamenle le foglie cadute, le radici, il fusto, i rami a legno ed a frutto.
Egli constatò che l'aumento periferico annuale di un :
a) melo i
b) pero
e) ciliegie dolci
d) susino
2 cm. con 328 g. di
1.5 , „ 158 „
2 „ „ 716 ,
1.6 „ „ 173 ,
foglie
La pianta comincia a fruttificare quando ha
una circonferenz.t
a) nei meli di 15 cni
b) „ peri „ 24 „
e) , ciliegi dolci „ 10 ,
d) „ susini „ 15 „
ed au
menta annualmente
1 diame
tro col peso di frutta
4000 g
di 2 cm. di 2000 g
5000 ,
„ 1.5 , „ 3000 ,
800 ,
„ 3 „ „ 1600 „
1250 „
.,1.5 „ „ 1875 „
Con questi dati analitici, il dott. .Steglich ha redatto il quadro seguente, che rias-
sume le esigenze di sostanze minerali di una pianta da fruito, avente una circonferenza
di 25 centimetri.
291 -
Quantità di sostanze che vengono fissato annualmente
dalle seguenti piante. '
SOSTANZE
Quantità
di sostanze
w
PRODUZIONE
contenute in 100 parti
di sostanza secca
necessarie
per anno
ANNUAI
.E DI UN ALBERO
cm. di periferia
in grammi
-S
di 25
NOME
fi
.2
2
1
JS
•s
^-
delle sostanze
S
1
é
&
1
^
Melo (Steglich)
Azoto
Anidride fosforica
0,46
1,80
0,46
12
36
11
59
Kg. 4,5 rami
= Kg. 2,7 sost. secca
0,14
0,26
0,10
4
5
2
11
„ 4,2 foglie
= ., 2,— .,
Potassa
0,33
UU
0,63
9
27
15
51
„ 14,- frutti
= „ 2,3 „
Calce
1,55
3,30
0,06
42
66
1
109
Pero (Steglich) ,
= Kg. 2.5 sosl. secca
Azoto
066
160
0,35
0,07
16
4
17
2
4
37
Kg. 4,7 rami
Anidride fosforica
0,16
0,16
7
„ 2,6 foglie
= „ 1.1 , , i
= n 1,2 „ „ '
Ciliegio (Steglich) j
= Kg. 2,3 .sost. secca
Potassa
0,41
1,00
1,48
11
11
18
40
„ 7,- frutti
Calce
160
2,48
1,40
0,18
?
40
15
27
61
2
69
Azoto
0,67
Kg. 4,2 rami
Anidride fosforica
0,13
0,48
0,27
3
21
6
30
. 2,- foglie
= , 4,4 „ , J
Potassa
o,;«
1,57
0,90
8
68
19
95
„ 12,- frutti
= , 2,1 „ „ f
Calce
1.30
4,00
0,13
30
176
3
20»
Susino (Steglich)
Azoto
0,.%
1.90
?
13
21
?
V
Kg. 3,3 rami
= Kg. 2,3 sost. secca
Anidride fosforica
0,15
0,24
0,22
3
3
5
11
„ 2,8 foglie
= „ 1,1 , , /
= „ 2,2 „ , '
Potassa
0,61
3,50
0,90
15
.{9
20
74
„ 13,5 frutti
Calce
1,13,
43)
0,14
2(i
(•;
•.\
7-.
' Nelle analisi e nei calcoli di concimazione, il fosforo
anidriile fosforica, la (|iiale combinandosi coli ai'i|iia dà ori;;!
delerminato come
292 -
La stazione esperimentale di Geneva (Stato di New-York) ha fatto simili ricerche
importantissime e ne riportò i dati, i quali si riferiscono soltanto alla parte aerea delle
piante prodottasi in un anno, trascurando perciò la crescita delle radici nonché l'in-
grossamento avvenuto dei rami di 2 e più anni. Non venne neppure tenuto conto del
materiale di riserva che in autunno, dalle foglie emigra nei rami.
Quantità di elementi nutritivi
contenuti nelle singole parti della pianta.
Specie
della
pianta da
frutto
Pero.
Parte della pianta
Frutta
} Foglie
r Gettata da 1 anno .
Totale
V Foglie
( Gettata di 1 anno.
614.741
36.526
3.191
654.458
73.202
10.581
2.948
In 100 parti di sostanza verde
520.989
837.11
98.753
603.331
561.963
0.333
10.746
4.538
0.180
1.711
1.233
14.921
5.945
0.469
7.044
2.940
0.182
1.172
1.080
1.131
4.271
2.827
0.101
11.218
7.688
0.135
5.794
2.201
I 1.02 I 0.27 I 1.08 I 1.12 I 0.45
0.130
2.795
1.306
86.731 829.48 1.29 0.34 1.33 1.67 0.47
Cotogno . / Foglie
f Gettata di 1 anno.
Frutta Spolpa) . .
(nocciolo) .
Foglie
Gettata di 1 anno.
/ Frutta (polpa) . .
1 „ (nocciolo) .
/ Foglie
Gettata di 1 anno.
34.927
4.382
1.220
766.255
1.202
0.543
2.405
541.305
8.671
1.825
4.335
517.213
4.918
1.638
4.098
0.171
19.853
24.590
40.529 i 783.78 | 2.12 | 0.71 | 2.66 | 3.(
73.352
843.529
0.738
4.516
374.351
2.870
20.752
644.864
9.070
5.821
552.148
4.861
104.441
790.73
2.70 1
0.395
0.741
1.296
1.063
29.886
1.853
6.691
2.184
459.998
287.520
635.587
464.778
1.031
5.177
7.270
0.460 I
1.391
1.732 I
1.584 I
41.073 I 777.(
0.314
4.792
3.278
0.8
1.854
0.085
0,145
0.855
0.801
0.626
5.793
15.919
5.286
2.121
12.615
1.897
0.75 2.66 4.13 1.27
1.899
0.125
1.010
1.010
8.586
16.676
2.842
16.839
0.200
1.010
5.187
2.759
2.70 I 0.81 I 3.47 | 3.76 | 1.17
293
Per calcolare la ((iiantilà di materiali che veiiRono c.s|)orl;ill ria un ellaro ili lerrono
si è calcolato che possono essere piantati per ettaro 100 meli :t(Kl peri. :t(Mi peschi.
300 susini, 600 cotogni, mantenendo le distanze fra pianta e pi:inl.i ctu- -.i s.>t;li.,iii« «hirc
in America.
L'esportazione sarebbe indicata dalla seguente taliolla.
Tab. XXll.
Esportazione di materiali nutritivi
da un ettaro di terreno nella coltivazione delle piante da frutto
Parte della
pianta
Esportazione per ettaro in chilograrami
della pianta
II
04
3
<
■<
■il
J_
38.4
123
0.8
8
5
1
61474
3653
319
53054
1575
167
26
39.3
1.5
11.1
6.3
0.5
5.1
&1.4
3.9
8.2
Melo . .
Foglie
2Ì2
Gettate dell'annata .
Totale
0.7
65446
54796
66.8
17.9
71.5
73.4
30.1
Pesco
' Foglie
/ GeUate
dell'annata .
21961
3174
884
19183
1949 !
5011
10.2
21
2.4]
Totale
26019
21633 i
33.6 1
3.9
3.3
0.9 I
Xi.ì 2.7
12.3 , :m.8
2.4 6 ,
37.8 1 43.5
Cotogno. . ' Foglie
/ Gettate
dell'annata .
20956 17258
2629 1423
732 379
25.2
22.8
3.6
Totale
243171 19060
51.6
11.4 1
4.8
1.2 I
17.4 I 64.8
3.6 {
52.2.
18 I
73.8
Foglie
I Gettate
Susino . . , Foglie
' Gettate
dell'annata .
Totale
dell'annata .
Totale
23361 i 19750:
6226 4022
1746 i lOM,
20.1
57.3
7.5 1
9.6
41.1 1
2.4 1
9
372
107.4
1.8
3.6 1
19.8 1
IJi
12J{
6.6
12.6
2.1
21.6
45
Sii
3
31333 1 247761 84.9 1 20.4 | 81.9 | 129.6 1 39.9
9849 8110 i
2007 1292 I
655 328 I
15.3]
5.4
^'^ 1
3.6
3.6'
1.2
21 J ( 5.1
20.1 I 30.6
2.1 ; 11.4
12511 i 9730 1 33.9: 10.2' 43.5.1 47.1 | 14.7
i s
Boijojso} apijpiuv
12,2
13,5
19,4
17,8
13,8
11,3
17,1
12,8
11,6
13,2
8,4
12,7
7.4
10,3
8,8
8,8
11,6
11,8
9,8
9,4
ì^
BisaugBK
S- %' S- Jr S- SJ S- S- Sf :5- ^' %' ^- Jr 5- ^' ?l S- 5- S
aoiGO
& S' ;S' s s- § ^- & ^ 5 s s- S' :S' 2- s- s- s- § ^-
BSSBtOd
52,3
47,9
42,-
44,1
36,1
32,8
35,3
32,9
52,7
45,1
40,0
50,1
51,8
47,7
46,-
50,-
57,5
38,6
39,0
44,7
BDiJojsoi apijpmv
■
' 0,046
0,056
0,118
0,104
0,132
0,069
0,105
0,041
0,065
0,058
0,044
0,053
0,046
0,033
0,038
0,034
0,045
0,029
0,019
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294
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inTfeoi> It-io->j<coo> leoa5«OJ^i>«>,TCco I
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IO «o ■* co I 02 ' cD^ i> Ti l_^ i> Ti T(<^ Ti_ co Tj< o i> l_^
ioodMioor-*c4'to'"'tinorogorco'io^co-*'ooor
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§ S' S' S' S' S' S- S' 5 S' S' S' 2- 2 2 2 2 2' S' §
aoiBO
0,033
0.022
0,039
0.037
0,156
0.089
0,070
0,028
0.08
0,049
0,029
0,036
0,012
0,021
0,03
0,024
0,025
0,016
0,02
0,015
BSSB;Od
0,197
0,198
0,255
0,258
0,343
0.200
0,216
0,105
0,295
0,198
0,208
0.208
0,32
0,153
0,199
0,193
0,225
0,095
0,076
0,09
ajana3
a^BlOOlBO
aXBXOZB azuBiSos
oiozv
0,201
0,182
0,250
0,231
0,259
0,263
0,133
0,142
0,141
0,104
0,177
0,130
0,102
0,120
0,127
0,138
0,136
0,055
0,07
ooiXBin opioB ]XBnb
l'xBIOOIBo' ipiov !
0,51
0,99
1,70
2,15
3,61
1,35
1,73
1,09
1,44
1,76
1,23
0,52
0,50
1,04
1,29
0,60
1,16
0,21
0,61
0.48
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— 295 —
Il Prof. Kulisch della Scuola di (leissciihciin, ha pubblicalo le scKuenli analisi de
terminale con frutta raccolte nel medesimo terreno (Tah. XXIIl).
I dati più attendibili che si hanno sulla esportazione della vile, sono i se;;uenli :
1-sportazione per ettaro di
Anidride fosforica Azoto Potassa
a) colla produzione di 48 hi. di vino,
assieme colle vinaccie e feccie .... >•,.') 20,— .v.\,m
b) coi germogli verdi, legno m. da un
ettaro di terreno, che produce 48 hi.
di vino . 17,— '.»2,2 .'>2,(i
e) esportazione complessiva per ettaro
producendo 48 ettolitri di vino. . . 2G,.') 117,2 Hl.ti
II Prof. Doti. Hilgard di Berkeley (California) fece altre analisi mollo inlcrcssunli
di frutta di cui riporto i dati principali :
■Susine .\lbioocchc
Peso medio del frutto 2;i.<> (i2,j
Polpa p. % !>4.2 i«,K.1
Succo p. % della jìolpa 83,1 !W,—
Acidità % del succo <juale anidrifle solforica 0,31 0.68
Zucchero p. % del frutto fresco 18,.t3 11,10
Acqua , . 72,82 85,16
Cenere , . 0„->78 0,491
Anidride fosforica „ „ 0,081 0.064
Azoto , „ 0.182 0,11M
Potassa , , 0,37 0,21»
Calce . 0,027 0,016
Magnesia . 0,032 0.018
2. — Da tutte queste cifre risulta evidente quaiìto segue :
a) Il contenuto di elementi nutritivi aumenta dalle radici al fusto,
da questo ai rami e dai rami alle foglie. Nei frutti invece diminuisce,
Sulle foglie e sui rami a frutto si accumulano i materiali dcslinali a
costituire e sviluppare il frutto.
b) Il nocciolo contiene più sostanze nutritive della jjolpa <lel
frutto.
e) La massima quantità di acqua e di sostanze organiche è con-
tenuta nei semi e frutti e, dopo questi, nei fusti e rami, i quali ultimi
però contengono il massimo di ceneri. Da ciò la necessità di concimare
largamente le piante giovani, i vivai, poiché collo sviluppo erbaceo che
si esige, si ha la massima esportazione di materiali minerali.
d) Allo sviluppo delle frutta inlluisce notevolmente l'acqua od a
meglio dire la freschezza del terreno. In un terreno arido si hanno
sempre poche frutta e poco saporite.
e) Una pianta da frutto esporta dal terreno colla sua vegetazione
in ordine decrescente la calce, la potassa, l'azoto e l'anidride fosforica,
nelle proporzioni di circa 8: 4: 3: 1:
/) Non tutte le parti della pianta contengono in eguale i)ropor-
zione i suddetti elementi.
- 296 —
Per ordine decrescente d' importanza abbiamo i seguenti risultati
radice
rami a legno
rami a frutto
foglie
frutta
1. calce
1. calce
1. calce
1. calce
1. potassa
2. azoto
2. azoto
2. azoto
2. potassa
2. azoto
3. potassa
3. potassa
l potassa
3.) edanidr.
3. azoto
3. anidride
4. anidride
4. anidride
4. anidride
fosforica
fosforica
fosforica
f fosforica
fosforica
4. calce
L'ordine decrescente d'importanza di ogni elemento per le singole
parti di una pianta è il seguente per
l'azoto
le foglie
i rami a frutto
„ legno
la radice
le frutta
l'anidride fosforica
le foglie
i rami a frutto
i frutti
le radici
i rami a legno
la
le foglie
i frutti
i rami a frutto
la radice
i rami a legno
la calce
le foglie
i rami a frutta
la radice
i rami a legno
le frutta.
Da questo si deduce :
aa) che volendo favorire lo sviluppo fogliaceo, bisogna dare la
massima e completa concimazione ;
bb) che avendo da concimare piante di normale sviluppo, con-
verrà attenersi alle proporzioni del capoverso 3 precedente, ma quando
si tratterà di ottenere più frutta piuttosto che legno o viceversa, quando
si tratterà di rinvigorire una pianta, deve differire anche la qualità dei
concimi.
g) Confrontando la composizione della cenere del legno con
quella della cenere delle frutta si osserva :
aa) nella cenere del legno prevale la calce, poi viene la potassa
e da ultimo l'anidride fosforica;
bb) nella cenere delle frutta prevale la potassa dalla metà ai due
terzi, poi l'acido fosforico e quindi la calce.
■ Come si vede, tanto per la formazione del legno che delle frutta,
notevole è l'importanza che ha la calce, ed ammettendo pure che la
maggior parte dei terreni ne contenga a sufficienza con tutto ciò, trat-
tandosi di terreni poveri, non potrà essere trascurata nei concimi anche
raggiunta di calce.
h) La composizione di una pianta e delle singole sue parti può
variare colla specie e col clima.
i) 1 frutti a bacca (compresa la vite), contengono la maggior quan-
tità di sostanze organiche e di azoto ; poi vengono le frutta delle
piante a nocciuolo e quindi quelle delle piante a granella.
l) Maggiore è la esportazione di sostanze minerali colle frulla
delle piante a nocciuolo, j)oi viene la vite e (juindi le piante a granella.
Da questo e da quanto è detto nel capoverso precedente si può dedurre
in via generale che alle piante a bacca ed a nocciuolo occorre un terreno
pili ricco, più fertile, più profondo delle piante a granella.
ni) Il legno del cotogno contiene la massima (juantilà di calce:
((uello del susino e del pesco ne contiene ([ualcosa meno ma non di
molto ; quello del pero e melo, notevolmente meno.
n) Le foglie del cotogno sono le più ricche di calce : seguono
ma non con una grande ditTerenza quelle di susino, pesco e melo.
Quelle di pero contengono la minor quantità.
a) La massima (luantità di azoto si trova nelle foglie di melo,
minore nelle foglie di pesco, cotogno, susino e pero.
p) Per l'anidride fosforica c'è poca diversità Ira una e l'allra
specie ed in generale ne contengono poca.
Le foglie di cotogno sono quelle che ne contengono di più. (|uelk'
di pesco, meno di tutte.
Il rapporto in cui si trovano le singole sostanze nutritive fra di loro
si rileva meglio dalla seguente tabella, preparala in base alle ci Ire di
analisi ottenute dalla Stazione di (ieneva l'America).
Anidride fostorica Potassa Calce .MaKiicsia
/
' Melo . .
. . 0.13
2.2Ó
0.20
0.32
(
l Pero . .
. . 0.36
2.24
0.24
0.30
F'rutto
1
Cotogno .
1 Pesco . .
V Susino. .
. . 0.46
. . O.il)
. . O.:^.")
2.-
2.05
1.43
0.15
0.12
0.13
0.27
0.23
0.1«
Fruito
in media 0.42
2.-
0.17
0.26
/ Melo . .
Pero . .
. . 0.16
. . 0.16
0.31
0.58
1.64
l.()(i
0..54
0.10
Foglie <
1
^ Cotogno .
) Pesco . .
[ Susino. .
. . 0.20
. . 0.16
. . 0.22
0.50
0.65
1.33
2.26
l.iK)
2.(»3
0.51
0..56
0.64
Foglie in media 0.18
0.67 1.1>0 0.54
q) Nelle diverse frutta, la cenere delle susine è la più n^-ca^di
potassa (63.83 7o); le albicocche ne hanno 50.36 7o ; » •>t;hi 55.83 % ;
l'uva 50.95 % ; gli aranci e limoni 48 7o-
/•; La calce fa molti maggiori dilTerenze nella cenere delle frutta.
La cenere più ricca di calce è quella del limone, 29.87%; gli aranci
22 70 7o; i fichi 11.30 7o; l'uva e le susine, 4 7o e le albicocche .H.l/» .
s) L'anidride fosforica rimane pressoché costante m tutte le
frutta. La cenere di limone ne contiene al minimo: 11,09 7o; quella di
arancio e pino 12%; quella di albicocche 13 7»; di susine 14 7o. La
cenere dell'uva ne contiene la quantità massima di 21.24 "/o-
- 298 -
t) Rispetto all'esportazione per ettaro di terreno coltivato, si nota :
aa) che la massima quantità di sostanza verde viene prodotta
dal melo. L'esportazione dal terreno fatta col melo è inferiore a quella
col pesco, quantunque questo dia la metà della produzione vegetale ;
bb) questa maggiore esigenza del pesco trova la sua ragione nella
rapida crescita di questa pianta. Al pesco segue il melo. Per queste due
piante quindi, l'agricoltore deve provvedere con più lauta concimazione;
ce) il cotogno, il susino ed il pero non sono troppo esigenti. La
relativa piccola quantità di sostanze che si verificarono pel pero è
giustificata dal fatto, che a Geneva si sottoposero all'analisi, delle piante
troppo giovani. In generale però, le piante a granella, avendo una cre-
scita non tanto rapida, esigono concimazioni, specialmente d'impianto,
meno abbondanti ;
dd) il pesco esporta la massima quantità di calce ed è più esigente
dello stesso susino. E' per questo che il pesco, se allevato in terreni
non calcari, dà frutti per qualche anno e poi questi diminuiscono ed
anche perdono di valore. L'esportazione di magnesia corrisponde circa
alla metà di quella della calce ;
ee) di azoto e potassa ne richiedono presso a poco circa la me-
desima quantità. Il melo ed il pesco sono però i più esigenti ; il pero
susino e cotogno ne richiedono molto meno. Una grande quantità di
potassa è richiesta per la produzione delle frutta mentre l'azoto serve
per le foglie ;
fP l'esigenza delle piante da frutto per l'anidride fosforica è ge-
neralmente modesta. Il pesco ne adopera la maggiore quantità mentre
il susino ne richiede la metà. 11 melo ed il cotogno si avvicinano fra
loro per esigenza di anidride fosforica.
u) Questi dati servono per dare una base al frutticoitore allo
scopo di fissare la concimazione. Ma poiché gli effetti della concima-
zione variano colla qualità dei concimi, col clima e col terreno, è
necessario prima di tutto di conoscere la qualità dei concimi che il
frutticoitore può adoperare e poi procedere per via esperimenlale prima
di fissare in base a terreno, clima e natura della pianta, il definitivo
modo di concimare.
VII.
Concimi naturali. — (Lo stallatico. - I terricciati. - Le
foglie, i germogli, i rami di potatura, ecc. - Il co-
laticcio, la pollina, la colombina, il pozzo nero, ecc.)
1. — Lo stallatico è il principale ed in molte località l'unico con-
cime applicato. Esso contiene tutte le sostanze nutritive necessarie;
volume mantiene soffice il terreno, lo migliora fisicamente, poiché
QOÌVhiinius e colle sostanze umiche che in esso si formano rende
- 299 -
più legali i terreni sciolti e più sciolti i terreni tenaci. Aumenta poi la
freschezza del terreno, rende solubili molti sali minerali lucendoli di-
sgregare, infine le sostanze umiche trattengono una quantitii notevole
di potassa, acido fosforico ed azoto, cosi che impediscono il dilava-
mento. Per questo complesso di proprietà, oltre alla facilità di averlo
in ogni azienda, lo stallatico ha una cosi larga applicazione.
Un capo di bestiame dà in un anno circa 2") volte del suo peso
in stallatico. Naturalmente la composizione di questo varia a seconda
dell'animale che l'ha prodotto, della qualità del foraggio consumato,
della qualità della lettiera adoperata ed infine del modo col quale lo
stallatico è stato conservato.
Come risulta dallo specchio che segue, lo stallatico di pecora e
poi quello di cavallo sono i migliori, perchè contengono in proporzioni
più concentrate, l'azoto, l'anidride fosforica e la potassa.
Analisi di deiezioni animali.
Un quintale dei seguenti concimi contiene in Kg.
Nome
dei concimi
Azoto
Anidride
fosforica
Potassa
Calce
Sostanza
organica
20.-?
25.4
31,8
25.-
21.2
19.2
14.5
20.-
0,7
'22.5
19,8
■2.4
Acqua
F-etame fresco (compresa la
lettiera) di
aj bovini
b) cavalli
cj pecore
dj maiali
Letame di stalla misto:
uj fresco
bj semi-decomposto .
e) maturo
dJ composizione media
normale
Colaticcio di stalla ....
0,34
0,58
0,83
0,45
0,39
0,50
0,58
0,50
0,15
1,&3
0,16
0.28
0,23
0,19
0,18
0,26
0,30
0.25
0,01
1.S1
0,40
0,53
0,67
0,60
0.45
0,63
0,.50
0,55
0.49
0.85
0,31
0.21
0.33
0,08
0.19
0,70
0,88
0,70
o.a3
2.40
77,5
71.3
64.6
72.4
75,-
75.-
79.-
75.-
98,2
56,-
Escrementi umani freschi .
Orina umana fresca
Pozzo nero puro
1, 1 1,10
0,60 0,17
0.55 1 0,28
0.25 0.62
0,20 0,02
0,20 1 0.10
77,2
96,3
«J3/.
Di questi se ne fa però un uso limitato inquantoclié raramente se
ne produce a sufficienza. Di più essi si decom|)ono presto, sono pron-
tamente attivi, richiedono concimazioni più freciuenti e talvolta dan-
neggiano anche le radici delle piante, producendo una specie di scotta-
tura, dovuta all'azione diretta dell'ammoniaca e dei sali che si svilup-
pano. È meglio con questi due letami fare dei terricciati, oppure
adoperarli pei terreni umidi e perciò freddi.
Il letame vaccino è quello più comunemente adoperato.
— 300 —
Quanto più conceiilrati sono gli alimenti, e meglio nutriti sono
gli animali, tanto migliore è anche il letame prodotto. Nei paesi viticoli,
dove non si abbonda di paglia, si adopera per lettiera lo strame dei
boschi. Sarebbe più vantaggioso adoperare la paglia dei cereali, perchè
si decompone meglio e più sollecitamente, formando una buona amal-
gama colle feci solide. Le foglie delle conifere sono molto meno de-
componibili delle altre foglie di castagno e quercia; le quali son o
anche più ricche in azoto e più povere di potassa della lettiera di
palude.
Lo stallatico fresco non si dovrebbe dare mai alle piante da frutto.
Conviene invece che sia applicato in ragione di 50 a 70 tonellate per
ettaro a metà decomposto, ossia ridotto in modo da formare un tutto
omogeneo, così da non discernere la lettiera dal fieno. Allora sol-
tanto gli alementi fertilizzanti hanno acquistato una definitiva stabi-
lità di forma e rendono più duraturo l'effetto del concime. Al più, nei
terreni tenaci, si può applicare dello stallatico meno decomposto.
Lo stallatico deve essere adoperato specialmente per gli impianti.
Colla aereazione che procura al terreno, favoi'isce la ramificazione
delle radici e lo sviluppo delle radici sottili che sono le più attive.
All'impianto, come abbiamo parlato a pag. 254, conviene però una ag-
giunta di raschiatura di corna, unghie, cascami di lana, peli, ecc., cosi
pure bisogna aggiungere dei concimi artificiali per fare le concimazioni
di mantenimento.
2. / terricciati. — Molto è stato scritto e discusso sui vantaggi dei
composti o terricciati. In generale, col fare dei terricciati, l'agricoltore
si propone di diluire un ingrasso potente (fimo cavallino, pecorino,
cascami di lana, di sostanze animali in genere) con una materia inerte
o poco attiva, oppure si tratta (quando si aggiunge della calce) di affret-
tare la disgregazione delle materie dure e resistenti, il di cui impiego
sarebbe ])oco comodo, la distribuzione difficile e la decomposizione
troppo lenta.
Per i molti e svariati materiali che si adoperano e per il modo
con cui vengono preparati i terricciati è evidente che la loro compo-
sizione è molto complessa e le sostanze nutritive si trovano in uno
stato facilmente assimilabile.
Sotto tutti i rapporti, il terricciato è uno dei migliori concimi che
si possa adoperare in frutticoltura. Sia che si tratti di fare degli im-
pianti, sia nei vivai, sia alle piante adulte, il terricciato è il concime
che dà i migliori risultati ed è il più economico.
11 terricciato per le piante da frutto non sarà però fatto di solo
stallatico e terra, bensì bisognerà mescolarvi spazzature di strade di
case e cortili, materie fecali umane, ceneri, calcinacci, foglie d'alberi,
i prodotti della potatura, pollina, fuliggine, ecc.
Questi miscugli rivoltati bene e di frequente, disgregati e bagnati
con urina o pozzo nero, hanno una composizione migliore dello stal-
latico, e si dovrebbero applicare ogni anno in ragione di kg. 50 per
pianta.
— 301 -
3. — Le foglie, i germogli prodotto dalla cimatura e scacchiatura. i
rami e tralci, gli avanzi delle coiiscruc, devono essere pure tenuli da
conto dal frutticoitore, per usarli, decomposti, quali concimi. Conviene
far decomporre queste sostanze macerandole con pozzo nero Dove
non si difetta di legna, si possono utilizzare per concime i rami caduti
colla potatura secca. Si tagliano i delti rami a pezzetti di 10 centi-
metri e si sotterranno in fosse che si fanno intorno ad ogni pianta,
oppure longitudinalmente, se le piante sono vicine una all'altra. Onesti
rami tagliuzzati rendono il terreno più soffice, formano in sette o otto
anni un buon strato di humus, vantaggioso per la freschezza che man-
tiene e perchè rende più facile lo smaltimento delle acque nei ter-
reni umidi. Naturalmente l'effetto di queste concimazioni si fa sentire
molto tardi ed in quelle località in cui vengono applicate, si usa me-
scolarvi dello stallatico, oppure si alterna la loro applicazione coi
concimi chimici.
4. — // colaticcio, la pollimi, la colombina, il pozzo nero, ecc., sono
pure molto convenienti pel frutticoitore. Questi materiali servono per
formare i terricciati, o per migliorare lo stallatico, oppure per prepa-
rare i concimi liquidi, di cui si parlerà nel prossimo capitolo.
Vili.
Concimi liquidi.
1. _ Uno dei mezzi più energici per favorire lo sviluppo delle
piante da frutto è incontestabilmente l'aiìplicazione degli ingrassi li-
quidi al momento in cui la vegetazione è più attiva. In questo mo-
mento appunto, le piante, hanno maggior bisogno di trovare nei terreno
dell'umidità che tenga in soluzione dei materiali nutritivi.
Coi concimi liquidi si ha il vantaggio di un pronto assorbimento, si possono appli-
care in ogni tempo e si fornisce la pianta di (juegli eleinenli di cui direltaincnle ha
bisogno.
Come abbiamo già veduto, parlando della piantagione, le giovani piante hanno
bisogno molto di frequente di concio liquido nella prima estate dopo fatto rimpianto,
così pure è molto utile l'applicazione dei concimi liquidi anche alle piaiMc adulte
durante l'anno, quando improvvisamente ci si accorge che incominciano a deperire.
Non trovo però conveniente di consigliare solo l'applicazione di questo sistema di
concimazione nella generalità dei casi.
Dalle osservazioni che ho potuto fare e che già riferii nelle pas.sate e.lizioni mi
risulta che, continuando per una serie danni colla concimazione liquida, questa riesce
pericolosa, perchè esaurisce presto la pianta, la fa invecchiare anzi tempo.
La concimazione liquida può trovare forse una applicazione conveniente ne. Irutlel.
coltivati molto intensivamente, dove può essere sostenuta la sposa di trasporto d acqua:
ma da noi generalmente, dove la fruUicoUura non ci rimunera ancora abbastanza,
dove dobbiamo anzi abituare le piante a sostenersi ad onta della siccità dove è de-
siderabile che le radici approfondiscano anziché svilupparsi alla superiic.e, la concima-
zione liquida l'applicheremo soltanto in casi speciali e cioè, quando si vorrà evitare
che lungo l'anno, una pianta abbia a deperire per mancanza di special, iiialcnal..
- 302 -
2. — Questi ingrassi si applicano alla sera al tramonto, o meglio
dopo una pioggia, acciò il terreno abbia modo di imbeversene pro-
fondamente. È indispensabile anche, che l'ingrasso arrivi alla estremità
delle radici, ossia in contatto delle radici capillari, e non resti né alla
superficie, né vicino al tronco.
A tale scopo, anziché aprire un fossatello intorno alla pianta, come si fa usual-
mente, è meglio fare, a perpendicolo dei rami estremi della fronda ed in giro al fusto,
tanti fori con dei pali di ferro, profondi 50 centimetri. In Svizzera e in Germania si
applicano dei pali iniettori appositi o delle trivelle. Di queste la più economica è quella
di Bohlken. Invece di adoperare dei pali si possono fare, alla medesima distanza dal
fusto, delle buche cilindriche di 20 centimetri di diametro e profonde 50 centimetri, in
modo che le pareti di queste buche rimangano porose ed il concio liquido passi un
poco alla volta nel terreno. Alla sera si riempiono di concio e poi si coprono con stra-
maglia, finché il liquido scompare dalla buca che poi si chiude. Di queste buche se ne
fanno da 4 a 5 a seconda dello sviluppo della pianta. Dovendo lungo l'anno ripetere la
concimazione, si possono tenere aperte le buche con dei tubi di drenaggio, i quali tubi
si riempiono con stallatico quando non sono pieni di liquido.
Il numero dei fori dipende naturalmente dalla quantità di concio che si deve dare.
Dovendo mantenere esclusivamente con concio in soluzione una pianta di 10 anni delà
che dà un quintale di frutta all'anno, bisognerebbe naturalmente darle .300 litri di so-
luzione.
La concimazione liquida si può fare in tre periodi e cioè: in pri-
mavera, quando la pianta entra in vegetazione, per favorire lo svi-
luppo del legno e delle foglie ; in agosto-settembre, per favorire la tras-
formazione delle gemme a legno in quelle a frutto; e intorno alla metà
di ottobre, per immagazzinare nei rami delle sostanze di riserva.
Non bisogna però mai dare tutto il concio in una volta, perché
andrebbe disperso; ma invece ad intervalli di una settimana per un
mese di seguito, acciò le radici abbiano tempo di assimilare le sostanze.
3. — Vediamo ora come si preparano i conci liquidi.
Per preparare i conci liquidi conviene avere a disposizione una
vasca di cemento.
Il concime per il primo periodo deve contenere dell'azoto e della
potassa per promuovere la formazione del legno e delle foglie.
A tale scopo si possono adoperare :
aj Kscrementi umani ed animali, così pure cascami di animali, pelli, sangue ecc.
Si mettono tutti nella vasca, vi si aggiunge della calce, dell'acido solforico per favorire
la decomposizione, e del solfato di ferro per fissare le sostanze volatili in ragione di
1 chil. per ettolitro. Quando hanno finito di fermentare, il che si sollecita mescolando
di frequente, si allunga con acqua in ragione di 25 volte il loro volume. Filtrando poi
il liquido attraverso una tela, lo si somministra alle piante.
b) L'orina fermentata, allungandola con acqua, nel rapporto di 1 a 25. Si conosce
che l'orina ha terminato di fermentare quando, mescolandola, non fa più schiuma.
e) Fimo bovino, aggiungendo dell'acqua nella vasca in rapporto di 1 a ^0. Si
mescola per bene ogni giorno, e dopo 12 giorni si può applicare direttamente alle
piante, purché abbia terminato di fermentare.
d) Fimo pecorino, nello stesso modo, soltanto bisogna metterlo in macerazione
in una maggiore quantità d'acqua e cioè nella proporzione di 1 a 40.
ej Per dare la potassa conviene preparare le soluzioni separate e mescolarle coi
concimi sopra indicati al momento dell'applicazione.
I materiali per dare potassa sono: la cenere (1 : 30 d'acqua), mancando cenere,
potassa del commercio (1 : 800 litri d'acqua), oppure solfato di potassa (1 : 1000 litri d'acqua.
Nel concime del secondo periodo, devono invece prevalere l'anidride
fosforica e la potassa. Per entrambe si adopera :
a) polvere d'ossa (1 : 400 litri dacc|ua);
b) farina di sangue (1 : 400 „
e) perfosfato (1 : 500 „
d) colombina (1 : 100 „
per la potassa come sopra.
Nel concime del terzo periodo devono prevalere nuovamente l'azoto
e la potassa, quindi si ripeterà la concimazione del primo periodo.
Considerando i concimi liquidi quali conipleuientari della concimazione normale
è evidente che i materiali, che devono essere contenuti nella soluzione, devono variare
a seconda dei casi e dello scopo che ci si prefigge.
Ad una pianta bene sviluppata, di 10 anni d'età e che dà un quintale di frulla, si
può dare un ettolitro in soluzione in 4 volte alla distanza di una settimana; trattandosi
di una piramide o di un mezzo fusto sono sufficienti iiO litri e cosi via, sempre in pro-
porzione alla produzione della frutta.
Da ultimo voglio ancora osservare, che non tutte le specie di piante
avvantaggiano egualmente colla concimazione li(|uida. Ho osservalo ad
esempio che il susino, la vite, l'avellano ne approlìttano meglio dei
ciliegi, dei peschi, degli albicocchi e dei mandorli. .\1 noce essa è dan-
nosa, poiché dà pochissimi frutti e nell'inverno e gelano facilmente le
ultime gettate, li pero ed il pomo ne approlìttano più di tutte le specie
di piante.
IX.
I concimi potassici.
La composizione di questi concimi, che sono di prima imi)oit:mza
Ira i concimi artificiali, è data dalla tabella XXV.
Abbiamo già visto che dopo la calce, la potassa è uno degli ele-
menti più importanti per la concimazione.
Nei terreni per le ordinarie coltivazioni a cereali, concimate in
rotazione con stallatico, vi ha di solito una quantità sufficiente di po-
tassa. Trattandosi però di piante da frutto come anche per le viti, che
hanno una maggiore esigenza, occorre importare della potassa, poiché
quella del terreno o non è sufficiente, o non si trova in uno stato as-
similabile.
1. - 1 sali, che possono servire a dare la potassa, sono anzitutto
i prodotti greggi delle saline di Stassfurt. Questi, come la kainite, la
carnallite, la silvinite, contengono dal 9 al 20 % di potassa, ma hanno
l'inconveniente di avere anche (vedi Tab. XXV) del cloruro di sodio,
del cloruro di magnesio, del solfato di magnesia, i quali, se dati nei
terreni aridi e leggeri servono a trattenere l'umidità e mantenerli più
freschi, ma nella generalità dei terreni, che non soffrono per umidità,
- 304 -
danneggiano le radici delle piante colle quali vengono in contatto. A
questi danni sembrano più sensibili le piante che si trovano in terreni
non leggeri : gli albicocchi e i peschi più dei ciliegi, peri e meli.
Ad evitare questi danni conviene somministrarli nell' inverno, per-
chè, prima della ripresa della vegetazione, abbiano modo di ripartirsi
e trasformarsi nel terreno.
Nell'acquisto, s'abbia cura di garantire la ricchezza in potassa so-
lubile e conoscere le proporzioni allo stato di carbonato, cloruro e
solfato.
L'applicazione dei sali greggi in Italia è cominciata appena da
qualche anno, perchè le spese di trasporto li rendevano troppo cari e
conveniva l'acquisto dei sali depurati. Ora però ne vengono inìportati
e la loro applicazione è consigliabile, specialmente per i terreni calcari
a sottosuolo permeabile.
Tab. XXV. B. Analisi completa dei sali di Stassfurt.
NOME DEI SALI
(in 100 parti sono contenute)
2 "
"o a-
C/2.-
o
£ 2
o o
•a
2 1
3 "3
.2°
i
si 1
^11
<
Conte
potass
luto di
garan-
tito
A. Nei prodotti greggi
1. Cainite
23
21,3
,6
2,0
14,5
12,4
34,6
1,7
0,8
12,7
12,8
12,4
2. Carnallite. . '
—
15,5 14,1
21.5
22,4
1,9
0,5
26,1
9,8
9,0
.3. Silvinite
5,2
28,3
3,6
1,8
51,3
1,8
4,2
3,8
20,7
15,0
B. Sali preparati (concentrati)
aj Sali fosfatici senza cloro :
1. Solfato di potassa al ! ^^Ij ' '
97,2
90,6
0,3 0,7
1,6 1 2,7
0,4
1,0
0,2
1,2
0,3
0,4
0,2
0,3
0,7
2,2
52,7
49,9
51,8
48,6
2. Solfato di potassa e magnesia .
50,4
- !34,0
—
2,5
0,9
0,6
11,6
27,2
25,9
b) Sali solfatici con cloro :
V 90-95 Y„ .
3. Cloruro di potassio - 80-85% .
_
91,7 0,2
0,2
7,1
—
0,2
0,6
57,9
56,8
—
83,5 0,4
0,3
14,5
-
0,2
1,1
52,7
50,5
(70-75% .
1,7
72,5 0,8
0,6
21,2
0,2
0,5
2,5
46,6
44,1
4. Sali calcinati col massimo . .
—
44,5 |22,5
4,6
12,4
2,9
5,3
7,8
28,1
20,0
5 „ „ col minimo. . .
—
25,6 31,1
6,3
10,3
3,5
10,6
12,6
16,2
15,0
Carbon.
doppio di
Carbon.
di ma-
Carbonato doppio di potassa e ma-
potassa
gnesia
.
gnesia
40
,-
X
5,6
1,0
25,4
18,8
18,5
NE. 1 Kg. di cloruro di potassio puro corrisponde a Kg. 0,63 di potassio : o inversa-
mente, 1 Kg. di potassa corrisponde a Kg. 1,585 di cloruro di potassio puro.
1 Kg. di solfato di potassa puro corrisponde a Kg. 0,54 di potassa ed inversamente.
Kg. di potassa corrisponde a Kg. 0,851 di solfato di potassa.
2. — I sali potassici preparati, sono depurati dai sali nocivi alla
vegetazione.
Di questi ne abbiamo tre: il cloruro di potassio che contiene in-
circa dal 44 al 57 % di potassa; il solfato potassico dal 48 al 52% di
- 305 -
potassa; il solfato doppio di potassa e magnesia (26% di potassa), il
quale, oltre la potassa, contiene la magnesia, clìe può essere utile per
molti terreni.
Nel cloruro di potassio noi abbiamo la potassa più a buon mercato,
ma per l'eccesso di cloro che contiene riesce talvolta dannoso alla
vegetazione. Nei terreni sprovvisti di calcare, il cloruro è più nocivo
che utile ; bisogna riservarlo ai terreni calcari con sottosuolo per-
meabile e per quelli che non soffrono ordinariamente di siccità. Si im-
piega di inverno.
Il solfato di potassa viene generalmente preferito, sia perchè non
contiene che pochissimi cloruri, sia perchè si adatta a tutti i terreni,
sia perchè per l'acido solforico che contiene, riesce più attivo e di più
pronto effetto. E meglio però evitare il solfato che contiene di meno
del 46 7o di potassa. Si sparge pure d' inverno. Del solfato doppio di
potassa e magnesia, si fa poco uso.
Di potassa si possono fare generalmente delle forti anticipazioni,
perchè il terreno, specialmente l'argillo-calcare, trattiene con molla
energia la potassa. Nei terreni sabbiosi, poveri di Imimis, ed in (|uelli
cretacei, o calcari, o torbosi, la potassa viene molto trattenuta.
La potassa per essere assimilata, deve trasformarsi in carbonaio,
ciò che avviene in contatto dei carbonati calcari. L'uso quindi della
potassa rende i terreni sempre meno ricchi di calcare, da ciò anche
la convenienza di unire ad ogni concimazione potassica, dei concimi
calcici. Questo spiega il danno, che possono arrecare i concimi potas-
sici, nei terreni poveri di calce.
Il danno che il cloruro arreca alle piante, lo si spiega nel seguente
modo. Il cloruro decomponendosi, mette in libertà il cloro, il (|uak'
combinandosi colla calce forma il cloruro di calce che se non viene
dilavato dall'acqua, danneggia le radici.
X.
Concimi fosfatici. — (Perfosfati. - Perfosfato doppio. -
Polvere d'ossa. - Scorie Thomas. - Fosfato d'am-
moniaca. - Fosfato di potassa).
1. - Quantunque le piante da frutto richiedano poca quantità di
anidride fosforica, tuttavia bisogna tenere conto di questo elemento
importante, non soltanto perché i terreni ordinariamente coltivali sono
esauriti, ma perchè anche l'anidride fosforica ha una nolevole influenza
sullo sviluppo ed attechimento dei frutti. Recenti esperienze hanno
dimostrato che i migliori vini si ottengono dai terreni più ricchi di
anidride fosforica.
20 — Tamaro - FrutticoUura.
- 306 -
In frutticoltura, per dare l'anidride fosforica, si sogliono adoperare
concimi indicati nella Tabella seguente.
Analisi dei pi'ineipali concimi fosfatici.
Perfosfato
Perfosfato doppio . . .
Polvere d'ossa normale
Scorie Thomas
Fosfato d'ammoniaca
„ di potassa. .
NB. 1 Kg. d'anidride fosforica corrisponde a Kg. 2,183 di fosfato di calce
puro ed inversamente 1 Kg. di fosfato di calce puro corrisponde a Kg. 0,458
di anidride fosforica.
I perfosfati convengono a tutti i terreni, meno a quelli acidi e
sono propri particolarmente ai terreni calcari — anche se calcari
puri, oppure argilloso — calcari o siliceo — calcari (basta che conten-
gano qualche centesima parte di calcare per dichiararli tali), oppure
nei terreni silicei puri ed aridi, privi di humus; o infine nei terreni
granitici, ina ad elementi grossolani friabili e inconsistenti.
L'epoca dell'applicazione non ha quella importanza che ha per i
concimi potassici ed azotati, poiché le pioggie non fanno disperdere i
perfosfati. Generalmente in frutticoltura si applicano durante od alla
fine dell'inverno.
2. — Il perfosfato doppio contiene in un piccolo volume una quan-
tità notevole di anidride fosforica assimilabile ed in molti casi, come
negli impianti di collina, può esserne conveniente l'impiego per dimi-
nuire le spese di trasporto. S'impiega circa la metà ed anche meno, in
proporzione del perfosfato semplice, ma la sua distribuzione è pii!i
difficile.
3. — La polvere d'ossa non sgelatinata contiene l'anidride fosforica
insolubile e perchè questo agisca sulle piante, bisogna che si decom-
ponga la gelatina. Da questa decomposizione ne derivano delle sostanze
umiche che agiscono sul fosfato di calce tribasico. Se invece si opera
con polvere d'ossa sgelatinata, conviene usar assieme dello stallatico,
poiché l'humus di questo, agisce come quello della gelatina.
L'anidride fosforica della polvere d'ossa ha poi la particolarità, di
non venire trattenuta negli strati superficiali del terreno come quello
dei perfosfati, ma invece passa negli strati sottostanti ; da ciò la note-
vole importanza della polvere d'ossa nella concimazione delle piante
da frutto, poiché con essa abbiamo il mezzo di alimentare anche le
radici più profonde.
— 307 —
Gli effetti della polvere d'ossa sono tanto più sensibili quanto più
finamente è macinata, e mescolandovi del gesso, il ([uale allVelta la de-
composizione delle sostanze organiche.
Si adopera di preferenza pei terreni sabbiosi, poco fertili.
4. — Le scorie Tlwiìias non devono contenere meno del ir)",„ di
anidride fosforica, della quale almeno il 75 % deve essere solubile
negli acidi. Secondo Wagner, il fosfato sarebbe qui telrabasico e for-
merebbe un composto di facile decomposizione in alcuni k'rreni, causa
la temperatura elevatissima colla quale si ottengono le scorie. Olire
all'anidride fosforica è da notarsi la considerevole quantitii di calce
(48.5 7o) che contengono, di cui una parte allo stato di calce viva.
L'azione delle scorie ha una durata di 3 a 4 anni, ('convengono
specialmente nei terreni non calcari, argillosi, argilloso-silicei o siliceo-
argillosi, più o meno comi)atti o d'origine granitica, di una sufficiente
consistenza anche se composti dì elementi fini ; oppure in terreni
sempre non calcari, ricchi di materia organica, torbosi, acidi ed umidi.
Difatti gli acidi umici dei terreni torbosi ed acidi, facilitano l'as-
similazione dell'anidride fosforica delle scorie; di più la calce che
contengono unitamente al carbonato e silicato di calce neutralizzano
l'acidità e facilitano la decomposizione della materia organica col favo-
rire la nitrificazione. Dunque le scorie oltre ad essere un elemento
concimante funzionano da ammendamento.
Le scorie si danno pure d'inverno in modo, che colle pioggie e
colla umidità della neve possano, prima della ripresa della vegetazione
venire in contatto delle radici capillari, le quali disciolgono ed assor-
bono il fosfato.
5. — Il fosfato d'ammoniaca ha il grande vantaggio, di portare con
un piccolo volume una notevole quantità di anidride fosforica e di
azoto prontamente assimilabili. Per la grande coltura, questo sale non
ha avuto fino ad ora una larga applicazione, ma bensì in frutticoltura
e specialmente per le coltivazioni in vaso, nella formazione dei cosi-
detti sali nutritivi. Ad esempio il sale nutritivo di Wagner è composto di
parti 30 di fosfato ammonico
„ 25 „ nitrato di soda
„ 25 „ nitrato potassico
20 „ solfato ammonico
Si scioglie nell'acqua nella dose di 1 grammo per litro
Per rifornire il terreno dell'anidride fosforica che csporlii una
pianta da frutto occorrerebbero ogni anno gr. 5 di anidride fosforica
per metro quadrato (vedi cap. VI pag. 289) eppcrciò per ettaro una
delle seguenti quantità :
Perfosfato kg. 300
„ doppio « 1^
Polvere d'ossa -^ 250
Scorio Thomas .... . WO
- 308 -
e. — Il fosfato di potassa è preparato dalla ditta Albert di Bibrich
e fino ad ora viene adoperato limitatamente, ma esso avrà un avvenire
nella frutticoltura intensiva, contenendo una notevole quantità assimi-
labile di anidride fosforica e potassa. Serve eccellentemente per cor-
reggere lo stallatico.
XI.
I concimi azotati.
1. Solfato aiumonico. — Esso proviene dalle acque di condensazione
del gas e contiene il 20-21 % di azoto ed una purezza di 94-99 %
(1 kg. di azoto ammoniacale corrisponde a kg. 4.714 di solfato). È molto
solubile nell'acqua e non si disperde facilmente, perchè viene tratte-
nuto dal potere assorbente del terreno. In tal modo rimanendo più a
contatto delle radici, queste possono assorbirlo per la quasi totalità.
Noi sappiamo che le piante assorbono l'azoto per mezzo delle radici
sotto forma nitrica, ma giova avvertire, che l'azoto del solfato ammo-
niaco nitrifica abbastanza presto, purché il terreno sia sufficientemente
umido (3-15 % di umidità) abbia una temperatura compresa fra i 10"
e 40*^ e contenga una certa dose di calcare.
11 terreno quindi più adatto per l'applicazione del solfato ammonico
è l'argilloso-calcare.
Per la proprietà che ha il solfato ammonico di non essere facil-
mente trasportato dalle acque, non si deve credere di poterlo spargere
fin dall'autunno in quantità molto forti, poiché se é vero che esso
rimane diffuso ed in buona parte inalterato durante l'inverno — nel
qual tempo non ha la temperatura sopra indicata — al sopraggiungere
della primavera, il solfato nitrifica prontamente e l'azoto nitrico si
disperde. Epperciò nella coltivazione delle piante da frutto, non con-
viene dare tutto l'azoto necessario in autunno col solfato ammonico,
ma in parte soltanto col solfato ed in luglio-agosto durante la vegeta-
zione, col nitrato di soda. Nei terreni poi molto leggeri od eccessiva-
mente calcari, nei quali la nitrificazione é rapida, il solfato ammonico
devesi dare in luglio agosto in modo che nitrifichi e possa essere
assorbito subito dalle piante durante l'autunno. Quest'ultima avvertenza
si deve avere specialmente pei paesi meridionali, dove la mitezza del-
l'inverno favorisce di più la nitrificazione.
Lo spargimento si fa assieme cogli altri concimi chimici, sotter-
randolo, purché i concimi non contengano della calce libera o calcare
(come le scorie) perchè in contatto col carbonato di calce si forma del
carbonato ammonico che volatilizza.
Si può anche mescolarlo con letame. Se ne possono dare fino a
kg. 300 per ettaro.
2. — Nitrato di soda o Salnitro del Chili, è il concime azotato per
eccellenza, che contiene dal 15 al 16 % di azoto nitrico, avente una
- 301) -
purezza del 91-97 7„ (1 kg. di azoto nitrico corrisponde a kg. 6.070 di
nitrato di soda puro, inversamente kg. 1 di nitrato di soda puro, cor-
risponde a kg. 0.165 di azoto).
II nitrato ha un'azione pronta ed è adatto per dare rapidamente
vigoria alle piante, specialmente se sono vecchie, ed hanno radici
profonde o se sono deperite per insufficienza di alimentazione. 11 ni-
trato rende anche assimilabili molti materiali del terreno, e mantiene
questo più fresco.
Lo si applichi contrariamente a quanto venne suggerito lino ad
ora, non in primavera, perchè le piante al risveglio della vegetazione
hanno sufficienti materiali di riserva per germogliare ma durante l'anno,
in giugno e luglio, a piccole dosi, in modo da dare agio alle piante di
poterlo meglio utilizzare. Non bisogna però che il nitrato venga in
contatto delle radici perchè, per la sua azione caustica, riuscirebbe
dannoso. Conviene sotterrarlo con leggera zappatura.
II nitrato devesi dare da solo e mai mescolato specialmente coi
perfosfati. Portato nel terreno, il nitrato forma dei nitrati di potassa e
di calce che sono direttamente assimilati dalle piante. Ciò spiega la
necessità, per avere un eflelto dal nitrato, di aver in antecedenza prov-
veduto sufficientemente il terreno di calce, potassa ed anidride fosforica.
Per gli impianti ; a complemento del solfato ammonico o di altri
concimi impiegati, per le piante deperenti ; per completare l'azione
dello stallatico, il nitrato di soda ha una larga applicazione nella frut-
ticoltura.
Sciogliendosi facilmente nel terreno, anche se dato alla superfìcie,
arriva in contatto delle ultime radici, anzi la sua azione sulle piante
vecchie non si può spiegare diversamente. Se ne può dare fino 4(K) kg.
per ettaro, ma si ricordi, che se dato in forti dosi incrosta il terreno.
3. Nitrato potassico. — Esso contiene 12-1;!.') 7„ di azoto nitrico e
42-45 7o di potassa solubile. Queste percentuali corrispondono ad una
purezza di 90-92 7o- (1 kg. di azoto nitrico, corrisponde a kg. 7.214 di
nitrato di potassa: 1 kg. di potassa corrisponde a kg. 2.149 di nitrato
di potassa pura; inversamente, 1 kg. di nitrato di potassa corrisponde
a kg. 0.139 di azoto nitrico ed a kg. 0,465 di potassa).
Non si usa troppo di frequente questo sale perchè troppo caro
(L. 50 al quintale), ma del resto con esso si hanno degli effetti sor-
prendenti, specialmente per le piante da frutto e le viti. Si adopera nello
stesso modo ed in quantità eguale a quella indicata pel nitrato di soda.
4. — La calciocianainide, contiene 11 % di azoto e 40-12 7» di calcio.
È efficace specialmente nei terreni umidi privi di calcare ed ha
una azione alquanto più lenta del solfato ammonico. In presenza del-
l'umidità si trasforma gradatamente in carbonato di calce ed ammoniaca.
Il costo dell'azoto sarebbe di '/s inferiore a quello del nitrato. La cal-
ciocianamide è il migliore concime azotato che si possa mescolare alle
scorie e che si può impiegare pei terreni non calcari.
5. — Il nitrato di calcio è un altro composto ottenuto artificialmente
ed ha eguale efficacia del nitrato. Finora ce n'è poco in commercio.
- 310 —
XII.
Concimi calcici.
1. — Le piante da frutto abbisognano molto di calce, come ab-
biamo già visto nei precedenti capitoli trattando della loro compo-
sizione. Le piante a nocciolo sono più esigenti di quelle a granella.
Delle piante a granella vi ha una notevole differenza fra le esigenze
del pero e quelle del melo. 11 melo richiede difatti quasi una quan-
tità doppia di calce in confronto del pero, con ciò si spiega perchè
noi troviamo molto di frequente nei terreni poveri di calcare e sciolti,
delle vigorose e bellissime piante anche adulte di peri, mentre i meli
nelle medesime località crescono stentati e vengono colpiti dalla rogna
o dal cancro. Dei peri poi, quelli innestati sul cotogno richiedono più
calce di quelli innestati sul selvatico.
Delle piante a nocciolo, specialmente le foglie contengono molta
calce. Le ciliegie dolci richiedono una quantità tripla di calcare in
confronto del susino. Praticamente anche si sa, che se noi nell'impianto
delle piante à nocciolo adoperiamo molti calcinacci, le preserviamo
per molti anni dalla gomma. Anche il noce è molto esigente per la calce.
È stata notata la notevole influenza della calce sulla qualità delle
frutta a nocciolo e sul contenuto di zucchero. Nei terreni poveri di
calce non è possibile avere varietà apprezzate, di pesche, susine, albi-
cocche. Esse per lo più rimangono piccole, acide e facilmente cadono
prima di maturare.
2. — In frutticoltura per dare la calce si adoperano i calcinacci,
la calce viva, il carbonato calcare ed il gesso. L'eft'etto dei concimi
calcici sulle piante da frutto è sempre subordinato alla presenza di
lutti gli altri materiali nutritivi nel terreno.
I calcinacci contengono del gesso, carbonato di calce e sabbia, una
certa quantità di nitrati di potassa, calce e di soda (2-10%) ed altri
sali solubili come fosfati, carbonati e cloruri. Si impiegano polverizzati,
alla dose di 150-200 ettolitri per ettaro, specialmente nel momento
degli impianti.
La calce, se è allo stato di calce viva, molto grassa contiene in circa
il 25 7o di calce pura. È meglio dare la preferenza per i terreni tenaci
alla calce grassa. La calce viva arresta per il momento la nitrificazione
dell'azoto organico, ma, dopo qualche tempo, gli dà una attività mag-
giore e favorisce anche l'assimilazione della potassa, che si trova nel
terreno. Si dà nell'autunno in ragione di 300 a 500 gr. per m.^ ogni
di 5-6 anni. SÌ può anche adoperare della calce sfiorita ed a questo
scopo si porta a cumuli la calce sul campo coprendola con terra.
Passato qualche tempo si distribuisce la massa sul terreno e si vanga.
Negli impianti, conviene pure mescolare della calce alla terra scavata.
- 311 -
Il gesso contiene, quando è crudo, in media 30% di calce, 41 "'„ di
acido solforico e 19% di acqua. La purezza del gesso viene determi-
nata in base all'acido solforico.
Per gli elletti non vi ha dillerenza fra il gesso crudo ed il gesso
cotto. Col gesso si jìorlano nel terreno due elementi importanti : la
calce e l'acido solforico. 11 gesso oltre portare la calce, favorisce la
nitrificazione delle sostanze organiche azotate del terreno e l'assimila-
zione della potassa. Per la sua azione eccitante, non conviene dare del
gesso da solo, ma mescolandolo ad altri concimi. Perchè le colture ne
profittino bisogna però che il terreno sia argilloso.
Si dà durante l'inverno ed in quantità variabile, lino a 1(1 (juintali
per ettaro.
Il carbonaio di calce o anche le marne calcari convengono pei lei-
reni sciolti. Bisogna perù che siano polverulenti e darne in (juanlilà
doppia della calce viva.
XIII.
Concimi animali diversi.
1. — Oltre il colaticcio, la pollina, la colombina, il pozzo nero, di
cui è stato trattato nel Cap. Vili, si adoperano, in frulticollura, altri
concimi animali, che sono indicati nel seguente quadro.
Tab. XXVII.
Analisi di concimi animali diversi impiegati in frutticoltura.
1. Carne secca
2. Cuojattoli
3. Crini e peli
4. Crisalidi di bachi da seta.
5. Guano di pesce
(5. Lanino
7. Letto dei bachi
8. Piume e penne
9. Polvere e cascami di corna . .
10. Polvere e raschiatura di corna
11. Polvere di sangue
12. Rasatura di pelli
13. Stracci di lana
7-14
8,0
12,7
0,8
7,5
4,0
1,63
14,17
5,2
10,2
11,8
5,6
8.0
Anidri-
de fo-
sforica
0,3-1
0,8-1,2
9,1 I
0,2
1,55 '
l"^ I
5,5 j
1^ I
0,3-0,8
1,4-1,6
3,28
0,3
0,7
0,15
Sosunù
org«nlc«
Aequa
%
84,6
86,26 12,96
1 _
i —
1 56,0
i 10,0
68,5
, 8,5
78;4
; 13,4
773
t 8.6
Tutti questi concimi sono di più o meno lenta decomposizione, in-
quantochè il loro azoto, quantunque in quantità rilevante, si trova allo
312
stato di combinazioni organiche (albumina e fibrina animale e vegetale)
e devesi trasformare in azoto ammoniacale e nitrico.
Rispetto alla prontezza della loro azione, si possono classilìcare
come segue, in ordine decrescente :
Tab. XXVIII.
Azione dei concimi animali diversi.
1. Crisalidi di bachi da seta
2. Letto dei bachi da seta
3. Polvere di sangue
4. Polvere di carne
5. Guano di pesce
1. Polvere e raschiatura di
di corna ed unghie
2. Polvere e cascami di corna
3. Lanino
4. Piume e penne
5. Crini e peli
1. Stracci di lana
2. Cuojattoli
3. Rasatura di pelli
Considerato perù che gli effetti di questi concimi possono variare
colla qualità del terreno, colla natura della pianta e col clima, questa
classificazione si può ritenere buona per norma generale, ma spetterà
al frutticoitore di provarne praticamente gli effetti nel suo terreno.
A priori, per le concimazioni straordinarie, quando si tratterà di
rimettere in vigoria una pianta, che sofferse specialmente per mancanza
di azoto, converranno i concimi di pronta assimilazione. La loro ap-
plicazione converrà pure quando si vogliono ripetere ogni anno le
concimazioni su ogni pianta.
Se si tratterà invece, di mantenere una pianta in ordinaria vege-
tazione (ossia per la concimazione di mantenimento) converrà l'appli-
cazione dei concimi di lenta decomposizione.
Infine, negli impianti, quando si vorrà dare una larga provvista al
terreno di elementi fertilizzanti che rimangono per molti anni a dispo-
sizione della pianta, si ricorrerà ai concimi di molto lenta decom-
posizione, i quali serviranno anche per rinvigorire una piantagione
trascurata. Allora questi concimi di lenta decomposizione, incorporati
nel terreno, coi lavori profondi che in tale occasione si sogliono fare
per togliere le malerbe e per aereare il terreno, unitamente a quelli
di pronto effetto, danno sicuro affidamento di buona riuscita.
Ed ora entriamo in particolarità sui singoli concimi.
2. — Le crisalidi ed il letto dei bachi da seta, si applichino mesco-
landoli prima con altrettanta terra asciutta, oppure meglio coi terricciati
o col letame. La concimazione si fa durante l'inverno.
3. — La polvere di sangue nitri fica un po' meno rapidamente delle
crisalidi, ma il suo effetto è più lungo. Si applica durante l'inverno.
Avendo del sangue fresco da utilizzare, conviene coagularlo prima
con solfato ferroso (5 %) o con calce viva, e mescolarlo con terricciati.
4. — La polvere di carne si dà in autunno e si seguono le mede-
sime norme indicate per i precedenti concimi.
5. — Il guano di pesce, ha un notevole potere fertilizzante. Esso
contiene, oltre l'azoto, una rimarchevole quantità di anidride fosforica
— 313 —
e di calce. Conviene specialmente pei terreni sciolti ed è di pronta
azione, cosi che si può impiegare oltre che per gli impianti anche per
le concimazioni di mantenimento. Conviene darlo in autunno.
6. — La polvere e le raschiature di corna ed luif/liie, la polvere e ca-
scami di corna, il lanino, le piume e penne, crini e peli, per la loro
lenta decomposizione, devono essere mescolale alcun tempo prima
dell'autunno con letame o terricciati, a cui si può aggiungere del per-
fosfato, della cenere, del colaticcio, del cloruro di potassio, deve
rimestare il tutto assieme, anche coi prodotti della cimatura delle piante
e della potatura (l'ami tagliuzzati, pampini, germogli, ecc.). Si mescola
di frequente questa massa ed in autunno, si fa la concimazione.
7. — Per gli stracci di lana, cuojattoli e rasature di pelli si opera lo
stesso ed essi servono specialmente per gli impianti. Dovendo adope-
rarli per concimazione di mantenimento, bisogna preparare i suddetti
miscugli un anno per l'altro e si applicano pure in autunno.
XIV.
Altre sostanze fertilizzanti
che si possono impiegare in frutticoltura.
Queste sono indicate nella Tabella XXIX a pag. seguente.
1. — Le alghe marine sono molto utili per gli impianti e per altre
concimazioni alle piante arboree ed i paesi lungo le sjjiaggie del mare
ne possono trarre profitto. A tale scopo, ammucchiate che siano, si
lasciano dilavare dall'acqua piovana e poi, asciugate, si adoperano come
lettiera.
Lo stesso dicasi per il falasco o piante palustri, che però non
occorre dilavare per togliere la salsedine.
2. — Le torbe, ridotte in polvere, possono essere anche utilizzate
direttamente per concime, ma in tal caso conviene prima slratilicarle
con della calce viva, per togliere loro lacidità. Lsse migliorano anche
le condizioni fisiche dei terreno, rendendolo più so Ilice e più alto a
mantenere la freschezza.
Meglio ancora impiegare la torba imbevuta di materie fecali, ciò
che si ottiene, usandola prima per lettiera.
3. - Come risulta dalle analisi, le comuni felci dei nostri twschi,
le eriche, le cjinestre, le foglie morte hanno una composizione complessa
e molto apprezzabile per la concimazione. Anche per queste conviene
usarle prima per la lettiera e poi darle imbevute di colaticcio, allo
piante da frutto, migliorando cosi le condizioni fìsiche del terreno.
Epperciò si impiegano nelle terre magre, sciolte sabbiose e marnose.
Se il terreno non è ricco di calcare, conviene, prima dello spargi-
mento, spolverarlo con calce viva.
314
Tab. XXIX.
Analisi di sostanze fertilizzanti diverse impiegate in frutticoltura.
Anidride
Sostanza
NOME
Azoto
fosforica
Potassa
Calce
organica
Acqua
»/o
%
%
%
y
%
1. Alghe marine
■
0.3-1,7
0,2-1
0,1-0,8
_
_
16,33
2. Cenere di piante frascate
3,5
10
—
—
—
3. , „ , agate .
2,6
6
—
—
—
4. „ „ carbon fossile.
—
0,05
0,15
30.1
—
—
5. „ „ lignite. . . .
—
0,10
0,37
31
-
—
6. „ „ torba ....
—
0,97
0,20
35
—
—
7. „ lisciviata ....
—
1,5-2,5
1,4-1,6
28-30
—
—
8. „ di legna mista . .
—
3,4
6-10
28-32
—
—
9. Falasco
0,893
0,279
0,856
— •
—
—
10. Felci, eriche e ginestre .
1
0,1-0,37
0,2-1,86
0,2-0,6
63,7
20,25
11. Foglie morte
0,8-1
0,1-0,2
0,16-0,35
0,4-2
—
13-14
12. Fuliggine
1,3
0,4
2,4
10
—
—
13. Panello di arachide. . .
5,5-7,5
0,6-1,8
1,4-1,6
—
—
10,4
14. , „ cocco ....
3,74
0,18
1,96
0,55
—
12,7
15. „ , colza ....
4-4,6
1,8-2,8
1,3-1,5
0,71
—
11,3
16. „ „ cotone. . . .
6,21
3,05
1,58
0,29
-
11,2
17. „ , lino
4,72
1,62
1,25
0,43
—
12,2
18. „ „ noce ....
5,53
1,53
2,02
0,31
—
13,7
19. „ „ olivo ....
0,96
0,25
0,79
0,61
—
13,8
20. „ „ ricino ....
3,67
1,62
1,12
—
—
21. Semi di lupino
5,66
1,42
1,14
0,28
13
22. Spazzature
0,39
0,45
1,06
5,34
—
35,92
23. Torba
0,33-2,64
0,173-0,75
0,07-1,88
_
24. Vinaccia fresca
0,95-1,55
2,08
4,94
1,30
95,96
4. — Le spazzature sono specialmente ricche di anidride fosforica
e potassa e con esse conviene fare i terricciati. Si possono considerare
come un concime un poco più povero dello stallatico di media decom-
posizione. Esse migliorano le condizioni fìsiche del terreno ed è note-
vole la quantità di calce che contengono. Si danno d'inverno.
5. — Le viiiaccie, specialmente quelle da cui non si è estratto il
cremor di tartaro, sono molto utili, perchè molto ricche di potassa e
di anidride fosforica. Per la concimazione della vite e delle piante da
frutto, che richiedono molta potassa, costituiscono uno dei migliori
residui che stanno a disposizione del viticoltore. La loro azione però
è molto lenta e quindi conviene stratificare anche queste in precedenza
con del letame, con della buona terra e decomporle, preparando un
terricciato da adoperarsi un anno per l'altro.
6. — In frutticoltura, la concimazione coi lupini, ha una larga
applicazione nelle coltivazioni in vaso. Essi, oltre a contenere una note-
vole quantità di tutti e tre gli elementi pricipali, servono anche come
insettifughi. Prima di spargerli conviene macinarli od almeno schiacciarli
o torrefarli o bollirli, perchè si decompongano più presto e perdono
la facoltà germinativa.
- 315 -
7. — Anche la fuliggine, quantunque abl)ia un valore concimante
inferiore di un quinto circa in confronto dei lupini, può avere una
larga applicazione nella concimazione delle piante da frutto, tenute in
vaso od a spalliera. La fuliggine è pure insettifuga e rende soflice il
terreno.
8. — Le ceneri hanno una larga applicazione in frutticoltura. Do-
vendo però fare degli actiuisti in grande, conviene fare il contratto a
base del loro contenuto, poiché vengono molto falsificate, essendo
grande e forse esagerata la richiesta.
Le ceneri si impiegano per il loro contenuto di anidride fosforica,
potassa e calce. La prima si trova allo stato insolubile, la potassa e la
calce per lo più sotto forma di carbonato.
Le ceneri migliori sono ([uelle comuni che raccogliamo dai foco-
lari. Quelle delle fornaci, delle stufe, ecc., hanno un valore inferiore
perchè, colla temperatura elevata, si formano dei conii)osti meno as-
similabili.
Le ceneri di carbon fossile, Ugnile, lorba e le ceneri lisciinale, agi-
scono più perla calce che contengono la quale, oltre a essere un elemento
concimante, serve come ammendamento. Di (jueste ceneri se ne pos-
sono dare in quantità rilevante; la cenere comune si dà quale concime
di mantenimento alle piante incorporandola ai terricciati o mescolan-
dola col letame e perfosfato.
9. — I panelli hanno una scarsa applicazione in Irutticollura.
perchè oltre ad essere di lento effetto, possono portare nel terreno
delle muffe che guastano le radici. Avendone a disposizione, conviene
forse stratificarli prima coi terricciati.
XV.
Sovescio.
1. — Il sovescio consiste nel sotterrare con un lavoro. (U-lle jùanlr
erbacee che sono state appositamente coltivale ((piali i lupini, i trifogli
e le piante leguminose in genere) o che crescono spontaneamente
(malerbe). Queste piante sovesciate ridanno al terreno le sostanze che
vi avevano preso, di più vi cedono molta materia organica, che migliora
le sue proprietà fìsiche. Fra le buone piante da sovescio sono da pre-
ferirsi le leguminose, perchè colla materia organica, oltre a dare tutti
i materiali assorbiti dall'aria delle altre piante (ossigeno, idrogeno, car-
bonio) danno anche dell'azoto, che esse sole hanno facoltà di assorbire
dall'aria, Essendo l'azoto l'elemento più costoso nella concimazione,
si comprenderà l'importanza del sovescio.
In frutticoltura, come in viticoltura ed olivicoltura, il sovescio
può sostituire la concimazione di stallatico purché, al momento della
- 316 —
semina della leguminosa, si faccia una concimazione a base di anidride
fosforica, potassa e calce.
Per sovescio bisogna adopei-are delle piante che si sviluppano
presto durante l'inverno ed in primavera. Adoperando delle piante che
si sviluppano durante l'estate, si sottrarrebbe alle piante da frutto del-
l'umidità. Per noi fanno benissimo i lupini invernenghi ed il trifoglio
incarnato; o le fave seminale in gennaio. Per i paesi meridionali, le
veccia e le fave.
Il sovescio poi può arrecare dei vantaggi incalcolabili nelle loca-
lità di collina, nei luoghi difficilmente accessibili per portare lo stalla-
tico o dove non è possibile estendere l'allevamento del bestiame.
Circa alla quantità e qualità di concime chimico che conviene dare
al momento della semina della pianta da sovescio, si possono ritenere
per buoni i seguenti dati.
Nei terreni non calcari :
Scorie Thomas quintali 8
Cloruro e solfato di potassa. . . „ 2-i
oppure
Perfosfato al 15 % „ 4
Gesso „ 4
Cloruro o solfato di potassa. . . „ 2-4
Questa ultima formola si può anche applicare per i terreni non
calcari.
Nei terreni umiferi o ricchi di sostanze organiche, il sovescio non
conviene.
XVI.
Esperienze di concimazione.
Nelle precedenti edizioni di questa mia opera, riferii dettagliata-
mente sulle esperienze di concimazione da me fatte. In questa edizione
mi limito a riportare le conclusioni generali a cui sono arrivato.
Nella parte speciale, trattando delle singole piante da frutto, si ri-
feriranno le conclusioni speciali.
1. — I concimi che non sono molto solubili devono essere inter-
rati e mescolati collo strato superficiale del terreno.
2. — Quelli che non sono solubili totalmente ma soltanto in parte,
devono essere pure mescolati colla terra superficiale e sotterrati avendo
cura però di non danneggiare le radici.
3. — I concimi molto solubili possono essere impiegati superfi-
cialmente o semplicemente coperti da terra.
4. — Certi concimi possono essere mescolati con altri, qualche
tempo prima del loro impiego; altri invece bisogna somministrarli
da soli.
- 317 -
5. — La concimazione si può fare sia in autunno, sia in primavera,
sia nell'agosto, però per ciascuna di queste epoche, sono diversi i
concimi da applicare.
6. — In estale (luglio) la più consigliabile è la concimazione liciuida
con colaticcio, mercè la quale le piante si dispongono meglio a frut-
tificare e nella ventura primavera entrano più presto in vegetazione.
L'azione però della concimazione liquida è momenlanea. e perciò vo-
lendola adottare costantemente, bisogna ripeterla annualmente e non
darla in una sol volta.
Non viene esclusa anche la probabililà che le piante, trattale a
lungo con questo nìezzo, si esauriscano invecchiando anzi tempo.
7. — Le concimazioni a base di cloruro di potassio, op|)ure di
cenere, o di terriccio o di perfosfato, danno migliori risultati in autunno
che in primavera.
8. Le formule contenenti cloruro di potassio o cenere sommini-
strate in autunno, hanno una marcata influenza per rinvigorire la ve-
getazione delle piante. Le formule a base di perfosfato invece fanno
aumentare la fruttificazione.
Così ad esempio col perfosfato solo, le piaiile più vigorose si
disposero a fruttificare.
9. — Le piante concimate in autunno entrano generalmenle in
vegetazione prima delle piante concimale in primavera.
10. — Le formule più complesse (cenere, perfosfato e cloruro;
perfosfato e nitrato di potassa; solfato d'ammoniaca, perfosfato e clo-
ruro) danno, durante la vegetazione, migliori risultali che in autunno.
11. — Concimando in autunno piuttosto che in primavera, l'ope-
razione è più economica e si ottiene maggiore allegamento di frulla e
frutta più voluminose.
12. — La concimazione durante la vegetazione è consigliabile quando
si adoperano concimi di pronto effetto e favorisce in parlicolar modo
lo sviluppo erbaceo.
13. — Dopo i concimi liquidi, le formole a base di nitrato e per-
fosfato sono di più pronto efletto.
14. — Durante la vegetazione volendo pronmovere la fruttilicazione,
le migliori formole sono quelle a base di solfato d'ammoniaca unito a
perfosfato e cloruro di potassio ; per rinvigorire una pianta, é utile
ancora la cenere. Siccome le piante in primavera hanno sufficienti
materiali di riserva per germogliare, la concimazione con concimi di
pronto efTetto è meglio ritardarla al luglio, quando la pianta ha esau-
rito i materiali di riserva e sta per sviluppare le gemme per produrre
rami e frutti nell'anno venturo.
15. — Per la quantità di concimi da applicarsi, bisogna prendere
in considerazione :
a) se le le piante si trovano in un terreno ben lavorato e pre-
parato, contenente a sufficienza della materia organica, della calce, della
potassa e dell'anidride fosforica ;
- 318 -
b) se si tratta di piante vecchie o giovani ossia di piante che
hanno già dato frutti o se ancora hanno da sviluppare dei rami per
raggiungere la loro forma e dimensione comune ;
e) se le piante sono esaurite per esuberante produzione fruttifera
negli anni precedenti ;
d) se le piante per loro natura hanno delle radici striscianti o
fittonanti ;
e) se il terreno in cui si trovano è di natura argilloso o siliceo;
calcare od umifero ; secco o fresco.
16. — Basandosi sull'esperienza acquistata, sulla conoscenza dei
concimi e del loro effetto sulla vegetazione, si può con una sufficiente
esattezza determinare la quantità, la qualità dei concimi necessari
nonché l'epoca ed il modo più conveniente di applicarli, tenendo anche
conto della specie delle piante, della loro età, della loro vigoria e della
loro produttività di frutta.
17. — I dati analitici servono a fissare le proporzioni nelle quali
devonsi trovare le materie fertilizzanti però sarebbe errato il ritenere,
che applicando strettamente i dati analitici nella composizione delle
miscele concimanti, l'albero possa essere sufficientemente nutrito.
E questo per il fatto che
a) non tutti gli elementi fertilizzanti sono assorbiti direttamente
dall'albero ;
b) molti dei materiali fertilizzanti non vengono in contatto com-
pleto colle radici ;
e) molti concimi come i fosfati, non sono egualmente diffusibili
nel terreno.
Bisogna quindi molte volte dupplicare e triplicare le dosi, poiché
bisognerebbe basare la quantità di concime sulla superfìcie del terreno
coperta dalla chioma dell'albero possibilmente sul volume della terra
esplorata dalle radici.
18. — Rispetto ai singoli componenti delle formole esperimentate,
si é potuto concludere quanto segue :
a) il terriccio è sempre un buon concime ed il più conveniente
dal lato economico, specialmente trattandosi di piante in vegetazione
normale.
b) al terriccio conviene l'aggiunta di concimi chimici quando si
tratta di favorire o la fruttificazione o la vegetazione erbacea;
e) il perfosfato dato in autunno od in primavera promuove la
fruttificazione ;
d) la cenere è un buon ricostituente della pianta, sia che venga
data in autunno, sia in primavera ;
e) lo stallatico ha sempre bisogno di essere corretto con del per-
fosfato e cenere, per avere efficacia sulle piante da frutto. Si può anche
adoperare 100 gr. di scorie e 80 grammi di solfato di potassa per m-.
fj il rapporto di valore che hanno gli elementi fertilizzanti nei
concimi diversi applicati alla frutticoltura, si rileva dalla seguente
Tabella XXX.
- 319
Tal). XXX. Valore degli elementi fertilizzanti
in rapporto al loro effetto sulle piante da frutto.
NOME DEI CONCIMI
Prezzo uninatario in Lire italiane
per Kilogramina di
Alghe marine, falasco, foglie, ginestre .
Carne secca e lupini
Ceneri
Cloruro, di potassio
Coiattoli, corna, unghie, crini, penne, peli
Crisalidi e letto dei bachi
Fosfato ammonico
Fuliggine. ...
Guani
Kainite j
Lanino e stracci di lana
Nitrato di potassa
, „ soda
Panelli '
Perfosfato d'ossa I
minerale 1
Polvere d'ossa
Polvere di sangue
Pozzo nero
Scorie Thomas
Solfato ammonico
di potassa !
Spazzature
Stallatico
Torba
Vinaccia
0,8
1,70
o,no
1,70
i.r>n
1,70
1,70
0,90
1,00
1,00
1,20
1,70
1,70
1.70
1,20
0,30
0,45
0,45
0,56
0,45
0,52
0,45
0,56
0,52
0,45
0,45
0,45
0,40
03
0,45
0,30
0,30
035
0.40
0,60
0,48
0/10
0,40
0,50
0,40
0,40
0,45
0,58
035
0,40
o;ì5
XVII.
Concimazione dei vivai.
1. — Per la concimazione del semenzaio rimando il lettore a pa-
gina 43 dove ho trattato diflusamente questo argomento.
2. - Nella piantonaia, nei neslai e barbatellai noi desideriamo avere
molto sviluppo di radici sottili e, specialmente nella piantonaia, svi-
luppo di rami a legno.
Per ottenere un ampio sviluppo di radici, occorre che .1 terreno
sia soffice, lavorato profondamente e che contenga i matenah nutnliv,
bene amalgamati e distribuiti. K necessario che i concimi siano co.n-
plessi, e prevalga la calce, poi la potassa, quindi l'azoto e anidride
fosforica. Ma siccome nella maggior parte dei nostri terreni, 1 anidride
- 320 —
fosforica si trova in piccolissima quantità, ed essendo essenziale la sua
influenza sulla maturazione del legno, cosi di questa conviene darne
in eccesso.
Per fare un vivaio e specialmente una piantonaia, si può utilizzare
(come ho già dello a suo luogo) in particolar modo un bosco dissodato
o un prato vecchio. Dissodandolo in autunno vi si mescola contem-
poraneamente della calce spenta all'aria, in ragione di q.li 10 per ettaro.
Questa calce nitrifica Vhiimiis immagazzinato e facilita la decomposi-
zione della cotica.
Se si tratta invece di un terreno coltivato ordinariamente conviene
in autunno fare pure lo scasso e, dopo terminato, sotterrare, con una
vangatura, dello stallatico corretto coi concimi, come ho indicato per
il semenzaio. Questo stallatico mantiene soffice il terreno, riparte bene
i materiali nutritivi, facendo sviluppare numerose le radici.
Si adoperi di preferenza dello stallatico composto di un terzo di
letame bovino, un terzo di letame cavallino ed un terzo di letame ovino.
La quantità di concime da spargere in autunno per ara di terreno
destinata a vivaio in genere, sarà quindi la seguente :
f Stallatico Kg. 500,—
Form. XIII. ì Scorie „ 0,900
( Solfato di potassa o cloruro di potassio „ 0,300-0,350
l Stallatico Kg. 500,—
Forra. XIV. ] Scorie „ 0,900
( Solfato di potassa e magnesia . . . . „ 0,600-0,700
, Stallatico Kg. 500,—
Forra. XV. ^ Scorie , 0,900
(Kainite , 1,200-1,400
Per le piantonaie, purché dati in autunno, si può sostiture, come
si vede, il cloruro ed il solfato di potassa, col solfato di potassa e
magnesia o colla kainite, perchè i cloruri dannosi che contengono
vengono dilavati dalle pioggie invernali.
/ Stallatico Kg. 500, -
„ ,„.. ) Polvere d'ossa „ 0,750-0,900
Form. XVI. ^^^^^ 0,750-0,900
( Solfato di potassa o cloruro di potassio „ 0,300-0,350
/ Stallatico Kg. 500,—
^,,,„ \ Perfosfato 14-21 , 0,725-0,750
Form. XVII. ; „ r^\-,^- « --r.
) Gesso „ 0,72o-0,7o0
\ Cloruro di potassio o solfato di potassa „ 0,300-0,350
/ Stallatico Kg. 500,—
Form. XVIII. j Fosfato di potassa „ 0,400-0,500
( Gesso „ 0,400-0,500
- 321 -
Anche applicando queste formole XVI e XVII, si può sostituire il clo-
ruro di potassio o il solfato di potassa, con altrettanta quantità di
solfato di potassa e magnesia o con una quantità (juadrupla di kainite,
come è evidente nelle formole XIV e XV.
Nelle località dove si difetta di stallatico, allo scopo di immagaz-
zinare dell'azoto nel terreno, si potrebbe far precedere un sovescio,
ma questo deve essere fatto per tempo in modo che prima dell'im-
pianto, il sovescio possa essersi completamente decomposto.
Dovendo fare la preparazione del teireno ajìpena in primavera
non conviene adoperare lo stallatico, ma invece dei terricciati, i (juali
si devono impiegare in quantità doppia di quella indicala per lo stallatico.
Non aveiìdo terriccio sufficiente, si può aumentare la sua ricchezza
fertilizzante, bagnandolo fino a che se n'è iml)evulo completamente,
con colaticcio o pozzo nero, nei quali prima si sciolgono una delle
seguenti 3 sostanze
Kg. 3 di scorie Thomas o
„ 3 „ polvere d'ossa o
.. 2,5 .. perfosfato al 14-16%
per metro cubo di terriccio.
Quando il terriccio è asciutto, lo si sparge sul terreno e Io si sotterra.
Invece di terriccio si può adoperare della torba pure asciutta, ma
stata prima imbevuta di orina o pozzo nero con l'aggiunta di una delle
suddette sostanze. ^
Se infine non si avesse neppure la torba allora soltanto in via
eccezionale, si può ricorrere ai concimi artificiali e precisamente alla
seguente formola per ara
/ Fosfato ammonico Kg- <l,30()
Form. XIX, | Scorie Thomas o polvere d'ossa - <M>()0
( Cloruro di potassio o solfato di i)olass;i 0,200
Questi concimi appena mescolati per bene devono subito essere
sotterrati mediante una vangatura. Bisogna curare che la distribuzione
sia ben fatta e ciò si ottiene allungando la miscela con molta terra-
Per la piantonaia invece e per il nestaio, nei quali le piante
rimangono due o tre anni, questa concimazione devesi ripetere ogni
anno ; cosi nei barbatellai.
Come abbiamo visto parlando del vivaio (vedi pag. VA) allo scopo
di mantenere un giusto equilibrio fra la spesa e la produzione, ogni
vivaio stabile si deve tenere in rotazione con delle piante erbacee,
altrimenti il terreno si esaurisce.
Tamauo - Frutticoltura
- 322 —
XVIII.
Concimazione di mantenimento.
Nella parte sesta pag. 254 sì ha già parlato della concimazione per
l'impianto, ora bisogna parlare della concimazione in generale per il
mantenimento delle piante, che deve essere guidata da criteri alquanto
diversi.
1. — Mentre nell'impianto noi dobbiamo aver cura di provvedere
la pianta di elementi nutritivi complessi ed a varia profondità per
parecchi anni ; colla concimazione di mantenimento noi dobbiamo
mantenere la pianta in costante vigore ed equilibrare lo sviluppo dei
rami a legno collo sviluppo dei rami a frutto.
La differenza poi essenziale della concimazione sta nel modo di
portare i principi nutritivi a contatto delle radici degli alberi. Negli
impianti, a questo si provvede con facilità ; non cosi quando le piante
sono adulte ed hanno delle radici talvolta a notevole profondità.
Il metodo più comune consiste nello scavare attorno alle piante
una fossa circolare, larga e profonda cm. 50, e distante dal fusto tanto
quanto è distante la periferia delia fronda. In questa fossa si mescola
sul fondo il concime con altrettanta terra e poi si copre. Trattandosi
di concimazioni liquide, invece che delle fosse, si possono preparare
dei fori profondi % distanti fra loro cm. 50, con un palo di ferro, come
è indicato nel capitolo Vili. Se il terreno è inclinato si fanno dei fos-
satelli interrotti.
Le molte esperienze hanno dimostrato a sufficienza che per man-
tenere una pianta adulta da frutto in giusto equilibrio occorrono con-
cimi complessi. La pratica ha dimostrato anche la convenienza di con-
cimare piuttosto a piccole dosi e di frequente che a grandi dosi e di rado.
I Professori Steglich e Barth hanno trovato che una pianta da
frutto adulta in produzione normale, avente un tronco della circonfe-
renza di cm. 25 e le cui radici si estendono per una media superficie
di terreno di m.^ 20 esporta annualmente per
metro quadrato Ettaro
Anidride fosfor. g. 5 Kg. 50
Azoto „ 17 ,,170
Potassa „ 22 ,,220
Calce „ 40 ,,400
Per restituire questi materiali bisognerebbe dare kg. 5 di stallatico
per anno e per metro quadrato, ossia Ivg. 100 per pianta. Ma anche qui
l'azoto è in quantità esuberante, perciò bisogna aggiungere dei concimi
fosfatici e potassici, tanto più che questi, come ho verificato nelle
- .-^23 -
diverse esperienze, inlluiscono notevolmente sulla produzione legnosa
e fruttifera.
Lo stallatico si deve dare in autunno ogni anno, sotterrandolo con
una buona vangatura i)rima dell'inverno, acciocché, prima della prima-
vera, possa decomporsi. Dopo la vangatura, il terreno lo si lascia irre-
golare, perchè possano meglio agire gli agenti atmosferici. Facendo
una concimazione ogni due o tre anni, bisogna darne in (|uanlità doppia
o tripla, e perchè colla vangatura non si può sotterrare questa quan-
tità rilevante, bisogna aprire delle fosse. Questa concimazione peiù ad
intervalli non è senza incovenienti, inquantoché nel primo anno la
pianta acquista eccesso di vigoria a scapito della fruttificazione. La
concimazione in copertura, come viene usala da molti, lasciando cioè
esposto all'aria lo stallatico coprendo il terreno, é da condannarsi,
poiché favorisce lo sviluppo delle malerbe, annida degli insetti ed una
gran parte delle materie fertilizzanti vanno perdute.
Il terriccio è un altro dei concimi utilissimi che si può dare nella
medesima quantità dello stallatico ed è molto vantaggioso, specialmente
per le piante giovani, poiché favorisce lo sviluppo delle radici. Con-
viene però applicarlo in febbraio anziché in autumio, facendo delle
fosse.
Non avendo né stallatico, né terricciato, é molto vantaggiosa la
torba che si lascia imbevere di spurghi di latrina in una vasca e poi
si lascia asciugare. Se ne adopera nella medesima proporzione dello
stallatico, kg. 5 per metro quadrato.
I concimi liquidi, per il mantenimento delle piante, si devono ado-
perare in via eccezionale, come ho detto nel cap. L\.
Adoperando tanto l'uno che l'altro dei concimi indicali lino ad
ora, bisogna sempre correggerli con dei concimi chimici. In quali
proporzioni lo si debba fare, ciò dipende dallo scopo che ci si propone
di ottenere colla concimazione, dalla qualità delle piante e dalla natura
del terreno.
Rispetto alla scelta dei concimi chimici, valga quanto ho detto in
particolare nei singoli capitoli ; diremo qui soltanto che :
a) dovendo dare della calce, si adopererà della calce spenta
all'aria che poi verrà interrata in autunno assieme allo stallatico;
b) dovendo dare dell'azoto, si adopererà del solfato ammonico o
del nitrato di soda ;
e) per dare dell'anidride fosforica si impiegherà in autunno delle
scorie o polvere d'ossa; in primavera dei perfosfati;
(/; per dare della potassa si può impiegare della kainite, del clo-
ruro di potassio o del solfato di potassa ;
e) per dare della calce, potassa ed anidride fosforica, si può im-
piegare della cenere.
Ogni frutticoitore deve studiare nelle proprie condizioni la formola
di concimazione più conveniente, ed è un errore quindi ritenere che
una formola possa valere per tutte le piante, siano queste più o meno
— 324 -
rigogliose, più o meno fruttifere ; siano esse di una specie piuttosto
die l'altra.
Ripetutamente io ho applicato la seguente formola di concimazione alle piante da
frutto in genere per il loro mantenimento, per verificare i dati ottenuti dai Dottori
Steglich e Barth. Questa quantità venne data per m.-
gr. 100 di nitrato al 15.5% in 3 volte: marzo, aprile, maggio e contenente
\ in totale gr. 17 di azoto ;
Form. XX. „ 25 di perfosfato al 20 % e contenente in totale gr. 5 di anidride fosforica;
I „ 45 di solfato di potassa al 48% e contenente in totale gr. 22 di potassa :
, 50 di calce viva.
Ho riscontrato nell'applicazione, che l'azoto era insufficiente pei meli mentre era
eccessivo pei peschi. I meli risentivano però grande vantaggio colla potassa. Per i
susini, peschi ed albicocchi, si mostrò deficiente la calce ed i peschi oltre che di calce
anche di potassa ed anidride fosforica.
Questa formola applicata ogni anno, specialmente nei terreni poveri di humus,
non è consigliabile se, ogni terzo anno almeno, non si fa un sovescio od una concima-
zione a base di stallatico.
I dati invece ottenuti dalla stazione di Geneva (Stati Uniti) sono più attendibili e
se in base a questi si faranno le miscele di concimazione, io credo che si otterranno
migliori risultati.
Nella parte speciale, trattando delie singole piante da frutto, verrà
indicata in apposito capitolo, la concimazione più conveniente per
ogni singola essenza fruttifera.
XIX.
Concimazioni diverse
a seconda dello stato in cui si trovano le piante.
1. Concimazione di piante deperenti. — Quando il deperimento di
una pianta dipende dalla deficienza di materiali nutritivi nel suolo,
allora bisogna ricorrere a delle concimazioni straordinarie ed a brevi
intervalli.
Conviene anzitutto scalzare la pianta in autunno e concimare colle
seguenti forinole XXI, XXII, e XXIII, per m.^
Form. XXI.
Kg. 1 di crisalidi di bachi da seta
„ 3 di terriccio
gr. 100 di Scorie Thomas
„ 25-30 di cloruro dì potassio o solfato di potassa.
Kg. 1 di crisalidi di bachi da seta
\ „ 3 di stallatico
Form. XXII. ■ gr. 200-400 di calce spenta
/ „ 100 di perfosfato al 16 X
, „ 25-30 di cloruro di potassio o solfato di potassa.
- 325 -
/ Kg. 1 di crisalidi di bachi da seta
L- vvirr ) " -^ di terriccio
Form. XXIII. ; .„,, ,.
j gr. 100 di calce spenta
l „ 400 di cenere.
Al sopraggiungere della primavera si dà ancora la seguente mi-
scela per m.^
Form. XXIV ] ^,"f ^'/^ ^'} P^'^'*^^' «■■ '^'^
I Nitrato di potassa 20
Se durante il corso della vegetazione non si avessero a rimarcare
i buoni effetti, si applicherà nel mese di giugno la concimazione li(|uida
sciogliendo nell'acqua gr. 1-1.5 per litro, la miscela XXIV.
Nell'anno successivo si potrà applicare una delle formole seguenti:
i Scorie Thomas o polvere d'ossa gr. 150
Form. XXV. \ Cloruro potassico o solfato di potassa „ 60
( Nitrato di soda 100
Totale gr. 310
Da applicarsi in autunno, meno la metà del nitrato che si dà in
primavera, sotterrandolo colla vangatura.
/Perfosfato 16-18 % gr. IfiO
1- x'viTT ) Cloruro potassico e solfato di potassa ., 60
torm. XXVI. { -.., , ,- ■ ^ ,,^
1 Nitrato di soda . „ 100
( Gesso ^ 150
lotale gr. -160
Da applicarsi in primavera
Scorie Thomas o polvere d'ossa gr. 15(»
Kainite .240
Form. XXVII. ' Solfato ammonico ..50
I Nitrato di soda ,50
1 Calce spenta .150
Totale gr. 640
Il nitrato si dà in primavera.
Nel terzo anno si ripeterà la concimazione colle formole XXI, XXII
e XXIII.
b) Concimazione di piemie troppo vigorose e poco fruttifere. Nella
maggior parte dei casi, questo fenomeno si deve attribuire all'eccesso
di umidità e di azoto nel terreno ed alla deficienza di elementi mine-
rali, principalmente potassa ed anidride fosforica, r.pperciò il frutti-
coitore deve somministrare dei concimi minerali che portino gli., ele-
menti minerali, principalmente potassa ed anidride fosforica, tpperciò
il frutticoitore deve somministrare dei concimi minerali che portino
gli elementi suddetti, i quali favoriscano in particolar modo la produ-
zi one della frutta.
- 326 -
Anche qui si possono applicare una delle formole XXV, XXVI, XXVII,
omettendo però i concimi azotati.
e) Concimazione delle piante molto fruttifere e poco vigorose. Que-
ste piante di solito fioriscono molto, ma portano difficilmente la frutta
a maturazione.
In questo caso bisogna dare una concimazione che ricostituisca
completamente la pianta, col fornirla dell'azoto, e degli elementi mi-
nerali, potassa, anidride fosforica e calce.
In questo caso bisogna concimare in autunno con del terricciato e
seguire quanto ho detto per la concimazione di piante deperenti.
XX.
L'irrigazione delle piante da frutto.
1. Azione dell'acqua sulle piante da frutto. — L'azione dell'acqua
è intimamente legata a quella del calore tanto da poter asserire che
essa non esercita tutta la sua utilità, od almeno tutta la sua azione se
non vi ha contemporaneamente una temperatura abbastanza elevata.
Una dimostrazione l'abbiamo nella interruzione della vita vegetativa
durante l'inverno. Nelle regioni temperate e fredde, l'interruzione è
dovuta alla mancanza di calore ; nelle regioni calde e intertropicali
alla mancanza di umidità. In queste ultime regioni però l'arresto di
vegetazione è meno apparente poiché le foglie non cadono e soltanto
le radici rimangono inattive.
Le piante da frutto soltanto nella loro prima età vivono degli ele-
menti che si trovano nello strato superficiale del terreno. Ma poiché
questo primo strato si essica nella stagione calda, così é naturale che,
per assicurarsi l'attecchimento negli impianti, si fanno delle buche
profonde, si adoperano molti concimi organici, si tiene coperto il ter-
reno con letame, si impianta presto in autunno anziché in primavera,
quand'anche non si ricorra alla irrigazione. E' certo che molti dei
nostri impianti, e non soltanto dell' Italia meridionale, riuscirebbero
molto meglio, se nel primo e secondo anno dopo l'impianto, si avesse
dell'acqua per inaffìare od irrigare.
Passato questo periodo di infanzia, l'albero approfondisce le radici
nel suolo inerte dove esse stazionano, per nutrirsi dell'umidità che si
accumula per le pioggie e per l'acqua che deriva dal sottosuolo.
Quest'ultimo deve servire da sorgente e l'umidità in esso deve trovarsi
fino a 2-3 metri. 1 terreni che non hanno queste sorgenti o che hanno
un sottosuolo impermeabile, sono assolutamente disadatti per le piante
da frutto. Le piante dopo un periodo di pochi anni muoiono improv-
visamente.
Queste sorgenti di umidità vengono alimentate annualmente dalle
pioggie. Pochissimo vi concorrono quelle estive sia perchè, ad esempio,
— 327 -
nei climi meridionali ((uesle pioj^gie sono rare, sia percliè, in i|ualsiasi
regione, o sono di ])oca entità brevi ed evaporano prontamente prima
che le radici ne ritraggano vantaggio ; opjìure sono torrenziali ed allora
l'acqua scorre via, prima che il terreno la possa trattenere.
Il maggior bisogno di acqua la pianta lo lia alla ripresa della ve-
getazione. In questo periodo, tutta l'umidità di cui si sono imbevute
le radici nell'autunno e durante l'inverno, passa alle gemme, alle foglie,
ai nuovi germogli.
Durante la fioritura il movimento dei succhi subisce una sosta, ma
subito dopo, |)er l'attecchimento dei frutti, è necessaria l'umidità ac-
compagnata da calore. In questo periodo le pioggie più frequenti sono
più utili dei forti acquazzoni. Nei mesi in cui avviene la maturazione
dei frutti occorrono giornate serene, ma, appena fatto il raccolto, é
bene che piova abiiondantemente, perchè si possa innnagazzinare del-
l'actjua nel terreno, per l'anno venturo.
La mancanza d'acqua nel terreno dopo la lioritura, fa cadere molti
frutti e, quelli che rimangono, non raggiungono lo sviluppo normale,
riescono colla buccia rugosa, ((uassa; colla polpa scipita, asciutta,
senza profumo; i rami della pianta rimangono corti, esili. In Sicilia ad
esempio gli agrumi irrigati danno in media, un terzo di più di prodotto.
Nei terreni freschi, i frutti riescono più sviluppati, succosi, di
sapore più delicato e contengono pochi senìi. La buccia riesce sottile,
elastica, con colorito normale; la maturazione è più regolare e piutto-
sto anticipata. I rami e le gettate dell'annata crescono vigorose ed entro
l'anno compiono completamente la lignificazione. Tutta la vita vegeta-
tiva viene prolungata e perciò le jiiante riescono più fertili ed anche
più vigorose.
Dalla freschezza del terreno dipendono anche gli elletti della con-
cimazione. Gli agricoltori sanno che nelle annate asciutte, le colture
risentono poco vantaggio dalle concimazioni, specialmente se queste
sono a base di concimi artilìciali. H difatti mancando lumidilà che
disciolga i materiali nutritivi, le radici non possono funzionare e la
pianta ne soffre.
Un eccesso di umidità produce i rami meno robusti, colle libre
più larghe, rendendosi meno resistenti ai freddi ed agli attacchi dei pa-
rassiti ; cosi le frutta riescono troppo acquose e meno saporite. L'acqua
eccessiva nel terreno rende infine inattive le radici per la mancanza
d'aria e se vi ristagna il terreno dà una reazione acida che danneggia
le radici.
2. Quantità d'acqua necessaria e modo di usarla. — Finora per
noi italiani le piante da frutto tipiche per l'irrigazione sono gli agrumi,
che si diiìusero ai due estremi dell'Italia: nella Sicilia e nella Hiviera
Ligure. In Sicilia vennero sempre irrigati e gli arabi ne perfezionarono
il sistema. Quivi si irriga anche il nocciuolo, nelle Calabrie il fico,
destinato per il consumo diretto dei frutti, mentre per i frutti da essic-
care la pianta si coltiva nelle alture non irrigabili.
- 328 -
Nell'Africa mediterranea bisogna irrigare tutti i fruttiferi dell'Europa
e della regione intertropicale, se si vuole assicurare il prodotto, e cosi
in Sicilia e Sardegna, specialmente lungo il litorale, conviene l'irriga-
zione degli olivi, dei gelsi, dei pistacchi, dei mandorli e di quasi tutte
le piante da frutto, specialmente nei primi almi, dopo la piantagione.
Stabilita l'importanza dell'acqua anche per le piante da frutto, non
è da ritenersi che queste si debbano irrigare come si trattasse di piante
erbacee. Come abbiamo visto, il maggior bisogno d'acqua si risente
nella stagione calda, che ricorre dal periodo dopo la fioritura fino alla
maturazione dei frutti. Nei paesi meridionali, durante questo periodo,
il bisogno d'acqua sarà maggiore che nelle regioni dell'Italia centrale,
e qui molto di più che nell'Italia settentrionale.
E' difficile poter stabilire la quantità d'acqua necessaria per le
piante da frutto. Questa naturalmente varia colla specie della pianta,
coll'andamento della stagione e colla natura e posizione del terreno.
Le piante sempreverdi, come gli agrumi, quelle ricche di fronda e di
succhi, come le piante a nocciolo, quelle che hanno l' apparecchio
radicale poco sviluppato richiederanno più acqua. Nei terreni sciolti,
permeabili, situati in pendio, esposti a mezzogiorno, le piante saranno
più esigenti di acqua di irrigazione.
Nella provincia Santa Clara in California, dove non piove mai e
dove, ciò malgrado, si sono fatti degli estesi frutteti industriali, por-
tandovi l'acqua artificialmente a mezzo di canali, si irriga sette volte
all'anno, impiegando per ettaro 1000 m^. d'acqua per volta.
Nella valle di Jakina, (Washington) dove si hanno in media ogni
anno 150 mm. di acqua, si irriga 6 volte all'anno, dando 1000 m^ d'ac-
qua per volta.
In tutti gli Stati occidentali dell'America del Nord le pioggie sono
scarse e quasi ovunque si irrigano anche le piante da frutto. Per im-
magazzinare l'acqua nel terreno, si irriga anche d'inverno. Durante
l'estate si fa di solito l'irrigazione ogni 20-30 giorni per quattro volte
cominciando dal maggio. L'ultima irrigazione si fa in settembre. Rara-
mente si adoperano più di 7500 m^ per ettaro e per anno. Durante la
vegetazione si ha cura di mantenere sempre il terreno soffice e mondato
dalle malerbe, per evitare la soverchia evaporazione.
In Sicilia si fanno negli agrumeti da 6 a 10 irrigazioni per anno,
impiegando nei terreni consistenti da 400 a 800 m^ di acqua per ettaro
e per anno, che equivalgono a m^ 1 a 2 per pianta. Nei terreni sciol-
tissimi, secondo il Prof. Savastano, si impiegano m^ 3 a 4000 e per ogni
albero da 7 a 10 m^. Il Prof. Alfonso vorrebbe 495 litri per pianta e
per ogni irrigazione che corrisponderebbe a circa 1200 m^ per anno e
per ettaro ; il Turrisi Colonna circa 840 m^', il Cusmano 480 m^.
Considerate le condizioni udometriche delle regioni in cui pro-
sperano le piante da frutto, io credo che per esse occorrano annualmente
(dalla caduta delle foglie in autunno alla maturazione dei frutti) 750 mm.
d'acqua corrispondenti a 7500 m^ per ettaro.
— ;i2y -
Nella Valle Padana (vedi Trallalo completo (li af^ricoltura. iloepli HH_>.
dell'A. nella parte: Climatologia) si hanno annualmente coi |)iecipitati
atmosferici 1095, 2 mm. d'acqua, pari a 10.'.>52 m-' d'acqua; nella zona pe-
ninsulare interna 10.637 m» ; nella zona marittima interna, 7509 m';
nella zona marittima mediterranea, 8734 m^ e nella zona insulare, ()012.
Da ciò si dovrebbe dedurre che soltanto nella zona insulare si ha
stretto bisogno di irrigare. Ma dobbiamo notare che queste medie
rappresentano lo stato udometrico della intera regione, non ([uello
speciale in cui si coltivano le piante da frutto. Kcco quindi la
necessità di indagare per ogni territorio la quantità d'acqua clie cade
dalla caduta delle foglie in autunno, poiché è da questo periodo che
si incomincia ad immagazzinare la magf^iore (|uanlilà d'acqua per
l'anno venturo, e provvedere colla irrigazione durante l'estate, al-
l'acqua che viene a mancare, per arrivare ai 7-7500 m' d'ac(|ua
che sono necessari. Questa è una cifra teorica, ma che i molli latti
pratici mi darebbero per quella che più si avvicina alla realtà.
Praticamente, se le foglie degli alberi al mattino appaiono legger-
mente avvizzite o cominciano ad impallidire, se cadono anticipata-
mente i frutti, questi sono gli indizi che le piante patiscono il secco.
Per ogni irrigazione, ogni pianta dovrebbe ricevere da 2 a .'i ettolitri
d'acqua e mai meno.
Perchè sia di giovamento all'albero, l'acqua deve penetrare negli
strati sottostanti del terreno e venire in contatto delle radici più sottili
che sono le più attive. Per questo conviene fare l'irrigazione a lunghi
intervalli, ma con acqua abbondante, anziché ad intervalli brevi e con
poca acqua. Le piante adulte necessariamente hanno maggiore bisogno
di acqua delle piante giovani e per queste ultime l'acqua non occorre
che arrivi a tanta profondità.
Le piante giovani possono avere bisogno di irrigazione già in
maggio, le più adulte in giugno ed anche in luglio; una volta comin-
ciata la irrigazione bisogna ripeterla, come ho detto, ogni 20 giorni,
un mese e più a seconda che si manifesterà il bisogno, (ili agrumi,
ripeto, si irrigano da 6 a 10 volte all'anno; per le altre piante bastano
3 a 4 irrigazioni dal maggio al settembre.
L'irrigazione bisogna farla nelle ore nelle quali la dilferenza fra la
temperatura del terreno e quella dell'acqua è minore. Perciò sono
preferibili le ore della sera e della notte e, dovendo adoperare del-
l'acqua di sorgente, bisogna disporre di vasche di raccoglimento, perchè
essa possa riscaldarsi durante il giorno. Par ottenere il medesimo in-
tento si può anche dirigere le acque nei siti più lontani alla sorgente e
poi farla ritornare, perchè intanto si riscaldi.
Durante l'irrigazione è bene che l'acqua si mantenga in costante
circolazione, facendola scorrere con moto lento ed uniforme. Nei siti
più alti bisogna dispensarne in maggior quantità che nei depressi ed
alle piante che si trovano nelle medesime condizioni bisogna distri-
buire l'acqua colla maggiore uniformità.
330
3. Come si irrigano le piante da frutto. — L'irrigazione delle
piante da frutto si può fare in vari modi a seconda della località e
della quantità d'acqua che si ha a disposizione.
Negli Stati Uniti, ad esempio, dove vi sono frutteti estesissimi irri-
gati, questi si piantano di solito sulla rottura di prato di erba medica.
La sistemazione del terreno si fa in modo da poter fare l'irrigazione
per fossatelli orizzontali e cioè tracciando un canale irrigatore lungo
la parte più elevata. Questo canale lo si fa di una lunghezza non su-
periore ai 200 metri e con una pendenza del 2 °Jqq. Lungo questo canale
si fanno le piantagioni, e collegate ad esse, a quinconce, si collocano
altre piante. I peschi si piantano a 6-7 metri di distanza fra loro ; gli
olivi da m. 7 a 9; i peri, meli, albicocchi, ciliegi ed agrumi da m. 9 a
11 ; i noci a metri 14-17. Quando si vuole irrigare, si fanno tanti fos-
satelli di presa quante sono le piante della prima fila che trasportano
l'acqua dalla irrigatrice. Attorno ad ogni pianta si fa un argi nello di
terreno per trattenere l'acqua. Da ogni pianta si diparte alla sua volta
un altro fossatello che la mette in comunicazione colla pianta imme-
diatamente sottostante, in modo che tutte le piante hanno due fossa-
telli di comunicazione : uno colla pianta superiore dalla quale ricevono
l'acqua e l'altro con quella inferiore alla quale la trasmettono.
Questo sistema di irrigazione è molto pratico quando la pendenza
del terreno è irregolare e quando supera il 6 %• Se la pendenza è re-
golare ed uniforme, inferiore al 6 Vo, si fanno dei fossatelli lungo curve
orizzontali, seguendo cosi l'andamento naturale della superficie.
V
Fig. 221. — Doccia pensile
trasportabile, di legno
incatramato.
Fig. 222. — Palo di so-
stegno per le doccie.
Fig. 223. — Cavalletto di sostegno
per le doccie.
Se invece l'impianto non è regolare per trasportare l'acqua si fanno
di tratto in tratto, lungo il canale irrigatore, delle saracinesche, dalle
quali, mediante doccie trasportabili di legno incatramato (fig. 221)
sostenuti da pali (fig. 222) conficcati nel terreno o da cavalietti (fig. 223)
l'acqua viene condotta presso ogni pianta. Si fanno anche dei canali
pure in legno, rivestiti di mattoni (fig. 224).
In questo modo l'irrigazione si fa per aspersione, trattenendo l'acqua
intorno alla pianta con un arginello di terra (figure 225-226).
Un altro sistema da me raccomandato che può servire anche per
la concimazione delle piante adulte, consiste nell'aprire dei fori nel
terreno con dei pali di ferro, (fig. 227j alla distanza circa di ^/g del
331
Fig. 224. - Canali pensili rivestiti di mattoni.
Fig.1225. — Pianta collocata in piano"con argi- Fig. 22(i —Pianta collocata su terreno indi
nello preparato per l'irrigazione. nato preparata per l'irrigazione
(5)
O
y.
-^^^^-
o e
Fig. 227. — Palo di Ferro per Fig. 228. — Irrigazione a fori veduta in sezione ed in
preparare i fori nel terreno. pianta.
- 332 -
raggio della IVouda. ed iniroducendo in (.juesti l'acqua. Questi lori s
fanno in numero di 4 a (ì a seconda dell'età della pianta (iìg. 228). Na-
turalmente la profondità dei fori deve variare coH'età della pianta da
un minimo di 50 cm., lino anche 80 cm., cioè tino all'incontro delle radici.
Poiché questi fori si ostruiscono facilmente, dovendo ripetere l'ir-
rigazione, si fanno delle buche più larghe, che si tengono aperte con
dei tubi di drenaggio. Nell'intervallo della irrigazione si riempiono con
stallatico.
Ora si costruiscono dei tubi appositi, lunghi Ho cm. e del diametro
di 10 cm. con 4 tìle longitudinali da 9 fori ciascuna, cosi che ogni tubo
ha 36 fori (lig. 229). Questi tubi si piantano nel terreno in modo che
la bocca arriva appena a sporgere dal terreno. Si versa dentro l'acqua
od il colaticcio diluito, quando si vuole anche concimare, ed i tubi si
Fig. 229. — Tubo in
terra cotta forato per
la irrigazione delle
piante da frutta.
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Fig. 230. — Irrigazione per sommersione.
coprono con un mattone. Essi offrono la comodità di irrigare in modo
sicuro e colla massima economia di acqua. Aggiungo ancora che gli
alberi concimati con questo sistema assumono un rigoglio straordinario:
essi vengono sottoposti ad una vera alimentazione intensiva e, come
si ottiene cogli animali, crescono, rapidamente. Questi tubi costano
circa L. 1,25 l'uno.
Si è constatato che il liquido si dilTonde per un raggio di m. 2,50
e per un metro di profondità. Per ogni albero grande bastano 3 tubi
e nei frutteti si calcolano 3 tubi per ogni due alberi, piantandoli alla
distanza di m. 2,50 dal fusto.
L'irrigazione si può fare anche come si usa in Sicilia per soiuiner-
sione. Attorno ad ogni pianta di agrumi si fa una conca la quale viene
riempita di acqua ogni volta che si irriga. L'acqua viene condotta per
mezzo di un canale apportatore A B (lig. 230), che ha una pendenza
del 5 al 10 per mille e la si costringe a mezzo di paratoie p, ad entrare,
:us -
per altri canaletti distributori Ci), EF die passano fra le (ile delle
piante. Da questi canaletti si passa in solchi (s) appositi, che condu-
cono l'acqua nelle conche scavale intorno al tronco di ogni singola
pianta.
Nel fare queste conche si deve avere cura di non denudare le radici
vicine al tronco e di lasciarle coperte con un buono strato di terra
(fig. 231). Quando si vuole irrigare col canale CD si mette la paratoia
in p ed allora l'acqua, costretta a deviare, riempie le singole conche e
e quando l'acqua arriva in D, si leva la paratoia p per chiudere l'a-
pertura C e se ne mette un'altra, in p\ per irrigare col canale K F e cosi
via. Il canale D F è un canale collettore il quale, alla sua volta, può
servire da canale distributore per altre file di piante sottostanti
Avendo degli alberi isolali, il canale distributore lo si fa lungo la
parte più alta del terreno e da ({ueslo si fanno dipartire dei fossalelli
distributori secondari che conducono l'acqua allo singole conche delle
piante (lìg. 232). L'acqua raggiunto
il fossatello a è costretta a passare
nella conca A, ostruendo in /' il ca-
nale con della terra. Quando la conca
ha ricevuto l'acqua sufficiente, si
chiude la bocchetta e colla stessa
terra collocata in /? e si passa ad ir-
rigare successivamente, collo stesso
metodo, la conca B e C.
Fig. 231. - Sezione di una conca intorno ad Fig. 232. - Irrlgailone di alberi isolati
un albero da irrigare.
Nei terreni non livellati, un metodo semplice consiste nel dirigere
le acque non seguendo una disposizione regolare, ma facendo seguire
le curve di livello, in modo da ottenere uno scorrimento graduale e
continuo. Seguendo l'acqua, facendola entrare in un fossatello. si con-
tinua a scavare questo fossatello per una linea pressoché on;tzonlale:
basta dare al suo fondo una inclinazione debolissima del 2 al 3"^. Si
arriva cosi a tracciare una curva a contorno qualunque, purché 1 acqua
arrivi presso ogni pianta, attorno alla quale si fa un arginello perche
l'acqua possa per qualche tempo arrestarsi.
Quando si ha poca acqua, si rivestono i canali apportatori e di-
stributori di mattoni o di uno strato di cemento, come si fa in America.
— 334 -
Il frutteto viene diviso in tante regioni corrispondenti ciascuna a date
quole dì livello e le conche si fanno rettangolari (sistema che l'itengo
introdotto dagli Arabi), divise da un arginello, aprendo il quale con
una bocchetta, l' acqua entra direttamente dal canale distributore.
Quando si irriga, la terra levata per fare la bocchetta a (fig. 233), si
mette di traverso b al canale distributore, per costringere l'acqua ad
entrare nella conca. Appena questa ha ricevuto l'acqua ritenuta neces-
saria, si leva la terra da b per ricollocarla 'in a e si passa all'altra
conca seguendo il medesimo metodo.
Nella fig. 234 abbiamo rappresentato il medesimo sistema di irri-
>'
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Fig. 233. — Irrigazione per pjg 234. — Irrigazione per sommersione a'^conche qiia-
sommersione a concile qua- drangolari a fila doppia,
drangolari a fila semplice.
gazione, ma le conche sono a file doppie e quindi si irrigano due per
volta a destra ed a sinistra.
L'irrigazione degli alberi si può fare anche per infiltrazione ed
anzi le piante ne avvantaggiano di più poiché le radici non rimangono
sommerse, l'acqua si infiltra lentamente e non si produce intorno al-
l'albero un ambiente troppo umido che provoca tante volte lo sviluppo
di molte malattie, specialmente crittogamiche. Occorre però una note-
vole maggiore quantità d'acqua che cogli altri sistemi, si ha poi, lungo i
fossi, un eccessivo sviluppo di erbe e si va incontro ogni anno ad una
spesa non piccola per rinnovare i solchi irrigatori.
Il metodo più semplice consiste nel tracciare coll'aratro un solco
come si trattasse di una scolina, colla pendenza del 3 al 5 %> profondo
.30 cm. (fig. 235) vicino al fusto e se le piante sono giovani, più lontano
(fig. 236) se le piante sono adulte. Con tutti e due però questi sistemi
Xi'i
l'acqua viene portata da un solo lato ed ogni anno bisogna cambiare
il solco portandolo dall'altra parte. Per risparmiare questa spesa si
può fare la coltura degli alberi coll'aritico sistema del cavalU'tto. in-
troducendo l'acqua nei due fossi laterali (lig. 237 e 238).
rr^.
Fig. 235. — Irrigazione per imbibizione ili piante giovani.
Fig. 236 — Irrigazione per imbibizione di piante adulte.
I solchi irrigatori non si fanno più lunghi di 2()0 inclri.
Per ovviare rinconvonieiito che !'ac(|ua vi scorra troppo presto
Fig. 237. — Irrigazione di piantagione su cavalietti.
prima che il terreno si possa imbevere, ciò che avviene specialmente
quando l'irrigatrice è da un solo lato, si può far deviare il solco at-
torno ad ogni pianta (fig. 239) oppure si fa un solco più profondo a
fondo cieco (fig. 240).
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Fig. 238. — Distribuzione dell'acqua per irrigare filari di piante con
doppio canale irrigatore.
Fig. 239. — Irrigazione per imbibizione a solchi circolari intorno al fusto.
Fig. 240. — Irrigazione per imbibizione a solchi cicolari a tondo cieco.
Fig. 241. — Irrigazione di una spalliera.
- \VM -
Avendo da irrigare un frutteto con piante più lìtte, conviene portare
l'acqua per tutto il terreno e nelle figure abbiamo rappresentali sche-
maticamente i diversi metodi che si possono adottare a seconda delle
distanze. Anche questi solchi si possono tracciare coll'aratro, dando
loro una pendenza del 3 al S^/^o ed una lunghezza non superiore ai
200 metri.
Infine nella fig. 241 si vede come si possono irrigare le piante
coltivate contro i muri a spalliera.
Tamaro - Frutticoltura
PARTE OTTAVA
RACCOLTA, CONSERVAZIONE
ED UTILIZZAZIONE DELLE FRUTTA d)
I.
Sviluppo e maturazione delle frutta.
1. — Le buone e belle frutte da tavola, costituiscono in ogni sta-
gione, un articolo di commercio molto ricercato e perciò anche ben
pagato. Per ottenere però questo vantaggio occorre che le frutta ac-
contentino il gusto e l'occhio del consumatore ; in altri termini devono
essere saporite, profumate e belle di aspetto, condizioni queste, che non
sempre si verificano.
Naturalmente la colpa è del produttore il quale, sia perchè fa poco
calcolo su questa rendita, molte volte per lui secondaria, sia per igno-
ranza, trascura delle pratiche razionali facili ad applicarsi, che potreb-
bero avvantaggiarlo di molto. In questo riguardo è aperto per noi un
vasto campo, da cui, se ben studiato, si possono trarre notevoli gua-
dagni. Io credo che se l' agricoltore sapesse quanta maggior rendita
potrebbe trarre, raccogliendo e conservando più razionalmente le frutta,
non soltanto vi presterebbe maggiori cure, ma anche le stesse piante
verrebbero meglio coltivate.
Siccome la riuscita della conservazione dipende assai dallo stato
di maturità che viene colta la frutta, cosi è indispensabile che noi
permettiamo alcuni cenni sulla maturazione.
(1) G. Rovesti. — Conserve alimentari vegetali. Biblioteca Ottavi 1906.
M. Marval. — Ma pratique des conserves. Paris 1911.
G. Pellerin. — Denrées alimentaires. Paris 1911.
A. Rolet. — Les conserves de fruits. Paris 1912.
X. Roeques. — Les industries de la conservation des aliments. Paris WO.'j.
2. — Funzione del frullo. Avvenuta la fecondazione dell' ovario,
comincia subito nel medesimo ad aflluire le diverse sostanze nutritive
di natura organica e minerale elaborate dalle foglie e rami. Cosi av-
viene che il frutto a poco a poco si ingrossa e, lino che rimane di
color verde, assinmla e respira come le foglie
Coir assimilazione dell'anidride carbonica dell aria, di questa Iraltiene il carltonio
ed emette T ossigeno. 11 carbonio colle sostanze nutritive che hanno cniigrulo colla
linfa, ne forma di altre. Colla respirazione assorbe dell'ossigeno il quale combinandosi
con una parte delle sostanze nutritive, provoca la combustione o consumo di queste
sviluppando calore, calore necessario per fornire alle cellide l'energia per aumentare di
volume e per moltiplicarsi, a misura che il frutto ingrossa.
Trasformandosi o scomparendo la clorolìlla anche il processo di
assiinilazione si arresta ed allora rimane l'unica funzione della respi-
razione come nelle prugne e nelle ciliegie. La respirazione piti attiva
la si ha nel periodo della fioritura e dopo |)oco tempo diminuisce
continuamente fino a (juando il frutto comincia ad ammezzire. In
questo stadio la respirazione è i)ressocchè insensibile.
Perchè lo sviluppo delle frutta sia attivo occorre l'azione simul-
tanea dell' aria, della luce, dell' umidità e di un certo grado di calore.
L'aria come abbiamo veduto è necessaria per l' assimilazione e
respirazione; la luce ha veramente una minima influenza nella forma-
zione dei materiali componenti il frutto. Ciò e stato dimostrato dal
MuUer Thurgau coH'uva il quale ha constatato che i grappoli maturati
al coperto della luce contenevano eguale quantità di zucchero di quelli
soleggiati.
Tab. XXXI.
Influenza dei raggi solari sulla composizione dell'uva.
Uva del tralcio
completa- coperto da 1 coperto da
mente ' una tela i un» tr'-
soleggiato I bianca neri
per il frutto. ! .„ . ji • /•
Temperatura media m C"
conponenti trovati in un Icg. di foglie e , ^„™-;|,„ "-J^« [ ""^,lf
tralci che forniscono il materiale di riserva I °'' I
Glucosidi . . 12.'i01
Acido tartarico 3*'*^
Anidride carbonica delle ceneri . 3.071
Ceneri
Calce
15.412
2.181
Potassa '^^^
Anidride fosforica
0.215
•JT.Vi
:«.«J
8662
6.690
i 1.%-.
2.404
1 0.442
12.817
8.221
1.918
0,877
2.578
1 1.349
O.IW
0.072
- 340 -
Non così avviene se invece la pianta od anche soltanto il ramo che porta i frutti, ven-
gono tenuti riparati dalla luce. Allora si ha una notevole diminuzione di zucchero e di
tutti gli altri componenti utili. Il Dott. Maccagno ha ciò dimostrato, analizzando il con-
tenuto dei pampini uviferi; il Dott. Giorgio Ritter ha recentemente pubblicato i risultali
della sua esperienza, analizzando l'uva (Vedi Tab. XXXI).
L'umidità è necessaria costantemente specialmente nel periodo del maggiore svi-
luppo del frutto.
La temperatura ha sopratutto influenza nelle trasformazioni che subiscono gli
elementi organici del contenuto del frutto. A 5" C. il processo di maturazione si arresta,
mentre essa si compie fra un minimo di 15» C. ed un massimo di 30" C.
3. — Sintomi della maturazione. Benché sia indubitabile che un
frutto pervenuto allo stato naturale della sua intera crescita, possa
essere staccato dell'albero senza alcun inconveniente, non per questo
è vero che sia quello il momento della sua maturità. La pera, la mela
e molte altre frutta di questo genere si adattano a questa pratica, ma
non maturano che gradatamente dopo la raccolta. Dunque il completo
sviluppo delle frutta non indica uno stato assoluto di maturazione, ma
il momento possibile della raccolta. Ciò significa, che quando la frutta
è arrivata allo stato finale della sua crescita in volume, benché le ap-
parenze esterne siano contrarie, e la polpa, per es., sia consistente, e
l'epidermide sia di color verde più intenso, pure da quel momento
può essere separata dalla pianta madre, e in conseguenza passare al
fruttaio per esservi conservata. Ma tutto questo non costituisce la vera
maturazione della frutta.
La maturazione è uno stato totalmente diverso. La natura ce lo
insegna ogni giorno, e in un modo ben chiaro. Quando il momento è
arrivato, la frutta si distacca spontaneamente dal ramo e cade a terra.
Questo è il punto finale della compiuta maturità, e tutte le condizioni
vi si trovano riunite per provarla col fatto.
Dìfatti quando il frutto ha raggiunto il massimo del suo sviluppo,
staccandolo dalla pianta, porta seco tutti i succhi nutritizi che concor-
rono a formare la maturazione. Questi succhi sono rinchiusi in tante
cellule che costituiscono la polpa, la quale diventa molle, succosa, dolce;
le cellule si ingrandiscono rapidamente con notevole assotigliamento
delle pareti ; le fibre si riducono in filamenti delicatissimi. I succhi si
spandono, ne avviene un processo chimico interno mercé il quale,
coll'infiuenza dell'aria, della luce e del calore, i succhi che erano prima
succosi, aspri ed acidi, perdono gli elementi che li costituivano tali, e
diventano zuccherini ed aromatici.
Tali sono le fasi diverse delle maturazione, le quali sono piti o
meno apparenti secondo il caso, il tempo e le circostanze di calore,
luce ed aria a cui i frutti vengono sottoposti.
Profittando d'un tale insegnamento, si è imparato la possibilità di
protrarre la maturazione quasi a piacimento e di ciò parleremo in ap-
positi capitoli, che tratteranno della conservazione della frutta. Ora
veniamo a parlare dei segni indicanti lo stato finale della crescita della
frutta, e quelli della sua definitiva maturità.
- 341 -
La risposta a questo doppio quesito non può essere precisa in
quanto che, il punto fìsso della crescita finale, dipende dalle circostanze
locali, dal clima, dalle variazioni atmosferiche, e dalle varietà delle
specie coltivate, ciascuna delle quali può avere, secondo il silo, delle
abitudini particolari. In generale, quando la frulla cessa di crescere, si
comincia a trovare in terra qualche frullo precursore che richiama l'atten-
zione del pratico; è ([uesto un segno approsimativo di possibile raccolta.
Indipendelemente da questo segno; quando la parte del frutto
esposta al sole mostra colori più o meno vivi; quando il penducolo
comincia ad aggrinzarsi e senza sforzi si distacca dal ramo; (juando
le foglie dell'albero cangiano di colorito ed appariscono giallastre, è
allora il momento di pensare alla raccolta delle frutta. (C\ò vale spe-
cialmente per le pere e le mele autunnali e vernine;. Ma questo è il
primo grado della maturazione. Il secondo è quello in cui il frutto
conservato in fruttaio, divenuto molle, è arrivalo al punto vero della
commestibilità. Per questo, la prima regola é fondala sulla consistenza
del frutto; la seconda, sul colorilo dell'epidermide che, nella maggior
parte delle pere, ingiallisce.
Quando i succhi nutritizi contenuti nel frullo, dopo aver termi-
nato le loro funzioni cessano di essere attivi, il frutto è maturato.
Allora soprabbondandovi, non possono più slare al di dentro, né intorno
alle membrane che formano la polpa, senza impregnarle, immergerle,
ammolirle e far loro provare una specie di dissoluzione. Tale è la
causa della mollezza dei frutti la quale, giunta a un certo grado, è il
miglior segno della loro maturità.
Ma questo "segno non è generale per tutte Io fruita. Alcune pere
dette di polpa consistente, quasi tulle le mele rimangono dure, o si
ammolliscono pochissimo, mentre molle pere, tulle le prugne, le albi-
cocche, le pesche sono considerate mature, solo quando hanno acquis-
tato un certo grado di mollezza.
Un altro segno per conoscere la maturità di certi fruiti, come la
pera e la mela, è quello indicalo dal colore dei granelli che stanno
racchiusi. Quindi, prima di fare la raccolta, sarà prudente aprire alcuni
frutti e vedere se i granelli hanno preso la tinta nera o tendente al nero.
Finalmente si deve dire che ogni frutto ha un segno particolare,
che di rado inganna un occhio pratico, che l'abitudine insegna.
lì' questo un certo volume, una forma data, una gradazione speciale
nel colorito, una tal quale leggera flessibilità della polpa, la facilità più
o meno di distaccarsi dal ramo, che la pratica ed il paragone fanno
conoscere.
342
IL
Fasi della maturazione.
Componenti chimici delle frutta.
Nella fruttificazione conviene distinguere 4 fasi o periodi.
1. — I.o Periodo o fase acida. Queslo periodo dura fino a quando
la buccia rimane verde. Avviene in questo periodo che i frutti assimi-
liano e respirano, perciò producono della sostanza organica, ma la
maggior parte di questa viene portata dalla linfa elaborata dalle foglie
e dalle altri parti verdi della pianta.
In questo periodo i frutti aumentano notevolmente di volume, si
arricchiscano di acidi organici, di sostanze tanniche e di amido, tanto
che per il sapore che hanno i frutti, viene chiamata questa la fase acida.
2. — IL" Periodo o fase zuccherina. Esso comincia quando la buccia
perdendo la clorofilla prende un colorito diverso del verde. Perdendo
la clorofilla cessa l'assimilazione del carbonio ma continua attivamente
la respirazione, trattenendo l'ossigeno.
Mentre il frutto continua ad aumentare, ma di poco, il peso ed il
volume; gli acidi lentamente scompariscono e subentrano gli zuccheri,
si sviluppano gli aromi di cui alcuni sono idrocarburi, altri degli eteri.
Da questo ne segue che il frutto, dapprima acerbo, per l'eccedenza di
acidi e di tannino, con l' ossidazione di questi corpi si dolcifica ed
acquista profumo ed aroma.
In questo periodo di maturazione, i mutamenti che avvengono nella composizione
del frutto sono i seguenti.
11 succo del frutto mentre aumenta in qjiantità colla maturazione si arrichisce di
sali minerali ed organici aumentando naturalmente anche il suo peso specifico.
Lo zucchero viene in parte direttamente dalle foglie, in parte è dovuto alla saccari-
ficazione dell'amido ed in parte alla decomposizione degli acidi organici e sostanze
tanniche. Il saccarosio derivato dell'amido, in contatto dell'inverlina, si sdoppia in
glucosio e levulosio. Se l'invertimento è completo come nell'uva, nelle ciliegie, nel ribes
e nel fico, non rimane traccia di saccarosio, a maturazione completa. Per lo più però è
incompleto come nelle pesche, susine, albicocche, pere, mele, banane e arance.
Secondo Marcadante, lo zucchero può anche prodursi nelle susine verdi mediante
l'azione dell'acido malico sulla gomma, la quale perciò viene necessariamente a dimi-
nuire.
È specialmente il calore che favorisce la formazione dello zucchero il quale aumenta
lino alla maturazione.
Lo zucchero è pressocchè in quantità eguale nelle pere e nelle mele. Nelle mele
prevale il levulosio. In 100 cm.^ di succo si trovano da gr. 0.75 a gr. 6.27 di zucchero greggio
Sopra 100 parti di zucchero invertito si tovano parli 8.5 a 96.9 di saccarosio.
Naturalmente la composizione del succo e della polpa di frutta varia per la stessa
pecie, colla varietà, col terreno, clima, concimazione ed età.
- :u-A —
In 100 cm.^ di succo si trovano in medie lo seguenti ([uanlilà di /.ucchcro RrcRgio.
Nelle pere e mele . -r o.".'. a 0.27
pesche . . ,7.5
susine Mirabelle . (;i)«
R. Clandie . 6.0U
, „ Zwetschen . 5.5
La proporzione in cui si trova il glucosio col saccarosio varia cogli stadi di matu-
razione del frutto. Nelle arance, la materia zuccherina al principio del periodo di matu-
razione è costituita dal solo glucosio poi ad un rlalo momentn rimane quasi invarialo,
mentre subentra il saccarosio che aumenta sempre lino a maturazione tomplela
A differenza degli altri frutti nei iiuali al i)rinclplo della maturazione domina il
levulosio, nell'uva domina il destrosio o glucosio e soltanto a maturazione completa il
levulosio si pareggia col glucosio.
Gli albuminoidi emigrano coslaulemenle dai rami e dalle foglie lino al momento
che si concentrano nei semi. Successivamente diminuiscono.
11 cellulosio aumenta costantemente fino alla maturazione e nell'ultimo tempo di
questo periodo, probabilmente una parte si converte in zucchero.
Il pectosio che è associato alla materia legnosa, per l'azione combiiuita del calore
e degli acidi, si riduce in pectina solubile e j)oi in gelatina vegetale, <|uando la polpa
comincia a rammollirsi.
Le gomme, le miicilaggini, i gnissi, i quali devonsi considerare come materiali di
demolizione specialmente degli idrati di carbonio (cellulosa, amido, etc.) aumentano
lino alla fase del ranimollniento della polpa. 1 grassi si formano nei semi per meta-
morfosi dell amido.
Le sostanze lanniche che sono lauto abbondanti nel I Periodo, in questo secondo
periodo diminuisce tanto che nei frutti iiuituri non se ne trovano più A loro si deve
il sapore aspro delle frutta acerbe. Questa scomparsa pare che la si debba al fatto, che
le sostanze tanniche solubili diventano insolubili cristallizzando oppure formano dei
glomerati che si depositano sulle pareti delle cellule.
Di alcaloidi finora non se ne sono trovati nei nostri frutti
Gli acidi organici emigrano dalle foglie nei frutti, però pare che cambino il loro
carattere chimico. modiJìcandosi. L acidità aumenta lino che il frutto aumenta di volume.
Se in seguito si nota una diminuizionc. la si deve alle combinazioni che avvengono
colle basi, formando dei sali oppure alla loro combustione in contatto collosslgeno od
infine a reazioni diverse. Ogni specie di frutto ha un acido organico speciale. Cosi le
mele l'acido malico, gli agrumi l'acido citrico, i susini lacido succinico. eie Haramente
però si trova un solo acido, cosi nell'uva ne abbiamo parecchi ma principalmente
lacido malico, tannico e tartarico.
Neil uva lacido tannico e malico scompaiono colla maturazione mentre 1 acido
tartarico aumenta rimanendo in parte libero ed in parte combinandosi colla potassa,
formando il tartarato acido di potassa. Quando 1 uva è matura l'acidità dovuta all'acido
tartarico o tartarato non aumenta.
Delle materie coloranti, la clorofilla scompare in molte frutta e le altre materie
coloranti proprie ad ogni frutto si formano colla maturazione sotto lazione della luce.
Nell'uva, la sostanza colorante rossa (eritrofilla) si forma quando cessa l'assimilazione
del carbonio da parte dell'acino e deriva dal tannino.
In quasi tutti i frutti la materia colorante si accunuda nelle cellule epidermiche
mentre nelle ciliegie rimane sparsa in tutta la parte del frutto.
I sali minerali aumentano fino alla completa maturazione. K notevole nell'uva, la
costanza di un eccesso di potassa non combinala coll'acido tartarico, ad onta della pre-
senza di acido tartarico libero.
La fine quindi del II.» Periodo di maturazione, che per maggior
parte dei frutti è la maturazione commestibile, è caratterizzata:
- 344 —
a) della scomparsa dell'amido, delle sostanze tanniche e della
maggior parte degli acidi organici ;
b) dal massimo contenuto di zucchero.
La trasformazione delle sostanze componenti il frutto nei diversi periodi di svi-
luppo, si rilevano delle seguenti analisi fatle a periodi quasi eguali dalla fioritura alla
maturazione.
Tab. XXXII.
Contenuto percentuale di alcune frutta fresche (Ritter).
SPECIE E VARIETÀ
Solubili nell'acqua
Insolubili
neir acqua
A. Mele.
Ranetta d'Inghilterra. . .
Borsdorf
Pearmaine dorata d'inverno
Agostana
B. Pere.
Re del Wùrttemberg . . .
Sanguigna
Di Siegel
C. Susine.
Azzurra scura
Rosse scure
I). Ciliegie.
Duracina rosso chiara . .
Nera
Nera dolce
E. Lampone.
Di bosco
Da giardino ......
F. Ribes.
Rosso I
, II
Bianco
9.25
7.61
10.36
5
1.99
6.44
13.11
3.43
10.7
2.8
4.45
4.78
6.44
7.69
0.53
0.61
0.48
0.96
0.08
0.21
0.35
0.32
0.56
1.38
1.46
0.48
0.23
0.43
0.37
0.85
0.43
0.96
0.15
0.12
1.80 ]
6.85
5.11 !
5.37 i 0.5
2.07
3.18
2.31 0.45
1.84 0.49
2.26 0.30
2.27
0.47
2.8
0.45
0.09
0-64
0.08
0.69
0.72
0.24 I -
14.05
6.98
4.61
4.48
4.14
345
Tab. XXXIII.
Contenuto in grammi di una pera.
(Varietà : Pera di Salisburgo).
DATA
1
2
V
ì
1
Albu-
minoidi
Legnoso
Pectina e
Destrina
26 Maggio
0.108
0.001
0.0004
0.0066
0.002
0.0017
0.0103
5 Giugno
0.595
0.0027
0.0009
0,0298
0.04
0.0068
0.0448
15
1.62
0.0077
0.0017
0.0736
0.19
0.0198
0.1672
25 „
2.9
0.018
0.0031
0.123
0.42
0.026»
0349
5 Luglio
3.94
0.036
0.0(M2
0.121
0.68
».tM3
0.4358
15
1 6.26
0,095
0.0083
0.167
0.99
0.057
0.7627
25
; 11.38
0,218
0.0245
0.252
1.17
0069
1.3165
4 Agoslo
16.03
0.637
0.0657
0.207
1.21
0.068
1.7023
14
24.99
1.66
0.0763
0.229
1.34
0.079
2.0437
24
31.22
2.23
0.094
0.282
1.2«
0.098
2366
3 Settembre
1 36.14
3.59
0.138
0.242
1J>9
0.065
1.675
8
37.24
4.18
0.111
0.227
i.2:«
0.101»
2.37
c2
0.13
0.72
2.08
3.81
5.26
8.:{4
14.43
lo.iri
30.52
37.57
43.14
45.5
Tab. XXXIV
Composizione percentuale dell'uva spina fresca (Ritter).
- — ^
— ^
4»
DATA
1
S
1
■^1
^1
1.0«
£
-
II
7 Giugno
-
1.736
13
88.8
1.826
1.52
1.6
o.lòl
H.O-'l
.) Il
16
88-8
2.06
1.51
1.6
0.614
0.603
4.81
20
88.4
2.08
1..>1
1.87
0.813
0.626
4.67
23
88.3
2.50
1.61
1.92
-
0.614
—
27
88.-
2.54
1.76
1.95
0.84
0.624
4.:io
30
87.9
2.58
1.90
2.14
—
0.617
—
4 Luglio
87.7
2.62
1^
2.14
0.911
0.627
4.15
7
11
87.7
87.7
2.76
2.76
1.88
2.01
1.87
0.885
0.623
0.613
4.14
14
87.6
2.78
1.67
1.87
0.^
0.617
4.-57
17
87.7
2.80
1.66
1.84
0.744
0.541
4.71
21
87.3
3.02
1.68
1.84
—
0.553
25
86.-
3.14
1.78
1.84
0.838
0.565
5.80
28
85.7
3.30
1.70
187
0.84
0.553
6.03
1 Agosto
85.2
3.82
1.58
1.87
0.917
0.532
6.1
4
83.5
4.45
—
1.79
—
0.503
—
8
81.il
.-,:,!
I .':
1 cs
1 122
(1 1 1 '.
"HI
346
Tab. XXXV. Composizione percentuale della sostanza secca
dell'uva spina (Bitter).
DATA
Zucchero
Acido
malico
Albu-
minoidi
Grassi
Cenere
Sostanze
non azotate
13 Giugno . .
16.3
14.28
13.6
4.3
5.58
45.94
16 „
18.42
14.28
13.5
5.49
5.39
42.92
20 „
17.3
16.12
13.3
7.1
5.4
40.18
23 ,
21.3
16.39
13.8
—
5.25
—
27 „
21.1
16.25
14.7
1.-
5.2
33.75
30 „
21.3
17.68
15.5
—
5.1
—
4 Luglio . .
21.3
17.4
15.-
7.5
5.1
33.7
7 .
22.4
16.34
15.3
7.2
5.08
33.68
11 ,
22.4
15.2
—
—
5.03
—
14 ,
22.4
15.08
13.5
6.9
4.98
37.14
17 „
22.7
14.96
13.5
6.2
4.4
38.24
21 „
23.8
14.53
13.25
—
4.36
—
25 ,
23.8
13.85
13.25
6.21
4.19
38.7
28 „
23.5
13.42
12.18
6.-
3.95
40.95
1 Agosto . .
25.8
12.S
10.68
6.2
3.6
41.22
4 ,
26.9
10.85
—
-
3.05
—
8 ,
30.6
9.28
8.7
6.2
2.45
42.77
3. — II i//." periodo è quello nel quale il frutto diviene mezzo,
ossia uno stato che sta fra il maturo ed il fradicio e che per alcune
frutta come le nespole, sorbe, i kaki e qualche varietà di pere ricche
di tannino, questo stato ò necessario per renderle commestibili.
Nelle frutta secche invece (mandorle, noci ecc.), si dissecca il mallo
e rimane il guscio avvenendo una diminuzione di peso del 70-85 7o-
In questo periodo, nella frutta polposa si lia una notevole dimi-
nuzione di sostanze organiche e specialmente di acidi organici, di
amido, di tannino e di zucchero. Gli acidi si uniscono in parte alle
aldeidi in formazione per dare degli eteri a contatto dell'alcool, eteri
che danno il profumo ai frutti.
Questi processi avvengono indipendentemente dall'atmosfera in cui
tenuti i frutti ma hanno uno sviluppo più o meno rapido a seconda della temperatura. In
alcuni frutti ricchi di acidi e di amido, durante questo periodo si nota un aumento
progressivo di zucchero. Per questi bisogna concludere che i suddetti composti si tra-
sformano in zucchero.
Degli acidi, quello citrico ha bisogno di una temperatura molto elevata per scom-
parire ed è per questo che gli aranci maturano soltanto nei paesi molto caldi e l'uva
dei paesi meridionali è meno ricca di acido tartarico di quella dei climi temperati.
L'acido malico scompare ad una temperatura ancora più bassa ed è per questo che le
mele maturano in un clima meno caldo di quello della vite.
Da questo si deve concludere, che dopo raccolte le frutta, colla
temperatura dell'ambiente in cui si tengono, si può regolare la scom-
parsa dell'acidità e quindi regolare il tempo della maturazione.
- 347 -
Dopo gli acidi scompaiono i composti tannici a qualunque tem-
peratura. La peciosi o gelatina di fruita che si forma, riempie le lacune
dei tessuti avviluppando completamente le cellule. Queste, In tal modo
private dell'aria devono, per continuare a vivere, cambiare il loro
modo di esistenza. Da aerobiche che erano lino a questo momento
diventano anaerobiche e si comportano come veri fermenti, determi-
nano una leggera fermentazione dello zucchero che contengono pro-
ducendo dell'alcol, dell'anidride carbonica, degli eteri che si spandono
nei tessuti.
E' a questi processi che si deve attribuire la diminuzione del tan-
nino e dello zucchero il quale ultimo deve anche mantenere la re-
spirazione.
Ed è allora che il frutto diventa succolenlo, saporito, profumato,
vinoso, zuccherino. La buccia prende un colorito seducente, giallo
pallido o rossastro ed è questo il momento che bisogna consumarlo.
Esso ha acquistato in questo momento il suo massimo valore e dura
poco tempo per entrare poi nella disgregazione. A questo punto si
fanno arrivare specialmente le pere e le mele nei locali di conservazione.
Per alcuni frutti la scomparsa del tannino e la formazione della
pectasi produce l'asfissia immediata delle cellule per la privazione
dell'aria.
I tessuti dei frutti diventano di color bruno e si rammolliscono,
ammezziscono, come le nespole, le sorbe, i kaki.
L'ammezzimento per non confonderlo coli' infracidimento, comincia sempre dal
centro, perchè è nel centro che per primo risente la privazione dell'aria e poi in via
centrifuga si estende verso la periferia ed arriva da ultimo sotto alla buccia. Non è
dovuto quindi questo slato a malattia ma è uno stato finale di maturazione naturale
di alcuni frutti polposi ricchi di acidi e di tannino. I tessuti ammezziti non hanno
sapore ed odore disaggradevoli.
4. — // /F.» ed ultimo periodo è quello deW infracidimento, alla line-
dei quale i semi rimangono liberi.
L' infracidimento è dovuto a dei microorganismi, a dei batteri
venuti dall'esterno e penetrati nel frutto per le screpolature o ferite
della buccia. In questo caso il fracido comincia dall'esterno e va verso
l'interno. I tessuti emanano un odore disaggradevole ed in una parola
mentre l'ammezzimento devesi considerare come uno slato fisiologico,
r infracidimento è uno slato patologico del frullo provocalo mollo dalle
ferite che fanno gli insetti.
5. — La maturazione delle fruita raccolte anticipatamente. 1 frutti
raccolti anticipatamente hanno naturalmente una composizione diversa
da quando sono maturi. Se poi al frullo si lascia attaccalo il ramo che
lo portava e se per qualche tempo questo lo si mantiene in vita, con-
tinua l'immigrazione da questo e perciò il frutto andrà acquistando
una composizione che più si avvicina a quella della maturazione na-
turale sull'albero.
Anzitutto lo zucchero e l'amido passando dalle foglie al frutto,
producono un aumento di ricchezza zuccherina.
— 348 —
Però le frutta in genere se raccolte molto tempo prima sono più
piccole, hanno un peso specifico minore, e la polpa va soggetta a delle
alterazioni. I frutti carnosi invece, se tenuti in un ambiente asciutto, ne
guadagnano.
Ricerche sull'uva dimostrano che questa se raccolta ad un certo
grado di maturità, continua la sua maturazione, indipendentemente
dal legno che la portava. Così aumentano il cellulosio e le sostanze
gommose. 1 grappoli però maturati sul ceppo, acquistano una notevole
e maggiore ricchezza zuccherina e di acido tartarico non aumenta però
dopo l'ammezzimento. La gomma ed il cellulosio aumentano di poco
dopo r ammezzimento mentre l'acido tannico aumenta.
Le mele se raccolte immature o perchè cadute o ferite, collocate
in un ambiente caldo, diventano più dolci perchè una parte dell'acqua
evapora e perchè dell'amido si converte in zucchero. L'acidità tannica
invece diminuisce.
III.
Raccolta delle frutta.
1. — Questa è una operazione importante che devesi fare con
riguardo per evitare ammaccature, lacerazioni, che fanno andare a
male di solito le frutta.
Dobbiamo anche avvertire, che sopra una medesima pianta lo
sviluppo delle frutta non compiesi in modo uniforme e regolare. Da
ciò ne consegue che la raccolta deve essere successiva, graduale e fatta
a più riprese.
La raccolta di solito si comincia dagli alberi meno vigorosi, più
vecchi e più esposti ai raggi solari. 1 primi ad essere spogliati devono
essere i rami della cima, perchè più battuti dal vento.
2. — Le frutta a nocciolo e le varietà estive ed autunnali di quelle
a granella che devono servire per il consumo locale, si raccolgono
quando, con una lieve torsione, si staccano dal ramo. Se destinate a
lunghi trasporti, è necessario raccoglierle due o tre giorni prima della
maturazione, a seconda della distanza a cui devono essere spedite.
3. — Le pere e mele invernali si colgono quando hanno raggiunto
il pieno loro sviluppo, quando si stacca con facilità il peduncolo e
prima dei geli. Staccate troppo presto, queste frutta si raggrinzano
senza che avvenga la completa maturazione e la polpa si fa sugherosa
e scipita; colte troppo tardi, dopo aver sofferto per la brina, si con-
servano meno e la polpa si disfà agevolmente, rimanendo scipita e di
un colore sbiancato e pallido. Alcune varietà autunnali di pere, come
la Duchessa d'Angoulème e Clairgean, se raccolte alquanto immature,
restano è vero meno grosse, ma prolungano la loro maturazione.
— 34 i)
4. — Per quanto è possibile, si sceglie, per la raccolta, una gior-
nata di tempo asciutto, ventilato e bello. Per le piante a nocciolo, e
specialmente per le pesche, si raccolgano le frutta alla mattina quando
è scomparsa la rugiada, oppure alla sera, quando non fa molto caldo.
Per le pere e mele che si devono conservare nel fruttaio durante
l'inverno, è consigliabile di fare la raccolta dopo mezzogiorno lino
si portano in una rimessa
per
alle sedici. Dopo raccolte, si portano in una rimessa acciò si rallred-
dino, e si lasciano colà
una quindicina di giorni, come
vedremo in altro capitolo, per
allogarle poi nel fruttaio d'in-
verno.
Il miglior modo di racco-
glere le frutta si è quello di
staccarle ad una ad una e a
mano, torcendo il picciolo e
l)adando di non comprimerle;
poiché le ammaccature pro-
ducono delle macchie brune,
che determinano la putrefazio-
ne. Le pesche delicate delle
spalliere, per non guastare la
peluria, si raccolgono con la
mano munita di una foglia di
vite, per non toccare diretta-
mente il frutto con le dita.
Per le fruita della sommità de-
gli alberi, bisogna servirsi di
una scala doppia, oppure di appositi strumenti, chiamati
raccoglitori. Questi non sono che forbici a pertica, sotto ai
quali si trova una piccola rete a guisa di borsa, per rac-
cogliere il frutto spiccato dallo svettatoio (fig. 242).
Bisogna assolutamente bandire del tutto l'abbacchiatura
della frutta e lo scuotimento dei rami, e ciò non soltanto per
la ragione che le frutta, cadendo a terra, vanno soggette a
contusioni ; ma anche perchè operando in tal modo, si gua-
stano le borse e le lamburde che si formano alla base del picciolo.
Per questa ultima ragione raccomandiamo anche, nel raccogliere le
frutta, di torcere il picciolo e non di strapparlo.
Le frutta devono essere trasportate con somma diligenza epperciò,
appena spiccate, si pongono in larghi e bassi canestri, nei quali non
ci possano stare più di due od al massimo tre strati di frutta.
Il canestro usato dai frutticultori di Montreuil ha le seguenti
dimensioni : lunghezze 65 cm., larghezza 48 cm., profondità 25 cni. Prima
di porre le frutta nei canestri, è bene guernire
carta, di paglia o di muschio secco e.
il fondo di ritagli di
trattandosi di frutta delicate,
— 350 -
come le pesche ed albicocche, conviene frapporre anche fra le stesse
frutta delle foglie fresche dello stesso albero, oppure di vite.
Le frutta raccolte si portano coi panieri in un luogo asciutto, ven-
tilato, non abitato e riparato dal sole e dagli insetti, per i quali ultimi
consiglierei di difendersi, riparando le finestre con delle reti di filo di
ferro. Questo locale può essere una rimessa, un granaio, purché sia
ampio, né troppo freddo né troppo caldo. Deve essere anche arredato
di tavole o stuoie, sopra le quali si distendono le frutta di mano in
mano che vengono portate. Nel distenderle, si fa una prima separazione
delle frutta contuse, ferite o che cominciano a guastarsi.
In questo locale, chiamato fruttaio d'estate, si lasciano le frutta
invernenghe per 8 o 10 giorni, e l'uva da serbo anche per 20 e più giorni
fino che il peduncolo comincia ad avvizzire, acciò si asciughino dalla
umidità superficiale e per vedere se v'è ancora frammista della frutta
che minaccia di guastarsi. Passata quest'epoca, si portano nel fruttaio
propriamente detto, dove si tengono fino al momento del consumo e
cioè per tutto l'inverno e parte della primavera.
È ovvio aggiungere, che tutte le frutta d'immediato consumo e cioè
quelle estive, autunnali, si portano anche nel fruttaio d'estate dove si
imballano, per essere spedite alla loro destinazione.
Per la raccolta delle singole specie di frutta verrà trattato in par-
ticolare nella parte speciale di questo libro.
IV.
Importanza delle frutta nella nostra alimentazione.
1. — In ogni periodo storico, presso tutti i popoli, le frutta costi-
tuirono sempre uno dei cibi più ricercati. Oltre essere oggetto di com-
piacimento contribuiscono a rendere la nostra alimentazione più variata
e razionale.
Il consumo delle frutta é naturalmente maggiore nelle popolazioni
di campagna, meno intensivo é il loro uso negli abitanti di città dove,
in certe stagioni, le frutta costituiscono un alimento di lusso.
Mentre deve essere cura del frutticoitore di rendere sempre più
basso il prezzo di produzione per generalizzare il consumo delle frutta,
non è meno interessante di far conoscere e divulgare l'importanza che
esse hanno nella nostra alimentazione.
2. — Le olive, le mandorle, le noci e le nocciole sono le frutta più
ricche di grassi ; meno le banane e le castagne, sono generalmente
povere di amido ed abbastanza ricche di cellulosio, il quale però bi-
sogna considerarlo per l'uomo come una materia ingombrante ed assai
poco digerita.
L'elemento però che predomina é la materia zuccherina che con-
ferisce buon gusto al frutto e che é totalmente digerita ed assimilata
più dell'amido. Gli zuccheri sotto qualsiasi forma sono quindi elementi
di primo ordine.
- :sr>i -
Gli acidi vegetali sono vari. Nelle pere, mele, susine, albicocche e
ciliegie, troviamo l'acido malico ; nelle uve, l'acido malico e tartarico ;
nell'uva spina e nel ribes, l'acido citrico e malico; negli agrumi l'acido
citrico e cosi via. Questi acidi sono elementi calorigeni poiché intro-
doUi nel nostro organismo si decompongono in acido carbonico, svi-
luppando calore e producendo una certa energia che non è però pa-
ragonabile a quella prodotta dalle sostanze azotate, dai grassi e dagli
idrati di carbonio.
Di sostanze azotate le frutta sono generalmente povere. Kccetto che
nelle castagne e noci in cui arriva da 12 al 23 7^ della sostanza secca,
tutte le altre frutta ne contengono da 8,4 a 9,6 7(,. In media quindi le
frutta non contengono la quantità di sostanze azotate delle patate; il
riso, che è il seme farinaceo più povero di sostanze azotate, ne con-
tiene 8,9 7o; i cavoli fiori 18,9 7o;i piselli 29 7o ; gli spinacci 32,fi 7^
della sostanza secca.
Come si rileva dal seguente specchietto, le frutta contengono assai
poche sostanze minerali, meno ancora di qualsiasi ortaggio.
In M) PAini DI CENEHiv
tenere p. O/o — — — .^ ^ -
dellii sost. secca Potassa Soda Calce Mapsesia
Rape 10,55 17,5 11,6 14,2 8,5
Cavoli fiori .... 11,27 26,4 10,2 16,7 2,3
cappucci . . 10,80 37,8 14,4 9,4 3,5
Spinaci 16,50 16,6 35,:^ 11,9 6,4
Lattuga cappuccia . 18,— 37,6 7,5 11,7 6,2
Mele 1,7 41,8 — 8,8 5,0
Pere 1,G 58,6 — 6,5 5,6
Susine 2,1 69,4 2,3 4,0 4,9
Ciliegie 2,2 50,1 - 7,0 5,2
Fragole 3,4 45,5 6,9 12,5 4,7
Mirtillo 2,9 .37,1 5,2 8,0 6,1
Mandarini .... 2,7 47,1 2,8 22,8 5,7
Castagne 2,4 56,7 7,1 3,9 7,5
Noci 2,1 31,1 2,2 8,(i 13,0
L'inferiorità delle frutta per il loro contenuto in sostanze ntinerali
risulta ancora più evidente se si considera come qui appresso, le ceneri
contenute dai diversi cibi necessari per il mantenimento di un lavo-
ratore il ([uale ha bisogno di elaborare giornalmente 3080 calorie.
Col Ceneri Potassa Soda Calce Magneti» Acido fosfor.
Pane di frumento . . gr. 6,9 2,1 0,1 0,2 0,8 3,4
Noci 8,8 2,7 0,2 0,7 1,1 3,8
Pere „ 13,9 5,0 3,6 1,2 0,7 1,3
Cavoli cappucci . . . „ 104,5 39,5 15.0 9,8 3,6 13,8
Spinaci „ 198,6 33,0 70,1 23,7 12,7 20,8
- 352 -
Le cifre che si riferiscono alle noci possono ritenersi eguali per
tutti i frutti secchi e quelli delle pere, per i frutti freschi.
Come si vede, notevolissima è la differenza della quantità di ceneri
in confronto cogli ortaggi. Degli elementi minerali, la potassa è quella
che prevale. La maggior parte delle basi è combinata cogli acidi vege-
tali cosi da formare dei sali che nel nostro organismo poi si decom-
pono formando dei carbonati alcalini. Gli acidi solforico, cloridrico e
silicico, mentre abbondano negli ortaggi, nelle frutta sono in quantità
limitata.
Pur non attribuendo all'acqua contenuta un valore alimentare è
bene però far noto che l'uva ne contiene più delle patate ; le banane
come le patate ; le pere, mele, susine, ciliegie e lampone, contengono
molto meno acqua di molti ortaggi che si mangiano giornalmente.
3. — Come si vede, le frutta bisogna considerarle come alimenti
ricchi di zuccheri ed acidi vegetali ma poveri di sostanze azotate e di
elementi minerali. Colle frutta soltanto, l'uomo non può vivere ed è
errata la credenza che ci siano dei popoli che vivono di sole frutta.
Si dimentica che questi popoli selvaggi hanno a loro disposizione i
prodotti della caccia e della pesca.
Non per questo bisogna escludere le frutta dalla nostra alimenta-
zione e come l'uomo non può vivere di sola carne, latte, uova, spinaci,
ecc., così è necessario che nella sua alimentazione faccia uso anche
di frutta.
Le proprietà termodinamogene delle frutta ossia la proprietà di
produrre calore onde soppei'ire alle continue perdite di energia del-
l'organismo sono abbastanza notevoli, come si rileva dai seguenti dati
forniti dall'Istituto fisiologico della Università di Berlino :
Noci danno 707 calorie
Pane di frumento. . „ 252 „
Carne „ 98 „
Patate „ 98 „
Banane „ 97 „
Pere „ 69
Uva „ 68
Latte „ 67
Rape „ 57
Barbabietole .... „ 50
Cavoli verzotti ... „ 48 ,,
Spinaci „ 34 „
Ravanelli „ 12
Rispetto alla digeribilità, mentre noi sappiamo che gli albuminoidi
dei faiinacei e degli ortaggi vengono digeriti soltanto per metà, per le
frutta non sono state fatte ancora delle esperienze che meritino di
essere ricordate. Da alcuni dati raccolti dal Prof. Rubner dell'Istituto
sopra ricordato, sembra che ad esempio le ciliege vengano digerite
- 353 -
come e meglio delle barbabietole e del cavolo verzotto. Colle banane
si perdono nelle feci l'S % delie sostanze azotate.
In generale pare che l'assimilazione delle sostanze azotate dalle
frutta non sia inferiore a quella che si verifica cogli ortaggi, é eguale
a quella del granturco ed alquanto inferiore a quella del pane di fru-
mento e delle patate.
Nel calcolare la facoltà nutritiva delle frutta bisogna tener calcolo
dello stato di maturazione della loro freschezza e del modo con cui
vengono masticate. E' stato provato che nelle frutta immature assai
poche sostanze azotate vengono assimilate, che nelle frutta secche la
digeribilità di tutti gli elementi nutritivi viene notevolmente diminuita
e che ad esempio le molte sostanze azotate contenute dalle noci non
vengano assimilate se non sono bene triturate, macinale fra i denti e
bene insalivate.
Le sostanze però che facilitano la digestione, sono le cosidette
sostanze stomatiche contenute dalle frutta, quelle sostanze cioè appeti-
bili, che eccitano le secrezioni dell'apparecchio digerente e che rendono
anche le frutta più gradite. Queste sono gli zuccheri, gli acidi e
gli eteri.
Le frutta secche o conservate col freddo e collo zucchero, perdono
la loro fragranza e con essa la rispettiva digeribilità. Molti fruiti se
cotti come le castagne a 100", acquistano in digeribilità; le pere, mele,
susine, ciliegie la mantengono.
Le buccie ed i semi dei frutti non sono affatto digeribili e quindi
non conviene trangugiarli. Però si deve far notare che sbucciando
grossolanamente noi togliamo alle frutta delle proprietà stomatiche
poiché è precisamente sotto alla buccia che risiedono la maggior parte
delle sostanze aromatiche e che danno profumo al frutto.
Le frutta, al pari del thè, calle ed alcuni preparali alcoolici agi-
scono come disinfettanti dell'intestino per i loro acidi, come calmanti
e rinfrescanti ed hanno anche delle proprietà nervine, ossia aumentano
l'attività dei centri nervosi.
Riassumeudo si può concludere che le frulla pur non essendo
indispensabili per la nostra alimentazione e non essendo un cibo mollo
nutriente, sono un prezioso complemento. Mercé le fruTla si ha una sana
variazione di cibo, si evita di nutrirsi di troppo pane od ortaggi
che caricano soverchiamente lo stomaco. Gli igienisti ne raccoman-
dano l'uso specialmente nei pasti intermedi del mallino e del po-
meriggio.
Le frutta bisogna poi prenderle da sole e masticarle bene. Delle
bevande alcooliche da prendersi colle frutta e raccomandabile soltanto
il vino; la birra le rende indigeste e provoca la diarrea.
Per i malati, per i fanciulli, sono raccomandate molto, tanto le
frutta cotte che crude. Per coprire l'acidità conviene condirle con
zucchero. Le frutta più acide (1,6-2,2 7o; sono l'uva spina, le more di
rovo, il ribes; seguono per ricchezza d'acidi ( 1,1-1,5 %) le pesche, le
23 — Tamaro - Frutticoltura.
- 354 -
albicocche, il mirtillo, le fragole, il lampone. Le pere, mele, l'uva, le
susine contengono in media 1 % di acidità totale come molti degli
ortaggi.
Infine le frutta convengono di più nella stagione calda, quando
cioè bisogna diminuire l'alimentazione carnea e si ha bisogno di intro-
durre nello stomaco dello zucchero facilmente assimilabile per sosti-
tuire il regime carneo e di grassi che bisogna limitare.
4. — Molto si è esagerato in questi ultimi anni attribuendo alle
frutta il pericolo di diffondere delle malattie infettive. Nella polpa poi
i batteri patogeni non trovano un buon terreno per svilupparsi per la
reazione acida.
Le frutta sane e non ferite non contengono quindi affatto nel loro
interno dei batteri. Naturalmente se vengono contuse, o se un bruco
corrode la polpa fino ai semi, queste frutta possono essere infette, ma
basterà togliere la parte guasta.
In caso però di colera, di tifo, è molto facile che colle frutta si
comunichino queste malattie mediante i batteri che sì depositano sulla
buccia. Da ciò la necessità di far raccogliere le frutta da persone che
hanno le mani pulite, di conservarle dopo raccolte in locali non pol-
verosi, puliti. Lasciare le frutta esposte alle mosche, alle vespe, è anche
un mezzo per facilitare la diffusione di malattie.
Quando si hanno delle frutta di ignota provenienza, è sempre op-
portuno di lavarle con acqua abbondante, corrente e fresca possibil-
mente sotto ad una fontana. Immergere semplicemente un frutto in un
bicchiere d'acqua od in una tazza, è una precauzione pressocché
inutile.
5. — 11 consumo delle frutta non si potrà però generalizzare nelle
popolazioni urbane se noi non potremo offrirle più a buon mercato
specialmente in inverno e primavera e se noi non impediren^o le forti
oscillazioni dei prezzi per i mancati raccolti. Queste oscillazioni sono
forse minori oggi che una volta, per i migliorati mezzi di comunica-
zione ma non vi ha dubbio che il rimedio radicale consisterà nel co-
stringere le piante a dare frutta costantemente ciò che non si può
pretendere fino a che la maggior parte delle piante fruttifere non
vengono potate. Quando si conoscerà la potatura razionale ci sarà
anche il tornaconto di estendere la coltivazione delle piante da frutta
e potremo anche dare la frutta più a buon mercato.
Rispetto al valore nutritivo che hanno, noi oggi paghiamo le frutta
troppo care ed a ciò valga il seguente confronto di diverse cibarie che
si possono acquistare sui mercati attuali spendendo una lira.
35
Quantità Calorie roiileiiiito
che si acquista che produce ili
,ì^ì9}:'^}'^}:ì ■ "^o" ^P'* ''r:' la sostanze azotate
della cibaria Kg. , ietta quantità Rranuni
Patate 16,6(iG 19724 :VSÀ
Piselli 4,166 14747 9;i7
Pane 3,333 8402 2r)6
Zucchero 0,680 279 —
Cavoli cappucci ... 5 — 4000 200
Latte 5— 3280 16")
Ciliegie 5— 2900 60
Mele 5— 2700 20
Barbabietole da urto . 6,250 2843 !)1
Arringhe 0,832 2395 194
Susine 2,500 1550 25
Carne di bue . . . . 0,784 913 127
Come si vede ad esempio le ciliegie, le mele svihipijaiio egual nu-
mero di calorie del latte ma pure il latte si deve preferire per la no-
tevole quantità di sostanze azotate.
V.
Conservazione delle frutta allo stato naturale e gli
agenti principali che influiscono sulla loro maturazione.
Colla vendita delle frutta allo slato naturale, il frutticoitore ricava
il maggior utile, da ciò la necessità di studiare le cause che possono
deteriorarle.
Noi sappiamo che gli agenti principali che intluiscono sulla matu-
razione sono quattro e cioè: il calore, l'aria, la luce e l'umidità.
1. — Una temperatura piuttosto elevata fa aumentare gli scambi e
la decomposizione di materiali fra molecola e molecola, ed alfrettare
la maturazione delle frutta. (2oI gelo e susseguente disgelo, avviene
invece la disorganizzazione dei tessuti, che si dispongono poi alla pu-
trefazione. E' per questo che il frutticoitore deve evitare gli estremi di
temperatura e ricordare che la maturazione si compie fra i 15''e3(»"C,
mentre al disotto di 5" C si arresta ogni processo vegetativo, compreso
quello dei fermenti.
Alla temperatura di 5", conviene però tenere le frutta molto succose
e già mature, per impedire la putrefazione, quali sono le ciliegie, le
pesche, le susine e le albicocche che devono servire per uso locale o
di famiglia. Dovendole tenere per qualche tempo, esse perdono note-
volmente di fragranza.
Trattandosi però di pere e mele, di cui si vuol tardare la matura-
zione, una temperatura di 8" a 10" è sufficiente.
— 356 -
Per meglio conoscere i limiti di temperatura entro i quali le frutta
non si alterano, riproduco i seguenti dati, raccolti dal Ministero di
Agricoltura degli Stati Uniti, in seguito ad una inchiesta promossa per
fissare gli estremi con varianti per spedire le frutta a mezzo ferrovia.
Tab. XXXVI. Temperatura massima e minima a cui resistono le frutta.
Uva
Pesche fresche). .
Albicecche in ceste
Prugne
Fragole
Mele in cumulo
isolate . . .
Mandarini ....
Limoni
Aranci
Ananassi . . . .
Banane
Noci di cocco . .
Olive
Asparagi . . . .
Pomidoro freschi .
Temperatura in gradi
centigradi esterna'massima
a cui possono sottomettersi
le frutta
in refri-
geranti
ed altri
carri
speciali
Senza
imbal-
.laggio
in casse
alla
rinfusa
in
vagoni
- 6.67
- 6.67
1.67
- 4.44
1.67
0.56
- 3.89
- 6.67
- 12,22
- 2.22
- 9.44
- 6'67
- 6.67
- 2.22
- 6.67
- 3.89
10.-
- 1.11
- 6.67
-2.22
-3.89
-2.22
- 5.56
0.56
- 2.22
17.18
12.2
r2.22
17.78
23.33
23.33
23.33
17.78
12.22
17.78
17.78
17.78
17.78
23.33
uà-"
^a«
OSSERVAZIONI
In pacchi ed entro scatole.
In canestri, barili e scatole.
Avvolte con paglia.
In scatole avvolte con carta.
In canestri.
Coperte da paglia.
Avvolte da paglia.
Entro scatole.
Idem.
In canestri, scatole e barili.
In barili.
Entro scatole e barili.
In barili.
Idem.
Entro scat. coperte di muschi.
In barili.
2. — Le frutta per maturare hanno bisogno di respirare come tutte
le altri parti della pianta. L'ossigeno che assorbono serve ad affrettare
la maturazione; è troppo evidente quindi, che quanto maggiore sarà
la quantità di ossigeno in contatto colle frutta, tanto più rapida avverrà
la fermentazione. Da ciò la necessità che i fruttai stiano sempre chiusi.
3. — La luce è uno degli elementi che concorrono alla maturazione
dei frutti, difatti la parte più saporita è quella esposta direttamente
al sole.
Un'interessante esperienza ha fatto il prof. Sorauer per constatare
l'influenza della luce sulla diminuzione del peso. Su 4 mele (Renetta
dorata) esposte alla luce ottenne una diminuzione del peso iniziale in
4 settimane corrispondente a 8,97 %, allo oscuro di 10,8 %• H risultalo
sarebbe, che l'oscurità rallenta il processo di maturazione o a meglio
dire, quei processi che hanno bisogno dell'elemento acqueo.
Egli avrebbe anche constatato, che la luce bleu favorisce la vege-
tazione delle muffe più che la luce gialla.
4. — Se tutti si accordano nel dire che il fruttaio deve essere
— 357 —
tenuto all'oscuro od avere una luce dillusa, non lo stesso può dirsi
rispetto all'uinidilà.
Ci sono degli autori che raccomandano un atmosfera perlellamente
asciutta, altri invece la vorrebbero umida. Tanto gli uni che altri pos-
sono aver ragione, a seconda delle condizioni in cui fecero gli espe-
rimenti.
Sta il fatto che le frutta conservate in ambiente asciutto ritardano
la maturazione più che nell'aria umida, ma d'altra parte non si può
negare, che la frutta allora deforma per la soverchia evaporazione.
Nell'aria umida invece, il frutto conserva per piii lungo tempo la sua
forma come fosse fresco senza aggrinzirsi ; e la maturazione, purché
siano osservate le altre condizioni di calore, aria e luce, procede ab-
bastanza lentamente. Se le cose stessero in questi semplici termini, si
dovrebbe propendere piuttosto per l'aria umida che asciutta, ma c'è il
pericolo delle muffe. Se una parte delia fruita è contusa, ammaccata^
è certo che le mulle si propagano in modo spaventevole. Il meglio sarà
di mantenere un'atmosfera media, che non si scosti da 40 a 50" del-
l'igrometro.
VI.
Cause di deterioramento delle frutta raccolte.
1. — Queste possono derivare da una cattiva raccolta, dalla natura
del terreno, dai vari metodi di coltura, dalla potatura, da parassiti
vegetali^ed animali.
Se noi raccogliamo delle frutta in stato avanzato di maturazione e se noi. nel
raccoglierle, non abbiamo nessun riguardo di portar loro contusioni, ferite, lacerazioni.
è naturale che queste frutta non soltanto non si po.ssono conservare, ma comunicheranno
anche la loro putrefazione a quelle sane.
Quanto' più fertile, umido e ricco di sostanze azotate è un terreno, tanto più molli
riescono i tessuti e tanto più facilmente vengono intaccate dn parassiti anche le frulla.
Quelle provenienti invece da terreni secchi, ventilati, bene esposti, poco ricchi di so-
stanze azotate e da piante poco lussureggianti, sono le più adatte per la conservazione
Rispetto al metodo di^coltura, quanto piti questo è intensivo ed il
prodotto abbondante per eccesso di fertilità del terreno, tanto meno
quelle frutta sono atte a conservarsi.
Anche la potatura influisce notevolmente. Dalle piante ben potale
e sulle quali si ha avuto cura di conservare fra i diversi rami le di-
stanze necessarie per assicurare la ventilazione, si hanno le frutta più
sviluppate e meglio atte alla conservazione. Confrontando ad esempio
delle pere ottenute da spalliere non quelle ottenute da piante non ap-
poggiate, si ha sempre colle prime un migliore risultato.
Anche l'irrigazione ha una notevole inlluenza. Se questa viene data
con parsimonia e di mano in mano che le piante ne abbisognano, come
si tratta per gli agrumi nell'Italia-meridionale, allora l'irrigazione serve
— 358 -
a favorire l'allegainento del frutto ed il suo sviluppo. Neil' Italia set-
tentrionale tutte le piante da frutto non hanno bisogno di irrigazione
che in casi eccezionali. In ogni caso, le frutta dei terreni irrigui sono
meno atte alla conservazione.
2. — Se queste sono cause occasionali che cagionano la putre-
fazione, gli agenti però che la determinano sono delle crittogame, le
cui spore possono trovarsi nella stanza di conservazione, oppure sulla
buccia. Quando queste spore si trovano in condizioni favorevoli, ger-
minano e vivendo parassite al frutto, lo decompongono facendolo
andare a male.
Questi microorganismi difatti, decompongono le sostanze albuminoidi, provocano
nuove fermentazioni nei componenti delle cellule del frutto rimanendo poi infine, quali
prodotti ultimi, dell'idrogeno solforato, dell'ammoniaca, ecc., che si rivelano facilmente
all'odorato. Questi microorganismi sono dei batteri e delle muffe, le quali, nutrendosi
a spese del frutto su cui si posano, penetrano per le lesioni o ferite e determinano la
completa decomposizione.
I^e muffe parassite sono : Botrgtis cinerea, i Cladosporium, Gloeosporium, fructigenuin,
Helminthosporium carpophiluin, Leptothyrium pomi e carpophilum, Monilia fructigena,
Mucor, Oidiuin fitiictigenum, Penicilum glaucum, Phoma, Phyllosticta vindobonensis,
Sclerotiuni cifri.
3. — Infine gli animali che possono arrecare danno sono i miria-
podi, le formiche, i topi, i ragni, dei quali si può liberarsene coi mezzi
che vengono all'uopo suggeriti.
VII.
Precetti per la conservazione delle frutta.
Dopo quanto ho esposto nei precedenti capitoli, le norme per
riuscire nella conservazione si possono riassumere nei seguenti precetti:
1. Per le frutta da conservare, non si destinino quelle prove-
nienti da terreni eccessivamente fertili, poco ventilati, umidi. Conven-
gono invece le frutta ottenute da terreni sani, aereati, secchi, medio-
cremente ricchi.
2. Fare la raccolta con le maggiori cautele per evitare contusioni,
ferite, ammaccature. Le frutta guastate o intaccate da parassiti conviene
destinarle subito pel mercato o per fare conserve.
3. Proteggere le frutta da insetti ed altri animali, cosi pure dalle
muffe.
4. Mantenere una temperatura costante nei locali di conservazioni.
Per le frutta a granella, delle quali si vuol protrarre l'epoca di matura-
zione conviene la temperatura di 8-10° C; per quelle a nocciolo al disotto
di 5° C. Durante l'inverno non deve discendere al di sotto di 0*^.
5. L' esperienza ha dimostrato l'opportunità di esporre le frutta,
compreso l'uva, appena raccolta e per alcuni giorni, fino a che il
penducolo accenna ad appassire, nel fruttajo d'estate e cioè in un locale
- 359 -
ventilato, poco illuminato ed asciutto. ])er evaporare l'acciua che lascia
traspirare la superfìcie. Successivamente si collocano le frutta nel frut-
tajo nel quale si deve rendere possibile una ventilazione o«ni qual-
volta sia necessario di mantenere la tem|)eraUua e l'umidità enlro quei
dati limili. Cosi in autunno e d'estate conviene ventilare di notte
|)er abbassare la temperatura; d'inverno conviene ventilare di giorno
per elevare la temperatura.
6. Mantenere per l'uva e per le frutta a nocciolo raml)ieiiU' al-
l'oscuro. Per le frutta a granella conviene di |)iù una luce dillusa.
7. Evitare delle correnti d'aria nell'ambiente per manteneie un
atmosfera piuttosto stagnante. La ventilazione si faccia soltanto nel
caso indicato più sopra al numero .i.
8. Avere un'atmosfera media, cioè non troppo asciutta, né troppo
umida, che non si scosti da 40-50" dell'igrometro.
9. Impedire la maturazione oltre un dato limile conveniente per
ciascuna varietà di frutta.
10. Conservare le frutta lincile non perdono le pro|)rielà organo-
lettiche loro particolari.
11. Evitare il contatto di lìutta sane con quelle alterale e queste
ultime, allontanarle dal fruttaio il più sollecitamente possibile.
12. Evitare che nell'ambiente di conservazione si trovino delle
sostanze che emanano odori.
13. Negli ambienti, è bene che le frutta siano disposte ad un solo
strato senza toccarsi. Nel caso di esuberante quantità, non si devono
sovrapporre più di tre strati, avendo cura allora di isolare ciascun
frutto con della carta o delle materie isolanti quali sono la sabbia, il
sovero, la polvere di carbone di legna e cosi via.
14. Quando si ha poca quantità di frutta da conservare e che non
conviene costruirsi un fruttaio, allora si adoperino i cassettoni, gli
armadi di muro o delle casse isolate. In queste ultime si abbia cura
di conservare per ciascuna, le varietà che maturano contemporaneamente.
15. Nel collocare le frutta si abbia cura che il penducolo si trovi
in alto.
Vili.
Fruttaio.
Ogni proprietario potrà trovare forse nella sua abitazione di cam-
pagna una stanza collocata a nord, non abitala, chiusa da doppi ser-
ramenti, in modo che conservi costante la temperatura e non sia tropjìo
umida. Per chi non la possedesse e che avesse una quantità limitata
di frutta da conservare, adoperi delle casse, cassettoni, armadi di muro
purché asciutti, in cui le frutta si conservano mollo bene.
Per chi volesse costruire un fruttaio apposito per la sua fruita, dò
qui le norme generali in base delle quali il lettore potrà trarre anche
- 360 -
quei suggerimenti che sarebbero necessari per modificare e ridurre
una stanza secondo lui adatta per conservare la frutta.
1. Per costruire un fruttaio, si scelga un terreno ben asciutto, un
poco elevato ed esposto a tramontana. Le dimensioni del locale saranno
determinate dalla quatità di frutta che si vuol conservare. Si calcola
che ogni frutto occupi una spazio di cm. 10^
2. Onde difendere il fruttaio dalla temperatura esterna, è bene
che sia circondato da alberi sempreverdi e che il piano del locale
venga a trovarsi da 70 cm. ad 1 m. sotto il livello del suolo. Per
evitare che le acque piovane si accumulino sotto od ai lati, si dà alla
superfìcie del terreno circostante una inclinazione opposta ai muri, i
quali devono essere costruiti ed intonacati all' interno ed all' esterno,
accuratamente di cemento fino sopra al livello del terreno.
3. L'orientazione deve essere da nord a sud.
4. Il pavimento deve essere impermeabile e cementato con fondo
di calcestruzzo.
5. 1 muri, dello spessore di 30 cm., devono essere doppi, in modo
da lasciare uno spazio intermediario di 50 cm. per sottrarre l'ambiente
dalle influenze esterne. Conviene anche, intorno al muro interno, un
più largo corridoio, di m. 1 a 2, che può servire da ripostiglio di
attrezzi. (R fig. 243).
6. 11 fruttaio lo si faccia rettangolare, colle facciate più strette
esposte rispettivamente a nord e sud. Sul lato sud si fa la porta, per
la quale si deve accedere ad un vestibolo (V) illuminato da una finestra,
che serve per l'mballaggio e lo scarico delle frutta. Per mezzo di un'altra
porta si deve accedere dal vestibolo al locale di conservazione (F).
Sugli altri lati del fruttajo sì fa una finestra dell'altezza di m. 1.50 dal
suolo. Nel mezzo del soffitto si apre uno sfiatatojo (o) che comunica
con un camino che si eleva oltre al tetto. Sotto ad ogni finestra, ed al
livello del terreno si aprono dei sfiatatoj, muniti di doppia saracinesca
e di una rete metallica fitta, per evitare che entrino i topi.
Lo sfiatatojo del soffitto, pure chiudibile, dal basso all'alto, serve
per allontanare l'aria calda; i due sfiatatoj vicini al pavimento servono
per smaltire l'umidità e per attivare la ventilazione.
7. I muri, nell'interno devono essere intonacati di uno leggero
strato di gesso, perchè più assorbente dell'umidità.
8. Il suolo del corridojo passante fra mezzo ai due muri, deve
essere a livello del i)aviniento del fruttajo.
9. La porta e le finestre del muro esterno, devono essere in cor-
rispondenza con quelle del muro interno.
10. La porta del muro esterno si deve aprire per di fuori e deve
essere munita di controporta, che si apra per di dentro e snodata a
guisa di paravento. Quando ci sono dei forti freddi si riempie di paglia
lo spazio fra la porta e controporta.
11. Le finestre del muro esterno si fanno della dimensione di .50
cm. in quadrato. Ciascuna finestra è munita di due imposte, delle quali
- :{6i -
l'esterna si apre per di fuori e l'interna per di dentro. Diiranlc l'inverno,
lo spazio fra queste due imposte viene pure riempito di paglia.
La porta del muro interno è semplice; le due finestre interne sono
munite di imposte, come le finestre esterne.
12. Il soffitto si fa di legno doppio, dello spessore di M cm. e
riempito di polvere di sughero o di pula di riso. Questo soffitto allo
L
Fig. 243-244. — Sezione verticale e pianta di un fniUajo.
m. 2.50 dal terreno, è riparalo da un alto letto di paglia avente molla
pendenza. Lo spazio fra il soffitto ed il letto può essere utilizzato |)er
tenere della paglia.
Queste disposizioni concorrono non soltanto a mantenere costante la
temperatura dell'ambiente, ma anche per evitare che s'infiltri l'umidità.
13. Lungo le pareti all'ingiro, vengono collocali tanti piani di
legno (S) a guisa di scansie, della larghezza di .^)0 cm., sui quali poi si
distendono le frutta. Questi piani distano uno dall'altro 25 cm. A quello
più alto si dà una inclinazione di 45 gradi, e di mano in mano che si
- 362 -
discende si dà una minore inclinazione in modo che all'altezza di m. 1.50
dal terreno si trova orizzontale. Ai piani inferiori a questo si dà una
leggera inclinazione opposta.
Questa inclinazione è data, per rendere più facile e spedito, l'esame
della frutta durante la conservazione. Ogni piano è formato di tante
assicelle larghe 10 cm. e fissate a 3 o 4 cm. di distanza, per aereare la
frutta. Dalla parte verso il centro ogni piano è munito di un bordo di
3 cm., per impedire che le frutta cadono a terra.
14, Nel mezzo del fruttaio rimane uno spazio dove si può collo-
care una doppia scansia (S).
Nella fìg. 243-244 ho rappresentato un fruttaio che corrisponde ai
requisiti sopra indicati.
IX.
Cure relative al fruttaio
ed alle frutta che in esso si conservano.
Come l'enologo, prima di vendemmiare, appresta alla cantina tutte
quelle cure che sono necessarie per ottenere dei vini buoni e serbevoli,
lo stesso deve fare il frutticoitore per il fruttaio prima di collocarvi
le pere, mele od altre frutta per conservarle.
Se il fruttaio durante l'estate o meglio durante l'autunno è stato
trascurato, nel senso che non sia stata fatta una accurata pulizia subito
dopo tolte le frutta dell'anno antecedente, oppure se durante l'autunno
è stato tenuto sempre chiuso, è probabile che si conservino e traman-
dino dei germi di putrefazione, che possono trovarsi non soltanto in
sospensione nell'aria ma anche aderenti alle pareti, alle scansie od
altri oggetti del fruttaio.
1. — Le misure che tutti son d'accordo di prendere a questo riguardo
consistono: prima in una ventilazione durante l'estate ed in autunno
nelle giornate asciutte; quindi, quando si approssima il tempo della
raccolta, in una lavatura accurata del pavimento, nell'imbianchimento
dei muri con latte di calce, nel lavare tutte le scansie con una soluzione
al 5 per lOOU, di solfato di rame. Asciugalo l' ambiente dopo queste
lavature, si chiudono ermeticamente tutte le aperture e si abbruciano
nell'interno, per ogni 100 m. cubi di volume, 10 miccie di zolfo, di
quelle che si sogliono adoperare nella cantina, e cioè larghe 5 cm. e
lunghe 10, acciò l'anidride solforosa che si sviluppa, distrugga ogni
germe. Uopo 24 ore si riaprono le porte e finestrine per procurare un
energico aereamento. Una simile solforazione si potrà ripeterla con
vantaggio per due o tre volte, anche durante il tempo in cui si conser-
vano le frutta.
- 363 —
Molti temono, che la solforazione faccia perdere di colorilo le frutta, oppure che
queste acquistino un sai)ore disgustoso causa lanidride solforosa. Per verificar ciò ques-
t'anno lasciai sotto una capanjia di vetro per interi giorni della frutla delicata come la
pesca, immersa in un atmosfera di anidride solforosa, o non ebbi a rimunare alcun
inconveniente. .Scopo di «piesto mio esperimento era anche di provare se. una tale
atmosfera, poteva arrestare il processo di maturazione e di dissolvimento interno. Men-
trecchè il processo di maturazione veniva rallentato di un tempo trascurabile (un
giorno) il processo di dissolvimento interno continuò come nella frutta lasciata all'aria
libera.
Le pere e le mele prima di portarle nel fruttaio devono essere ben
pulite, asciugate delicatamente con un pannolino ; si devono scartare
tutte quelle che appaiono contuse, o che accusano la presenza di bruchi
nell'interno. Per fare uno scarto piti accurato si lasciano i)er 8 o 10
giorni distese su un tavolino ed in una stanza asciutta, acciò nel ripren-
derle per portarle nel fruttaio si possa conoscere mef»Iio (|uel!e dete-
riorate. (1) Nel fruttaio poi si dispongono sulle scansie in bell'ordine, in
file regolari, accoste l'una all'altra col picciuolo in alto e in modo che
non si tocchino. E' naturale che, facendo questa operazione, si separe-
ranno le frutta delle diverse varietà, di diversa grandezza e di diverso
ordine di maturazione.
Molti frutticoitori consigliano di distendere prima sulle scansie del muschio secco
o della paglia per facilitare l'aereazione. Ma ciò lo ritengo inutile e forse dannoso: è
vantaggioso soltanto di distendere sulla paglia le frutta raccolte molto umide ed in
quantità tale, da non aver tempo d'asciugarla col pannolino, come è stato detto poc'anzi.
In questo caso, per i giorni che precedono il momento di collocarla nel fruttaio, si |)uò
distenderle sulla paglia acciò la paglia assorba anche l'umidità.
Siccome la frutta nei primi giorni che si trova nel fruttaio è molto
satura d'acqua, nel primo tempo di conservazione si ha una rilevante
evaporazione, cosi è indispensabile nei primi giorni e nelle ore più
serene, ventilare il fruttaio, per una mezz'ora e poi richiuderlo erme-
ticamente.
Passati i primi 20 giorni, basterà fare una visita alla settimana, per
scegliere la frutta guasta o quella matura, e se il fruttaio è stato cos-
truito colle norme già descritte, anche le cure del frutticoitore si
risolvono in ben poca cosa.
In caso che si volesse togliere un eccesso d'umidità durante l'inverno,
se il tempo lo permette, si aprono le finestrine, altriiuenti si adoperi
della calce viva. Per regolare la temperatura, nel mezzo del fruttaio
bisogna collocare un igrometro ed un termometro.
Le norme che ho dato per la conservazione valgono specialmente
per i frutti a granella.
2. — La frutta a nocciolo si può conservare per lungo tempo, purché
venga tenuta in un atnbiente dove la temperatura sia molto bassa. La
(t) l.e mele renette fanno eccezione. Queste, appena raccolte, si devono portare nel
fruttaio, altrimenti la buccia avvizzisce troppo.
— 364 —
conservazione di questa frutta, come sarebbero le pesche, susine, ecc ,
solo è possibile disponendo di una buona ghiacciaia oppure di buone
credenze-ghiacciaie che si usano in molte famiglie per i legumi, le
conserve, ecc. Di questo si parlerà più avanti in apposito capitolo.
X.
Applicazione del freddo per la conservazione
e per il trasporto delle frutta.
Le applicazioni del freddo per la conservazione anche delle frutta,
ortaggi e fiori, hanno preso un enorme sviluppo in questi ultimi anni
ed è per questo che ritengo opportuno di farne un cenno in questo
capitolo speciale.
1. — Azione del freddo. Il freddo, come viene applicato industrial-
mente, paralizza l'azione dei microorganismi che alterano le sostanze
organiche, senza distruggerli. Nelle frutta, arresta o ritarda notevolmente
il processo di maturazione cosi da permettere la spedizione ed il con-
sumo di queste per un tempo più o meno lungo.
2. — Camere frigorifìche e vagoni refrigeranti. Per conservare per
pochifgiorni delle frutta destinate al consumo di casa, si possono ado-
perare le credenze-ghiacciaie comuni. In esse si possono conservare
per qualche giorno le frutta succose come le pesche, susine, ecc. Oggi
si costruiscono dalla Ditta Dyle et Bacalan, degli impianti Irigorifichi,
alla portata di piccoli proprietari, del costo a forfait di L. 3000. Questa
macchina può servire a refrigerare una camera isolata della capacità
di 12-15 m.^ che costa L. 1700.
Trattandosi invece di partile in grande, si ricorre alle camere o
depositi frigorifichi i quali sono ordinariamente allestiti e condotti da
società.
Questi depositi sono dei locali più o meno vasti, limitati da pareti
e porte di legno doppie dello spessore di circa m. 1, nel cui mezzo si
mettono delle sostanze isolatrici quali sono la pula di riso, la segatura
di legno, la polvere di sughero ecc. Nell'interno si trovano tanti scom-
parti quante sono le sostanze che si vogliono conservare.
Sotto al soffitto sono fissati dei tubi nei quali circola il lit[UÌdo
rallreddato prodotto da apposita macchina esterna frigorifica. Regolando
la circolazione di questo liquido è possibile di mantenere fìsso il grado
di temperatura.
Una macchina frigorifica (vedi Rocques pag. 2-13) della capacità di
100 m.'' ..utilizzabili, costa L. 30.000 per l'impianto e si ha una spesa
annua di L. 10.600 per farla funzionare che corrisponde quindi a circa
— 365 —
L. 100 all'anno per m.\ A Londra, dove sono piantati dei deposili fri-
gorifichi della capacità di 8000 m.» si ha una spesa annua di [.. IH al-
l'anno per m.^
Per il trasporto della frutta si costruiscono anciie dei vagoni
frigoriferi, nei quali viene mantenuta la temperatura bassa a mezzo del
ghiaccio o di una macchina frigoritìca. Generalmente però, la costru-
zione e la manutenzione di questi vagoni costano molto ed ora si
preferisce sottoporre le frutta imballate ad una prerefrigerazione di
a 1" e poi si collocano nei vagoni. Delle pesche e ciliegie sottoposte
a questo trattamento, arrivarono perfettamente a destinazione dopo un
viaggio di 10 a 12 giorni. Naturalmente che se il vagone avrà le pareti
doppie, e se, come si propone ora, il vagone slesso sarà raffreddalo,
collocandolo in un ambiente freddo per qualche ora, prima del cari-
camento, i risultati saranno ancora migliori.
3. — Condizioni di rinscila. Le frulla che si vogliono conservare col
freddo devono essere perfetlamente inlatte. La minima contusione, la
più piccola scalfìtura compromette l'esito sicuramente. In generale si
conservano soltanto le frulla con buccia grossa, più scelte e di pri-
missima qualità.
Nella camera si collocano di solito le frutta appena raccolte, già
imballate od avvolte in cotone o carta seta. Il materiale d'imballaggio
non deve comunicare alcun odore. L'uva si avvolge in un sacchetto di
carta seta.
Bisogna abbassare lentamente la temperatura, (8 giorni) mantenere
oscurità completa ed aria confinata.
La temperatura di conservazione varia colla specie, colla varietà e
col grado di maturazione. La temperatura di 0" costituisce il minimo
poiché i frulli non devono gelare, e 4" C. è la temperatura massima.
Quanto al grado di umidità, questo deve essere del 75 % per le frutta
a polpa molle e del 65 % per le altre che si aggrinzano più diftìcilmenle.
Delle precauzioni speciali sono necessarie specialmente per le frutta
delicate, quando si ritirano dalle camere frigorifiche. Se portate imme-
diatamente alla temperatura esterna, si deposita nella buccia dell'umi-
dità e talvolta la buccia stessa, screpola.
Perciò bisogna elevare a loro gradualmente (in 24 ore) la tempe-
ratura fino a 15«, portandole in stanze apposite mollo ventilate.
Le frutta sottoposte al freddo, perdono completamente il sapore
ed il profumo. Dopo portate a 15°, ci vogliono ancora 2 giorni e più
prima che rinvengano.
Si è notato che le frutta conservate col freddo si mantengono .sane
per un tempo mollo più lungo di quelle che vengono ordinariamente
raccolte e consumate, cosi ad esempio le pesche si conservano per
oltre una settimana ed è questo che permette poi la spedizione a note-
vole distanza.
4. — Conservazione delle diverse specie di/ ralla. Le pere e mele sono
le frutta che si conservano meglio. Si poterono conservare delle mele
— 366 —
per 2 anni. Le temperature più convenienti e la durata possibile di
conservazione sarebbero le seguenti per le singole frutta :
Mele
V, a 20
per
8-9
mesi
Pere
1 a 4"
„
3-4
„
Susine
2 a 4«
„
2-6
settimane
Pesche
0"
„
2-3
mesi
„
0» - lo
„
2-4
settimane
Albicocche
20
„
4
,,
Ciliege
V2 a 40
„
4
„
Uva
2 a 4"'
„
6-8
^
Ribes
1 a 30
„
3
„
Fichi
2 a 40
„
3-4
„
Aranci e limoni
5 a 70
„
2-3
mesi
Noci e frutta secche
2 a 50
„
3
„
Le mele si raccolgono quando cominciano a cadere le foglie.
Le pere d'estate conviene raccoglierle 8 giorni prima della matu-
razione ; quelle d'autunno quando sono ancora consistenti e cioè quando
comincia cadere spontaneamente qualche frutto dalla pianta ; quelle
d'invei'no quando hanno raggiunto il completo loro sviluppo. Se rac-
colte troppo presto si raggrinzano, se troppo tardi riescono scipite.
Le pesche sono molto delicate e bisogna raccoglierle quando hanno
ancora la polpa dura, come quando si tratta di spedirle. Si raccolgono
col penducolo e se possibile con un pezzo di ramo. Lo stesso dicasi
per le susine e ciliegie.
Gli aranci e limoni si raccolgono quando sono ancora immaturi.
Siccome sviluppano molti gas, è necessaria una continua aereazione.
5. — Conclusioni. L' industria del freddo può darci dei notevoli
vantaggi in quantochè le frutta imballate od avvolte in carta seta od
ovata, dopo essere state sottoposte alla refrigerazione, si mantengono
sane più a lungo per 8-10 giorni in modo da rendere possibile un con-
sumo graduale o la spedizione a grandi distanze.
Non credo però che l'industria della refrigerazione si debba spin-
gerla al punto da portare nel mercato delle frutta fuori stagione. Gli
acquirenti di queste sono ben in piccolo numero e non arrivano a
compensare la spesa.
Limitiamoci invece a piantare delle camere frigorifiche consorziali
nei centri di produzione di ortaggi, frutta ecc., e serviamoci del freddo
come un'eccellente preparazione per assicurare il trasporto e facilitare
la sicura e completa loro maturazione.
— S67
XI.
Conservazione delle frutta fresche
con materiale inerte od altro.
Collocando le frutta nelle materie inerti che perciò le riparano
dell'umidità, dall'evaporazione, dal freddo, dall'ossigeno dell'aria e dai
germi di alterazione, è probaliiie di conservare le frulla fresche per
un certo tempo.
Ancora nel 1896 io feci delle esperienze di conservazione con iiuesti nic/zì o eli
(jueste esperienze ne diedi relazione nelle precedenti edizioni di questo libro.
Qui riporto le conclusioni le quali sono ancora di attualità.
a) La qualità della frutta ha una grande importanza sull'esito della conservazione.
I,e frutta più succose sono le più difficili a conservarsi, e mentre le pesche si poterono
conservare al massimo per 10 giorni ad onta di una perdita percentuale nel numero
di 91,7/0' 1^ pere Passa Crassana, che hanno la buccia consistente e la polpa non deli-
quescente, si conservarono per 130 giorni senza verificare alcuna perdita.
b] Prendendo ad esaminare le specie di frutta tli cui e stata esperimentala In
conservazione, si osservò, che per le pesche il mezzo migliore è il freddo, mantenendo
la temperatura intorno a zero gradi. Rispetto all'uva, la minor perdita di peso e pre-
sumibilmente una più prolungata conservazione la si ottiene, lenendola in ima atmosfera
limitata, in un ambiente chiuso, e perciò quando si tratterà di conservare dclluva. una
volta posta nel locale di conservazione, bisognerà evitare il massimo possibile l'aerea-
zione. Stratificare l'uva coi mezzi polverulenti, non è consigliabile, e ciò non per il latto
di un soverchio essicamento, che anzi viene diminuito, ma perchè si ha una maggior
perdita per muffe, in quanto la muffa di un acino facilmente si trasmette a tutto il
grappolo.
cj Rispetto ai diversi mezzi di conservazione esperinienlali si trovò che, lasciando
le fratta all'aria libera ed alla luce, si ha la massima evaporazione (per l'uva l'i",, per
le pere da 10 a M%1 e quindi si possono conservare per minor tempo. Meglio converrà
tenere le frutta in ambienti chiusi e poco ventilati, come sono dei semplici cassettoni.
La stratificazione in generale delle frutta con mezzi polverulenti è il miglior mezzo
consigliabile e fra ((uesti (luello della sabbia asciutta è risultato miglioro. Dopo la sabbbia
asciutta, si può consigliare la segatura di legno, quindi la sabbia umida e poi l:i terra
1. — Mezzi polverulenti. Con questi si tratta di stratificare le frulla
con delle sostanze, che servano di sterilizzatori dell'aria prima che
venga in contatto alle frutte, di assorbire i prodotti gasosi di queste
ed infine di rendere meno sensibile la variazioni di temperatura.
A tale scopo si può adoperare la sabbia, la calce spenta, la polvere
di sughero, la polvere di carbone di legno e torba, la segatura di legno,
la pula, i cascami di cotone, la crusca, la cenere, il gesso.
Questi materiali si possono adoperare tanto per conservare le frutta
quanto per imballare.
La sabbia asciutta è uno dei materiali polverulenti piti raccoman-
dabili. Bisogna che prima venga abbondantemente dilavala con acqua
e deve essere adoperata asciutta. Per questa conservazione si adope-
rano delle casse di legno, nel quale sui fondo si stende uno strato di
- 368 —
cm. 1 di sabbia. Sopra questa si distendono le pere e mele avvolte
con carta di seta in modo da lasciare fra frutto e frutto uno spazio
sufficente che vi possa penetrare la sabbia. Completato uno strato, lo
si copre con la sabbia per 1 cm., sovrappondovi altri 6 ad 8 strati di
frutta. Nella sabbia si conservano per un tempo lunghissimo, ed è ap-
plicato soltanto alle pere e mele.
Col gesso cotto o colla calce spenta finamente polverizzati gli Ame-
ricani spediscono dall'America, in casse, moltissima frutta ben conservata.
Questi due materiali hanno però l'inconveniente in confronto della
sabbia, di avvizzire maggiormente le frutta e non sono cosigliabili
specialmente per l'uva e le pesche.
La polvere di carbone di legna, purché finamente polverizzata e
perfettamente asciutta, è un eccellente materiale di conservazione.
Essendo cattivo conduttore del calorico permette di conservare tanto
d'estate che d'inverno i frutti già maturi senza che si alterino. Difatti,
la polvere di carbone è anche antisettica ed antiputrida. Per ottenere
però lo scopo, bisogna che la frutta non si tocchi una coll'altra.
Anche la polvere di torba è utilissima, però durante la state bisogna
dilavarla abbondantemente coli' acqua per depurarla e poi essiccarla
completamente.
La cenere sola ben stacciata ed asciutta, o mista con della segatura
di legno, sono anche materiali utilizzabili ma si adoperano più per la
spedizione. Così in Spagna si adoperano i residui della lavorazione del
sughero e con questi, in barrili, si spedisce l'uva da tavola.
Nell'America del Nord si stratificano le frutta anche fra i cascami
della tessitura di cotone, materiale però che si può adoperare per locali
non esposti al gelo e comprimendo questi cascami contro le frutta,
perchè stiano aderenti.
La conservazione fra il grano è usato da noi nella provincia di
Imola; al Nord d'Europa si collocano le frutta sotto V avena, l'orzo, il
nìiglio, cosi pure la pula di frumento e di grano saraceno, quantunque
la pula viene più adoperata, per imballaggio.
2. — Materie isolanti. Queste servono per l'imballaggio, quantunque
si possa conservare anche le frutta, mai però tanto perfettamente che
colle materie polverulenti. Queste materie hanno lo scopo di riparare le
frutte dall' aria, dalla luce, dalla soverchia umidità, cosi pure dai funghi
ed altri parassiti. Quando poi, per sovrabbondanza di prodotto, non si
può tenere le frutta nel fruttaio separate e distese, si sogliono sovrap-
porle a strati, frammettendo delle materie isolanti.
Di queste materie, la più importante è la carta di seta bianca o
colorata, per fare risaltare meglio i frutti. Colla carta le frutte manten-
gono la fragranza, il marciume non si propaga, però appena che le
frutta sono liberate dall'involucro maturano subito completamente.
E' noto, che una gran parte degli agrumi vengono avvolti da carta
per imballaggio così pure le pesche, le pere, le mele più delicate.
Altri materiali che si possono adoperare al medesimo scopo sono :
— 3()9 -
lo sfagno, la borracina, le felci, la paglia, l'ooalla per le frulla da lusso,
avendo cura che siano bene asciutti. Con la boraccina si ollengono
buoni risultati stratificandola sulle Irutla in tante cassette, che poi
vengono sotterrate.
3. — Mezzi gasosi. Questi hanno più che altro lo scopo di mantenere
l'ambiente di conservazione disinfettato, in modo che alcun -^erme
dannoso possa svilupparsi.
Il più comunemente adoperato è il fumo di zolfo, (anidride solfo-
rosa) ed i vapori di alcool. Si abbruciano gr. 5 di zolfo per m^ L'alcool
è molto da raccomandarsi specialmente quando si conservano le fruita
in ambienti ristretti come sarebbero i cassettoni, gli armadi di muro.
In ognuno di questi si colloca un bicchiere ripieno di alcool e si lascia
che l'evaporazione avvenga da sé.
4. — Altri mezzi di conservazione. Fra questi posso accennare alle
materie coibenti, fra i quali venne proposta la cera e la paraffina. Le
frutta coinvolte di queste sostanze si conservano a lungo, però prendono
un sapore disgustoso e quindi si adoperano soltanto nel caso, che si
vogliono conservare a scopo di studio.
Cosi si possono conservare le pere e mele precoci, per li e 4 set-
timane ; le ciliegie per una settimana, immergendo i frutti e poi lascian-
doli appesi fino che si asciugano in una soluzione di gomma arabica
al 50 7o.
Il suggellamento dell' estremità del peduncolo con cera-lacca può
anche giovare, però è applicabile soltanto per quantità limitata di frutta.
Molti ritennero, che lasciando il peduncolo del frutto intatto, si
aveva una conservazione più lunga. Io avrei osservato piuttosto l'op-
posto, credo però sia indilferente sull'esito della conservazione che il
frutto abbia intatto il peduncolo o meno.
XII.
Imballaggio e spedizione delle frutta.
Per il commercio è di non poca importanza il modo con cui ven-
gono imballate e spedite le frutta, poiché da esso dipende lo stato in
cui arrivano al luogo di destinazione.
I difetti principali dei nostri sistemi d'imballaggio consistono
neir ammassare troppa frutta in una medesima cesta o cassa, la quale
poi non é sufficentemente solida da poter resistere ai disagi del
viaggio. Da ciò ne consegue, che la frutta arriva alla sua destinazione
contusa e non inditTerentemente deteriorata.
Se noi vogliamo che la frutta arrivi in modo che non abbia |)OÌ a
difettare né per bontà, né per qualità di conservazione, dobbiamo ap-
24 — Tamaro - Frutticoltura.
— 370 -
plicare diversi sistemi d'imballaggio a seconda delle diverse varietà e
e specie di frutta che si intendono spedire. Anclie sotto questo punto di
vista distingueremo dunque le frutta a granella, a nocciolo, a bacca
ed i frutti secchi.
Questi ultimi non richiedono speciali cure poiché se ben secchi,
si possono spedire in sacchi o casse. Delle altre tre specie, le frutta a
granella resistono meglio alla spedizione, poi vengono quelle a nocciolo
ed a bacca, per le quali due ultime bisognerà perciò apprestare la
maggior attenzione.
Le fruita in genere devono essere imballate in modo che le qualità
e perciò il valore non abbiano a sotfrire. L' imballaggio poi non deve
Fig. 245. - Casse smontabili.
essere privo di una certa eleganza, per attrarre l'attenzione del pubblico
sui mercati o di chi la riceve, come pure per far figurare meglio anche
le stesse frutta.
1. — Casse di legno. Di tutti i recipienti che si possono adottare
per spedire la frutta, la cassa di legno è ancora la migliore, purché
questa cassa non emani odore e non sia fatta con legno resinoide. Per
le frutta a granella le casse hanno una capacità tale da poter collo-
carvi da 24 a 30 kg. di merce. Riguardo alle dimensioni diremo essere
meglio che siano più larghe e lunghe che non alte, per non collocare
più strati di frutta uno sopra l'altro.
Le casse a gabbia, che possono contenere da kg. 3 a 5 di frutta
(fig. 245) smontabile, sono molto adottate oggi per la spedizione di
frutta di qualità corrente e di immediato consumo come ciliegie, uva,
mele, pere. Per le uve scelte e per le spedizioni fuori stagione si adope-
rano delle cassette di dimensioni più limitate (lìg. 246).
2. — Cesti. Dopo le casse vengono per importanza i cesti, che devono
essere preferibilmente di forma quadrata (panieri fìg. 249) anziché
rotonda ffìg. 247) come si sogliono fare, perché presentano una mag-
371 -
L-^^jifflfiJ^ff'
iimT>r>(i!mni|nt(
zionr^iù^accùriir^"'' '^^ ^'^°° '"''*'' ''''^" speditori italiani per spedi-
Fig. 248. — Panieri rettangolari.
372
giore solidità e si utilizza meglio lo spazio dei vagoni o dei carri, sui quali
si spediscono. Per i frutti a nocciolo ed a bacca, simili cesti non dovreb-
bero avere un'altezza superiore a 20 cm; per quelli a granella possono
essere anche di 40 cm.
3. — Cesti e panieri. Dopo le casse per importanza seguono i cesti e
panieri che hanno la forma quadrata, rettangolare e rotonda e sono in
vimini o liste di castagno.
I panieri rettangolari (fig. 248) sono a coperchio piatto e della capa-
cità di 8, 15, 18, 25 kg. Quelli da 8 kg. hanno le seguenti dimensioni
interne: lungh. cm. 32; largh. cm. 20; alt. cm. 15. Essi contengono
kg. 4.500 di albicocche ; kg. 5.500 di ciliegie, ed uva.
I panieri da 12 kg. (cm. 39x25x20) contengo kg. 7 di pesche e albi-
cocche; kg. 8.500 di ciliegie, prugne, uva, mandorle; kg. 8 di pere o
mele.
I panieri da 18 kg. fcm. 44x28x22) contengono kg. 11.500 di pesche
od albicocche; kg. 13.500 di ciliegie,
prugne, uva, mandorle; kg. 12.500
di pere o mele.
I panieri di 25 kg. si fanno di
varie dimensioni e contengono kg.
17 di pere o mele; kg. 19 di prugne
o mandorle.
I cesti quadrati (fig. 249) fatti di
vimini si adoperano per spedire le
frutta delicate e si fanno di due di-
mensioni. 1 piccoli (cm. 28x21x9)
contengono kg. 2 di pesche od albi-
cocche; kg. 2.500 di ciliegie od uva;
gli altri contengono (cm. 30x23x11)
kg. 3.800 di ciliegie od uva ; kg. 2.080
di pesche o albicocche. Il coperchio
di questi cesti è curvo.
In Italia di questi cesti quadrati
se ne fanno con liste di legno di castagno e senza coperchio, ma della
capacità di 15 a 20 kg. di frutta. La copertura si fa con della tela che
si cuce di volta in volta. Si spediscono specialmente le pere e mele.
4. — // materiale d' imballaggio, come abbiamo già fatto rilevare,
questo deve essere aggradevole all'occhio e tale da impedire qualsiasi
contusione. A quest'ultimo scopo devesi adoperare della carta perfet-
tamente inodora, senza colla, non umida e sufficientemente elastica. La
carta stampata non conviene. Altri buoni materiali d'impacco oltre la
carta sono : il musco ben secco, alghe marine pure bene asciutte, pol-
vere di sughero, paglia d'avena trinciata, pula di riso, segature e
trucioli di legno non resinoide, ritagli di carta, e l'ovatta per paesi
freddi.
5. — Imballaggio. Le pere o mele con polpa e buccia resistenti s'im-
Fig. 249. — Cesti quadrati.
— 373 -
ballano in cesti o casse, stendendo prima sul fondo uno strato di paglia
od altro materiale soffice, e quindi si dispone uno strato regolare
di frutta col picciolo orizzontale. Sopra queste si pongono altre fruita,
avendo soltanto cura che rimanga vuoto il minor s|)azio possibile
e, quando si arriva colle frutta a 15 cm. sotto al coperchio, si fa
un nuovo strato regolare, e sopra a questo del nuovo materiale sof-
fice che viene poi in contatto col coperchio. ì\ naturale che anche vi-
cino alle pareti si deve mettere del materiale per riparare le frutta dalle
contusioni. Per chi volesse raggiungere meglio l'intento di far comparire
le frutta ben imballate, riempia la cassa dal fondo, inchiodando per
primo il coperchio.
Per le pere o mele a buccia sottile ed a polpa deliquescente è meglio
avvolgere ciascun frutto con della carta di seta e frapporre fra frutto
e frutto dei ritagli di carta od altro.
Assai più diffìcile è l'imballaggio e la spedizione delle fruita a
nocciolo. Come abbiamo già fatto rilevare prima, queste bisogna spe-
dirle in casse basse, cosi che non ci possano stare più di due od al
massimo tre strati, e ciascun frutto si suole avvolgerlo con una doppia
carta, frammettendovi dei ritagli di carta od altro. Le pesche non si
dovrebbero spedire in quantità maggiore di 5 a 10 kg. per cassetta.
Per le pesche sopraffine si suole fare nel seguente modo. Si pren-
dono le cassette che non possono contenere più di uno strato di 12
frutti. Il coperchio non si tocca ; invece si leva il fondo, e contro al
coperchio si distende dell'ovatta. Sopra questa poi si distende un foglio
di carta bianca, senza colla e con altri fogli si coprono le pareli. Le
pesche si avvolgono per metà con carta di seta in guisa, che aprendo
la cassetta, possano far sfoggio dei loro leggiadri colori, (juindi si riem-
piono i vacui con ritagli di carta e si chiude il fondo.
L'uva da vino, viene imballata entro ceste robuste di vimini, lunghe
m. 0.72, alte m. 0.20, larghe m. 0.50 e capaci di ben kg. 50 d' uva. Per
il commercio di uve di immediato consumo convengono le ceste della
capacità di 20 kg. Bisognerebbe preparare delle ceste di forma paral-
lelepipeda, con tutte e due i fondi fatti a coperchio. Volendo fare
l'imballaggio, si chiude uno di questi coperchi e lo si fa funzionare da
fondo. — Si distende sopra uno strato di paglia, che si copre con un
loglio di carta bianca, bleu o rossa secondo che l'uva è bianca o rossa,
per farla risaltare. - Sulle pareti si distendono pure dei fogli di carta
della medesima dimensione, cosi pure ogni strato di grappoli viene
separato dall'altro con fogli di carta.
Gli strati di grappoli si devono fare in modo da lasciare meno
spazi possibili, che si riempiono di grappolini più piccoli. Nel collo-
carli si abbia poi l'avvertenza che il peduncolo guardi sempre in alto,
cosi che, contro la carta, non appoggino che gli acini.
Riempila la cesta, si distende un altro foglio di caria e sopra questo
della paglia e quindi si chiude. Portando l'uva sul mercato, la cesta si
apre dalla parte opposta a quella da cui è slata riempila; allora gli
acini si presentano serrati.
- 374 -
Per l'esportazione, durante l'estate ed autunno, l'imballaggio dell'uva
da mensa si fa ora esclusivamente con gabbiette e, quando cominciano
i freddi, con cassette di faggio. Una cassetta della capacità di kg. 2.50
ha le seguenti dimensioni interne: cm. 35x15x12. Queste cassette
(fig. 246) si riuniscono poi per 12 o 24 in casse più grandi, per facilitare
il collocamento nei vagoni.
Ed ecco ora come si fa l'imballaggio in queste cassette. Si inchioda
il coperchio e si capovolge la cassetta in modo da caricarla dalla parte
del fondo, il quale naturalmente si inchioda. Si fa cosi perchè quando
si aprono le cassette appaiono alla superficie soltanto gli acini riuniti.
Si comincia col collocare in fondo un leggerissimo strato di trucioli
di carta e poi si rivestono il fondo e le pareti con carta bianca a bordi
seghettati, se l'uva è rossa o nera ; con carta rosa o hleu, se 1' uva è
bianca. Si collocano quindi i grappoli uno vicino all'altro e naturalmente
per un strato solo, avendo cura di appoggiarli leggermente inclinati,
in modo che il peduncolo si trovi al di sopra. 1 vani fra grappolo e
grappolo si riempiono coi piccoli grappoli. Il riempimento si fa in modo
che l'uva sorpassi l'orlo della cassetta appena di 1 cm., perchè sop-
portino una leggera pressione di chiusura.
Poi si pone da parte la cassetta o la si sovrappone ad un'altra già
riempita, e così di seguito si ammonticchiano le cassette una sopra
l'altra per sottoporre a pressione le uve. Dopo qualche oi-a si ripren-
dono queste cassette, se qualche acino alla superficie si è contuso lo
si leva, quindi si prende un foglietto di carta, si copre con qualche
ritaglio, e si inchioda il fondo. Anche per questa ultima operazione
bisogna procedere con una certa cautela e cioè si inchioda prima il
fondo da un lato, e poi leggermente comprimendo, si arriva all'alti'o lato.
Avendo da spedire in tempo di gelo, si ripara l'uva con due fogli
di ovatta, che si collocano uno sul fondo e l'altro sotto il coperchio.
La cassetta deve portare sul lato del coperchio le istruzioni per
aprire, la marca dello speditore, la qualità dell'uva ed il suo peso netto.
XIII.
Conservazione delle frutta nell'alcool e nell'aceto.
La conservazione nell' alcool o nell' aceto si basa sulla proprietà
di questi due corpi di incorporarsi facilmente l' acqua ed inoltre di
essere antisettici in modo che, né muffe uè altri organismi parassiti,
si possono sviluppare sulle frutta. L'inconveniente principale di questi
due metodi di conservazione consiste in ciò, che le frutta dopo un po'
di tempo, per effetto di endosmosi, s'imbevono del liquido in cui
sono immerse, alterandosi il gusto, la composizione chimica ed anche
l'aroma.
- 370 -
Per recipienti di conservazione si sogliono adoperare dei vasi di
vetro, piuttosto piccoli o meglio di una capacità tale, che il rispettivo
contenuto possa venir consumalo in una famiglia nello stesso giorno
o poco più. La forma, deve essere delle più semplici per poter ottenere,
nel sciacquarci, la maggior pulizia nel più breve tempo.
La chiusura dei vasi, che deve essere ermetica, e anche di non
poca importanza.
Come è noto, per uso casalingo si sogliono adoperare delle vesciche
di maiale o bue, ben digrassate con ripetuti lavacri e frizioni di sale,
oppure si adopera della carta pergamena. Sia per (|ucsta che per le
vesciche, si rammolliscono prima nell'acqua tiepida e poi si stendono
sulla bocca del vaso i)er poi legarle con uno spago. Più sem|)lice è la
chiusura con turaccioli, suggellati poi con della cera lacca o con della
parafina.
In questi ultimi tempi si trovano in commercio dei vasi di vetro
appositi per conserve. Essi hanno il collo a vile ed il coperchio è fatto
a guisa di capsula di zinco, pure a vite. Siccome lo zinco del com-
mercio contiene anche del piombo, il quale in conlatto con le conserve
produrrebbe dei composti nocivi alla salute, gli inglesi inverniciano
interamente questi coperchi col silicato di soda, di potassa o calce.
La frutta destinata per le conserve deve essere di prima qualità,
di maturazione non troppo inoltrata, sana, priva di contusioni o macchie
e di polpa consistente.
Nell'alcool si sogliono conservare le frulla a nocciolo, le pere, le pe-
sche, l'uva ad acini grossi di preferenza moscata, (come è il Moscalel-
lone) i cedri, i limoni, i bergamotti, gli aranci; nell'aceto sollanto le
ciliegie e le prugne.
1. — Per conservare le frutta nell'alcool, quelle a buccia iiscia(ciliegie,
susine, pere, ecc.), si puliscono con un pannolino e quelle con buccia
tomentosa (pesche, albicocche) con una spazzola e si lascia ad ogni
frutto un mozzicone di peduncolo.
Per impedire che la buccia screpoli nell'alcool, si jìunzecchiano
le frutta con uno stecco di legno e poi si immergono per un giorno
in una soluzione zuccherina avente da óO-Wo di concentrazione. Pas-
sato questo primo giorno si levano le frutta, si fa la depurazione della
soluzione e, quando è ancora tiepida, si riversa sulle frutta.
Questa operazione di depurazione si ripete per tre volle, e quindi
l'ultima volta, colle frulla dentro, si porla quasi all'ebollizione. Dopo
raffreddate le frutte, si lasciano colare e si immergano nell'alcool a
55° avendo cura, come naturale, di chiudere poi i vasi ermeticamente.
I vasi si conservano al buio in locali piuttosto freddi.
Pere Si fa limbianchiniento iniinergendole neUacpua bollente per 3-4 minuti.
EstraUe, sì geUano nellacqa fredda, si sbucciano, si punzecchiano e si metlono neiralcool
aromatizzato con scorza di limone. (Rovesti).
2. - Nell'ace/o si conservano le ciliegie e le susine (.Zwetsche) che
servono poi di contorno alla carne come i soltoaceti.
— 376 —
Per ogni kg. di ciliegie acide si adoperano 3-4 chiodi di garofani,
10 gr. di dragoncello, 50 gr. di zucchero, ed 1 litro di buono aceto forte
Lo zucchero si fa bollire coU'aceto. Intanto si collocano le ciliegie
colle erbe aromatiche in un vaso e poi vi si versa l'aceto freddo. Si
chiude il vaso ermeticamente e dopo 20 giorni si possono conservare.
Le susine si preparano facendo bollire per 4 minuti e per ogni kg.
di frutta '/g litro di aceto, 450 gr. di zucchero, 2 gr. di chiodi di garo-
fano 3 gr. di cannella.
Le prugne si punzecchiano con uno stecco fino al nocciolo e poi
si versano nell' aceto bollente, zuccherata e aromatizzato. Le prugne
(mirabelle o regine clandie), si spaccano si ritirano dal fuoco vivo e
si lasciano raffi'eddare. Si mettono poi i frutti nei vasi ed il succo dopo
averlo un poco concentrato, si versa sopra, riempiendo poi il vaso con
aceto e otturandolo perfettamente. Dopo 8 giorni, si leva l'aceto, lo si
fa ancora bollire per rimetterlo nei vasi che si colmano con nuovo
aceto. Fatto questo, si chiude definitivamente di nuovo.
Per impedire la putrefazione alle conserve d' aceto, sarebbe bene
aggiungere qualche goccia di acido formico. Rendo attente le nostre
massaie, che se vogliono impedire le muffe dei cetriuoli o peperoni
conservati nell'aceto, facciano uso di questo acido. Se il miele non va
in putrefazione lo si deve alla presenza dell' acido formico.
XIV.
Conservazione collo zucchero.
(Confetture)
1. — Le confetture o conserve di frutta collo zucchero si ottengono
colla cottura di un miscuglio di frutta e zucchero, portato ad un tale
grado di concentrazione che la massa non possa più fermentare. Le
confetture si distinguono in :
a) confetture propriamente dette, nelle quali i frutti sono interi
o smezzati, cotti in un siroppo di zucchero ;
b) marmellate e composte, per le quali la polpa dei frutti viene
completamente disgregata e cotta con una forte porzione di zucchero;
e) i siroppi e gelatine costituiti di siroppo di zucchero e succo
di frutta.
2. — Gli utensili per cuocere preferibili sono quelli in rame non
stagnato, a una condizione che la pasta appena levata dal fuoco non
si lasci dentro a raffreddare. Non si devono adoperare pentole stagnate
poiché lo stagno altera il colore ed il sapore dei frutti rossi.
Cosi sono da preferire le marmitte in terra cotta purché siano
nuove, poiché coll'uso diventano assorbenti e non si possono pulire
perfettamente. Le pentole smaltate sono utilizzabili linché lo smallo
rimane intatto.
E' necessario anche avere uno staccio in crine e per lillrare, si
adoperino degli imbuti di vetro e della carta speciale da iillro.
Le schiumarole, i cucchiai, ecc., devono essere di legno, di osso
o di porcellana.
Per le gelatine e siro|)pi si possono adoperare per la conservazione
dei vasi di veti'o ordinari, o delle bottiglie chiuse con carta [)er^(aine-
nata e turacciolo di sughero paraflnato.
Le confetture al siroppo, le marmellate e composte o paste, si con-
servano nella grande industria, in scatole di metallo che hanno il
vantaggio di costare poco e di essere molto solide. Migliori ancora sono
i vasi in porcellana con chiusura ermetica.
I recipienti di vetro però sono i preferibili e specialmente per uso
casalingo. I vasi di vetro hanno è vero lincon veniente
della fragibilità ma hanno però il merito di potersi
pulire perfettamente, di potersi adoparare più volte, di
poterli verificare costantemente e di presentarsi con
molta proprietà.
I vasi di vetro più pratici, sono ciucili posti in
vendita dalla Ditta F. Weck di Ofilingen, cilindrici,
con apertura larga, a bordo piatto e liscio (lìg. 250)
sul quale si mette un anello di gomma e sopra questo
si posa alla sua volta un coperchio di metallo col-
r orlo piatto e liscio.
I^o stesso Weck ha costruito uno slerilizzalore dei
vasi ottimo per i bisogni della famiglia e che io mi
servo da oltre 20 anni. '^
Esso consiste in un pentolone cilindrico di ferro "^
zincato (flg. 251) munito di coperchio e porla un Fi|. 25a^ ^ J^o
termometro, il cui bulbo arriva a metà altezza della piatto per conser-
vare la frutta,
pentola.
I vasi da sterilizzare, che sono di diversa gran czza, si devono
riempire per due centimetri al disotto del coperchio e si collocano sopra
un sostegno (fig. 252) a base circolare fa; t:on una colonna centrale (ò/
lungo la quale si uniscono delle molle (d) oppure i supporti dei vasi (g).
Le molle si fanno scorrere in giù lino a toccare il coperchio del vaso,
esercitando su questo una certa pressione per tenere fermo il coperchio.
I supporti scorrevoli hanno lo scopo di poter piazzare nell'apparecchio
più vasi uno sull'altro.
Al momento di usare la pentola, bisogna versare tanf acqua che
basti a coprire i vasi di vetro immersivi. La temperatura del bagno
deve essere eguale a quella che ha il contenuto dei vasi. Posto l'ap-
parecchio al fuoco si riscalda l'acqua tino a portarla alla temperatura
prescritta e per il tempo pure indicato e di cui vedremo più avanti.
Compiuta la sterilizzazione, si leva la colonna sostegno coi vasi,
prendendola per il manico e si lascia raffreddare a se.
— 378 —
Durante la sterilizzazione è avvenuto, che l'aria rinchiusa nel vaso
per dilatazione solleva leggermente il coperchio che è tenuto fermo
soltanto dalla molla e ne esce. Ma quando si raffredda, il coperchio
spinto dalla molla ricade a guisa di valvola suU' anello di gomma e
non permette che l'aria rientri.
Compiuto il raffreddamento, la pressione stessa dell'aria esterna,
tiene chiuso il vaso.
Per aprire il vaso, quando si vuole consumare il contenuto, non
si ha che da tirare l'anello di gomma dalla parte che ha una specie
di orecchio. In tal modo si dà accesso all'aria ed il vaso si apre.
Con questa pentola si possono sterilizzare le confetture al siroppo,
le marmellate e quanto si desidera. E' questo uno degli apparecchi più
pratici che io conosca per uso di famiglia.
3. — Conservazione al siroppo di zucchero. La frutta destinata per le
conserve nel siroppo, deve essere sempre di maturazione non troppo
inoltrata, sana, priva di contusioni e di polpa consistente.
Fig. 251. — Pentola di ferro zincato per
sterilizzare.
Fig. 252. — Sostegno per tenere nella pen-
tola sterilizzatrice i vasi di conserva.
Si prestano mollo bene le mele piccole e mediane. Queste si sbuc-
ciano e si tagliano per levare i semi. Delle pere si scelgono anche le
mediane o piccole e si preferiscono quelle aromatiche e dolci. Anche
queste bisogna sbucciarle. Le pere e mele cotogne, si prestano in par-
ticolar modo. Dei frutti a nocciolo si conservano le albicocche e pe-
sche spiccagnole. Si raccolgono 10 o 12 giorni prima della completa
maturazione, sì immergono nell'acqua bollente per levarne la buccia e
poi si dividono per metà, onde levare il nocciolo. Anche le prugne si
preparano in tal modo, soltanto a queste non si leva il nocciolo. I
lamponi a frutto rosso, l'uva spina verde e della varietà pelosa, il ribes
a bacche grosse e rosse, si possono anche conservare senza una spe-
ciale preparazione, tranne il ribes che bisogna sgranare.
Sbucciate e preparate nel modo anzidetto le frutta, e non avendo
pronto il siroppo, per non lasciarle esposte all'aria che farebbe pren-
— 379 -
der loro un colorilo bruno, si immergono prontamente nell'acqua fredda.
Qualora avessero a stare più di un giorno nell'acqua, allora conviene
leggermente riscaldarla ed aggiungere una piccola dose di acido citrico.
Questa operazione dai tecnici viene detta iinhianchimento.
Veniamo ora alla preparazione del siroppo di zucchero.
Lo zucchero da adoperarsi deve essere raldnato e la concentrazione
della soluzione in ragione di 1 kg. di zucchero in 1 litro d'acqua pos-
sibilmente pura. (1) Di solito si adopera acqua di pioggia filtrala. Anche
adoperando dello zucchero più puro del commercio, bisogna sempre
sottoporre il siroppo ad un processo di depurazione. A tale scopo la
soluzione anzidetta si porta sul fuoco e, di mano in mano che si forma
la schiuma, questa si leva. Nel caso che si avesse uno zucchero non
tanto fino, si aggiungano anche delle chiare d'uovo, le quali servono,
bene sbattute, a chiarificare e depurare la soluzione. Bisogna continuare
a schiumare ed aggiungere dell'acqua con relativa porzione di zucchero
fino a quando non viene più a galla alcuna sostanza etereogenea.
Preparato in tal modo il siroppo, non si ha che da riem|)ire i vasi
colle frutta, colmarli col siroppo e quindi chiuderli ernìeticamente.
Una volta chiusi, si avvolgono con delia paglia e si immergono fino al
collo nell'acqua bollente a 105" C. Il ribes ed il lampone si lasciano
immersi per 15 minuti; le pesche, pere, mele, uva s|)ina per '20 minuti
e le cotogne per 30 minuti. I vasi si lasciano raffreddare nella stessa
caldaia.
CoU'apparecchio Weck, si seguono le norme indicale nella se-
guente tabella.
Tabella XXXVII. Norme per sterilizzare le frutta al siroppo
eoli' apparecchio Weck.
Densità Tem- ' Durata
del siroppo paratura della
Nome in ] jitro di sterilizza-
d' acqua sterilizza- zione
O.SSKKV.VZIONI
dei fruiti j zucchero i zione
I
j gr. : e," Mi
Albicocche . . MO 9t' ^" V<:y '«^H» bpez«ite
2.'> . , intere
Ciliegie dolci. 300 . -'o
acide 7.-,(i , -'<' volendo indolcirle
Lampone. . . . | 500 7.') '••
Mele I 750 I 90 ^
Pere I 600 KH) -'-SO
Pesche I 300 I 80 :20
Ribes I 750 »> ■■^"
Rovo j 500 ".') •■'
Susine 750 ' 80 20
Uva spina ... I 750 1 00 'iO
(D A7operando 1 apparecchio speciale Weck di conservazione, basta una soluzione
di gr. 300 al massimo 700 di zucchero in un litro d'acqua.
~ 380 —
4. — Le marmellate si preparano facendo cuocere il frutto nel-
l'acqua, tramenando sempre perchè non attacchi poi si passa al set-
taccio per togliere i semi e le parti dure. Per ogni chilogramma di
frutta netta dai noccioli, si prendono 700 gr. di zucchero che si fa
bollire con un bicchiere d'acqua. Quando lo zucchero comincia a filare
si aggiunge la polpa di frutta e si fa bollire ancora cinque minuti, poi
si mette nei vasi. Si adopera per dolci o si serve col burro all'ora del the.
5. _ Volendo fare invece la pasta di frutta, come specialmente si
usa colle mele cotogne (cotognata) o colle pesche (persicata) bisogna
sbucciar prima il frutto, tagliarlo in 4 e metterlo in un recipiente con
acqua. Poi si fanno bollire i pezzi e, ridotti teneri, si passano allo
staccio. Per ogni chilo di cotogne o pesche occorrono kg. ^|^ di zuc-
chero pesto che si fa bollire.
Si aggiunge il frutto e dopo ^4 o mezz'ora di bollitura si versa la
pasta nello stampo.
6. — Le composte servono più per il dessert e conservano forse
maggiormente l'aroma. Si fanno per lo più di pesche o d'albicocche.
Il frutto si punge prima con uno spillo poi si lascia cuocere per mez-
z'ora, ma non deve diventar troppo tenero.
Tolto dal fuoco si mette il tutto per 24 ore in luogo fresco. Poi i
frutti sgocciolati si mettono in vasi e si fa bollire lo zucchero finché
vien denso. Si copre la frutta e dopo due giorni si riempie il vaso
con spirito di Francia.
Un modo più semplice di fare la composta è il seguente. Far filare
lo zucchero e poi gettarvi la frutta tagliata in 4, lasciando bollire
pochi minuti. Mettere in vasi, coperti con carta pergamena e far bollire
a bagno maria.
7. — Gli stroppi di frutta sono una bibita eccellente per l'estate.
Si fanno di lampone, di ribes, di more e di ciliegie.
Bisogna lasciar riposare prima i frutti ben maturi almeno 24 ore.
Poi si spreme oltre un cencio e si lascia altre 24 ore. Indi si fa pas-
sare senza premere per un cencio più fitto.
Si pesa tanto zucchero, quanto è il succo del frutto e si mette a
bollire. Di mano in mano che si forma la schiuma bisogna levarla e
si confina a far bollire finché la schiuma cessa. Si toglie dal fuoco e
si mette in bottiglie.
8. — Colle frutta si possono fare anche gelatine, paste, liquori, aceti,
tinture, mostarde, canditi ecc., per la cui preparazione conviene che il
lettore si provveda di pubblicazioni speciali e raccomando special-
mente quelle citate nella Bibliografìa del presente capitolo.
- 381
XV.
Essiccamento delle frutta.
1. Generalità. — Anche le frutta, come molti altri prodotti alimen-
tari, si possono conservare per disseccamento.
Con questo mezzo si utilizzano le frutta appena raccolte epperciò
non si ha alcuna perdita; il processo dell'essiccazione non richiede
profonde cognizioni tecniche, nessun dispendio in apparecchi e vasi
di conservazione né in zucchero ed altri mezzi costosi che servono a
conservare le frutta. D'altra parie le fruita essiccate, conservano una
gran parte del loro aroma, si mantengono a lungo inalterate, possono
essere spedite colla minima spesa di trasporto nei paesi più lontani.
Il disseccamento si può ottenere per calore naturale del sole o per
calore artificiale. Da noi, che non sempre si può avere un costante
calore solare, conviene seguire per l'essiccazione un metodo misto e
cioè col calore solare completato dal calore artificiale. Il primo non
è privo d'incovenienti, i principali dei quali sono: a) di non poter
fare un sicuro assegnamento sul medesimo ; b) di avere un calore
irregolare ed interrotto ; e) le frutta esposte alia libera circolazione
dell'aria durante il disseccamento, per l'effetto dell'ossigeno, si deco-
lorano e diventano poco appariscenti.
Il disseccamento artificiale si ottiene con speciali apparecchi chia-
mali essiccatoi, forni o stnfe per frulla. Questi apparecchi devono essere
costruiti in modo da produrre e mantenere il massimo calore colla
minor spesa di combustibile e quindi di allontanare l'acqua dalle frutta
nel minor tempo, acciò la frutta non perda del suo aspetto e sapore.
Disseccando ad una temperatura troppo elevata si incorre nell'in-
conveniente, che la buccia scoppi o s'indurisca, ed i pori, non fun-
zionando più, impediscono l'evaporazione dell'umidità interna. Disse-
cando ad una temperatura troppo bassa si lasciano esposte le frutta al
calore per troppo tempo e quindi si hanno o delle frutta poco saporite
oppure imperfettamente essiccate. Tutta l'arte perciò di chi accudisce
al disseccamento consiste nel trovare il giusto calore necessario per
ovviare a questi inconvenienti.
E' naturale che i frutti acquosi richiedano un maggior calore dei
zuccherini. I primi non bisogna però sottoporli rapidamente ad una
temperatura elevata, quanto forse si può fino ad un certo punto per
quelli ricchi di zucchero.
Lo scopo dell'essiccamento non consiste soltanto nel conservare
la frutta, ma nell'ottenere anche che questa, mantenga il suo gusto e
aumenti il suo contenuto zuccherino. Difatti, l'amido contenuto nella
polpa, col calore si trasforma in zucchero, e questo aumento è sempre
— ;J82
relativo alla rapidità dell'operazione. La temperatura in genere non
deve mai oltrepassare i 100"^' C, (per le pere e mele 90^* C, per le pesche,
e luva e frutta a bacca e nocciuolo in genere 80-JH)" C.) e per ottenere
che il disseccamento avvenga nel più breve tempo, gli ap|)arecchi di
essiccazione sono costruiti in modo che intorno ai frutti circoli una
forte corrente d'aiùa calda.
2. — Le inucchinc occorrenti per preparare le frutta disseccate
consistono : in una macchina per sbucciare, in altra per levare il
nocciolo, trattandosi di ciliegie o prugne, ed
infine nell'essiccatoio.
Le macchine più raccomandabili per sbuc-
ciare sono quelle della fabbrica K. Herzog di
Reudnitz; cosi pure per levare il nocciolo.
Gli essiccatoi più importanti sono i se-
guenti :
a) A corrente d'aria verticale: Evapo-
ratore universale M. Tritschler; l' evapora-
tore di Geisenheini; l'evaporatore Vermorel
figura 2Ò3); l'evaporatore Alden ;
b) A corrente d'aria obliqua: Evapo-
ratore Ryder, l'essiccatoio Fouché, la stufa
Mayfart;'
ci A corrente d'aria orizzontale. Questi,
più che apparecchi sono delle camere di es-
siccazione come sono quelle costruite da
Cozens, Fouché ed altri.
3. — Scelta delle fruita. iNon tutte le frutta
si prestano per l'essiccamento; le une sono
soltanto dolci e prive di aroma, altre sono
troppo acide o troppo acquose, altre hanno
la polpa troppo deliquescente, altre infine
lianno la polpa a libra troppo grossolana.
Si scelgano le frutta con polpa soda e
con succo denso. Quelle acquose è meglio
riservarle per siroppi e confetture.
Le frutta mature disseccano più presto.
Dopo essiccate sono più gustose, hanno più
bell'aspetto e più bel colorito. Le frutta im-
mature si disseccano lentamente e perdono relativamente più di peso.
Per la medesima varietà e ad eguale stadio di maturazione, le frutta
più piccole disseccano più presto.
lutine prima dell'essiccazione bisogna separare le fruita per gran-
dezza poiché soltanto in tal modo si ottiene una uniforme disseccazione.
Le mele per l'essicamento devono avere polpa line, morbida, dol-
cemente acida (10% <^li zucchero 0°^ d'acidi) e tanto consistente da
poter togliere la buccia senza inconvenienti. Sono migliori le mele di
Fig. 253. — Evaporatore per
frutta ■• Vermorel , .
— ;jh;j —
media grandezza, di forma regolare rotonda o leggermente depressa.
Sono consigIiat)ili le varietà seguenti: Cardinale rossa, Nobile di liors-
dorJ', Imperatore Alessandro, Menetta giallo dorala d'estate, Renetta
grigia d'autunno.
Le pere non devono essere troppo dolci, devono avere una forma
regolare, allungala, con polpa aromatica e fondente quali sono la Lui-
gia buona d'Avranches, Ricordo del (Congresso, Rutirra d'Amanlis, Ru-
tirra bianca d'Autunno, Fondante des Rois, Catillac, Martin secco, ecc.
Delle prugne si preferiscono la Claudia imperiale, la Precoce di
Bavay, la Mirabolana e cosi via.
4. — Preparazione delle frulla per iessiccamenlo. Poche sono le
frutta che possono essiccarsi come vengono raccolte ; la maggior parte
richiedono una speciale preparazione.
Le mele ad esempio devonsi sempre sbucciare, tagliare in due o
|)iù pezzi, a seconda della grandezza, si levano i semi colla capsula che
li inchiude, poiché sono indigesti. Preparale in lai modo, per non la-
sciarle all'aria, che ne renderebbe il colorito ruggine o bruno, si im-
mergono in una soluzione di sale, '/2V0 di concentrazione, ossia 50 gr.
di sale in 10 litri d'acqua, oppure si mellono in una cassa dove si
bruciano delle miccie di zolfo (20 grammi per m').
(ìiunlo il momento di collocarle nell'essiccatoio, si levano dalla so-
luzione, si lasciano sgocciolare e quindi .si distendono sui graticci nel
modo che vedremo più innanzi. Se conservale coi fumi di zolfo, si
l)orlano direllamenle nel forno.
Le pere sono più facili a preparare e cioè dopo sbucciate e tagliate,
non si leva loro le granella : del rimanente anche queste, come qualsiasi
altra specie di fruita, bisogna toglierle dal contatto dell'aria e provvi-
soriamente si mettono nella soluzione di sale o in un'atmosfera d'ani-
dride solforosa come abbiamo visto per le mele. Se le pere non sono
completamente mature è consigliabile di sottoporle, dopo sbucciate,
all'azione del vajìore acqueo. A tal uopo si mettono in un canestro a
larga lessituia e ben coperte. Questo canestro lo si lascia in sospensione
sopra dell'acqua bollente fino al punto che una paglia si possa intro-
durre facilmente nella polpa. Di solilo ci vuole una mezz'ora. Con
(|uesla operazione, la polpa diventa quasi trasparente ed acquista alla
superfìcie un aspetto lucido per i cristalli di zucchero che si formano.
Le susine e ciliegie si disseccano tali e quali vengono raccolte, e,
trattandosi di qualità speciali, si sbucciano immergendole nell'acqua
bollente e si snocciolano con a|)positi congegni.
Le albicocche e le pesche si mellono nell'acqua calda o in una li-
scivia al(;alina bollente, per qualche secondo, allo scopo poi di sbuc-
ciarle. Levale dalla liscivia si pongono sopra un reticolalo di filo di
ferro zincalo. La liscivia si fa sciogliendo kg. 0,") ad 1 di carbonato di
potassa o kg. 1-1,5 di carbonaio di soda in 10 litri d'acqua. Si rinfre-
scaiìo poi le frulla con dell'acqua buona, si dividono per metà, per
levare il nocciolo e quindi si solforano lasciandole per 3 ore.
— 384 —
E' inutile aggiungere che tutte queste operazioni devonsi fare colla
massima pulizia e sollecitudine. Gli strumenti metallici devonsi pulire
frequentemente con liscivia e tenerli asciutti.
L'aria dell'ambiente e dei locali in prossima vicinanza al forno di
essiccazione, deve essere priva di polvere e di fumo.
5. — L'essiccazione. Le frutta non si devono introdurre nell'appa-
recchio essiccatore se prima la temperatura dell'interno non è stata
portata a 70° C. Di solito questi apparecchi consistono in graticci so-
vrapposti uno all'altro e tenuti assieme agli angoli mercè una catena
che serve ad abbassare od innalzare i graticci di mano in mano che
occorre.
Le frutta sul graticcio, se intere, si dispongono col picciuolo in
su ; se a pezzi, si distendono in modo che possa circolare l'aria fram-
mezzo.
Per le frutta a granella occorre una temperatura in media da 80
a 100° C, per quelle a nocciolo da 10 a 15° di meno. Una volta avviata
l'essicazione, si leva un graticcio ogni tanto tempo, che viene poi so-
stituito da un altro. Riguardo al tempo che si devono lasciare diremo
per norma, che le frutta essiccate, compresse fra le mani, non devono
lasciare umore. Ad esempio coll'apparecchio di Alden si cambia il
graticcio per le mele ogni 8 a 10 minuti, per le pere da 8 a 12 minuti,
le pesche 12-20, albicocche 10 a 15, susine 15 a 20, ciliegie 15 a 20, uva
da 15 a 20.
In Francia, le pere e mele finissime, si preparano nel seguente
modo. Dopo sbucciate, tagliate e levate le granelle, lasciandovi però il
picciolo, si immergono nell'acqua bollente fino a che lo strato esterno
della polpa diventa molle come la cera. Allora si portano nel forno e
si espongono alla temperatura di 80" C, lasciandole fino al momento
che si chiudono i pori. Estratte, vengono sottoposti ad una compres-
sione per riportarle poi nel forno dopo raffreddate, ad una temperatura
di 85-95° C. Così ripetono questa operazione per una terza volta ed
allora acquistano lo spessore di circa cm. 12. Ben essicate le mettono
in scatole eleganti spargendo dello zucchero su ogni strato.
Le frutta candite si preparano sbucciando le pere, o susine, o ciliegie. Con queste
si fa una gelatina nella quale si immergono le frutta da candire che poi si spolverano
di zucchero. Fatto questo si lasciano per un po' di tempo esposte all'aria e quindi si
portano nel forno dove si essicano a lento calore.
Chiudo questo capitolo col dare alcune cifre riguardanti l' es-
siccazione.
385
Tab. XXXVIII.
Dati generali sull'essiccazione delle frutta.
QUALITÀ DiìL FRITTO
Grado di
calore
per l'es-
sicazione ;
Co I intere
ore
Pere
Buon Cristiano William . . 60-70
Andrea Desporles i „
Zuccherina di Montliicon . ,
Duchessa di Berry ....
Monsallard
Butirra Hardy
d'Ainanlis ....
Luigia buona d'Avranches .
Duchessa d'Angouléme . .
Pero in inedia (iO-iXl
Mele
Susine .')0-7()-!l()
Albicocche S.'i-iM)
l'esche
Ciliegie (;()-8.'i
Vini Cid-'.Mt
Fichi |()-,S()
Durata
dell'essiccazione
cogli evaporatori
per fruita
Rendita %
<lel frutto fresco
12-48
diverse | frutta
ore ' essicata
Spesa di
zione per
, Qle
Lire
S-12
(1-7
11
11
10
14-15
2.%
2.00-.
12-15
30-35
.
:tii
—
2.70
20
—
3.10
18
—
:».io
17-2.-S
2
XVI.
Il sidro o vino di frutta.
1. — Generalilà. Sino dai leinpi piti antichi e presso (ulti i popoli,
si prepararono delle bevande, col succo fernienlato delle frulla. Il sidro
è appunto una di queste bevande, e si ottiene sol succo spremuto dalle
mele e talvolta anche dalle pere. Nei paesi dove alligna anche la vile,
si unisce alle pere e mele anche una certa {[uaiilifà di uva, la (juale
rende il sidro più aromatico e conservabile.
Come bevanda alcoolica il sidro può slare a lato della birra, sia
per la quantità di alcool (da 4 ad 8%) «ia per le sue qualità. Uifalti il
sidro viene raccomandato alle balie per acquistare una mngfjiore ab-
bondanza di latte, alle persone inclinale alla |)inguedine, all'idropisia ecc.
E' una bevanda sanissima, rinfrescante e della (juale si fa largo uso
nella Normandia, Piccardia e nella (lermania meridionale. Da noi, in
Italia, la fabbricazione del sidro è mollo limitata. Pochi sanno prepa-
rare convenientemente il sidro e buona parie ne ignora |)ernno il nome
tant'è, che in molte località ove si fanno degli abbondanti raccolti di
mele, invece di convertirle in sidro a tempo opportuno e ricavarne
25 — Tamaro - Frutticoltura.
— 386 -
perciò un discreto profitto, le trascurano al punto di doverle dare al
bestiame come foraggio.
2. — Scella delle frulla. La qualità e serbevolezza del sidro dipende
in particolar modo dalla scelta delle mele o pere e del rispettivo rap-
porto con cui si uniscono le diverse varietà destinate a farlo.
Tre sapori difìerenti caratterizzano tutte le specie di mele e cioè :
l'acido, il dolce e l'amaro.
L'abilità del fabbricatore sta appunto nell'opportuna miscela di
queste tre qualità. La prima concorre a fornire il sidro dell'acidità che
lo rende serbevole, la seconda lo rende ricco in alcool e le mele amare
rendono il sidro stomatico ed aromatico.
Le mele da sidro non si distinguono soltanto pel loro sapore, ma
anche per l'epoca di maturazione e difatti abbiamo: le mele precoci o
tenere che maturano nel mese di settembre ; le mediane e seraitenere,
che si raccolgono a metà ottobre ; le tardive che maturano al principio
di novembre. Dalla pi'ima categoria deriva un sidro alquanto debole^
e che, quantunque gradevole, è di breve conservazione. Dalla seconda
categoria si ottiene un sidro più forte e serbevole, dalla terza si ha un
sidro generoso che si conserva anche per 5 o 6 anni.
Ecco alcune ricette di miscele che vengono raccomandate dai princijiali autori
francesi per ottenere i sidri migliori.
Sidri di Mele puecoci (settembre).
Doux a l'Aignel . . . V3 Doux à l'Aignel . . . V4 Rouge Bruyère .... V.i
De Vermeille V:ì Rouge Bruyère .... '/j D'Ognonet '/.,
(ìros amer doux . . . ','3 Blanc Mollet '/i Douce-Morelle .... '/a
Sidri di mezza stagione (ottobre).
De Rouget V4 Peau de vache precoce '/a Doux aux vespes . . . '/a
De Sonnette '/4 Gallot '/ 1 Rambour doux .... '/:i
Gres amer doux . . . '/j Doux amer '/;ì Petit Amerei '/:>
Ozanne ',"
Peau (le vaclie tardive V. Peau de vache tardive ','3
Roquet blanc . . . . '/4 Marin Onfroy Vs
Bec-d'àne '/4 Bec-d'àne '/:)
Oltre alla qualità delle mele bisogna tener conto anche della natura ed esposizione
dei terreni in cui vennero coltivati, ed a tal uopo servano le seguenti norme.
1. Le mele provenienti da terreni argillosi, elevati, aprichi e riparati dai venti
marini, danno un sidro assai generoso, ricco di colore e che si conserva a lungo.
2. Dai terreni pure argillosi, ma poco profondi, si ottiene un sidro meno ricco
di alcool, di colore e meno conservabile.
3. Nei terreni sciolti si ottiene un sidro sapido bensì, ma debole e poco conser-
vabile ; così pure nei terreni marnosi e calcari.
4. I terreni delle valli profonde ed umide danno sidri deboli, di difficile chiari-
ficazione e di poco gusto.
5. Infine i terreni elevali, aprichi, argilloso-silicei, producono le migliori mele
da sidro.
— 387
Una buona varietà di mele da sidro conliene da 10 a 15% di zucchero o dal 4 al 5 "io
(li acidi (tartrico, nialico e tannico). Lo zucchero colla fermentazione si trasforma in
alcool, gli acidi concorrono a rendere il sidro più sapido e serbevole In Kenerale le
pere contengono più zucchero e tannino, ma meno aciflo tartarico e malico delle mele.
Di grandissima iiiduenza sulla qualità e serbevolezza del sidro i'
il tempo ed il modo con cui si raccolgono le mele. Raccogliendo troppo
presto, si ha un mosto troppo acido e si danneggiano anche le piante,
perciò anche per questa raccolta seguiremo cjuelle norme che abbiamo
già descritte ])arlando della raccolta delle frutta in genere.
3. - Fabbricazione del sidro. Le mele che hanno raggiunto il mas-
simo di zucchero bisogna subilo ammostarle poiché, lasciate a se stesse,
perderebbero dello zucchero, ])er alcune varietà invece, bisogna lasciarle
ammonticchiate a strati di 20 a 30 cm. d'altezza, affinchè per una spe-
cie di lenta fermentazione saccarina che subiscono, i principi saccari-
ilcabili abbiano tempo di elaborarsi a sufficienza.
Le mele jìer ammostarle si sottopongono ad una triturazione che
ha per scopo di ridurle in una polpa omogenea per estrarne poi il sugo.
La triturazione si fa in diversi modi a seconda dei mezzi |)ecuniari di
cui si dis|)one, si pestano o si grattuggiano. Per pestarle si adoperano
dei trogoli a maglio, oppure dei trogoli circolari nei quali si fa circo-
lare una pesante macina verticale a guisa di ruota, od infine due mulini
a due cilindri scandali di ghisa, disjiosti parallelamente ed orizzontal-
mente al disotto di una tramoggia. Per gralluggiarle invece, si adope-
rano delle macchine simili a ([uelle che si adoperano por le barba-
bietole.
La triturazione devesi fare colla massima cura j)er ottenere poi la
massima ((uantità di succo. Le polpe ben macinate devonsi piesentare
senza grumi di sorta e formare una pasta omogenea.
Se le mele erano completamente mature, allora si passa subito la
jiolpa alla torchiatura, se invece non erano completamente mature, si
lascia la polpa per una mezza giornata in recipienti ben coperti e
rimestandola di quando in quando per impedire la fermentazione. Lo
scopo di questo riposo è di rammollire i tessuti e per sciogliere meglio
le sostanze aromatiche.
L'estrazione del mosto dalle polpe, si ottietie sottoponendo la ma.ssa
alla pressione di un torchio. Nella gabbia del torchio le polpe si di-
spongo a strati di 10 a 12 cm. di spessore separati uno dall'altro da
una tela, la quale serve a facilitare lo sgocciolio del mosto. Dopo una
prima torchiatura si leva la massa, la si spappola con dell'acqua (10
litri per quintale di inele) indi si lascia in riposo per una giornata, per
poi ripetere la torchiatura. Il mosto di questa seconda torchiatura si
può benissimo unire con quello della prima.
La fermentazione del mosto la si fa subire in botti, le quali devono
essere conservate e preparate con quelle medesime cure che si sogliono
applicare alle botti per vino.
— 388 —
Nelle botti, o tosto o tardi comincia la fermentazione e perciò
comincia a notarsi una modificazione. Trasformandosi lo zucchero in
alcool, il mosto non solo diventa meno dolce ma anche acquista un
frizzante speciale dovuto all'anidride carbonica. La temperatura più
adatta per la fermentazione è dai 17 a 20" C. la quale alla sua volta
dura in media da due o tre settimane. Fino a che la massa è in fer-
mentazione, bisogna lasciarla in completo riposo; quando poi è ben
chiarilìcata, allora si travasa per separare il sidro dalle fecce.
Per norma del lettore diremo che un mosto abbastanza denso, di sapore agro
dolce piuttosto aspro, con vena di amarognolo è quello che produce il miglior sidro.
Anche questi mosti si possono correggere come quello d'uva, con aggiunte di zucchero,
acido tartarico, cremortartaro e così via.
Nei travasi e nelle ulteriori cure di conservazione non si ha che
da seguire quei precetti che ci vengono dettali per ottenere del vino
l)uono, sano e serbevole.
Il sidro di solito si consuma nello stesso anno che viene prodotto.
Volendolo conservare oltre al secondo anno bisogna metterlo in bottiglie.
Anche il sidro, come il vino, va soggetto a delle malattie, delle
quali le più frequenti sono: T acidificazione, l'amaro, il grassume e
l'annerimento. Per la cura di queste si seguono i medesimi metodi che
sono suggeriti pel vino.
PARTE NONA
MALATTIE E CAUSE NEMICHE
DELLE PIANTE DA FRUTTO
I.
Malattie e loro classificazione. '•)
Per inalallia intendo quella (jiinliiiuiiic itllcraziunc clic m>i>iciic nvlln
funzione normale dctjli oiyani della pianta.
In questa nuova edizione della mia Frullicollura, mi sono |)ro|)oslo,
come avrà già rilevato il lettore che conosce le |)recedenli edizioni,
di riassumere ciò che è stato dillusainenle trattato nella 111' l%(lizione
e quindi anche in (|uesta jìarte mi son limitato a seguire il seguente
schema di classificazione:
'piante'
Schema di classificazione delle malattie
consociate nel terreno
\
■ ■ ■ ■)
' parassite
1.
Malerhe
p;i«-
:{'.»()
2.
Fanerogame ....
„
IVI
3.
Muschi e licheni . . .
„
.{91
A.
Crittogame
„
:v.r2
Animali
\u
6.
Cause meteoriche
IT'.l
7.
Ferite
„
INI
Regime colturale. .
l'.ll
.^
Cattive condizioni del
terreno
IVI
/
Cattive condizioni del-
l'atmosfera .
IVI
U.
Sostanze nocive Iro-
vantisi nel terreno o
nell'aria
..
Il (7
(1) V. Peglion. - Le malattie crittogamiche delle piante coltivale. Biblioteca A. Ottavi.
1913. - P. Voglino. - Patologia vegetale - Enciclopedia Agraria Italiana. - Torino V.m.
(Vedi Trattato completo di Agricoltura del Prof. D. Tamaro pag. 349).
-sgo-
li.
Malerbe - Vischio - Cuscuta.
1. — Tutte quelle erbe che crescono nel terreno dove non si
vorrebbe, si chiamano malerbe.
Queste assorbono una gran quantità di nutrimento dal terreno e,
mentre non danno nessun utile, impoveriscono il suolo, producono
ombra e soverchia umidità. Il maggiore danno che ne risente il frut-
ticoitore è nei vivai, ma anche nei frutteti e broli, se trascurati i lavori
del terreno, si risentono dei danni notevoli.
Le malerbe appartengono tutte alle fenerogame e ne sono di annuali
e perenni. La maggior parte di queste ultime, oltre che per seme si
moltiplicano per rizoma.
Si previene l' invasione delle malerbe adoperando semi puri per
le colture intercalari e impiegando stallatico ben decomposto. Per
distruggere le malerbe annuali il miglior mezzo consiste nel non lasciar
maturare il seme, strappando le piante in piena fioritura. Più difficile
è mondare il terreno degli organi sotterranei. A ciò si provvede con
accurati rivoltamenti del terreno per esporre le radici e rizomi ai
calori d'estate od ai freddi dell'inverno; con accurati lavori successivi
mediante estirpatori e coltivando poi una pianta sarchiata. Tutte le
malerbe o parti di esse che vengano strappate dal terreno bisogna
bruciarle oppure si mettono in macerazione con del colaticcio e pozzo
nero, rivoltandole di frequente in modo, che dopo un anno, si ottiene
una massa decomposta completamente, che è molto utile per conci-
mare i vivai e per gli impianti.
Se il terreno è invaso dal Raphanus raphanistruiu, dalla Sinapis arvensis, con
delle pompe irroratrici, si bagnano tutti le parti verdi delle piante e quando queste
sono asciutte dalla rugiada, con una soluzione di solfato di ferro al 15-20"/,,.
Questa irrorazione si faccia quando le piante hanno sviluppata la quinta foglia,
e dopo qualche giorno, se non si ha avuto 1' effetto desiderato, si ripete l'irrorazione.
Cosi si può distruggere anche la Cuscuta, il Cirsiuni arvense, il Polygonum persicaria
ed il papavero.
Perchè la soluzione aderisca meglio alle foglie, si suole aggiungere 5 "/o di melassa
oppure kg. 1-1 '/j di sapone molle per ettolitro. Si impiegano circa 600 litri per ettaro.
2. — Il vischio e la cuscuta sono le due fanerogame parassite delle
piante, da frutto. Il (Viscum album L.) lig. 254 nasce da un seme por-
tato eventualmente dagli uccelli che sono ghiotti delle bacche, sopra un
ramo, germina fra la fessura della corteccia di ([uesto e, mentre emette
il fusto, interna nel ramo la radichetta, la quale sviluppa degli austori.
Questi si arrestano al cambio e persistono in aderenza continua con
esso, per quanto il tronco della pianta nutrice continui a crescere.
Fiorisce in giugno e le bacche sono mature dall'ottobre in avanti. Le
piante danneggiate sono il pero, melo, noce, nespolo, susino, carubbo,
391
mandorlo. Il vischio si presenta con folti mazzi di'rami sempreverdi,
evidenti specialmente d'inverno, sul tronco e
gna strappare igeili di vischio escavare con
un ferro tagliente nel ramo lino a scoprire
il legno vecchio, per levare tutte le radici-
La cuscuta è una (]onvolvulacea (Cu-
scuta lupuliformis Krocker), mollo co-
mune nei prati di erba medica, che av-
volge la pianta come il vilucchio, priva
di radici e di foglie: ha invece dei suc-
chiatori o austori che infigge nei tes-
suti delle piante per succhiarne il nutri-
mento.
I grappoli della vile sono talvolta in-
laccati e per difenderli basta allontanare
i focolari di infezione dal campo sot-
tostante, con una soluzione al 20 7o di
solfato di ferro.
ami. Pei- difendeili biso-
•'"?^.
h
Fig. 2S). -
hit ni) sopra i
Viscliio ^\7ici;;)i al-
I tronco (li un albero.
111.
Muschi e Licheni.
1 muschi sono crittogame fornile di clorolìlla e di Toglie, i licheni
sono piante tallolite risultanti dall'unione simbiotica di algiie e di lunghi.
Queste piante preferiscono i luoghi umidi e di luce limilata. Si
trovano in quantità sui tronchi degli alberi nei terreni umidi, spe-
cialmente dal lato di tramontana e formano un rivestimento chia-
mato col nome generico di borraccina.
Tanto i muschi quanto i licheni non sono parassiti nello slrello
senso della parola, perchè vivono sulla scorza, cioè su zone disorga-
nizzate; ma coll'involucro formato intorno ai rami ed ai fusti impe-
discono la respirazione e la traspirazione producendo un danno in-
diretto. Di più, essi trattengono molta umidità la quale è un elemento
di disorganizzazione delle parli sane e vegetative, specialmente se queste,
per una ragione incidentale, vengono ferite.
La presenza di questi muschi e licheni è dovuta alla imperfetta
nutrizione delle piante, causa il sottosuolo umido, impermeabile e la
poca fertilità del terreno. Quando una pianta si nutre imperfeltamenie
allora è limitata la sua crescita, la scorza si indurisce, non si rinnova
e quindi i muschi e licheni hanno modo di prendere stanza e di svi-
lupparsi. Anche l'acquisto di piante da vivaio aventi licheni o muschi
non devesi fare, poiché la loro presenza è sicuro indizio che le piante
hanno patito nella loro prima età.
— 392 —
I mezzi che si consigliano per combattere i muschi e hcheni sono:
a) Lavorazione profonda del terreno attorno alle piante e conci-
mazione abbondante e complessa.
b) Drenaggio del terreno.
e) Dopo le pioggie d'autunno, raschiare con spazzole e raschiatoi
i tronchi e rami e poi imbiancarli con latte di calce e solfalo di
rame al G^j^.
IV.
Crittogame parassite e saprofite
delle piante da frutto.
1. — La caratteristica delle crittogame consiste nell'essere sprovviste
di clorofilla; quindi, per nutrirsi, hanno bisogno di assorbire da altre
piante le sostanze elaborate, necessarie al loro sviluppo. Perciò i funghi
hanno la facoltà di attaccare gli organi o le sostanze organiche, di dis-
solverle e poi di assimilarle. Le crittogame chiamansi parassite, se questa
azione viene esercitata sopra piante vive; se sopra piante morte, chia-
mansi saprofite. Ksiste poi un'altra categoria di crittogame, che trae la
vita da organi viventi, ma lesi da qualche anormalità dell'ambiente. Cosi
il bacillo del cancro si sviluppa la maggior parte delle volte sopra una
ferita lacera prodotta dal gelo o da una qualsiasi intemperie ; in questo
caso il bacillo non provoca il male ma lo aggrava. Bisogna perciò bene
assodare, nella constatazione di una malattia, se il l'ungo è la causa o
l'effetto della medesima. Nel primo caso, bisogna lottare contro il fungo,
nel secondo bisogna rimuovere la causa della malattia.
I funghi possono essere costruiti da una sola cellula, per esempio i bacteri, gruppo
molto importante per noi: nella maggior jiarte vi si distingue l'organo vegetativo chia-
mato micelio, che provvede alla nutrizione, e l'organo riproduttore.
2. — Come le piante superiori si possono riprodurre per talea,
così anche i funghi si possono moltiplicare per divisione del micelio.
La riproduzione però comune a tutti i funghi è a mezzo di spore.
Le spore corrispondono ai semi delle i^ianle superiori: sono cellule microscopiche
aventi una protoplasma ed una parete. Talora la spora si forma per divisione della
estremità di un micelio, in (juesto caso si chiama conidio: o altre volte due lile di un
micelio si riuniscono assieme, si aggrovigliano e si ha la oospora od uopo, o producono
un concettacolo speciale, alla cui superfìcie si generano dei sacchetti chiamati asclie che
rinchiudono le ascospore.
- 35)3 -
Le spore conservano per più anni la facoltà gerniinaliva e possono tollerare anche
un forte calore, l'er germinare richiedono aria, aci|ua, ed tin certo «rado di calore che
varia da lo a 20" C. La luce viva ostacola la «erniinazione: con luce debole cmI al buio,
la germinazione e vegetazione dei funghi è (ìiìi rigogliosa. Dalla geniiiiia/ioMe della
spora derivano uno o più tubi di germinazione che costituiscono poi il micelio.
Questo si fissa alla superficie della pianta mediante gli austeri : allora abbiamo i funghi
epi/iti. o penetra neUinterno dei tessuti della pianta attraverso gli stomi o perforando
le cellule, e abbiamo i funghi endofiti.
Le malattie causate dai funghi possono pio|)a<<ai-si o per loniie uii-
celiche o per conidi, o per spore, [/infezione niicelica avviene (juasi
esclusivamente sotto terra per il conlatto di radici sane con radici am-
malate. Le infezioni per spore e conidi sono dovute in parte ai vento,
in parte agli animali ed all'uomo. L'uoiuo può coi semi, con marze di
innesto, passando da una pianta ammalala ad una piatila sana, tras-
portare i geriui delle malattie.
3. — Un fungo parassita altera il protoplasma della pianta attaccala.
Esso può perforare le pareti cellulari col suo micelio, e allora attra-
versa la cavità della cellula assorbendone i succhi e esce da altra parte:
in questo caso si nota esternamente soltanto un iiiyiiilliiiieiilo delTepi-
dermide o dell'organo intaccato. Può invece penetrare nella cellula
cogli austori, e allora questi, mercè un fermento diastasico, digeriscono
completamente l'amido e le sostanze organiche contenute nelle cellule
che vengono combinale coH'azoto e col fosforo e vanno ad ingrossare
il fungo: in questo caso sull'organo della pianta si osservano chiazze
di vario colore ; il tessuto poi si disuitutnizza complelamenU' e mdrciscc.
Alcune volte i funghi fanno sviluppare irregolarmente una parte
di un organo in confronto ad un altro. In ((ueslo caso il fungo agisce
per irritazione. Altre volte agiscono iiiline per inlilliamenlo di sostanze
estranee nel protoplasma e producono una specie di fermentazione, la
quale fa aumentare il volume delle cellule e le rende più lumescenli,
gonfiando i tessuti.
V.
Rimedi anticrittogamici e loro applicazione.
1. — // solfato (li rame e le poltifilie. Il solfato di rame è il rimedio
anticrittogramico più dilluso e più raccomandabile per la maggior parte
delle malattie crittogamiche.
L'azione del solfato di rame non è ancora stala ben ciiiarila. L'opi-
nione più generalizzata è questa: il solfalo di rame eccita il processo
vegetativo della pianta, rendendola più vigorosa e perciò più resistente
alle malattie. Infatti si osserva che, dopo il trallamento, le foglie ac-
quistano un colore più intenso e diventano più consistenti. Da ciò
una più intensa assimilazione, un miglioramcnlo generale della nulri-
— 394 -
zione della pianta, onde, naturalmenle, frutti più abbondanti e più
zuccherini. Il soliato di rame si adopera in semplice soluzione nell'acqua
o nelle cosi dette poltiglie. Nella frutticultura si adoperano di prefe-
renza le poltiglie, le quali devono possedere 3 qualità; conlenere un
sale dì rame perfetlainente solubile, avere una buona aderenza e ripartirsi
facilmente sugli organi delle piante.
Un sale di rame completamente insoluliile non ha alcuna azione
fungicida mentre quello sciolto ha un' azione immediala. La semplice
soluzione presenta pei'ò tre inconvenienti : aderisce poco agli organi
della pianta, facilmente viene dilavata dalle acque, ustiona le foglie
delle piante.
Per questo la semplice soluzione di solfato di rame non viene
mai adoperata o solo raramente (100-200 gr. per hi. d' acqua : si ripe-
tono i trattamenti a brevissimi intervalli e dopo ogni pioggia).
Adoperando invece poltiglie questi inconvenienti si evitano.
2. — Poltiglie bordolesi : sono composte di solfato di rame e calce
spenta.
Per preparare queste poltiglie, bisogna avere le seguenti avvertenze:
1. Non si adoperino mai né vasi di ferro o di zinco, né strumenti di ferro, bensì
di legno o di terra.
2. Il latte di calce sia perfettamente freddo, altrimenti si deposita ossido di
rame che rende inefficace la poltiglia.
3. Non si adoperi una poltiglia avente notevole reazione acida: ciò indicherebbe
la presenza del solfato di rame indecomposto, che produce scottature sulle parti verdi
della pianta.
4. Si versa sempre il latte di calce, molto allungato, nel solfato di rame e non
viceversa
1^'aggiunta del latte di calce all'acqua contenente solfato di rame produce un intor-
bidamento dovuto alla decomposizione del solfato di rame, depositandosi il rame allo
stato di idrossido. Se la qualità di calce aggiunta è sufficiente per scomporre tutto il rame
disciollo, l'idrossido di rame precipita sollecitamente e l'acqua sovrastante diventa limpida.
Se la calce vien data in eccesso, allora alla superfice si forma un velo dovuto al carbo-
nato di calce. Se la calce non é sufficente, lacqua rimane piìi o meno colorata in azzurro.
Oltre allidrossido di rame ed al solfato di calcio, che depositano, si formano altri
composti speciali e cioè solfato basico doppio di rame e calcio. Una parte di rame
rimane disciolta e questa agisce direttamente sulle crittogame ed é in quantità inversa
a quella di calce usata nella ))reparazione. Quindi quanto più calce si adoprerà tanto
meno rame sciolto conterrà la poltiglia e la sua azione non sarà cosi sollecita. I com-
posti rameici insolubili nell'acqua sono destinati a sciogliersi lentamente ed esercitare
perciò un'azione prolungata sui germi dei parassiti.
Un eccesso di calce nell'impiego della poltiglia non fa aumentare 1 aderenza della
poltiglia stessa.
La calce che si deve adoperare deve essere completamente spenta e per quanto è
l)ossibile pura, cosi il solfato di rame deve avere un titolo non inferiore al 98 "/o-
I.a poltiglia bordolese più comunemente impiegata è quella aH'l"/,, di calce spenta
(P'ormola Cuboni). Per preparare la miscela si sciolga 1 kg. di solfato di rame in 5 litri
di accjua calda in un recipiente di legno.
Si prenda poi 1 kg. di calce spenta, mondata da pietruzze e da impurità, e si spap-
j)oli in altri 10 litri di acqua in modo da ottenere un buon latte di calce. Quindi si
versi questo latte di calce, facendolo passare per uno staccio, nella soluzione di solfato
di rame, agitando ben bene ed allungando con S.'i litri di acqua fino ad ottenere un
bel liquido color celeste che, lasciato in riposo, diventa incolore, depositando la poltigia.
- 395 -
Per assicurarsi che la poltiglia sia perfeltaiuenle neutra, si fa uso rielle carte alla
fenolftaleina che sono bianche e rimangono bianche nella soluzione di solfalo ril
rame, diventano rosse nel latte di calce. Si può anche adoperare la carta di tornasole.
Si preferisce generalmente che la poltiglia riesca lievemente acida
Volendo avere una poltiglia che agisca immediatamente ed in modo energico contro
i germi, si può consigliare la poltiglia al cloruro aniiiionico (Formola Sostegni) A tale
line si prepara nel modo sopraindicato una poltiglia all' 1 '/."A, di solfato di rame e di
calce spenta e vi si aggiungono 125 gr. di cloruro ammoniaco, sciolto a caldo, o di solfalo
ammonico. Questa poltiglia appena fatta dovrà essere adoperata.
Per combattere contemporaneamente anche gli insetti, in America dapprima ed
ora anche da noi, si aggiungono G()-1(K) gr. di verde di Parigi (aceto arsenito di rame per
ettolitro). Con questa miscela si combatte la ticchiolatura del pero e melo e le torlrici,
oppure la peronospera e la Cochylis della vite. Bisogna avere l'avvertenza di preparare
la poltiglia cupro calcica con eccesso di calce.
3. — Ln poltiglia boryognona si prepata come la pollif^lia bordolese,
soltanto si adoperano 2 kg. di solfato di lanie ed 1 kg. di carbonaio di
soda Solvay. Ha il vantaggio che il carbonaio di soda non si altera
colla conservazione come avviene per la calce.
Tutte queste poltiglie devono esseie date in modo che tulle le pai li
verdi le ricevano allo stato massimo di divisione, o meglio polveriz-
zazione. I trattamenti devonsi perciò fare con pompe che agitino co-
stantemente la poltiglia polverizzata al massimo grado nella irrorazione.
4. — Le due poltiglie precedenti non sono aderenti che alla condi-
zione di essere adoperate fresche, ossia appena preparale.
La poltiglia al sapone oltre ad essere aderente è anche inalleiabile
se conservata in recipienti chiusi.
Il Prof. Francesco Senise, Vice Direttore della Scuola di S. Ilario Ligure mi riferisce
di avere ottenuto splendidi risultati nella lotta contro la peronospera adoperan<lo le
seguenti poltiglie al sapone.
Formola generale .
Forinola per le acque dure, scie- \
Solfalo di rame gr. 500
Sapone di Marsiglia kg. 2.—
Solfalo di rame gr. .50»
nitose o torbide . . . ( .sapone «li Marsiglia kg. 2..50(
Solfalo di rame gr. .500
Formola per le acque piovane
Sapone di Marsiglia kg 1 .VKM.WtO
Egli sperimentò delle poltiglie nel Napoletano, nella lta-.ili,:.i:i .■ npll:i (Mhil.i i:i
e trovò i seguenti vantaggi:
al aderenza perfetta:
b) conservazione perfetta delle jìompe:
e) minima esportazione per efletto delle |)ioggie dovuta alle particelle finissime
che aderiscono a tutte le anfrattuosita anche microscopiche delle foglie;
d) pochi trattamenti:
e) irrorazione completa dei grappoli ed allri frutti con buccia liscia o pruinosa :
fi risparmio di mano doperà e di materia prima:
g) risparmio di calpestare il terreno, danno rpiesto non piccolo avendo delle
raccolte sottostanti.
Ha l'inconveniente di non essere visibile come il traltamento borrlolese o il bor-
gognone.
— 396 -
Si scioglie sempre il solfato di rame in 50 litri d'acqua. Separatamente si scioglie il
sapone nell'acqua calda in altri 50 litri d'acqua.
Si versa, contrariamente alla preparazione della poltiglia bordolese, la soluzione
del solfato di rame in (juella saponosa, agitando fortemente. Facendo il contrario, l'acqua
resta limpida e nel fondo si ha un precipitato spugnoso, mentre invece si deve avere
una soluzione colloidale, leggermente azzurra, non limpida, senza precipitato.
5. — Zolfo. Lo zolfo viene impiegato pei- coinbatlere V Oidiuni e
molte altre crittogame che vivono alla superficie delle piante. Lo zollo
dev' essere fine e puro e dev'esser dato in modo da avvolgere la pianta
con una polvere lìnissima senza grumi. La sua azione è meccanica
e chimica: meccanica, perchè, come tutte le polveri, ostacola l'estendersi
delle crittogame; chimica, per la derivazione di anidride solforosa e
di acido solforoso e solforico, i quali ultimi morti lìcano i miceli dei
funghi. Lo zolfo, per agire, ha bisogno d'una temperatura di 25» a 35" :
a questa temperatura la sua azione si può esplicare anche in 24 ore.
Lo zolfo agisce anche sulla vegetazione; il fogliame delle viti acqui-
sta maggior consistenza, fa anticipare la maturazione dell'uva e del
legno, favorisce in sommo grado la fecondazione.
Per dare lo zolfo si devono adoperare le solforatrici che devono
getlare lo zolfo molto minutamente, in modo da avvolgere la pianta
in una nube.
6. — Lo zolfo raiìialo viene ora molto usato, specialmente quello
al 3%, per combattere contemporaneamente l'oidio e la peronospora.
7. — Polliglia zolfo -calcica. Facendo bollire nell'acqua della calce e
dello zolfo, si formano dei tetra e pentasolfuri di calcio i quali si
sono trovati efficaci per combattere le cocciniglie, gli Eriophyes, il Tet-
ranichus, l'Exoascus deformans, i Fuscicladium, la Sphaerotheca mors-
uvae, la S. paunosa, il Cladosporium carpophilum, la Monilia fructigena
ed altre crittogame che andremo citando, quando si tratterà delle sin-
gole malattie.
Questa poltiglia applicata ai rami colpiti da cocciniglie agisce come
caustico, corrodendo le uova e gli scudetti sotto ai quali si riparano
gli insetti e mettendoli a nudo. Agirebbe anche come asfissiante: i poli-
solfuri infatti, sotto l'azione dell'anidride carbonica dell'aria, si de-
compongono, formando carbonato di calcio, zolfo molecolare e idro-
geno solforato, che é velenosissimo. Il carbonato di calcio e lo zolfo
rimangono fortemente aderenti ai rami e per lungo tempo, impedendo
cosi che altre cocciniglie vengano a stanziarsi.
La preparazione si fa nel seguente modo:
«) Si prendano 3 lig. di calce viva, ancora in i)ietruzze. fresca e pura più che sia
possibile. Si fa l'estinzione lentamente con pochissima aciiua. (juando è ridotta in una
poltiglia omogenea, si slaccia per levare le impurità.
b) A parte si pesano 3 kg. di zolfo puro più che sia possibile e con questo si fa,
aggiungendo acqua un po' alla volta, un impasto omogeneo, in una specie di polenta
tenera.
.Siccome è difficile stemperare omogeneamcnle lo zolfo coH'acqua, conviene aggiiui-
gere 40 cm.' di alcool denaturato.
- :v.)7 -
e) Si prenda poi una riiarniilla di terra (od ima pentola di ferro, non però di rnmei
della capacità di 30 litri. In i(uesla si versino 2(1 litri dac.|iia, poi i :t kf- di .-alce stem-
perati nell'acqua e da ultimo la polenta di zolfo, mescolando sempre atlivaiiienle con
un bastone di legno e con diligenza, per ottenere un tutto omogeneo.
lì) Ottenuto questo, si metta la marmitta al fuoco, si faccia bollire la miscela
per un ora. mescolandola vivamente per evitare che si formi deposito.
Passato «pieslo tempo si levi la marmitta dal fuoco, si filtri il tidto attraverso
una tela grossolana, lavando la marmitta con ac(pui calda, per portar via lutto il sedi-
mento (costituito in massima parte di solfito e monusolfnro di calcio) rimasto ade-
rente alle pareti. Se la operazione è stata fatta bene, la poltiglia avrà un colore
giallo bruno.
e) Si porti la poltiglia al volume di 20 litri, aggiungendo acqua fredda e Iole si
conservi in recipienti chiusi di vetro. Non potendo conservarla in recipienti ben chiusi,
bisogna avere lavvertenza di ricoprirla di un leggero strato di olio, allo scopo di evitare
che avvengano delle decomposizioni al contatto dell'aria.
Nella operazione non si devono adoperare recipienti o spatole di rame, perché
vengono intaccate. I vapori che si sprigionano durante l'ebollizione, attaccano facilmente
i metalli, sicché è prudente allontanare, prima dell'operazione, orologi o altri oggetti
che potrebbero essere danneggiati.
Si faccia l'applicazione delia poltiglia con un pennello. Dovendo
adopei'are pompe iiroi-atrici, bisogna averne con iccipienti di legno ;
ai)pcna adoperate si sciacciui bene la cannula ed il getto.
L'inverno è la stagione piti propizia per il Iraltatnento.
Trattandosi di piante a foglie caduche, si pennellano i rami ed i
tronchi con 3 litri di soluzione concentrala diluiti con 7 litri di ac(|ua.
Per gli olivi, aranci, evonimi e altre piante sempre verdi bastano
2 litri di soluzione concentrala diluiti con N litri di ac(|ua.
Durante la vegetazione si adojiera una soluzione ancora piti diluita
(litri 1, 5 e litri 8, ó di acqua;, specialmente in primavera, (piando ap-
pariscono le ])rime foglie, e le prime cocciniglie.
Una settimana dopo il primo trattamento, se ne faccia un secondo,
per distruggere le cocciniglie scampate dal primo o nate dopo.
8. — Miscuglio Slaiu'insclaj. Serve per combattere 1' antracnosi
della vile e per disinfettare le ferite. Si pennellano le parli aeree della
pianta con ballulfoli di stracci in cima ad un bastoncino.
Si prepara, ponendo 10-.')0 kg. del solfato ferroso in commercio in un recipiente di
terra cotta o di legno, e versan<lo a poco a poco 1 litro <leiracido solforico in com-
mercio al Mi" B. Si lascia che il sale assorba l'acido solforico e poi si versano KMi litri
di acqua bollente mescolando tino ad ottenere la completa soluzione del sale.
Non bisogna mettere metalli in contatto con questa miscela.
(Lon questo miscuglio si curano anche, con buonissimo elicilo, le
piante colpite da clorosi, pennellandole durante rinverno.
398
VI.
Malattie dovute a crittogame.
1. — Rogna e lubercolosi. Con tali termini volgari si sogliono de-
signare malattie dovute al parassitismo dei batteri.
«; La Rogna e tubercolosi della vile {Fig. 255 e 257) si manifesta con deformazioni
del ceppo, dei tralci, e dei grappoli, ricoperti da tubercoli numerosissimi, addossati, in
modo che gli organi intaccati assumono un aspetto fungoso. La malattia è causata da un
bacillo (Bacillus tumefaciens, E. Smith)
che penetra nei tessuti per qualche ferita
prodotta al ceppo, a fior di7,terra, colla
vanga o colla potatura ai tralci.
È meglio svellere ima vite colpita e
bruciarla; non si ricorra alle propaggini
j)er la moltiplicazione.
bj Rogna o tubercolosi dell'olino (Ba-
cillus .Savastanei E. Smith) (Fig. 2.5() e 2.58).
Si manifesta sotto forma di tubercoli sparsi
sui rami, sui virgulti, sul tronco e sul pe-
dale, prima di consistenza carnosa, lisci, poi
Fig. 255. — Tralcio di vite
colpito dalla rogna.
Fig. 2.5fi. — Ramoscelli di olivo
colpiti dalla rogna.
screpolati, legnosi, foggiati a crateri. Il continuo accrescersi del tubercolo produce screpo-
lature e spacchi nel periderma, indi disfacimento dei tessuti esterni (carie del legno).
I tubercoli possono anche colpire le foglie ed il frutto (Peglion).
I rimedi da consigliare sono i seguenti:
aaj non ])ropagare gli olivi per ovoli o per polloni ;
bbj moltiplicare le varietà più resistenti alla malattia ;
— ÒW
ce) non potare gli olivi sani con arnesi usati nella potatura di lineili malati,
senza averli prima disinfettati col fuoco:
dd) rigorosa scelta delle marze di innesto, prelevandole da piaiilc assoluta-
mente sane;
eej nei casi di infezione leggera, si taglino i rami attaccati e si bruciano:
If) se l'infezione è estesa si asportino i tubercoli con un pennato, trattando le
ferite col miscuglio SUawinsky (pag. 'MÌ7).
Fig. 257. — Grappolino di vite deformalo dalla^rogn:!
Fig. 2.')<S. — Tumori prodotti dalla rogna su un ra
2. — Bacteriosi del gelso, del fico e Mal nero della vile. (Ascobaclc-
rium luteum). Sulle foglie del gelso si iiianifesla con macchie nera-
stre, a contorni irregolari, più piccole di quelle della fersa, di colore
più scuro e prive di orlatura rosso brunaslra. Le foglie poi riman-
gono perforale ed i rami si mostrano ricoperti di ulcerette ovali che
dapprima si sporgono e poi si avallano, assumendo una colorazione più
oscura, corrodendo il ramo fino al midollo.
Sul ramo di lieo si osservano chiazze brune che mettono a nudo
le zone legnose dando loro un colore ocraceo. II Cavara attribuisce
anche all'Ascobacteriuni luteum il mal nero della vile.
- 400 —
Non si conosce alcun rimedio diretto contro queste malattie. Si
possono consigliare i medesimi rimedi suggeriti per la rogna.
3. — Gommosi delle piemie a nocciolo. Questa malattia è dovuta allo
stimolo o reazione della pianta alle ferite, all'azione del gelo, alla con-
cimazione non completa, a parassiti vegetali.
Secondo il Prof. Comes, un batterio, Bacleriiim gummis^ si noterebbe
nella mucilaggine che precede la gummi/icazione delle cellule amilifere
nelle piante affette da gommosi.
La gommosi avviene tanto nel legno quanto negli strati corticali.
Quando una parte del legno è degenerata in gommosi, la degenerazione si pro-
paga, da un ramo passa all'altro, fino al tronco, senEa avere influenza negli strati cor-
ticali, cosi che della malattia ci si accorge solo tagliando il ramo.
Fig. 259. — Sezione di un ramo di un anno di ciliegio
con una ghiandola gommosa nel corpo legnoso.
M, midollo - li. strato legnoso - rf, ghiandola gommosa - ni, raggi midollari
assottigliati e degenerati dalla gommosi - a, masse di gomma sparse per il
legno che impescono lo sviluppo delle fibre legnose - b. cellula di libro defor-
mata dalla gommosi - /). cellule di legno che cominciano ad essere intaccate.
Come questo avvenga si rileva dalla fig. 259 in cui è rappresentala la sezione di un
ramo di un anno di ciliegio, colpito internamente da gommosi.
\el corpo legnoso H si osserva in d) un agglonieramento di cellule degenerate in
gomma che chiameremo ghiandola goniinosa, p un agglomeramento, appena al prin-
cipio del suo sviluppo. Avvenuta la degenerazione, si ])ropaga alle cellule situate alla
periferia di queste ghiandole, dissolvendo in gomma prima le pareti cellulari, poi il loro
contenuto. In questo stadio della malattia, avviene uno strano modo di ricostituzione
dei singoli elementi dei tessuti. Le cellule dei raggi midollari, quantunque l'amido che
contengono venga trasformato in gomma, si allungano e penetrano nella ghiandola
gommosa in ; lo stesso avviene per le cellule del libro b. In tal modo il ramo resta senza
sviluppo per tutto il tratto di degenerazione. I.e cellule vicine, rimaste sane, producono
bensì un tessuto rimarginante, che si accresce sotto il i)eriderma e dovrebbe sostituire
il mancato sviluppo di legno e corteccia, ma questo tessuto non arriva che in rari casi
ad unirsi e porre riparo alla degenerazione patologica. 1 rami in tal modo langui-
scono sempre più e finiscono col perire.
101
4»*f^^-^
Qualche volta, dalla parte opposta del ramo colpito, si sviluppano nuovi strali di
legno, come si vede nella fig. 26().
Quando la gommosi intacca la corteccia, allora su questa appaiono piaghe esterne
come nella iìg. 261. Qui si vedono i tessuti del lloeiua. del cambio ed anche del paren-
chima corticale, colpite dalla degenerazione. K degno di nota però il fallo che il peri-
derma non viene inlaccato nei rami giovani: quindi se non avviene il dellusso della
gomma, la gommosi, che si trova immediatamente sotto
air epidermide, rimane inavvertita.
Da quanto precede noi possiamo concludere che
la gommosi la si può inoculare facilmente colle marze
di innesto, poiché queste possono contenere, senza che
subito apparisca, ghiandole goiuiiiose o noduli gom-
mosi. Quand anche non vediamo sgorgare della gom-
ma, la degenerazione interna dei tessuti può essere
molto diffusa negli strali sottocorticali e fino e<l oltre
al legno.
Come abbiamo sopra accennalo. i)arecchic sem-
brano essere le azioni concomitanti a provocare la
gommosi: le principali sono tre e cioè: i tagli molto
energici, il gelo ed una iiuperfella nutrizione. Queste
diverse azioni raccolgono nelle singole parli materiali
esuberanti in quel dato organo : si ha perciò una
rapida formazione di nuovi tessuti senza però che i
materiali siano completamente adatti per portarli a
completo sviluppo.
La malattia .si mani festa con masse di
gomma che sgofgano dal tronco e dai fami;
tali masse si liquefano nell'acqua e non nel-
l'alcool.
Fig. 260. — .Sezione trasversale del fusto di un ciliegio
di 8 anni, il quale da un lato in 3 e da :> anni è stato
alterato per la gommosi e che potè sviluppare dei nuovi
circoli legnosi dalla parte opposta in n - a. ramo che
si diparte dal fusto - i. una faccia del fusto.
l'ig. 261. Ferita prodotta
dalla gommosi sopra un
tronco di una pianta da
fruito a nocciuolo.
I rimedi sono più di ordine preventivo che curativo :
aa) non concimare con molto letanie ed evitare i terreni argil-
losi umidi ;
bb) difendere con diligenza le piante da qualsiasi i)arassita ani-
male o vegetale ;
ce) arare superficiamente il terreno per non intaccare coll'aralro
le radici :
Tamaro - Frutticoltura.
— 402 —
dd) Recidere la parte degenerata fino alla parte sana, formando
così una ferita che la pianta possa rimarginare senza pericolo di disfa-
cimento. Si ripari la ferita con un mastice ;
ee) Moderare la letamazione delle piante, impiegando concimi
chimici, esclusi gli azotati e con prevalenza di calcari e fosfatici.
ff) Privare le piante dei rami più deperiti.
gg) Moderare le irrigazioni.
hh) Aereare il terreno con profonde lavorazioni e con fossi di scolo.
ii) Non adoperare per la moltiplicazione piante o parli di piante
affette da gommosi.
Il) Evitare la potatura invernale.
4. — Gommosi degli agrumi. La causa deve essere simile a quella
della precedente malattia, soltanto intacca gli agrumi e specialmente il
cedro ed il limone.
Si manifesta con un intristimento generale della pianta, ingialli-
mento e poi caduta delle foglie, sviluppo esile dei rami. Sui rami si
osservano macchie nere, da cui sgorga, dopo alquanto tempo, la
gomma. Quando la malattia colpisce in giro tutto il fusto, la pianta
muore in 3-4 anni. Dal 1865 al 1870 questa malattia infierì tanto in
Sicilia da distruggere tutti gli agrumi.
Mezzi di difesa: a) Innestare sul melangolo ad un metro di altezza.
b) Non adoperare mai per soggetti piante ottenute per talee o per
margotte.
e) Non scegliere le marze di innesto sopra piante colpite da
gomma.
d) Rinunciare alla moltiplicazione per talea, barbatella o margotta.
e) Applicare i mezzi di difesa indicati più sopra per la gommosi
delle dupracee.
5. — Anche sulle radici dell' o//j'o e del fico si sviluppa una ma-
lattia simile della gommosi.
6. — Marciume radicale parassitario. Tutte le piante da frutto pos-
sono essere intaccate da questa malattia, tanto nei vivai quanto a
dimora.
Il marciume, chiamato anche mal bianco o putredine delle l'adici
viene prodotto daWAgaricus (Armillaria) melleus, Rosellinia aquila che
colpisce specialmente le radici del gelso e la Rosellinia (Dematophora)
necatrix (1).
Questi funghi hanno cordoni miceliali chiamati rizomorfe, consistenti in tanti
filamenti bianchi (fìg. 262), che si internano nei tessuti della radice, uccidendoli e for-
mando delle falde biancastre.
Poco prima o poco dopo la morte della pianta, avviene la fruttificazione dei funghi.
Le fruttificazioni dell'Agarico compaiono di solito dopo le pioggie di settembre od
(1) Nei tessuti alterati o morti per il marciume, si trova anche un altro fungo la
Raesleria hypogea la quale in autunno si palesa esternamente con dei cappelli piccoli,
emisferici bianchi, portati da un piede ancora più bianco, lungo 5 a 6 mm.
403
in ottobre, alla base del ceppo della pianta colpita, a gruppi: sono conosciute comune-
mente col nome dì fungo chiodino, famigliola, ecc.. fungo mangereccio (lig. 2<>:t).
I frutti della Dematophora hanno l'aspetto di aggregali di sferoline pedicellnle. ncl-
r interno trovansi le spore, che sitrovano pure
alla base dei tronchi, al colletto.
La inolli|)licazione quindi dei due lunghi
è affidata non solo alle rizomorfe, ma anche
alle spore: (pielle procurano le infezioni a de-
corso sotterraneo, da radice a radice, queste
invece producono a fior di terra ed invadono
direttamente il colletto e le grosse branche delle
radici.
La eslesa diffusione del marciume radicale
è dovuta alla vitalità delle rizomorfe, che pos-
sono adattarsi per un tempo assai lungo alla
vita saprofìtaria, vivendo a spese dei materiali
organici che abbondano nel terreno. Questa fa-
coltà unita alla spiccata resistenza del micelio
e delle rizomorfe in ispecie, all'azione degli
agenti fisici, fa si che i parassiti stessi si mol-
tiplichino sopratutto per mezzo degli avanzi
miceliali rimasti nel terreno. La penetrazione
del micelio nelle piante ospiti è indubbia-
mente agevolata poi dalle lesioni che eventual-
mente presentano le parti sotterranee delle
piante ospiti : le ferite prodotte durante i lavori
del suolo, le erosioni causate dagli insetti, le
alterazioni che susseguono alle punture della
fillossera sono altrettante vie d' accesso alla
Fig. 262. — Ceppo di vite morto per
1 invasione della Dematophora necatri.v.
a. Micelio filamentoso - b. cordone ri-
zoido che poi si ingrossa o differenzia
in rizoforme - e, in d ed e. si vedono
dei piccoli sclerozi che spuntano alla
superficie della corteccia della pianta e.
tanto su questi quanto direttamente sul
micelio, in condizioni opportune, si for-
mano dei filamenti fruttiferi conidiofori.
Fig. 263. — Agaricus melleus.
Il micelio abbraccia in parte la base
del tronco morto del fungo.
Le fruttificazioni escono in copia dalla
corteccia del tronco.
malattia, indipendentemente dalla facoltà che hanno
genere di invadere anche i tessuti sani
tubi [germinali e il micelio in
Il marbia^n^o Infierisce specialmente nei terreni forti che -«'-« ^f «,« J,°^°°
quindi soggetti a ristagni d'acqua. Nei punti in cui questi sono frequent., .1 male è
— 404 -
endemico poiché il micelio del parassita non risente alcun danno neppure da una
prolungata sommersione.
Nelle sabbie ove diffìcilmente v'è umidità stagnante, il mal bianco è rarissimo (Peglion).
Aspetto della lualaltia: Le piatile amiiialate iiiostfano sintomi di
sofferenza dopo 3-6 anni dall'infezione; questi sintomi si possono
riassumere in una vegetazione stentata, in un aspetto languente, in uno
sviluppo delle foglie spesso inferiore al normale ed inlltie in un lento
e graduale disseccamento. Quando la ])ianta è per perline, appariscono
a fior di terra i corpi fruttiferi dei parassiti, dei quali s])ecialinente è
comune l'Agarico.
Fig."2f>4. — Foglia di vite intaccata dalla Plasniopuia oitis.
Mezzi di difesa: Non si possono consigliare contro questa malattia
che cure preventive, e cioè:
a) Allontanare i funghi che compaiono alla base delle piante
prima dello maturazione delle spora;
bj Appena conosciuta la malattia estirpare tutte le piante che non
ne siano perfettamente immuni ;
e) Disinfettare il terreno con calce o solfato di ferro, abbruciando
o iniettando 120 gr. di solfuro di carbonio per metro quadrato ;
d) Non fare nel medesimo posto altri impianti per 3 o 4 anni,
cambiando poi le linee dei filari;
e) Usare nell'impianto piante sane provenienti da terreni asso-
lulainente immuni ;
f) Drenare il terreno.
7. ~ PeroiiosiHìre. Alle infezioni peronosporiche sono sof^gelU la
vile (Feronospora o Plasniopara viticola Buch. e De Ton.) il ribes
(Pei'onospora ribicola Schraet; ed il lampone (I*. rubi Bbli.)
La più iniportanle è la peronospora della vite che intacca lutti ^li
organi aerei, erbacei della vile. Le prime Iraccie coinpaionc» sulle fof^lie
in maggio, sotto torma di macchie tondeggianti, di color bruno nel
centro, che sfuma in giallastro alla
periferia ed inleriormenle si noia
una efiloresccnza bianca, cristallina.
Conlluendo più macchie, l'intera
^. f foglia dissecca e si distacca (lig. 2<)l).
I grappolini, se colpiti prima,
durante o dopo la lìoritura, si ricur-
vano, diventano giallognoli e poi
bruni (lig. 2(55) con una leggera ef-
iloresccnza bianca. L'acino imbru-
nisce (lig. 2(56), prende una linla
cuojo e talvolta si copie di una ef-
llorescenza. Sui Iralci, lìnchè sono
verdi, si notano macchie giigie o
livide.
Si può prevedere ogni conlaminazioiie
(iella peronospora cogli elementi seguenti :
II) (li primavera : pioggie generali
fredde e prolungate ; pioggie l)revi ma
fredde in terreno già umido
l'ig. 26.'). — Grappolo nel primo periodo
di sviluppo, intaccato dalla Peronospora
uilicola. — £1, acini sani - b, acini legger-
mente colpiti - e, acini molto danneg-
giali - rf. peduncolo colpito.
l-ig. IW..
:iiii d' uva in grandezza naluralc
colpiti dalla /Vroiios/ion/
b) in estate; pioggie generali fred.le e prolungale, pioggie brevi ma .fredde in
terreno arido :
e) arresto della vegetazione, eziolamento delle foglie:
d) scomparsa dell'amido dagli internodi erbacei, arresto di sviluppo nelle radi-
cene (Peglion). ,. . ,,
Ora in Francia si stanno organizzando osservatori per avvertire i viticoltori sulle
epoche in cui fare i trattamenti.
La poltiglia bordolese e gli zoHÌ-ramali sono i rimedi di ordine
preventivo.
— 406 —
Il primo trattamento si fa a partire dal primo periodo piovoso
susseguente alla comparsa dei grappoli fiorali. Durante la fioritura
bisogna star sempre pronti per un secondo trattamento, specialmente
quando si hanno rapidi abbassamenti di temperatura e nebbie.
Talvolta occorre un terzo e quarto trattamento. Per il primo trat-
tamento si può usare la poltiglia bordolese all' 1 7o di solfato di rame
e calce; nei successivi trattamenti, specialmente occorrendo intensificare
la difesa, si potrà usarla all'I '/aVo? aggiungendovi anche gr. 125 per hi.
di cloruro o solfato animonico. Nelle annate piovose si adoperi la
poltiglia al sapone (pagina 395).
Per la difesa dei grappoli si ado-
pera il zolfo-ramato al 3 7o invece di
impiegare lo zolfo solo.
La peronospera del lampone e
del ribes si combatte nel medesimo
modo.
Fig.1267. — Foglia di pesco Fig. 268. — Foglia di pero
colpita dall' Exoasciis deformans. colpita dalla Taphrina ballata.
8. — Lebbra, bolla, scopazzi, accarlocciainento delle foglie. Malattia
molto comune a tutte le piante a nocciolo ma specialmente al pesco e
al mandorlo (Exoascus deformans Fuck), al susino (E. pruni Fuck), al
ciliegio (E. cerasi Fuck) oltre che al noce e al nocciuolo (E. jnglandis
Berck). Sul pero e sul biancospino si ha pure un'alterazione delle foglie
prodotta dalla Taphrina bullata Fuck.
Queste crittogame intaccano le foglie (lìg. 267-268) ed i giovani rami
(fig. 270). Le foglie intaccate ingialliscono, poi diventano rossastre,
vescicolose, si arricciano, si torcono ed al principio dell'estate cadono.
Avviene lo stesso sulla corteccia dei giovani rami, cosi che questi
formano colle foglie, specialmente sul ciliegio e prugno, una massa
arruffala (scopazzi).
Sul susino intacca specialmente i frutti giovani, ipertrofizzandoli-,
li allunga, li schiaccia lateralmente e spesso li incurva e contorce tra-
sformandoli in bozzacchioni, che cadono al suolo (fig. 269).
407
Tulle queste alterazioni sono dovute ni luioelio degli Kxoascus il c|iialc. invadendo
le foglie o l'ovario dei fiori, passa poi ai rami e alle gemme ove sverna. La mnlattia
procede sempre dall'alto al basso e la sua intensità è sempre in correlazione colle
condizioni tìsiche deiranibienle. I rapidi sbalzi di temperatura durante la primavera o
l'estate, accompagnati da venti freddi u da nubi e da acccpiazzoni freddi, favoriscono
in particolar modo la intensità della malattia mentre una forte elevazione della tem-
peratura ed un abbassamentodello stato igrometrico, possono arrestare o indebolire il
decorso.
Fig. 269. — Ramo e frutto di susino colpito
dall'ExoascHS pruni o malattia della lebbra.
per la quale i frutti si sono trasformati
in bozzacchioni.
Fig. 27(1. — Ramo di ciliegio de-
formato dair£roa.scMS cerasi. — Il
prolungamento i)rìncipale ò niorlo
lino all'estremità e si svilupparono
ranulicazioni laterali.
Mezzi di difesa, a) Abbondante polatura dei rami inlarcali, tagliando
specialmente tutte le estfemità dei rami delle piante colpite. Conviene
addirittura capitozzare le piante molto colpite.
b) Prima che le gemme sboccino, dal novembre al marzo, irro-
rare tutta la pianta in 3 o 4 volte colla poltiglia bordolese al 4 % d>
solfato di rame e calce. Questo rimedio io lo raccomando già da una
ventina d'anni: il Prof. Peglion, iper^ottenere una maggiore aderenza
della poltiglia, consiglia di aggiungervi 400J gr. di cloruro ammonico.
Lo stesso professore raccomanda anche la miscela zolfocalcica, im-
piegando 3 Kg. di zolfo e Kg. 4 di calce. Si operi sempre in giornate
asciutte, perchè la poltiglia essichi sollecitamente.
- 408 -
e) Concimare le piante colpite con cenere od altro concime po-
tassico minerale.
d) Ripetere la irrorazione ad ogni rapido abbassamento della
temperatura.
e) Visitare accuratamente ogni tanto, dal marzo all'ottobre, le
piantagioni, per impedire la maturazione dei corpi fruttiferi. Se una
pianta viene colpita per la prima volta, raccogliere e bruciare le foglie
di mano in mano che vengono colpite.
f) Applicare il trattamento anche ai pruni selvatici.
g) Non innestare con marze provenienti da piante infette.
Il) Coltivare varietà resistenti come molti peschi americani.
i) Badare di non confondere questa malattia coll'arricciamento
delle foglie prodotto da afidi. In questo caso si devono combattere
gli afidi.
9. — Maremme, muffa o mummificazione delle frulla.
a) Abbiamo la Sclerotinia Fuckeliana (De Bary) che produce la
cosidetta muffa grigia della vile chiamata anche marciume nobile. E' una
muffa che si attacca sulla pagina inferiore delle foglie e produce delle
macchie rugginose con ciuffi di filamenti grigio-cinerini che hanno
l'aspetto e l'odore di mufta. Se attacca gli acini e si limita ad invadere
la buccia, questa si aggrinza ed acquista un colore bruno. Essa al-
lora concentra il loro succo, fa diminuire l'acidità assorbendo molti
acidi, aumenta la ricchezza zuccherina e rende insolubile una parte
delle materie azotate, tutti fenomeni che rendono più pregevole il mosto:
da ciò il nome di marciume nobile. Se invece il parassita penetra
nell'acino, questo si copre di uno strato uniforme di muffa e bisogna
scartarlo dalla vinificazione.
Peglion ha trovato che le uve Aglianico, Cabernet Sauvignon, Tiaiiiiner, Merlot
sono più resistenti a questa malattia del Moscato, dell'Aleatico, della Sanginella, del
Gamay, del Trollinger, del Teinturier; vi sono oltremodo soggetti il Dolcetto, il Sangio-
vese, il Hressana, il Malbech, il Sciasinuso, il Sirah, il Pinot.
Non si conosce un rimedio specifico, bisogna però combattere
le tignuole poiché i loro bruchi, perforando la buccia, danno accesso
alle muffe.
La stessa muffa intacca anche le pere e mele (fig. 271).
b) La Sclerotinia cinerea (Bonn) o muffa delle ciliegie, intacca
anche le pesche e le prugne (fig. 273), la S. laxa soltanto le albicocche
e la S. fructigena la maggior parte delle frutta polpose (fig. 272), coin-
prese le nocciole (fig. 274).
La loro diffusione è favorita dalla puntura degli insetti o da altre
lesioni.
Formano sulla buccia cuscinetti emisferici, confluenti, sparsi, ovvero disposti a
zone concentriche, di colore dapprima bianco grigio, poi carnei e alla fine ocracei e
nerastri. Contemporaneamente, nell'interno, la polpa si raggrinza ed ispessisce, formando
una zona dura intorno al nocciolo. 11 micelio intacca tutto o parte della polpa e poi
- -10!) -
passa la buccia per frullilicaie. I.e spore alla lor volta, se favorite dallimiidilà e dalla
temperatura di 'Ò2' C, germinano subito dove cadono, inoltrandosi nelle spaccature o
ferite dei frutti e inlaccando anche le buccie sane
I danni aumentano :
a) Col vento, che la sbattere le frutta contro i rami;
b) Colle ferite prodotte dalla grandine ;
e) Colle ferite prodotte da larve di insetti che ro(h)ii() la polpa
e sulle quali la muda prende stazione volentieri ;
(/; Colla presenza di molle crittogame, che dispoiigoiio le frutta
a contrarre (juesta malattia ;
Fig. 271. — Mela colpita da Sclerotìiia Fu-
ckeliana che si potrebbe dire intaccata da
un marciume nero. Difalti il frutto diventa
nero-carbone, da principio rimane lucente
poi si raggrinza ed in tale stato può rima-
nere per più anni. Esaminando al micro-
scopio si trova che tutto il frutto è invaso
dal micelio, altre volte il micelio traversa
la buccia e la copre di macchie grigie fun-
gose come da flgura.
Fig. 272.
Mele colpite dalla Moniliii frm-tiijfim
che sono rimaste attaccale alla pianta
per tutto r inverno
e) Quando seguono delle giornate secche ad un periftdo di
lunghe pioggie, le frutta screpolano eppercio la .Moiiilia intacca più
fortemente.
Mezzi di difesa. Queste Sclerotiiiie arrecano mollo danno alle pesche
in America; ma da alcuni anni sono penetrate anche da noi ed io ho
notato delle forti invasioni nel territorio di Itnola. In America hanno
anche intaccato i giovani germogli. Rilevante è poi il danno che arreca
alle frutta ammassate durante il trasporlo.
Appena ci si accorge dell'invasione, bisogna fare la raccolta di lutti
i frutti, prima che il fungo arrivi a frullilicaie, e poi separare e
bruciare le frutta guaste. Le fruita inlaccate e lasciate sulla pianta
disseccano, rimangono appese per tutto T inverno ed il parassita vi
sverna dentro.
HO
Si raccomanda ancora
a) Irrorare le piante, prima che sboccino le gemme, con poltiglia
bordolese al 2 % di solfato di rame ed 1 Kg. di carbonato di soda.
b) Irrorare ancora, prima e dopo la fioritura. Per combattere
anche gli insetti, gli Americani aggiungono 1 % di arseniato di piombo
alla poltiglia data all'epoca della caduta dei petali. Un mese dopo, fanno
una seconda irrorazione con la poltiglia zolfo calcica aggiungendo 1 7o
di arseniato di piombo. Un mese prima della raccolta delle pesche
tardive, fanno un terzo trattamento con la poltiglia zolfo-calcica (pa-
gina 396).
e) Amputare i rami colpiti fino
al legno sano e raccogliere e distrug-
gere i frutti colpiti.
d) Dare accuratamente il latte di
calce a tutta la pianta, durante l'inverno,
lino all'estremità dei rami.
Fig. 273. - Susina colpita da
Sclerotinia Monilia cinerea.
Fig. 274. — Nocciuola colpita
dalla Sclerotinia fructigena.
10. — Albugini o Bianco. Queste malattie sono caratterizzate da un
denso e candido strato lanugginoso che il parassita produce sulle
foglie, sui germogli e sulle frutta.
Tutte le albugini colpiscono in parlicolar modo le piante esposte
a sbalzi di temperatura, come quelle coltivate a spalliera. Da ciò la
necessità di ripararle alla sera con stuoje e di procurare un ambiente
umido con irrorazioni alle foglie la sera. Tutte le albugini si sviluppano
meno in un ambiente umido. Tutte ibernano sulle piante, per Io ])iù
nelle gemme.
Queste malattie possono arrecare gravi danni poiché impediscono
alle foglie di funzionare. Esse anche disseccano o rimangono perforate;
ancelle i frutti non arrivano a maturare o rimangono deformati.
aj II bianco del pesco è prodollo dalla Sphaeroteca pannosa Lev, che si combaUe
(secondo Arthur» con varie irrorazioni, in luglio e agosto, di una soluzione di solfuro
potassico al 0,5%; nello stesso modo si combatte la nebbia o bianco del ribes. (S. mors
- 411 —
uvae Herk); il bianco del nespolo e òia/(cos/>»Ho. U'o'losphaera Oxyacaiilae I) C. ; il bianco
del susino, albicocco e ciliegio. (P. tridaetyla de Uaryi. 11 bianco del melo chiamalo anche
nebbia del melo è determinalo dalla Podosphaera leiicotricha che si comhaUe colla sol-
forazione.
bì La crittogama od oidio della vite (Lncinula americana llowj lig. 27j si ma-
nifesta negli internodi inferiori dei giovani germogli, indi sulle foglie e sui grappoli,
e produce delle macchie minutissime, che poi, allargandosi, conlluiscono, diventano li-
vide e si ricoprono di una polvere bianco-giallastra, dovuta alle ile ed alle spore del
parassita. Gli acini avvolti dal fungo, epperò soffocati, si arre-
stano nello sviluppo, screpolano, si atrofizzano e spesso anche
animuffiscono.
Comincia a svilupparsi (juando la temperatura media è
di 12"; si sviluppa rapidamente con una temperatura media
di 20'. arresta lo sviluppo a 38" e muore a 4.>''.
Aspetto della malattia. Macchie brune con polvere bian-
castra superficiale.
Mezzi di difesa: Contro l'oidio abbiamo un rimedio pre-
ventivo e curativo ; lo zolfo, lisso agisce meccanicamente pro-
teggendo la superficie delle parti verdi con uno strato di
polvere lina; chimicamente, perchè col calore (25 ■ C. . sviluppa
r anidride solforosa che è micidiale al fungo.
Lo zolfo deve essere finissimo e dato prima della liuri-
lura, quando i germogli non sono più lunghi di .'. cm. Al mo-
mento in cui le corolle dei fiori cadono a terra deve essere
fatta una seconda solforazione molto importante, poiché la Mg. /7.->. — Utdio
,. ,,. . - , ,, ., , , sul grappolo,
temperatura di quell epoca e favorevole allo sviluppo del-
l'oidio. Quando gli acini hanno raggiunto la grossezza di
un pisello, si fa la terza solforazione, che non è sempre indispensabile.
Le solforazioni devonsi fare nelle ore più calde ed in giornate senza vento. Le viti
non devono essere bagnate, né da rugiada, né da pioggia.
.Vlternando le solforazioni con zolfo ramato ed irrorazioni C()n poltiglie ciipro cali-
che, si combattono efficacemente l'oidio e la peronospora.
V albuggine del carubbo è prodotta dall' Oidiiim ceratoniae Comes, che si combatte
come l'oidio.
11. — Fiinuu/gini, inorfee, mal del cenere. Sotto questi nomi è cono-
sciuta una serie di malattie le quali si manifestano con rivestimenti
ed incrostazioni cenerognole o nere che si distendono sulle parti
malate, deturpandole ed alterandole. Sono queste prodotte da fuiif^hi,
appartenenti alle Perisporiacee, per molti dei quali però, a causa del
loro poliniorlìsnio, la biologia non è ben chiara.
Di solito queste fumaggini si sviluppano (juandt» le piante sono
colpite da cocciniglie, si nutrono colle dojezioni di <pieste oppure
colle secrezioni che la pianta emette in condizioni anormali (melala i.
Quando si palesa la lumaggine per la presenza delle cocciniglie,
si combattono queste, e la malattia si arresterà nel suo sviluppo. Du-
rante l'inverno convengono le lavature dei ceppi o rami colla solu-
zione acida di solfato ferroso del SkaNvinsky (i)ag. :W7).
a> La fumaggine della ulte è prodotta dalla Fumago vagaiis Pers, che è una torma
della Capnodium salicinum ed è a compagnata dalla presenza della cocciniglia della
vite. (Dactylopius vitis).
b) La fumaggine degli agrumi è prodotta dalla Liniacinia (Mcliola/ Pezigi Sacc.
che si nutre di un essudato morboso della pianta (Melata, e delle dejc/i..?ii <li .-...winigli.-
e gorgoglioni.
- 412 -
Questo fungo, per (juaulo non i)enetri nei tessuti, ò tuttavia dannoso e, oltre ad un
manifesto languore (iella pianta, produce una notevole mancanza di frutti. Siccome la
umidità e la mancanza di luce favoriscono lo sviluppo della malattia, si consiglia,
oltre ai mezzi suddetti, di :
1. Fare dei drenaggi.
2. Rimuovere il terreno lavorandolo profondamente.
3. Diradare la chioma degli alberi.
i. Trattare i rami con latte di calce o con cenere liscivata nell'acci uà per distrug-
gere il fungillo.
5. Bagnare i rami con forti spruzzi d'acqua la sera delle giornate calde.
Siccome i frutti degli agrumi vengono anche molto deturpati dalla fumaggine,
prima di mandarli in commercio in America, si usa pulirli. A tale scopo, come rife-
risce il Peglion, si collocano i frutti in una botte con segatura umida di legno. Mediante
un asse munito di manovella, si dà un movimento rotatorio alla botte e la segatura
inumidita funge da spazzola.
e) La fumaggine del pero, castagno, ciliegio, susino, ribes e melo è prodotta dal
Capnodium salicinum Mont ; la fumaggine dell'olivo dell' Antennaria elaeophila Mont,
alla quale si provvede sempre combattendo le cocciniglie, concimando le i)iante, fa-
cendo una buona potatura e lavando i rami.
d) Le altre piante colpite da fumaggini sono: l'albicocco (Capnodium arraeniacae
Thiim.): il pero e pesco (C. elongatum Berk); l'Eugenia (C. Eugeniarum Cook) ; il fico
(G. Footh Berck); il nocciuolo (C. personii Berck); il gelso (Meliola mori Sacc).
12. — Funghi della nebbia. Le piante colpite da questi funghi pre-
sentano sulle foglie, sui frutti e su tutta la parte erbacea macchie per
lo più bianche che poi itnbruniscono, facendo disseccare, in tutto od
in parte l'organo intaccato.
Gli effetti cagionali da questi funghi sono piuttosto gravi. Il micelio
vive sulla trama degli organi a spese delle materie plastiche in esso
contenute; perciò, non trovandosi il sistema vegetativo alla superlìcie,
non si può combattere coi comuni metodi che distruggono le specie
epifite, aventi cioè i loro organi esternamente alla pianta.
Il rimedio migliore per queste malattie è l'irrorazione preventiva
delle foglie e delle parti verdi con la poltiglia bordolese all' 1-2%
nonché la raccolta e l'abbruciamento delle foglie dissecate, sia durante
la vegetazione che durante l'inverno.
a) Blackrot e marciume nero dell'uva. (Guigardia Bidwellii KUis). K una delle
malattie più gravi della vite che però fortunatamente in Italia non si riscontra.
b) Le altre piante che di solito sono colpite dalla malattia della
nebbia, sono indicate nel prospetto a pagina seguente.
13. — Cancro e malaltia delle pustole rosse. A. Sotto il nome di cancro
il pratico intende denominare quelle ferite, prodotte per lo più per gelo,
che per l'azione irritante di qualche fungo (Nectria ditissima, Nectria
cinnabarina) od altra azione esterna, non si cicatrizzano ma si ingran-
discono, formando dei rigonfiamenti allungati che poi si sjniccano in
modo che il legno rimane allo scoperto.
Si distingue il cancro aperto (fìg. 280-2<S4 e 292) nel quale si nota di
solito, nel mezzo della piaga, una discreta superfìcie di legno scoperto
e per lo più annerita, limata da parecchi cercini, spesso screpolati,
rigonfi.
ÌVA
Tab. XXXIX.
Prospetto delle malattie della nebbia.
Piante
Nome volgare
Nome
l'orme diverse sotto cui
intaccate
(Iella mal:
ittia
del parassita
Spliaerella cinerescens
si conosce il parassita
Azzeriiolo
Xebl)!:.
j C_\ lindrosporinan casla-
Castagno
Seociiiiie
S. inacnliformis ,
1
! nicolum
1 Phyllosticla maculiformis
Castagno
—
S. punctiforinis
S. pomaceornm
Cotogno
Nebbia
Imbrunini
eniod.
S. sentina
Scpioria piricola
foglie Ili:
!?. 270)
Sligmatea mespili Sor.
l'^ntoinospnrinm nicspili
Arancio e li-
mone
Nebbia
.Si)haerella (".ibclliana
1
macnlatnm
l'hleospora Mori
1 Seploria Mori
Celso
Nebbia o 1
[orsa
S. inorifolia
1
l'iisariumMori
1 Cylindrosporinm Mori
Scptogloenm Mori
Molo
Nebbia
S. pomaccornMi
S. sentina
Pero
-
S. pomaceoruTii
Dcpa/ea piricola
) Septi ria nigerrima
j . Cyd(miae
[ Phoma pomorum
,
S. sentina
1
Macchie del pero
S, Bellona
Phylloslicta pirina
Ini brini ini
enio
Stif^niatea mespili
1 l'.ntomosporium mespili
1 . macnlatum
(Ielle foc
;lie
\ Septoria piricola (lig. 277)
'
I.cptosphaeria Lucilla
Ilendcrsaania piricola
( Ascocliyta piricola
—
I.eptosphaeria l'omona
1 Pyllosticta pninicola
Nocciiiolo
Nebbia
S. punctiformis
Gnomoniella Coryli
Ribes
_
Sphaerella ribis
Sorbo
^
sentina
Nespolo
Inibrunimento
1 delle foglie
Sligmatea mespili
Ciliegio
Nebbia
! Gnomonia ervthros-
tonia
Noce
_
Gnomoniella pruni
Snsino
,
Gnomoniella I-eptos-
tyla
1 Marsonia juglaiulis ilign-
1 ra 27S'.
Albicocco (1)
Gnomoniella pruni
1
Vite
Nebbia
Spaerella vilis l'riik
Marciume
bian-
Metasphaeria diplo-
> Charrinia diplodiella
1 co della
vile
diella
> Coniothvrinin diplo-
/ diellà
(1) Sullalbicocco se si notano sulle foglie e sul frutto delle macchie bruno grigie,
che acquistano poi un aspetto suberoso, si tratta di un altro fungo Phglloslicla windo-
bonensix Thiim fig. 279).
414
Fig. 27(;. — Imbruiiimento delle fo-
glie del castagno, pesco e nespolo.
Fig. 278. — Noce colpila
dalla Marsonia jiighindis.
Fig. 277. — Imbrunimento
delle foglie del pero.
Fig. 279.
Phyllosticta Windobonensis.
415
Fig. 280. — Sezione trasversale di un tronco di melo di (i anni colpito dal cancro per gelo.
Il fusto è stato colpito dal gelo, nella parte contro la quale il midollo si estendeva
contro una gemma. K per questo che il gelo ha potuto entrare cosi profondamente da
quella parte, trovandosi abbondante il tessuto parenchiniatico del midollo. -- g, Parte
bianca di un anello legnoso. - /{, Anello legnoso con macchie bianche per dove passano
i raggi midollari ,'i b, ed i quali in B li' sono morti e disseccali. Lo stato sugheroso K è
laceralo e disseccato assieme airanello legnoso. I.a pianta è stata colpita dal gelo quando
era già formato l'anello legnoso / ed ha danneg-
giato l'anello legnoso sottostante h r col (^uaVe
era in comunicazione a mezzo dei raggi midol-
lari. - /, Nuovo anello di legno che si (orma
sotto al cambio che in B B' si assottiglia.
Fig. 281. — Ramo di ciliego che mo-
stra il primo stadio della screpolatura
del cancro aperto per gelo.
Fig. 282. — Cancro aperto
sul tronco di melo
in stadio avanzato.
— 416 -
Si ha il cancro chiuso (fìg. 285) quando nel ramo si rinviene un
ingrossamenlo globoso o tuberiforme, superiormente spianato e, nella
punta, incavato ad imbuto. Questa forma si trova di preferenza nei
rami più giovani.
Nella lig. 286 abbiamo una biforcazione di nocciuolo coli' infezione
della Neclria Coryli, le cui spore hanno germogliato all'estremità (a b h,
limiti deirinfezione coperte di pustole rosse, e e, parte sana.)
Quando si forma ])er il gelo una screpolatura (fig. 280) o una placca
(lig. 287), il micelio dei funghi sopranominati attraversa la zona gene-
Fig. 283. — Sezione di una piaga prodotta dal cancro aperto sul fusto di un melo.
Ili, Midollo del fusto. - ii\ li-, ir, iv, it, ti'', sono gli anelli di legno annuali
che si sovrapposero. - r, Anello di legno ultimo ancora vivente mentre
gli altri sono morti pel gelo. Se fosse morto questo ultimo anello e per
tutta la ciconferenza dovrebbe perire tutta la parte superiore del fusto.
ratrice, penetra nei raggi midollari, indi nel legno, Il micelio del fungo
si fa strada attraverso le ferite della corteccia e attraverso le lenticelle,
produce una piaga, che può a poco a poco risanarsi in seguito alla
formazione dei tessuti di rimarginamento, ma che spesso rimane in-
vece sempre aperta.
La regione della corteccia intaccata si colora in nero.
Le piante più danneggiate sono il melo, il gelso, il nocciuolo, il
pero ed il ribes.
Mezzi di difesa: a) Evitare le ferite sulla corteccia dell'albero o,
quando ve ne siano, spalmarle con un mastice o carbolineo.
41:
lì) Recidere tutta la parte cancrenosa fino al sano, e spalmare"
la ferita con mastice o con carbolineo.
e) (!loncimare con calce.
ci) C.ollivare varietà, specialmente nei terreni ricchi di sostanza
orj*anica, resistenti ai cancro. Le calville, il cardinale rosso, la re-
netta di Champagne e del (-anadù sono
poco resistenti. Mollo resistente è la va-
rietà (iravenstein.
e) Drenare i terreni compatti.
^*A
Fig. 284. — Ceppo di vile di :5 anni
colpito da cancro i)er gelo.
Fig. 28.'). — Cancro chiuso
sopra un ramo di melo.
B Sotto il nome di pustole rosse delle foi/lie si designano due
malattie prodotte dalla Polystigma ochraceum sul mandorlo e della
P. rubrum ((ìgura 288) sul susino, funghi appartenenti alla famiglia
delle Ipocreacee cui appartiene anche la Nectria.
27 — Tamaro - FrnUicoltura.
— 418 -
Le pustole si formano d' estate ; dal color aranciato passano al
bruno e fanno cadere in luglio le foglie.
Mezzi di difesa: a) Raccogliere e bruciare le foglie cadute sul terreno
l'ig. 280. ~ Pollone di nocciuolo coHinfezione
della Neclria Conjli, le cui spore hanno ger-
moglialo alla estremità di una biforcazione.
a-h-b, Limiti della infezione coperte di pe-
riteci rossi. - C-C, Parte sana.
Fig. 287.
P.amo di melo
con placche di gelo.
Fig. 288. — Foglia di susino colpita dalla Polystìgwa rubrnni.
Le macchie nere che si notano sul disegno sono le pustole
prodotte dalla crillogama. Le macchie chiare sono perforazioni
prodotte dal C.ltistero'iporiuin anuigdaleaniiìì.
b) Irrorare in primavera, allo sbocciare delle foglie, con poltiglia
neutra bordolese al Va 7o se fatta colla soda, oppure al 1 "/„ se colla calce,
mantenendo sempre la reazione neutra.
• - 119 -
14. — Ruggini. Le crittogame che producono le rubigini vivono sotto
l'epidermide delle Toglie o dei rami determinando gravi malattie o delle
Fig 289. — Ruggine del pero (Gymnosporangiuin fascimi).
1. - G, Macchie di ruggine sulla pagina superiore delle foglie di P"«J»* ^^'^''^j' '
G\ Ecidi sulla pagina inferiore della foglia di pero. - ■^; " '^«'.'•'«"^ ''V rS dVLi^in-
„,òflon.o sulla pagina superiore; B, Ecidio sulla pagina inferiore. 3. - Ramo di Sabina
colfe pustole T !he hanno una notevole quantità di leleulospore o spore invernali ,4).
ipertrofie degli organi. Si palesano all'esterno mediante pustole di forma
rotondeggiante eliltica o lineare, di color rosso ruggme, da ciò il
nome generico di malattie della ruggine.
420
Fig. 290.
Rami di Sabina colpiti dal Gyiiinosporanghinì fiiscum.
Fig. 291.
Foglie di pero colpite da Gypnosporangiiim ftiscitiii.
- J21 -
La parlicolarità di questi funghi consìsle in ciò clic i diversi stadi
di sviluppo non si tro-vano sempre so|)ra una stessa specie di pianta,
ma in piante diverse. Ciascuna di «luesle forme lia un noiiìi' diverso.
Fig. 292. — Ramo di lampone
col cancro e delle foglie colpite
dal l'Iìragiììidiiinì Hubi-Idaei.
Fig. -Mi.
Aecidiitm penicillalt
sul Sorbus aria.
Il mezzo principale di lotta consiste nell' allontanare o distruggere
le piante vicine ai nostri alberi da frutto, che ospitano, specialmente
durante l'inverno, (fuesle crittogame.
La raccolta delle foglie e dei frutti intaccati, il terreno mon-
dato da malerbe, lirrorazione, prima che le piante entrino in vegeta-
zione, colla poltiglia bordolese, sono mezzi di Iplta che possono
- 422 -
avere una certa efficacia. Per la ruggine del lampone si raccomanda
anche la calce caustica mista a zolfo.
Dò in una tabella, l'elenco delle ruggini (Tab. XLI) che danneggiano
le piante da fruito, coll'indicazione delle piante sulle quali la crittogama
vive in parte e che bisogna allontanare dai frutteti e dalla loro vicinanza.
Fig. 294. — Aecidium grossiilariae.
Prospetto delle malattie delle ruggini
e delle piante che la possono ospitare.
Piante
intaccate
Nome
della crittogama
della ruggine
Nome della pianta | Nome della crittogama
che la ospita sulla pianta ospite
Cotogno
Ribes ed uva
spina (lìg. 294)
Nespolo
Pino da pinoli
Ribes
Melo
Melo e Sorbus
aria (fig. 293)
Cotogno e
sorbo
Lampone
ilig.292)
Ciliegio e pesco
Susino, albi- !
Aecidium cydo-
niae
A. grossulariae
A. mespili
A. pini
Cronartium ri-
biculum
Aecidium Roes-
telia lacerata
A. penicillata
Roaestelia can-
cellata
Phragmidiuni
Rubi-Idaei
Puccinia Cerasi
Pruni
Iberna sulla stessa pianta
^ Pinus .Strobus
', „ Cimbra
Lambertiana
(iinepro comune
( luniperus Sabinae
' I. inacrocarpa
1 I. virginiana
I. oxycedrus
(ìinepro comune
Periderminum strobi
Gymnosporangium cla-
variaeiormis
G. tremelloides
/ G. .Sabinae (Fig. 289-291
I G. juniperinum
Iberna sulla stessa pianta
15. — Fniu]hi a cappello. Sotto questo titolo intendo pallaio dei molli
lunghi che producono dei corpi fruiti (eri in forma di rij^ontiamenti
sul fusto e sui rami degli alberi. Il micelio di (|uesti funghi non pe-
netra nel legno giovane ma emette in suo contatto una sostanza spe-
ciale detta diastasi, che ne uccide lentamente gli elementi costitutivi,
passa quindi nelle parti morte, ove
si svilu|)pano in particolar modo i
lìlamenli miceliari.
La propagazione avviene per
mezzo delle spore che, portale dal
vento in una screpolatura del tron-
co, germinano. Avviene anche per
mezzo di rizomorfe che si produ-
cono nella corteccia : é necessario
([uiiidi estirpare e bruciare le piante
maiale od esportarle. Facendo ferite
() tagli alle piante vicine, bisogna
ripararle con mastice o catrame,
l)ei- impediie l'infezione delle spore.
Fig. 295.
Tronco d'albero colpito
dal Polyporus igniarius.
Kig. 2'Jl,. — Sc/ioiic li;i.s\ci.salc di un l ronco
d'olivo. A sinistra ed a destra si notano delle
ferite prodotte dal Pol\n>orits fulviis oìeae.
Accorgendosi presto di una infezione, si può salvare la pianta, allon-
tanando tutta la parte guasta, raschiando bene i contorni lino ai tessuti
sani e dando una pennellata di carbolineo.
1 principali di questi funghi che inlaccano le piante <la frutto sono:
l'ohjporus igniarius (fig. 295) che si trova sull'albicocco, sul ciliegio, sul susino, sul
pero, sul melo, sul mandorlo, sul carrubo, sul gelso e sul noce:
P. fiiìvus (fig. 2961 sul castagno e sull'olivo;
/'. foiiientariiia (fungo da esca) sul noce e sul pesco;
- J2I -
Polyporiis sidijluiieus (Marciume rosso del legno) sul castagno, sul pero, sul noce,
sul ciliegio, sul mandorlo e sul carrubo :
P. cìnnabarinus sul ciliegio e uva;
P. hispidiis sul gelso, melo e pero. Conunieniente chiamasi Lingua del gelso.
16. Vajiiolo o Antracnosi. a) Sotto ([uesto nome si comprendono
malattie causate da crittogame clie producono in primavera,sulle parti
verdi delle piante, pustole circolari per lo più grigie od oscure, or-
N^i
Fig. 297. — Antracnosi wucidata
della vite.
Fig. 298. - Giovane germolio
di vite colpito dall' A/i(rac/iosi.
late di rosso e poi nero, le quali si allargano e mettono a nudo i
tessuti interni, cosi che i giovani getti facilmente si spezzano ed i
rami rimangono deformati.
Queste pustole invadono anche il picciuolo e le nervature delle
foglie e, sulla vite, anche il grappolo in modo da ridurre in brandelli
le foglie e disseccare il grappolo (Hg. 297-301). Sui rami deformati e
forse anche sulle gemme rimangono gli organi destinati a conservare il
fungo da un anno all'altro.
I trattaiuenli per dil'eiulere la vile devono esseie prevenlivi e curativi.
D'ordine preventivo sono le pennellazioni o bagnature per niezzo
di un batulolo di stracci legati in cima ad un bastoncino, lon la se-
guente soluzione :
Solfato ferroso
Acido solforico
Acqua
Kg. -if)
3
litri 100
un secchio di legno
si aggiunge a poco
Si versa prima in una marmitta di terra od
l'acido solforico sopra il solfato di ferro, jiosc
a poco l'acqua. (Vedi quanto è detto
a proposito del miscuglio Skavinski
pag. 397).
La prima pennellazione si fa a po-
tatura secca finita, bagnando anche il
ceppo, specialmente dove' sono stati
fatti i tagli; successivamente, alla di-
stanza di 15 giorni, si fanno due al-
tre bagnature, se si tratta di ])ianle
molto colpite.
Durante la vegetazione, appena ci
si accorge della comparsa della ma-
lattia, bisogna ricorrere alla irrorazione
colla poltiglia bordolese corretta col
cloruro ammonico.
b) Oltre alla />//e (Manginia (ileo-
sporium ampelophaga) vanno soggette
al vajuolo le piante a granella: abbiamo cosi l' aiitntcnosi del ih'io
(Gieosperium pyriuum Pegl; del cotogno (G. Cydoniae Mont.;, del
Fig. 21t9. — Gruppoliiio
colpito dall' Anlracnosi.
Fig. 300. — Tralcio di vite <ioformato dall' .In/racnos/.
cotogno e nespolo (G. minutulum), del melo iC frucligenuni Herk), del
l'mm spina (G. Ribis Mont.) del ribes {G. curvatum), (ìg. 302 del .s//.s//io
(Cylindrosporium Padi Karst.) lìg. .303 che perfora le foglie, del noce
(Marsonia juglandis Sacc), fig. 278, degli (Uirumi e del mandorlo (Pe-
stalozia Guepinii Desm.). Queste antracnosi, si combattono abbastanza
efficacemente colle irrorazioni preventive, prima della ripresa della vege-
tazione, con poltiglia bordolese al 3-5 % con aggiunta di cloruro am-
moniaco e durante la vegetazione, con irrorazione al 1-2%.
17. — Ticchiolatura o brnsone. a) Questa malattia fa considerevoli
danni sul melo (Fusicladium dentriticum che è una forma della Ven-
turia inaequalis), sul pero (Fusicladium pirinium che è una forma della
Venturia pyrina).
— 426 -
Anche il ciliegio viene intaccato dal t'usisladiuni cerasi che è una
forma della Venluria cerasi.
Si manifesta con macchie superlìciali, hruno-plumbee, rotondeg-
gianti, a margine minutamente fi'angiato, talora poche ed isolate,
tal'altra in grande numero o confluenti, si da coprire la massima parte
della foglia. Invecchiando, divengono arsicce e la porzione di organo
attaccato si lacera e si stacca.
Oltre alle foglie (tìg. 305) può attaccare i giovani rami (hg. 307-309)
ed anche i frutti (fig. 304 e 306). In questi casi la pianta soffre fortemente.
Non sempre però i rami colpiti dalla Venturia, comunemente nota
col nome di Fnsicladiiim muoiono ; possono anche guarire. Se nel
Fig. 301. - Vite (varietà Greco» deformata dall' Antracnosi.
primo inverno non fa tanto freddo, durante la vegetazione, la scorza ha
tempo di rimarginare ed allora appare come nella fig. 308, cioè colla
scorza sollevata. La mortalità delle vette è dovuta all'azione del gelo.
Mentre il Fusicladiiim dentrilicnm, forma imperfetta della Venturia
inaequalis, colpisce maggiormente le foglie ed i frutti e raramente i
rami tanto del melo e del pero, quanto la Venturia pyrina colpisce in
particolar modo i rami.
Nelle (fig. 309-310) vediauio come il fungo attacca i rami. In A: tro-
viamo la corteccia sollevala dallo stroma del fungo, che poi si ma-
nifesta sotto forma di macchie nere.
Se viene intaccato il frutto (fig. 300), allora pure screpola, ma
427 -
([uesla screpolatura è diversa da (juella prodotta dalla malattia cosi-
detta itvepo/a de/ /"ra///, perchè con questa le fruita marciscono, col Fu-
sicladiuiìi rimangono mummificate.
Questo fungo si moltiplica molto anche nei vivai, per mezzo delle
marze di innesto. Si nota anche che esso colpisce di preferenza certe
varietà: p. es. Decana d'inverno, Butirra bianca d'autunno, Spina
carpi, Virgolosa, Curato, Olivier des Serres.
Mezzi di difesa: La poltiglia bordolese è un rimedio i)revciiliv(» e
Fig. 302. - Foglia di ribes col pi la dal Gloesporimu rihis.
(|uindi bisogna applicarla prima della germogliazione, al 4 7o <!' solfalo
di rame ed altrettanto di calce spenta, corretta con 2o() gr. di solfai*.
() cloruro ammonico.
Subito dopo la fioritura, si fa una seconda irrorazione con una
poltiglia al 1 7o e dopo altri 10 giorni una lerza.
Siccome questo trattamento con temperatura alta può produrre
delle macchie di ruggine sulle frutta, specialmente se di qualità deli
cale, cosi esso si deve fare nelle ore fresche della giornata, alla mat-
tina od alla sera, oppure in giornate coperte.
428
Questi Iraltamenli devono essere com-
l)letati con una accurata mondatura delle
piante durante T inverno, levando i rami
in letti.
18. — Perforazione e caduta delle fo-
glie, a) In questo gruppo di malattie com-
Fig. 303. — l'oglie di susino forate
dal Cylindrosporiiim Piidi.
.pP^:
^l0j^
Fig. 304. — Mela colla buccia intac-
cata dal Ventiiriu inuequalis. - u. Mac-
chie vecchie - ^, e, Macchie recenti.
b'ig. 305. — Foglia di melo
colpita dalla Venturia inaequalis.
Fig. 306. — Pera con macchie
di Venturia pyrina.
prendiamo per primo la malattia dell'olivo detta occhio di pavone pro-
dotta dal Cijcloconiuni oleaginum Cesi.
Questa crittogama colpisce tutti gli organi verdi dell'ulivo compreso il frutto. Sulle
fòglie forma delle macchie rotondeggianti, talora conlluenti, gialle nel centro e di color
- I2!t -
verde scuro a gradazioni di linta cosi spiccate da giustificare il nome della uialallia
Le foglie intaccale si rivoltano ai margini e si staccano.
Sui germogli, sui peduncoli, sulle infiorescenze forma delle efiloscen/e oscure, fulig-
ginose: i frutti colpiti rimangono atrofizzati e chiazzati di grigio chiaro.
Linvasione avviene dal mese di luglio a tutto marzo
Il fungo si conserva colle foglie cadute, di (|ui la nccessilà di sollcrraric coi
lavori del terreno.
l'iia irrorazione colla poltiglia boido-
lese all' 1 7o fatta in agosto-settembre, è il
rimedio speeilìco di (|uesla malattia.
Fig. 307. - I^amo di pe- Fig. :508. - Ramo di pc- Fig. .W.l.
ro di un anno colpito ro di tre anni colpito l-.stremità di un ramo di pero
dalla Venttiria pyrina. dalla Ventiiria piirinu. colpito dalla Veiiliiriti purinu.
Le principali malattie che producono la perloiazione e laivolla la
caduta delle foglie sono le seguenti :
/)) Seccume, nebbia o vaiolaliira del fico (Cercospora bolleana Speg.).
In agosto-settembre le foglie di lieo presentano macchie olivacee difTuse.
che cominciando da un lato, si estendono poi a tutto l'organo, che
intristisce, si accartoccia e si stacca dalla pianta madre. Provoca la
caduta anticipata delle foglie e dei frutti.
Si può provare per rimedio r irror;v/inne delle foglie con poltiglia
bordolese.
- 430 -
e) La perforazione delle foglie delle piante a nocciolo è determi-
nata da una specie unica ((^lasterosporium carpophilum Ader) che
intacca anche i frutti ed i germogli. Non sempre si riesce a prevenire
la malattia coi trattamenti cuprici.
Fig. 310. — Sezione di ramo di pero colpito dalia Venturia pyrina.
st, .Stroma isolato del lungo, che fece rialzare la .scorza k.
VII.
Danni e malattie prodotte da animali.
1. — I danni e le malattie prodotte da animali sono di varia natura:
a) Alcuni animali danneggiano meccanicamente le piante rosic-
chiando tutti o parte dei loro organi. Questi animali sono provveduti
di organi boccali masticatori coi quali rodono le radici (larva del mag-
giolino); la corteccia (calabrone); le foglie; (i bombici); // libro, l'alburno,
il legno, scavando delle gallerie (gli scoliti); le gemme (il punteruolo del
melo); i fiori (cochylis); la polpa del frutto ed il seme (la tignuola del-
l'olivo).
b) In altri casi l'animale vive sulla pianta come i parassiti vege-
tali. Esso fissa un apparecchio succhiatore nei tessuti e ne sugge
l'umore per suo nutrimento (la fillossera, tutti gli afidi, le cocciniglie),
producendo Yavvizzimento e disseccazione dei tessuti e degli organi interni.
e) Infine l'animale può recare guasto provocando, mediante ferite,
deformazioni morbose e allora :
— 4M -
aa) per irritazione si formano dei hiloizoli, nesciche, (jittlle. fascia-
zioni, distorsioni, ecc.
bb) Per infiltrazione di umori che l'insetto slesso emette, può av-
venire la decolorazione parziale o totale degli organi cosi da provocare
la clorosi, Vitterizia, l'arrossameiilo e cosi via.
2. — Alla straordinaria proli licita, che in generale |)ossiedono tali ani
mali, si deve la facile trasmissione e la rapida ditlusione delle malattie
da loro causate, ma se questa prolificità è costante in ogni specie,
altre sono le cause per cui in alcuni anni ed in alcune regioni avviene
un'invasione straordinaria di un dato animale. 1/ alterna irruzione di
cavallette, di maggiolini è spiegala colla durata della loro metamorfosi,
ma per la maggior parte degli animali le cause sono determinate dalle
condizioni di clima, di vigoria in cui si trovano le piante che li ospitano
ed infine nel maggiore o miuore sviluppo che prendono i nemici degli
stessi animali parassiti.
Noi artificialmente possiamo lare abbastanza per combattere i paras-
siti animali e si farà sempre più col progredire della scienza, ma dob-
biamo però riconoscere che le cause naturali che limitano il loro dif-
fondersi, sono di gran lunga più potenti.
La causa naturale prima è quella della lotta per l'esistenza tanto bene svelata ed
illustrata dal Darwin. Questi ha dimostrato, ed evidentemente ci persuade, che ogni specie
ha una zona limitata d azione fuori della <iuale non può estendersi che per poco, perchè,
per non togliere questo equilibrio, sorgono altri animali o parassiti che dislrugfjono il
maggior numero possibile di individui della specie invadente per non esserne sopraf-
fatti, alla loro volta.
Altra causa naturale è il nutrimento i)iii o meno adatto al loro sviluppo. Nelle
località dove una data pianta, che fornisce alimento ad un animale e maggiormente
estesa, è evidente che si svilupperanno i rispettivi nemici. Cosi, quanto più vigorosa <>
una pianta tanto più essa resiste ai parassiti, invece una pianta, passando dallo stalo
selvatico a quello colturale, diventa meno resistente. La resistenza poi <^ ancora minore.
se la pianta non viene coltivata in un clima per essa adatto. Queste <lue cause «li di-
minuita resistenza vengono spiegate col fatto che una pianta selvatica è provveduta di
(luegli organi che servono per la sua conservazione, perciò anche per resistere ai parassiti;
mentre invece, col cambiamento di clima e colla coltura, questi organi di difesa perdono
la loro forza di resistenza.
Assai poco, e mollo meno di (piello che comunemente si crede,
agiscono il clima e le inlemperie per ostacolare lo sviluppo degli
animali parassiti.
Vili.
La lotta contro i parassiti animali.
1. - La lotta contro i parassiti animali è mollo più diflìcile di quella
contro i parassiti vegetali. Gli animali, oltre avere una vita molto più
complicata, hanno anche maggiori organi di difesa e quindi l'agricol-
tore che si accinge a combatterli, deve conoscere la loro biologia, nonché
quei parassiti animali o vegetali utili che evenlualmenle contranino
l'esistenza dei dannosi.
- 432 -
La lotta consiste o nel combattere l'animale dannoso in un dato
periodo di vita o nel favorire lo sviluppo dei parassiti suoi nemici.
Pur troppo lo studio di questi ultimi non è ancora tanto avanzato
da poter oggi fare un largo assegnamento, è certo però che col progre-
dire della parassitologia questa via appare non soltanto la più naturale
e la più logica ma anche la più sicura.
Come l'uomo, cosi gli animali vanno soggetti a malattie dovute
all'azione disorganizzatrice di certi funghi che si svilluppano nel loro
organismo. Un esempio l'abbiamo nella malattia del calcino nei bachi
da seta, dovuto al fungo : Bolritis Bassiana. Abbiamo anche animali che
vivono a spese di quelli a noi dannosi, sia cibandosene direttamente,
sia vivendo nell'interno del corpo. Questi animali sono quindi preziosi
per l'agricoltura e si deve favorire il loro sviluppo con ogni mezzo
possibile. Ausiliari veri, in questo senso, dell'agricoltura se ne trovano
in tutte le classi, come si rileva dal seguente elenco.
A. Mammiferi: pipistrelli, riccio, toporagno, donnola, ermellino.
B. Uccelli: rapaci che distruggono una quantità di rosicanti dan-
nosi ed anche di insetti; passeri, rampicanti, eralle.
C. Renili: lucertole, ramarro, orbettino.
I). Batraci: rana e salamandi-a.
K. Insetti: a) Coleotteri: Carabo dorato, Calosoma sicofanta, Cici-
della campestre, Stafilino odoroso. Coccinella;
bj Ortotteri: Mantide religiosa e Libellula;
e) Imenotteri: Anomalon circomflesso, Ryssa persuassoria. Icneu-
moni, Microgastro glomerato, Alisia, Calipto, Pteromali, Crabro, Cinipe,
Ibalia cultellatur;
d) Neurotteri: Formicaleone e Emorobio perla;
e) Ditteri : Tachina larvarium ed altre specie, Sturmia atropi,
Melopia bisignata, Masicera gen., Palies bellierella, Echinomya gen.
F. Aracnidi: Scorpioni e ragni.
G. Anellidi : Lombrici.
H. Miriapodi : Scolopendra.
2. — I rimedi per combattere direttamente i parassiti animali sono
ordine preventivo ed offensivo.
Di ordine preventivo sono :
a) tutte quelle precauzioni che deve usare il frutticoitore per
non importare il nemico con vegetali od altro. Pur troppo i principali
nemici delle nostre piante coltivate sono stati diffusi dall'uomo stesso
per inscienza o per incuria.
La storia della invasione della fillossera ci dà un esempio. Perciò
l'agricoltore deve anzitutto, prima di importare nei suoi terreni qualsiasi
vegetale o parti di vegetale, assicurarsi della immunità od almeno pro-
cedere alla disinfezione. Il miglior modo di disinfezione è quello della
scottatura coll'acqua calda. La temperatura più conveniente per disin-
fettare le talee e barbalelle di viti èdiSl-iiS» C. mantenendole immerse
per 5 minuti. Il prof. Danesi ha rilevato che questa temperatura può
m
essere elevala a 58« C. per le viti, però per le piante da i'rullo in {,'enere
comprese le viti, non conviene i)assare il limite di 53" C. in modo che
alla loro estrazione l'acqua abbia una temperatura di 52° C
b) tutte quelle cure che si devono prestare alle piante per evi-
tare che esse possano daie asilo ai parassiti K qui cade in acconcio
far rilevare la necessità di mantenere sempre sane, vij^orose le piante
applicando quelle operazioni colturali che venj^ono consigliate, quali
le periodiche lavorazioni del terreno, la concimazione razionale, la
potatura e mondatui'a annuale, la puliluia dei tronchi e rami in au-
tunno, e cosi via.
3. — I rimedi d'ordine o/Jeiisii>o possono essere:
a) Meccanici, che consistono nel catturare ed uccidere gli animali
La raccolta degli animali si fa a mano, raccogliendo uno per uno gli
insetti come il maggiolino, oppure
scuotendo le piante e raccogliendo
i parassiti in un lenzuolo o in un im-
buto di latta come per le altiche. Si può
giovarsi anche di animali insettivori
come i tacchini per far divorare le
larve (come quelle del maggiolino)
a mano a mano che vengono scoperte
dal terreno niercè l' aratura o vanga-
tura. Di molto giovamento riesce il
recidere le parti di pianta offese, rac-
coglierle in sacchi e distruggerle poi
al fuoco. Cosi si fa pei rami, foglie,
frutta. Ai mezzi meccanici appartiene
anche la raccolta dei nidi, delle uova.
Talvolta giova disporre degli agguati:
si lasciano sul lerreno rami morti
perchè si sa che in ([uesli annidano
larve che in altra generazione danneg-
giano le piante vive; o])pure si fanno
degli anelli di cartone (fig. :511j od altro,
perchè le larve si incrisalidino, poi si
Altri mezzi sono:
b) Fisici: col fuoco, intaccando gli insetti o le ova colla lampada
di un piroforo; colla scottatura per mezzo d'acqua calda; aslissiando con
dei vapori velenosi o inlinc colla sommersione del terreno come si fa
contro la fillossera.
e) Chimici: sostanze che servono a distruggere gli insetti e perciò
chiamate insetticide.
Gli insetticidi si possono distinguere in tre gruppi :
1« i cosidetti insetticidi esterni che uccidono gli insetti per sem-
plice contatto femulsione di benzina o petrolio e sapone nell'acqua,
emulsione di olio pesante di catrame ecc.);
2h — Tamaiio - Frutticoltura.
l-ig.:Ml
Anello eli cartone con cui
si avvolge una parte del fusto, per-
chè sotto vi incrisalidano dei bruchi.
raccolgono e distruggono.
- 434 —
2" insetticidi interni, che impediscono il nutrimento agli insetti.
Con questi si devono bagnare tutti gli organi della pianta che sono
oggetto di distruzione rendendoli velenosi. L'arsenico ed i sali di bario
sono i migliori insetticidi interni colla nicotina ed il piretro;
3° insetticidi misti, sono quelli che agiscono per via interna ed
esterna.
Questi sono per lo più a base di nicotina, che allontana le farfalle
])er il suo odore, (azione insettifuga); se assorbita dall'apparato dige-
rente (azione interna) e se lo bagna (azione esterna) avvelena l'iiiseUo.
l)o])o la nicotina viene il piretro.
IX.
Mammiferi, Uccelli e Molluschi dannosi.
1. — Dei mammiferi, conviene ricordare la volpe, il tasso, la martora
che si nutrono, se possono, di frutta; la talpa che fa danni colle sue
gallerie (è d'altra parte utile perchè insettivora); i topi campagnnoli ed
altri topi delle cloache, che rodono le radici, la corteccia dei tronchi.
Si combattono spargendo sul terreno dei chicchi di granoturco infranto
mescolato col 2 % di fosfuro di zinco. La lepre si nulre delle corteccie
degli alberi quando il terreno è coperto di neve; quindi bisogna ripa-
l'are i tronchi con degli spini. Il ghiro, il moscardino, lo scojattolo si
nutrono di frutta. A questo si fa la caccia diretta; per i due primi si
fanno prima dell'inverno delle tane artilìciali, mettendovi musco e
molte frutta. 1 ghiri si raccolgono in queste tane e passano in letargo.
Allora è facile a prenderli,
2. — Gli uccelli più dannosi sono: il frosone che si ciba di gemme e
di ciliegie; il montanello, \l verdone, \\ fringuello (di semi e di piantine
in embrione); il crociere (di olive); la nocciolaia (di noci, nocciole e
susine); il beccafico (di ciliegie, lampone ed uva); i passeri (di gemme
e di frutti); gazza (pere e ciliegie); il ciuffolotto (gemme); lo storno
(ciliegie e uva); il merlo (olive, uva e ciliegie); il lordo (ciliegie).
3. — I molluschi dannosi sono la limaccia che danneggia le piantine
nel semenzaio.
1 rospi e gli uccelli distruggono le limaccie in quantilà; l'agricol-
tore può giovarsi anche delle anitre e dei polli per distruggerle. Altri-
menti si può ricorrere:
1. Alla polverizzazione con calce viva delle foglie e delle parli
colpite,
2. All'irrorazione delle terreno e delle piante con una soluzione
di calce viva 1 '/2^ 7o-
Siccome l'acqua di calce ha una azione immediata, per colpire le
limaccie non ancora uscite dal terreno, bisogna ripetere l'irrorazione.
- 435 -
Le irrorazioni e polverizzazioni vanno fatte di notte o di sera alle
ore 20-21, perchè a quell'ora le lumache si trovano in maggior quantità
sulle piante. Applicando la calce viva in polvere bisogna seguire la
direzione del vento; per le irrorazioni si jiuò ripetere 1" operazioni'
nella stessa notte.
X.
Grillotalpa, Forfecchia e Pidocchio dell'olivo.
1. — Grillotalpa (Gryllotalpa L.) (lìg. 312). K" un insetto comu-
nissimo, che scava molte gallerie per cibarsi di insetti. Si accop-
pia in giugno-luglio, poi la femmina depone da .") a 20() uova in una
cella ovale nel terreno, donde partono numerose gallerie.
Fig. .312. — Gnillotalpii vnlqiiri.
Dopo ló giorni i giovani crescono, svernano tre anni profonda-
mente nel terreno.
I danni che arreca sono specialmente nei semenzai, e nei vivai in
genere.
Si combatte distruggendo i nidi in luglio e iniettando nel terreno,
quando le larve sono nate, 40 gr. per m.' di solfuro dì carbonio in
4-5 fori.
Può dare buoni risultati la caccia mediante agguati. .\ tale scopo,
alla fine di settembre si fanno fossatelli tortuosi alla distanza di
3-4 m. e profondi 25-30 cm. Si riempiono lino al livello del terreno
con letame paglioso di cavallo o vaccino e poi si copre con terra.
Durante l'inverno le larve si rifuggiano in questo luogo caldo, favo-
revole anche alle mute. Nel mese di maggio si aprono questi fossatelli
e si schiacciano le larve che vi si trovano.
2. — Forfecchia (Forfìcula auricularia L.), (lìg- 313) anche questo e
un insetto che si ciba di altri piccoli insetti però durante la notte dan-
neggia le frutta ed i giovani germogli degli innesti.
— 436 -
Mezzi di difesa: a) Se le piante sono in vaso, met-
tere il vaso dentro un altro contenente acqua.
b) Collocare vicino dei cannelli di canna, rami
di sambuco, vuotati dal midollo, tubi di carta, masse
di letame, ritagli di cuojo, cinghie, corna, paglia,
fieno umido, vecchie granate di saggina, ecc. dove
durante il giorno accorrono per nascondersi.
Prese in agguato si abbrucciano.
Fig. .313. — For/ìc/(/f( c) Spazzolare durante l'inverno i tronchi delle
aiiricniaria. piante ed i pali di sostegno.
3. — Pidocchio dell'olivo (Phlaeothrips oleae Co-
sta). Questo insetto ha recato e reca molti danni agli olivi special-
mente nella Lucchesia.
È un insetto nero, lucente, (il maschio lungo mni. 1-3 e la femmina mm. 1-,")) che
ha 3 generazioni. Le larve della prima succliiano specialmente le giovani foglioline ed
i boccioli dei fiori; quelle della seconda, le foglie ed i piccoli frutti; quelle della terza,
le foglie ed i frutti. Le foglie in corrispondenza delle punture mostrano depressioni cir-
colari, poi si deformano e cadono. Cosi pure i fiori ed i frutti rimangono piccoli, defor-
mati, neri e cadono. Nei casi di forte invasione gli alberi si presentano coi rami intristiti
Per combattere questo insetto bisogna:
a) diradare la chioma e tagliare i rami secchi ;
h) pulire i tronchi e i rami con raschiatoi, imbiancare i rami e
incatramare tutti i tagli ;
e) bruciare tutti i rami e parte di rami tagliati ;
d) lavorare profondamente il terreno;
e) irrorare nella prima decade di luglio, appena lìnita la nascita
delle larve della seconda generazione, piti numerosa e pili nociva, ado-
perando la seguente formola del Del (luercio :
Estratto fenicato di tabacco kg. 1.500
Polisolfuro di sodio e potassio .... ,, 0.350
Acqua litri 100
XI.
Tingiti e Psillidi o falsi gorgoglioni.
1. — Tingile o cimice del pero e del melo. (fìg. 315) (Tingis pyri
Fabr.) è lunga 3 mm. quasi trasparente, col capo nero, dotato di antenne
sottili, poco ingrossate all'apice; corsaletto a lati membranosi, espansi,
arrotondati ; parte posteriore del corsaletto carenata, arrotondata ed
articolata; elitre espanse e arrotondate ai lati, vescicolate nel mezzo,
trasparenti, ornate di una fascia traversale bruna e di una grande
macchia apicale dello stesso colore.
— \M
Si moltiplicano slraordinariameiile, vivono a colonie sulla pagina
inferiore delle Toglie dal luglio in avanti. Secondo il Costa, (juesto
insetto impiegherebbe soltanto 15 giorni nelle sue metamorfosi.
Le foglie ingialliscono per le punture; sulla pagina inferiore si
trovano gli insetti ed una grande quantità di escrementi, (ili albeii
hanno un aspetto malaticcio.
Mezzi di difesa: a) All'invasione delle tingiti vanno soggette le
piante poco alimentate, quelle che soffrono per siccità o per im|)erfelta
l)reparazione del terreno. Bisogna quindi togliere (juesli inconvenienti
sopralutto per prevenire forti invasioni.
b) Per distruggere le tingiti ibernanti fare, d'autunno, una forte
spazzolatura e raschiatura ai tronchi ed ai rami ed una imbiancatura.
e) Lavare con acqua saponata in primavera tutta la pianta.
d) Raccogliere le prime foglie inlaccate e bruciarle.
e) In caso di invasione, irrorare la pagina inferiore delle foglie
colla seguente emulsione :
Sapone molle .... Kg. O.-'UM)
Petrolio ().5(M)
Acqua litri 10. —
Fig. 314.
Larva di Eupliijllura olivina.
Fig. :{l,x
Tingis pijri.
1-ig. 3ir,.
Ninfa di Eiiphylìttru tìlinina.
2. — Le psillidi o falsi (jorgoyliuiii allo stato perfetto hanno 1 ali e
sono foinite di zampe atte al salto. Sono agilissime perhè volano, saltano
e camminano rapidamente. Le larve succhiano gli umori delle piante
e secernono dall'addone un umore a goccioline che produce poi la
fumaggine sui rami e sulle foglie. Sono poco agili e sono per lo più
coperte di sostanza cotonosa o cerosa bianca. Le punture col loro
rostro e più ancora le incisioni fatte dalla femmina coli' ovoposi-
tore, causano spesso delle escrescenze a guisa di galle. Metamorfosi
incompleta.
Abbiamo delle psillidi che intaccano il fico (Psylla ficus), «1 castagno,
il melo, il pesco, il pero (Psylla pyri L. fig. 317), il ciliegio che guastano
le gemme, i germogli, le foglie ed i peduncoli dei fiori.
Mezzi di difesa: a) D'autunno lavare i tronchi e rami con acqua
saponata e poi imbiancarli con latte di calce.
b) In primavera, al primo apparire delle larve, sopprimere i ger-
mogli e bruciarli.
438
e) Se l'invasione è forte, spazzolare la base dei germogli, dove
si raccolgono per lo più le larve. Per uccidere poi le larve cadute a
terra, irrorare il terreno con una soluzione di zolfocarbonato potassico
al 10 Vo o con dell'acqua calda.
d) Spolverare le piante con polvere di piretro e stendere sotto
alle piante un lenzuolo per raccogliere le psille che cadono.
e) Irrorare le foglie e germogli con la seguente soluzione :
Acido fenico .
Sapone molle .
Acqua ....
litri 0.500
Kg. 0.500-0.750
litri 100.
Fig. :{17.
PsijUa pijri. — 1. Poco ingrandita; 2-."?. Molto ingrandita.
Sulle foglie in grandezza naturale.
3. — Euplujlluid oliuina (O Costa) o psilla dell'olivo, Colonello,
Bambacella dell'olivo, Eufìllura dell'olivo (fig. 314 e 316).
Corpo tozzo, addone triangolare, colore giallo-verdognolo; elitre
biancastre e leggermente verdiccie, ornate di punti neri. — Larve
depresse, ovali quasi rotondeggianti, fittamente rivestite di sostanza
bianca cotonosa. Le larve nutronsi di fiori o dei teneri peduncoli, im-
pedendo il loro sviluppo.
Sverna la psilla allo stato adulto sui ramoscelli alla base delle foglie. In niaggio,
avviene l'accoppiamento e le femmine depongono le uova sulle foglioline apicali dei
germogli oppure alla base dei racemi floreali. Dopo pochi giorni nascono le larve le
quali rivestendosi di un involucro cotonoso sono facilmente visibili.
Pare che compia in un anno 3-4 generazioni.
Mezzi di difesa: Si consiglia la seguente emulsione saponosa di petrolio:
Petrolio greggio .... litri G.5
Sapone duro Kg. 2.5
Acqua litri 4
- 4['AÌ -
Si scioij;lie coiii|)lelaiiieiile )ieiriK-(|iia calda il sapone duro, layliaii-
dolo prima a piccoli pezzi. Indi si versa la soluzione ancora calda,
allontanandola però dal luoco, nel jielrolio, agitando per bene in modo
da ottenere una specie di crema che si può conservare in vasi.
Per adoperare questa pasta contro la psilia, si sciof,'lie in '_'.')() litri
d'acqua.
Si usa questo rimedio con cautela, in modo che non abiiiano a
risentirne danni gli organi più delicati della pianta.
Rimedio più radicale sarebbe quello di raccogliere annualmente
tutti i rametti fruttiferi che hanno, all'ascella delle giovani foglie, la
nota sostanza cotonosa. Si jìerde cosi, è vero, una parte del rac-
colto, ma si evita l'attacco dei rami sani e si distrugge una glande
quantità d'insetti.
XII.
Afidi (pidocchi o gorgoglioni).
1. — ("ili a/idi costituiscono una famiglia ricchissima di insetti, poco
vivaci, di piccole dimensioni, [)oichè non superano i 6 mm. di lunghezza.
Si moltiplicano anche per partenogenesi, ossia la femmina depone delle
uova feconde senza l'accoppiamento del maschio. In un anno per via
partenogenica si contano più generazioni.
Intaccano sempre le parti più tenere delle piante, però sulla stessa
pianta alcuni alìdi preferiscono le estremità dei germogli (lig. 'MH),
altri le gemme, altri le foglie, i lìori, i frutti ed infine anche le radici,
i rami ed il fusto. Vivono sempre in grandi colonie ed intai-cano le
parti più riparate, cioè la pagina inferiore delle foglie, le parti riv(»lte
a terra dei rami e le parti inferiori delle radici.
Gli afidi inlaccano la pianta col loro ro.stro succhiatore e fanno si che gli organi
si atrofizzano od ipertroflzzano ; i tessutisi disfanno nei punti lesi e muoiono. I.e foglie
si increspano e diventano vescicolose. i rami giovani si incurvano o si deformano. Queste
deformazioni sono dovute non soltanto alla irritazione dei tessuti prodotta dalle pun-
ture, ma anche dal succhiamento degli umori della pianta e dalla inoculazione di un
li<Iuido che emettono dall'apparato boccale e che avvelena i tessuti.
Gli afidi, quando non trovano sufficiente nutrimento sopra una pianta od un organo
da essi preferito, dalla forma attera passano alla forma alata, ed emigrano. .Vvvicne
allora che una stessa specie nelle diverse stagioni vive sopra piante di natura diversa
e su organi diversi, dando luogo anche a variazioni di forma.
La diffusione artificiale però è la più temibile, e la fa luomo slesso trasportando
piante o parti di piante o terra infetta
Contemporaneamente alla distruzione degli alidi bisogna pensare a <(uelle delle
formiche. Ln presenza di queste ultime so|)ra una pianta indica già nella maggior parie
dei casi la i)resenza di afidi. Le formiche allevano e proleggono gli afidi poiché ghiotte
di succhi dolci, lambiscono i loro escrementi che non sono altro che i succhi delle
piante diventati dolci o meglio più concentrati, passando per l'apparecchio digerente
dei pidocchi. Onesta melata che gli afidi producono, offre un eccellente substrato alla
fumaggine (vedi pag. 411).
440 -
Per impedire che le loriiiiche salgano sul tronco, sarà opporUino isolare le piante
ed impedire la salita con una striscia larga 10 cm. di carta pergamenata, legata ad
anello all'altezza di 30 cm. dal terreno ed unta ogni 3 giorni da una sostanza vischiosa.
Questa sostanza vischiosa può essere identica a quella consigliata per la Cheimatobia
brumata (pag. 45(5), oppure si ottiene facendo sciogliere
a caldo kg 1 di pece nera in 1 litro di olio di cotone
o di sesamo.
Molti icneumoni, la Cocinella septempiinctata, neu-
rotteri e ditteri, distruggono una quantità di afidi.
Le piante più colpite dai pidocchi sono anche le
più estenuate per cattiva coltura; quindi il frutticoitore
deve concimare e lavorare razionalmente il terreno,
tenere sempre puliti i tronchi e rami, e d'inverno la-
varli con acijua saponata al S% di sapone nìoUe; rac-
cogliere e bruciare i ritagli dei rami di potatura.
Fig. 318.
Ramoscello di rosa
coperto da afidi.
Fig. 319. — Germoglio di pero intaccato dall' Aphis sorbi
che col suo pungiglione fece accortocciare le foglie
i'., grandezza naturale). - II. Individuo non alato del
Myzus cerasi. - III. Individuo alato del Myziis cerasi.
Quando si hanno piante in ambienti chiusi come nelle serre, è facile liberarsi
dai pidocchi facendo dei suffumigi: si brucia circa 1 grammo di avanzi di sigaro
dissecato per ogni metro cubo d' aria, in modo che le piante rimangono avvolte dal
fumo per 5 o Ci ore. Nelle serre calde si possono spargere succhi di estratto di tabacco
sui tubi del calorifero.
Nella lotta contro gli alidi, dovendo ricorrere alle irrorazioni insetticide, si devono
usare miscele deboli, atle ad uccidere gli alìdi vulnerabilissimi perchè non protetti da
cera, ma non tanto forti da compromettere gli insetti che li divorano. Bisogna fare con
molta diligenza le irrorazioni con insetticidi, adoperando dei polverizzatori finissimi
che avvolgano la pianta come una nube. .Si opera sempre in giornate senza vento e
pioggia, al mattino od alla sera o con cielo coperto.
Una sola irrorazione non è sempre sufficiente: bisogna ripeterla alla distanza di
10-15 giorni, per colpire i nuovi nati e quelli che eventualmente sono sfuggiti o che hanno
emigrato. Siccome, a seconda delle specie o dello stadio di sviluppo, hanno diversa resi
stenza ai liquidi insetticidi, così enumero le principali soluzioni che vengono adoperate :
a) Soluzione saponosa ('/.-2 parti) nell'acqua calda di sapone molle, diluita con
acqua fredda fino a portare al volume di 100.
- Ili
(".ontro l'atide del ribes e dell'uva spina:
i Saponefinolle . . 2 parli
hj Acqua 9.')
' Spirilo denaturalo 15
l'er combattere gli alidi del ciliegio e susino:
^ Sapone molle .... 2 parli
e) j Estratto di tabacco . . 1 , conlencnlc S-'.i"„ di nicotina
' Acqua 97
l'er combattere gli afidi del susino e melo :
k Sapone molle 2 parti
</; I.ysolo . . . '/.. -
' Acqua . .
Fig. 320. — Galle prodotte dall.l/f/jjs pistaci
Fer combattere gli afidi del pero :
( Estratto di tabacco 1-2 parli conlenenlc S-it^ di nicolina
^^ I Acqua 99-98 „
Per combattere gli afidi del pero e melo ed il Fusicladium :
\ Estratto di tabacco 2 parti contenente 8-9% di nicotina
^'' ì Poltiglia bordolese 98
gì Infusione al legno di quassio. A questo scopo si mettano in macerazione per
2 giorni, Kg. 5 di legno di quassio in 20 litri d acqua. Si decanta il liquido e lo si porla
a 100 litri, che si applica colle solite pompe
Questo rimedio è da raccomandarsi specialmente per combattere gli alidi del pesco,
quantunque possa servire anche per quelli del melo, pero e susino. K raccomandalo
specialmente per il pesco poiché le foglie di i)esco sono piuttosto delicate per gli altri
insetticidi e quelli poi a base di estratto di tabacco macchiano le pesche.
Il) Contro gli afidi del ribes e dell'uva spina è indicala la seguente miscela : Si
prepara a caldo una soluzione di 125 gr. di sapone molle in 'i, litro d" acqua e questa
soluzione si versa lentamente, agitando di continuo in 2 litri di petrolio. Quando si ha
ottenuto una specie di crema aggiungendo un altro litro di acqua, si diluisce il tutto
con acqua fredda fino ad avere il volume di 100 litri.
I principali afidi che si combattono con queste miscele sono quelli della Tab XI, Il
- 442 -
Afidi delle piante da frutto.
Nome
scientifico
Piante
intaccate
Caratteri
alata
della forma
attera
Apliis auiyg-
dali
Mandorlo e
pesco
giallo ferrugineo
giallo bruno tendente al
rossiccio
A. avellanae
Sch.
Nocciuolo
verde
A. coryli Gaetz
»
gialla
bianco-giallognola pelosa
A. grossulariae
Kaltb
Uva spina e
ribes
nera con addone verde
verde erbaceo o bleu
A. mali Fb.
Melo, pero e
cotogno
nero con addome verde
verde con capo rosso
A . pei-sicae
Kaltd
Pesco ciliegio
e susino
nera lucente con zampe
nere
giallo verdastra con fascie
traversali nere e al di
sotto verde oliva
A. pyri Fb.
A. pistaciae
(fig. 320)
pero e melo
Pistacchio
giallo verdognola
dorso nero con fascia longi-
tudinale bianca
A pruni Kocli
Susino e pesco
bruno polverizzato in
bianco, addome verde
giallastro
verdastra con una linea dor-
sale e due punti brunaslri
all'addome
A. ribis L.
Ribes
giallo verdognolo con
macchia bruna sul
corsaletto
giallognola con macchie
brune
A sorl)i Kaltb
(Hg. :ì1!I)
Sorbo
bruno scura; gialloros-
sastra al di sotto
sferica, giallo verdognola
Hyalopterus
pruni Koch
(afide farine
so del i)esco)
Mandorlo, pe-
sco, e susino
verde chiaro con fasce
traversali scure
elittica coperta di polvere
di cera
Lachuns jug-
landicola
Kaltb
Noce
gialla con anelli ed
antenne nere
giallo pallida, appiattita
Myzus cerasi
Ciliegio e
pesco
nero brinia come il capo
rosso bruna con macchie
bianco giallognole
M. pyrarius
Pero
nero bruno il capo e
torace; giallo bruno
l'addome
nero pece e zampe bian-
castre
2. — Fillossera della vile (lìg. ;{21-322) (Phylloxera vaslalrix Planch).
Si manifesta con un deperimento delle viti che si dillonde come una
macchia d'olio. Nodosità alle l'adici e galle talvolta sulle foglie.
Mezzi di difesa: a) Distruttivi: iniezioni nel terreno di solfuro di
carbonio.
- 4i:{ -
Fig. 321. — Phyllo.veni vdstutri.r (molto iiifjrandila .
a-b. Larve e madri altere gallicele e radicicole. - e. Ninfa di lìllossera alata.
d, Fillossera alala o madre parlenogenica. - f. Femmina. - ni, Maschio. - o, Uovo.
Fig. 322. — Radice di vite colpita dalla fillossera
liK 321.
(,ailosii:i e i)rotuberan/e
rognose sopra un ramo
di melo, dovute alla
Scliizonetira lanigera.
— 444 —
b) (durativi : solfuro di carbonio, solfocarbonato potassico e la
soiniuerslone.
e) Si ricostituiscono i vigneti con viti americane resistenti oppure
colla coltivazione nelle sabbie.
3. — Schizoneura o pidocchio lanigero del melo (Scliizoneura o
Myzoxylus lanigera Hausmann). É un afide molto dannoso e diflicile a
distruggei'si che intacca specialmente il melo (fìg. 323), quantunque io
r abbia trovalo anche sul pero e castagno.
La forma attera è ovale, depressa, lunga mm. 2-5, col dorso gibboso, di color rosso
bruno brillante volgente al nero e col corpo cosparso di materia cotonosa, di cui si
serve per ripararsi d'inverno.
La forma alata è di color f osco-bruno con corsaletto più pallido, addome carenato
con 4 ali.
Dallovo d'inverno nasce in autimno la larva, che iberna nelle screpolature. In
primavera si ha la forma attera che si moltiplica per 8-12 generazioni per partenoge-
nesi. La forma attera per diventare madre subisce 4 mute. La forma alata appare in
autunno, si riproduce pure per partenogenesi e depone da ,3 3 6 uova, da cui nascono
maschi e le femmine, le quali ultime, dopo accoppiate, depongono l'uovo d'inverno.
In vicinanza dei tagli, presso le gemme, alla ascella dei rami, delle foglie ed al
colletto e sulle radici della pianta, si notano delle macchie candide, cotonose, che schiac-
ciate lasciano un umore sanguigno. Se la malattia è avanzata si notano tumori, come
si vede nella fig. 323.
L'effetto si manifesta con la incessante sottrazione di linfa epperciò un grave spos-
samento della pianta nel mentre la irritazione suscita delle innumerevoli punture,
conduce allo sviluppo di nodosità e di tumori al tronco e rami. Un poco alla volta
({uesti tumori generano una specie di cancro che occupa anche tutta la circon-
ferenza dei rami così da impedire la circolazione della linfa e perciò la nutrizione
dei frutti.
Non tutte le varietà di meli vengono egualmente intaccate. 'Vanno più soggette le
varietà dai frutti più dolci come la Rambour d'inverno, la Calvilla rossa d'inverno, la
Renetta di Cassel, ecc . così pure quelle che hanno la scorza dei rami poco consistente.
La mela Gravenstein è delle piti resistenti.
La quantità di generazioni, il riparo della cera, la formazione delle croste sulla
corteccia, tutto questo impedisce che la lotta riesca completamente.
Mezzi di difesa : La migliore epoca per combattere questo insetto è
la fine di marzo ed aprile, prima che comincino le nuove generazioni.
I mezzi di difesa che si possono consigliare sono i seguenti :
a) All'epoca della potatura e non più tardi del mese di marzo,
si poli largamente la pianta, si mondino i tronchi col pennato e coi
raschiatoi; poi si distenda per mezzo di pennello una miscela di olio
pesante di catrame dal 5 al 10 "/o, sapone 3 a 5 Voi acqua 97 a 9"), miscela
fatta stemperando prima il sapone nell'olio di catrame, ed aggiungendo
l'acqua gradatamente e agitando.
Un rimedio molto pratico che provai ultimamente ad Imola è il
carbolineo solubilizzato preparato in Francia e del quale è rappre-
sentante per la vendita la Ditta Bonhglioli di Bologna. Per i trattamenti
invernali si fa una soluzione al 0-4% e per i trattamenti estivi al 1-1 '/^Vo-
Si abbia cura di far penetrare il liquido nei crepacci della scorza,
nelle fenditure del fusto e dei rami, e dovunque vi siano ferite con
cercini di cicatrizzazione o meno.
— Ilo -
b) Si bruciano, (|u:uido cadono sul terreno, i rilaj^li di scorza e rami.
e) Operala (juesta prima cura d'inverno, alla primavera non sarà
dilTicile di veder coni[)arire qualche colonia dell'alide, che l)isof»ner:'i
(lislruff^eie prima che si dill'onda, ed asparj^ere su lutla la chioma della
pianta una soluzione di sapone al li",,, per colpire f»li alìdi che even-
lualmente si l'ossero sparsi su di essa, ojjpure la soluzione sopraindi-
cata di carboliiieo solubilizzato.
cij Per combattere la infezione sulle radici, conviene ricorrere
all'uso dei solfocarbonali alcalini sciolti al U) 7„ nell'acqua, od ad inie-
zioni ili solfuro di carbonio in raj^ione di IS-'iO cm.-' per m.'-
11 Sig. A. Cadoret nel N. 2 del Proj^rés aj^ricole WH'A, raccomanda
la seguente soluzione:
Olio di lino ..... gr. 700
Biacca 1">0
Bianco di zinco 100
Si la bollire |)er 10 minuti e poi vi si aggiungono, dopo rallVeddata
la massa. 100 gr. di essenza di trementina.
La miscela si applica con un pennello su tutte le parli iiilelU'. In
solo trattamento generalmente basta. Per maggiore sicurezza si jìossnno
l'are due pennellazioni, in autunno ed alla line di giugno.
XIII.
Cocciniglie.
1. — Le cocciniglie formano un gruppo ricco di ollic 1000 sjìecie
con i segueiìti caratteri comuni.
Maschio con due ali, lunghe antenne e lunghe zampe, senza ro.stro.
Femmine senza ali e spesso senza antenne e senza zampe, ma con
un rostro breve. Dopo poco tempo si fissano sulla pianta succhiandone
gli umori. In questo stato, per difendersi dai nemici esterni, o la pelle
del dorso si indurisce, diventando coriacea (Lecunium Kermes), o si
copre di cera in forma di polvere bianca (Duclylopius) o si copre di fila-
menti cotonosi o di squame larghe di cera (Ceroplasles).
La maggior parte depongono ova, da cui nascono le larve prive
di ali, eliltiche, munite di zampe e di antenne con ó o articoli. Molte
volte le larve stanno riparate per qualche tempo sotto il ventre della
madre poi diventano mobilissime e sono esse che dillondono il male.
Le cocciniglie hanno molti insetti predatori che le divorano oppure vivono sopra
di esse parassitarie. Gli insetti predatori sono specialmente i Cocinellidi, i Dilter. e.l
luche piccolissime vespe che comport;
mdosi come la Prospaltelhi herlesei. consigliat
dal Prof. Herlese per distruggere la Diaspis pentagona. divorano internamente le coc-
ciniglie, lasciando di esse soltanto le spoglie.
— 446 —
I mezzi {generali di difesa contro le cocciniglie consistono:
(i^nel favorire ia propagazione dei nemici naturali delle cocciniglie;
b) nel curare le piante dalle fumaggini, le quali di solito accom-
pagnano ogni invasione di cocciniglie;
e) nel tagliare i rami molto colpiti, nel curare le ferite, nel dira-
dare i rami troppo lìtti e nel calcinare quelli che rimangono. Tutti i
brandelli di corteccia e tutti i rami tagliati devonsi bruciare sul sito;
(/) nella spazzolatura dei rami meno colpiti con spazzole d'acciaio,
per levare lo scudetto che ditìende le femmine ibernanti e farle cadere
a terra. La spazzolatura si deve cominciare dai rami più alti;
e) nel fare irrorazioni nell'inverno e durante la vegetazione con
la miscela zolfo calcica nelle proporzioni indicate a pag. 3%.
Fig. 325.
Diaspis pcntagoiKi
I femmina 1.
(Irandezza naturale.
/>, Ingrandito.
Fig. 324. - Ramo di gelso
colpito dalla Diaspis pentugotui.
a, Scudetti delle femmine. - <(', .Scudetto ingr.
/>, Follicoli dei maschi. - b'. Follicolo ingr.'
Fig. ;?26.
Diaspis pentagona (maschio)
a, In grandezza naturale.
b. Ingrandito.
2. — Cocciniglia del gelso. (Diaspis pentagona (fig. 324-326) La fem-
mina è gialla, pentagona, riparata da un scudetto di colore bianco bigio
ed i maschi sono riparati nell'interno di follicoli che formano dei
fiocchetti candidissimi. Si hanno 2-3 generazioni.
I rami di due e più anni si presentano coperti da una crosta costituita dall'inva-
sione di innumerevoli dischetti di color cenerognolo dalla lungh. di 1-5 mm.
Per combatterla, oltre ai mezzi sopra indicati si ricorra alla disseminazione della
Prospaltella berlesei, una piccolissima vespa che ha 5 generazioni, la cui larva succhia e
vuota la diaspis.
— -147 —
Durante l'inverno si possono applicare due delle seguenti emulsioni, dopo la
spazzolatura:
a) Sciogliere in 1(1 litri d' acqua un ettogrammo di Soda Sohvay, aggiungervi
2 ettogrammi di olio di pesce e per ultimo 9 ettogrammi di petrolio grigio o nero.
b) Sciogliere in 10 litri d"ac((ua 1 ' ,. ettogrammi di Soda Solway. aggiungendovi
!t ettogrammi di olio pesante di catrame ; agitare Ijene ed adoperare la miscela in giornata.
Fig. .327. Fig. :{28. Fig.."?20. — Femmina di A/y/j/asp;.'!
.Scudetto di Miililasiiis Larva di Mijtilaspis fiiltxi fiilixi adulta, veduta dal ventre
l'iihxi molto ingrandito. molto ingrandita. ed ingrandita IO volle.
:ì:{0. — Maschio di Mijtilaspis fulòa
ingrandito 40 volte.
Fig. 331. — Ramo di melo intac-
cato dalla Mijtilaspis poiiìoriim.
3. — Pidocchio il oiryold (Mytilaspis fulva o Lepidosaphes citricolaj.
Lo scudo della femniiiia ha forma di viigola (fìg. 327) ("lunghezza
2 3 mm.) di color rosso-bruno lucente: la larva (lìg. 328) è di color
giallo-aranciato scuro. Tutto lo scudo è circondato da uno stretto orlo
4-1 .S
ceroso; la femmina (Mg. 229) è di color bianco; il maschio è rappre-
sentato nella lìg. 830. Il MijtiUispis e V Aspidiotiis arrecano i maggiori
danni agli agrumi.
Per combatterlo, 2 o 3 irrorazioni ogni 10 giorni, colla miscela
zolfo calcica (formola estiva), all'epoca della nascita delle larve della
prima generazione. I rametti defogliati si tagliano ed abbrucciano.
Sul melo abbiamo la Lepidosaphes
ulmi L. denominata anche Mytilaspis
pomorum, (fig. 331) che intacca il pero,
nespolo, susino, ribes ed olivo.
Fig. y^2 - Scudetti AéiX Aspidiotm
limona (femmina) sopra un fram-
mento di foglia di limone.
Ingrandimento di 18 diametri.
Fig. 333.
Femmina di Aspidiotns limonii
vista di sotto ed ingrandita
23 diametri circa.
4. — Bianca degli agrumi. (Aspidiotus limonii). Lo scudetto è cir-
colare, giallastro, circondato da largo anello ceroso, bianco (fig. 332).
Femmina gialla, discoide, convessa, senza zampe ed antenne (lìg. 333).
Maschio alato, lungo 0.7 mm. con un lungo stiletto all'estremitàTaddo-
minale. Larva elittica, ristretta alquanto alle due estremità, con antenne
lunghe e pelose; apice dell'addone munito di piccole appendici coniche.
Color giallo- verdiccio. Lungh. 0.3 mm.
Alla fine di marzo si ha la prima uscita di larve e poi la schiusa
dura tutto l'anno.
I frutti si fanno bruni, si raggrinzano nei punti lesi e cessano di
crescere.
Si raccomanda la cura invernale ed estiva colla miscela zolfo-
calcica.
5. — Laspidiolus perniciosus, la cocciniglia S. José tanto dannosa
nel Canada e Slati Uniti a tutte le piante da frutto, per fortuna non è
stata ancora riscontrata in Europa.
e. — Cocciniglia del fico. (Geroplastes rusci L.) si distingue come
tutti i Lecaniti, perchè le femmine non si coprono di scudi protettori,
ma o segregano lacca o cera, oppure la loro pelle semplicemente si
indurisce al dorso e per lo più diventa bruna.
Appartengono ai Lecaniti le seguenti specie:
a) Pidvinaria della vite (Pulvinaria vitis L.) lig. 334.
h| Filippia dell'olivo o cocciniglia cotonosa dell'olivo (Philippia oleae Costa).
cj Cocciniglia dell'olivo (l.ecanium oleae Fabr) fig. 33').
— 449 —
d) Cocciniglia cerifera del chinotto (Ceroplastes sinensis).
e) Cocciniglia del pesco (Lecanium Persicae) che intacca anche il gelso, il susino
e la vite.
f) Cocciniglia delle esperidi (Lecanium hesperiduni Biirmeisteri lig. 337-3.59).
.Si combatte con i mezzi generali già indicati.
Fig. 335.
Scudetti del Lecanium
oìettf. ingrandito 3 volte.
Fig. 336. — Femmina di l'ar-
latoria xizii>hy. vista dal ven-
ire ed ingrandita 10 volte.
Fig. 331,
Tralcio di vite colpito
diilla Pnhniutriu nitis.
Fig. 337. — Lecanium hespe-
ridnin, visto dal dorso ed
ingrandito circa 6 volte.
Fig. 338. — Lecaninm hespe-
ridnni, visto dal ventre
ed ingrandito 6 volte.
Fig. 339. — Larva di Lecanium
hesperidum, vista dal ventre
e molto ingrandita.
7. — Pidocchio nero degli agrumi. (Parlatoria zizyphi Lucas) flg. 336.
La femmina si copre di uno scudo bruno o cfuasi nero, lucente, di
l'orma rettangolare, con carene longitudinali rilevate, circondate da una
sostanza cerosa bianca.
XIV.
Papilionidi.
(Farfalle diurne i cui bruchi rodono le foglie).
1. — Sono farfalle con antenne relativamente corte, terminanti a
clava, con le (5 zampe abbastanza sviluppate, tanto da essere atte a
camminare, in ambo i sessi. Ali grandi coli' arco interno delle poste-
riori alquanto concavo.
I bruchi presentano due tentacoli carnosi, retrattili, iiosti sul ])rimo
segmento.
29 — Tam.^uo - Fnitlicolliira.
- 450 -
Le crisalidi si sospendono mediante un filo passato attorno al
corpo ed hanno il capo diretto in alto.
2. — Aporia Cralaegi L. (Farfalla del biancospino e del sorbo). I
bruchi rodono le foglie anche del pero, del melo, del ciliegio e del sorbo.
La farfalla (lig. 340j è bianca con nervature brune; in maggio-giugno
Fig. 340. - Aporia Crataegi.
depone le uova; dopo due settimane nascono i bruchi i quali co-
prono le foglie con una ragnatela, se ne nutrono e vi ibernano.
Mezzi di difesa: a) Raccogliere e distruggere i nidi clie si presen-
tano come tele al principio dell'inverno e che sono facili a scorgei'si
sui rami spogliati delle foglie.
Fig. 3 ti. — l'apilio Po lì aliar US.
Fig. 342. — Vanessa pohjchloras.
b) Quando i bruchi sono appena nati ed ancora riuniti, spruz-
zarli con una soluzione al 0.7 "/o di arseniato di piombo.
e) Cacciare direttamente le farfalle la sera, quando stanno in-
torpidite sui (ìori.
— 451 —
3. — I bruchi del Papilio Podaliiiriis L. (fig. 341) e quelli della
Vanessa pohjchlonis L. (fig. 342) rodono pure le foglie del pesco, del
melo, del susino, del mandorlo, del ciliegio e del castagno; si combat-
tono come la precedente.
XV.
Farfalle grosse i cui bruchi (tarli) rodono il legno.
1. — Rodilegno. (Cossus cossus L.) (fig. 343). Questa grossa farfalla
e la seguente hanno bruchi che scavano gallerie larghe e lunghe nei
tronchi degli alberi vivi, che vanno dal basso all'alto. All'ai^ertura delle
gallerie si notano dei detriti di legno espulso.
Il bruco è nudo, lucido, giallastro e misura lino a oltre 10 cm. di
lunghezza.
Fig. 343. — r.osxii/ì cossus.
Le farfalle, durante il giorno, stanno immobili (giugno-luglio) sui
tronchi, a poca altezza dal terreno e depositano le uova nei crepacci
del tronco.
Le larve appena nate penetrano subito nella scorza ma solo nella
primavera dell'anno seguente entrano nel legno e vi fanno gallerie;
dove rimangono per 3 anni.
Bisogna uccidere il bruco nella galleria sia introducendo un filo
di ferro acuto sia iniettando la seguente miscela :
Solfuro di carbonio parti 9
Creosoto 1
Se ne imbevono piccoli batuffoli di cotone che si introducono nella
galleria chiusa poi ermeticamente con un mastice.
I bruchi muoiono asfissiati.
^ 452 -
2. — Zen-era pyrina. L. (Tarlo bianco degli alberi da frutto (ìg. 344).
Questa farfalla predilige gli alberi da frutto; la precedente invece si
trova anche su {|uelli da bosco.
La farfalla è alquanto più piccola, bianca, con molte macchie dis-
Fig. 3M. — Zeiizera piiriun.
seminate, rotondeggianti, di color bleu. Depone le uova in luglio, alla
base delle gemme; il rispettivo bruco passa poi nel tronco.
Produce molti danni specialmente nei vivai ; si combatte coiìie il
precedente.
XVI.
Farfalle grosse i cui bruchi rodono le foglie (Bombici).
1. — I bombici sono per lo più di forma tozza, di grandezza media,
col corpo coperto di peli più o meno fìtti e lunghi; le antenne sono
piuttosto sottili ed allungale nelle femmine, pettinate invece nei maschi.
Le loro ali sono generalmente bene sviluppate. Sono quasi tutti pretta-
mente notturni ed i loro bruchi fìlano bozzoli.
2. — Lijmaniria (F^iparis o Ocneria) dispar L. Bombice dispari : è
uno dei più temibili per la sua grande prolificità e per la sua poli-
fagia divorando il fogliame di un gran numero di piante da frutto.
I.a femmina (flg. H45) è bianca con una screziatura bruna a zig-zag: il maschio
è più piccolo, giallo terreo, marmorizzato in bruno (fig. 346'.
In estate le femmine stanno sui tronchi o sui grossi rami o sotto le pietre, immo-
bili, e depositano le uova sulla scorza dei tronchi in mucchietti ovali del diametro di
t-.5 cm. che copre con la peluria gialla dell'addome. Si vedono bene sulle corteccie
degli alberi dal luglio in avanti.
Nella primavera successiva nascono i bruchi, i quali, dapprima uniti e poi separati
rodono le toglie e passano da un ramo all'altro fino a che il bruco, alla fine di giugno,
raggiungendo la lunghezza di 10 cm , si incrisalida. Dopo 15 giorni nasce la farfalla.
Per combattere questo nemico occorre dare la caccia alle uova, sia
raschiando le placche di uova raccogliendole in un sacco e poi bru-
ciandole, o meglio ancora incatramando i mucchi di uova con un
- 453 -
pennello adoperando 15-20 % di olio di catrame emulsionato. In tal
modo le uova vengono asfissiate.
3. — Euproctis clìrijsorrhoea. (Liparis o Porthesia chrysorrhoea)
(fìg. 347). E' chiamato bruco peloso degli alberi da frutto. La farfalla è
Fig. 345.
ì.ijiiianlrìa \Ocnerìa) dispar (femmina).
Fig. 34(j.
Limantria (Ocneria) disiìar ( maschio i
bianca, soltanto l' estremità posteriore è color
come la seta. Le larve sono pelose e metà più
precedente.
giallo d' oro, lucido
piccole della specie
In luglio, le farfalle depongono le uova sulle foglie a striscie larghe un centimetro
e lunghe parecchi centimetri, tortuose, rivestite di peluria dell'addome
Dopo 15 giorni nascono i bruchi,
che si raccolgono subito a centinaia,
rodendo il parenchima delle foglie e
avvolgendole con molti tili serici, fra i
quali ibernano. Neil' anno successivo, i
bruchi si separano divorando ancora le
foglie, fino al jteriodo dell' incrisalida-
mento (giugno l
Fig. 347.
Hiiproctis chrysorrhoea (l'orthesiaj.
Fig. 348.
Orgijd antiqua (femmina, maschio e bruco)
Per difendersi durante l'inverno, bisogna raccogliere e bruciare i
nidi che sembrano macchietti di foglie dissecate.
4. — Orc/yia antiqua L. (fìg. 348). Il maschio ha le ali bene sviluppate
mentre le femmine hanno due monconi.
Le ali anteriori del maschio sono brune con alcune fascie trasver-
sali nerastre più o meno spinate ; le posteriori sono bruno-nerastre.
— 454 —
I bruchi sono pelosi, grigi, con lince e disegni giallognoli e con
ciuffi di peli sul dorso, posti sopra verrucosità.
Hanno due generazioni, in maggio e sulla (ine di agosto, e si cibano
di foglie. Le ])iante danneggiate sono l'albicocco, il cotogno, il melo,
il lampone.
Mezzi di' difesa : a) Raccogliere e distruggere ,i bruchi scuotendo
i rami.
b) Distruggere durante l'inverno le ova]che si trovano sui bozzoli
attaccati^ai tronchi o sulle Toglie disseccate.
5. — Melacosoma (Gaslropaclia o Bomhyx neiistria L.) (lig. 34y-350j.
Farfalla di colore uniforme giallo-ocraceo con due linee trasverse oblique
sulle ali anteriori. Lunghezza 13.5-18 mm.
Fig. 349. — Bombijx netistria.
Fig. 350. - Bruco della Bombix neiistria.
Bruco di color turchino-grigiastro con una linea longitudinale
bianca e 6 strie, 3 per lato, interrotte, di color giallo-rosso.
La femmina depone' le uova ad anello sui rami; in primavera nascono i bruchi
che fino alla 3* muta vivono insieme entro "una tela formata di fili ove si rifugiano du-
rante la notte.
Ai primi di giugno incrisalidano e tessono un bozzolo fra le foglie od i crepacci
della corteccia. In luglio si ha la farfalla.
I bruchi vivono delle foglie di quasi tutti gli alberi da frutto.
Si combatte tagliando i rami cogli anelli delle uova e bruciandoli.
In giugno si raccolgano i bozzoli e si distruggano i bruchi, in pri-
mavera, alla notte, quando sono raccolti fra i fili serici.
6. — Lasiocampa qiiercifolia L. (fig. 351) Farfalla foglia morta o foglia
di quercia, chiamata così per il suo colore.
Ha 4 ali dentate, bruno-rossiccie con qualche riflesso violaceo
air apice, ornate di tre linee trasversali nerastre, ondulate. Corpo
bruno-rossiccio. Durante'il riposo tiene le ali anteriori piegate a tetto-
Bruco grigio-bruno, con due colaretti siti tra il primo e il secondo
e fra il secondo e il terzo anello.
I bruchi danneggiano dall'aprile al giugno e in settembre, le foglie
del pero, del melo, dell'albicocco, del pesco, del ciliegio e del susino.
Mezzi di difesa: Raccolta dei bruchi in un lenzuolo scotendo la
pianta al mattino.
7. — Dasgchira piidibunda L. (lig. 352). La farfalla ha un' apertura
d'ali di 45-50 mm. Le ali anteriori sono grigie con tre strisele trasversali
scure; ali posteriori bianche con una fascia nebulosa brunastra.
455
Bruco giallo-zolfo, con molli ciuffi di peli, dei quali uno rosso,
all'apice dell'addonie. Lungh. 40 nini.
Le ova vengono deposte in maggio, sui rami. I bruchi rodono le
foglie meno le nervature ed in estate si incrisalidano nascondendosi
fra le foglie od all'ascella dei rami,
ù.^j^ìZ^r^ \ u formando un bozzolo serico, bianco-
v^ !-• - ^ \ A&S ^ Danneggia i rovi, i meli, i nocciuoli,
le noci, i castagni.
351. — Lnsiociiinpa guercifolia
Fig. 352. — Dusijchiru ìutdibiinda.
Mezzi di difesa: a) La caccia al bruco è l'unico mezzo pratico
eflìcace, e si fa al solito scotendo di prima mattina le piatite per farlo
cadere sopra una tela.
b) Tenere sgombro il terreno sottostante, levando le foglie e le
vecchie corteccie, che vanno abbruciate.
XVII.
Geometre o Misurine.
1. — Corpo medio, piuttosto esile, ali relativamente molto ampie;
la femmina non raramente manca di ali oppure le ha monche.
I bruchi portano 3 paia di zampe vere e solo poche (pei
due ventrali posteriori e due anali spingitrici) zampe false
per camminar.e devono spingere il
corpo in avanti, poi, fermatisi sulle
zampe toraciche, inarcare il corpo
e portare la parte posteriore di esso
in modo che l'ultimo paio di zampe
tocchi o quasi l'unico jiaio di zampe
ventrali. Questi bruchi, se toccali, si
drizzano appoggiandosi suH' ultimo
paio di zampe cosi da sembrare ra-
moscelli.
2. — Abraxas yrosstilaricda L. (fig. 353). La
giallo-biuuo e con una macchia nera nel mezzo
lo più
perciò
Fig. 353. — Abraxas grossulariala.
farfalla con corsaletto
capo nero con antenne
brune; addome giallo- fulvo con macchie nere sul dorso e sui lati; ali
— 456 —
anteriori a fondo bianco; ali posteriori con una serie di macchie nere
lungo il margine e grossi punti sparsi. Lunghezza 17 mm.
Bruco bianco cereo, con una macchia nera sopra ogni segmento.
Lunghezza. 28 mm.
Verso sera, in luglio ed agosto, la farfalla depone delle ova gialle sulle foglie. I
bruchi all'inverno si ritirano al piede delle piante, si avvolgono nelle foglie cadute per
risalire nella primavera successiva a rinnovare i guasti. In giugno si hanno le crisalidi
attaccate con fili ai rami. I bruchi rodono le foglie, i germogli, i fiori dell'albicocco,
susino, ribes, uva spina, mandorlo.
Mezzi di difesa: a) Raccogliere e distruggere le foglie cadute in
autunno.
b) Vangare d'inverno il terreno.
e) Distruggere sulle foglie le ova depositate che si conoscono
facilmente pel colore giallo.
dj Uccidere i bruchi al mattino, quando le piante sono ancora
bagnate di rugiada, polverizzandole con polvere di tabacco oppure
lìori di zolfo, cenere, calce viva, fuliggine fresca.
e) Irrorare le foglie dopo la raccolta dei frutti colla seguente
miscela:
, Arseniato di piombo .... gr. 800-1000
Fior di farina o melassa . . „ 1000
Acqua litri 100
Si impasta la farina in poc'acqua e vi si aggunge l'arseniato di piombo rimesco-
landolo bene; poi si versa il tutto nel recipiente contenente il resto dell'acqua. La
miscela si deve mescolare ogni volta che la si mette nella pompa.
Se l'arseniato di piombo è in pasta, come è da preferirsi, allora lo si scioglie in poca
acqua e poi si versa la soluzione nel resto dei 100 litri di acqua, senza bisogno di me-
lassa o di farina (Silvestri).
3. — Cheimatobia briimula L. (Ilg. 8.54). 1! maschio ha le ali anteriori
rosso-grigie con linee ondulate scure sfumate e le posteriori di colore
più chiaro. La femmina ha mozziconi di ali.
Il bruco da grigio diventa giallo-verdognolo.
Le femmine appaiono in novembre-dicembre e, salendo dal terreno
sul tronco, depongono le ova sulle gemme. La larva appare ai primi
di maggio e divora le foglie legandole assieme a due a tre formando dei
gomitoli. Divora anche i fiori e le gemme di quasi tutte le piante da
frutto ma in special tnodo il melo, il pero ed il ciliegio.
Mezzi di difesa: a) Prima dello sfarfallamento, dalla metà di ottobre
a metà dicembre, si fa intorno all' albero, all' altezza del terreno di
m. 1.50, un anello di sostanza vischiosa largo 10-15 cm. oppure si lega
strettamente intoi'no al tronco una striscia di carta i)erganienata,
resistente alle pioggie, che si spalma con la sostanza vischiosa.
Per sostanza vischiosa si può adoperare il goudron oppure una miscela in parti
eguali di goudron ed olio di pesce, oppure una delle seguenti miscele.
Si scaldano assieme 500 gr. d'olio di colza e altrettanto di strutto di porco, fino alla
fduzione di V3. Poi si aggiunge un eguale peso di trementina e di colofonia e si
mescola semj)re fino a fusione completa. La massa deve ridursi come quella di un
sciroppo concentrato. Se è troppo liquida, si prolunga la cottura, se è troppo densa si
allunga con un po' di olio. Ben preparato questo vischio dura per tre mesi.
Il vischio cosidetto di Oberlin si prepara, pesando in parti eguali olio e colofonia
I pece ragia). Si fonde la seconda in un vaso di terra, si aggiunge l'olio e si mescola
tino a che la massa sia completamente rappresa.
lutine si può preparare un buon vischio, riscaldando con precauzione, in un reci-
piente di ferro, 700 grammi di catrame (goudron) di legno e .")00 grammi di pece ragia,
agitando continuamente. Quando la fusione è completa, si aggiungono ,500 gr. di sapone
nero molle e poi ;iOO gr. di olio di pesce. Si leva
dal fuoco e si continua a mescolare fino a che
la massa sia raffreddata.
Fig. K4. — C.heimatobia briinnitii.
a, maschio : b, femmina : e, bruco.
Fig. 355. — Hiberiiiii defoliaria.
a. maschio : />, femmina : e, bruco.
E' prudente, ogni 10 giorni, rinnovare l'unguento e levare ogni
giorno le farfalle che si sono attaccate.
b) Distruggere le uova sui rami specialnienle in vicinanza alle
gemiue od alla base dei germogli. Si può applicare la seguente miscela:
Calce viva . .
Sale comune
Silicato di soda
Acqua . . . .
Kg. 6.795 a Kg. 9.0(50
0.906 „ 1.;ì')9
0.227 „ 0.453
litri 36.344
Si spegne la calce in poca acqua, circa la metà (hS litri); nell'altra
si scioglie il sale e il silicato, (juindi si uniscono i due liquidi.
Con questo miscuglio si pennellano i gruppetti di 20 a 40 uova,
facilmente riconoscibili per il color rosso -arancio. Dopo poco tempo
le uova scompariscono.
Con questo miscuglio si distruggono anche le uova delle Psylle.
e) Irrorare le foglie con l'insetticida indicato per i bruchi del-
l'Abraxas.
4. — Hibernia defoliaria (llg. 355). 1 bruchi di questa farfalla come
quelli della precedente distruggono le foglie, i fiori e le gemme di
quasi tutte le piante da frutto.
La farfalla ha le ali anteriori di forma triangolare di color bruno giallo-chiaro,
con due grandi fascie brune e nerastre, che dividono la superficie dell'ala in tre campi,
— 458 —
di cui il basilare è quasi del tulio bruno, il mediano ò carallerizzato da un grosso punto
nerastro. Orlo bianchiccio con macchie nere. Ali inferiori giallo pallide con piccoli
punti neri o bruni. Apertura alare 40 mm. ; lungh. 11-12 nini. Le femmine sono attere.
Bruco <li color rosso bruno più o meno scuro.
Appare in ottobre e la femmina depone le ova sui rami in vicinanza delle gemme.
1 bruchi nascono in aprile e si nascondono fra le gemme sboccianti, avviluppandole
con fili serici. Nel terreno incrisalidano in luglio.
Si combatte come la precedente.
XVIII.
Tortrici.
1. — Le lortrici hanno antenne lìlil'orini nei due sessi. Palpi labiali
soltanto visibili. Succhiatoio corto e non sviluppato. Addome conico-
cilindrico, terminato da un ciulfo di peli nei maschi. Zampe corte, le 4
posteriori armate di 4 spine corte. Ali inclinate a tetto, le anteriori più
grandi delle posteriori. Bruchi con 16 zampe, sparse di tubercoletti
piliferi poco distinti.
Le tortrici hanno, per le dimensioni, molti rapporti cogli altri
Microlepidotteri, ma la loro struttura le ravvicina specialmente ai
Noctui. Nello stato di larva, molte involgono con seta le foglie o i fiori
delle piante; altre vivono insinuandosi nei tessuti molli, in particolare
in quelle dei frutti. Ordinariamente solitaiie, queste larve incrisalidano
nel viluppo formato da ciascheduna, nei cunicoli o si gettano in terra.
La maggior parte ha una sola generazione nell'anno, e sverna come
larva o crisalide.
Le farfalle vivono di giorno al coperto, nascoste e quiete, ma sono
facili a muoversi e prendere il volo. La maggiore attività loro è la
sera o la notte.
2. — Coclujlis (Cochylis ambiguella). Tignola o verme
dell'uva (fig. 356). Ali di color giallognolo; quelle anteriori
sono attraversale da una larga fascia bruna e circondate
Q f. ,■ danna trangia più lunga nelle posteriori.
ambiguella. Bruchi dapprima grigi, poi rosso-carne od anche
verdognoli.
Alla metà di maggio quando i germogli sono lunghi 10 cm., nascono le farfalle
dalle crisalidi che ibernano sul ceppo o sui pali della vite e depongono in maggio da
30-40 uova sui grappolini - dopo 10 giorni nascono i bruchi che formano un groviglio
di grappolini con fili serici, divorandoli. La seconda generazione si ha nella i)rima de-
cade di agosto: i bruchi danneggiano gli acini internandosi in questi e facendoli poi
avvizzire. Una terza generazione si ha sugli acini in corso di maturazione. Le crisalidi
della seconda generazione si trovano sui margini delle foglie e nei racimoli; quelle
della terza negli acini disseccati.
Mezzi di difesa: a) Vendemmia anticipala e raccolta accurata dal-
l'agosto in avanti degli acini guasti o caduti in terra. Distruzione di
questi fuori della vigna.
450 —
h) Nei locali dove si conserva l'uva, anticipare in l'ebbraio lo
slarrallaniento delle crisalidi che si trovano sulle pareli, mediante il
calore e chiudere le finestre con tele per impedirne l'uscita.
e) Allontanare durante l'inverno tutti i residui della potatura,
dopo aver scortecciato accuratamente i tronchi delle viti, spuntate le
canne e passati sulla lìamma i pali tutori. Si noti che la parte inleriore
del fusto è più coperta di solito di crisalidi. Se ci sono screpolature
tanto sul ceppo quanto sui pali, bisogna ripassarle col coltello e dis-
infettarle. A tale scopo si versa dell'acqua bollente sui ceppi come per
la i)irale.
d) Caccia alle farfalline della prima età per lutto il mese di
maggio, finché se ne trovano.
e) Raccogliere in agosto gli acini guasti e poi bruciarli.
3. — Polychrosis (Endemis) bolrana Schilf. Tortrice del grappolo
d'uva. Presenta costumi analoghi alla Gochjiis, ed a questa si sosti-
tuisce nelle regioni meridionali Ha con questa anche una certa rasso-
miglianza, soltanto le ali anteriori hanno un colore fondamentale
giallo-terreo, con macchie scure e nella parte submediana una macchia
trasversale rossastra. Le ali posteriori sono grigie.
Si comballe come la Cochylis.
4. — Sparcjanolhis pilleriaiia
Schilf. (Oenophlira pilleriana, Oe-
nectra pilleriana). Pirale della vile
(Mg. 357).
■■y:.r^
inseUo perfetlo ; b] insetto e larva.
.\li anteriori di color giallo-cannella-chiaro, con rillessi dorati e verdi con tre
strisele strette, rugginose: le posteriori sono grigie, iridescenti. Apertura alare 22-30 mm.
e lunghezza del corpo 1,5-16 mm.
Bruco verde sporco con (re strisele longitudinali scure o giallastre e con i bitor-
zoletti bianchicci in due serie longitudinali, ciascuno dei quali porta un pelo setoloso.
Testa grossa e nera.
Appare alla fine di maggio e solo al tramonto. La femmina depone circa 60 uova
sulla pagina superiore delle foglie della vite. Uopo 10 giorni nascono i bruchi che rosic-
chiano leggermente le foglie e poi si lasciano cadere giù per un filo e vanno sul tronco
<love, tessendo un bozzoletto <lelicato. serico, si incrisalidano. Nella primavera succes-
siva risalgono il fusto rodono le gemme e le estremità dei germogli aggrovigliando le
foglie e cibandosi di esse fino alla (ine di giugno epoca in cui si incrisalidano. Il danno
non è sollanlo direUo ma anche indiretto, perchè impediscono lo svilup]io delle foglie e
dei grappoli a causa dell'aggrovigliamento.
— 460 -
Mezzi di difesa: Per il fatto, che a difFei-euza delle due precedenti
l'nrfalle, questo insetto passa l'inverno sui tronchi allo stato di larva
adulta lievemente protetta da un involucro sericeo, cosi uno dei mezzi
più raccomandali è quello di dare la caccia ai bruchi ibernanti sui
ceppi e sui sostegni, ira il mese di gennaio o quello di marzo.
Dopo aver fatto una accurata pulizia del tronco e dei pali con
spazzole d'acciaio che possano penetrare anche nelle fessure si può
fare una aspersione di insetticidi specialmente dell'emulsione fatta colla
forinola Targioni, cosi da lui enunciata:
" Prendi da un lato : solfuro di carbonio (o petrolio) parti 10 in
peso e olio di pesce parte 1, e dall'altro potassa del commercio parti
2 e acqua parti 10. Mescola le due soluzioni agitandole in un vaso di
legno o altro e aggiungi 50 parti d'acqua.
" Adopera l'emulsione che, per operare sui rami più giovani e sulle
foglie, potrà essere maggiormente diluita con acqua. „
Un'altra eccellente pratica ])er sbarazzarsi della pirale è quella
(line luglio o principio agosto) di ricercare le placche di uova sulla
pagina superiore delle foglie, e distruggerle.
In Francia ove l'invasione della pirale assume talvolta i caratteri
d'un vero flagello, è molto usata la caldaia a pirale e cioè una caldaia
portatile in cui si porta 1' acqua all' ebullizione, e che è munita d' una
catìettiera per spandere quest' acqua sui tronchi durante l' inverno,
disinfettando anche i tutori e sostegni della vite.
5. — Vermi dei frulli. Sotto questo nome si intendono quei bruchi
che si trovano nell'interno dei frutti del pero, del melo, del noce, del
susino, del lampone, del pesco e del castagno.
Anche ciuesti sono bruchi di piccole farfalle, appartenenti alla
medesima famiglia delle precedenti, che svernano allo stato adulto
entro bozzoli situati tra le screpolature o sotto la scorza degli alberi.
Fig. 3.j8. — Carpocajìsa jiomonelìa. Fig. 'AVd. — Carpocapsa pruniamt.
Alla line di aprile o ai primi di maggio si hanno le farfalle che depon-
gono le uova nei giovani frutti. Le larvette penetrano per il calice e
scavano una galleria divorando la polpa. In giugno ed in luglio si
hanno di nuovo gli adulti.
Si hanno ordinariamente due generazioni.
I danni possono essere gravi poiché le frutta bacate cadono a terra.
II verme delle mele e pere è il bruco della Carpocapsa poiiwnella L.
(lig. 308); quello delle susine della C priiniana Hb. (fig. 359;; quello
del lampone della C. /oòo/ana ; quello delle castagne della C. splendami
Hb. ; quello del noce della C. amplana.
— 461 -
Mezzi di difesa: 1. Raccolta e distruzione giornaliera dei frutti
bacati e caduti.
2. Irrorazioni arsenicali.
I fiori e i frutti devono essere coperti preventivamente con una
soluzione di solfato di rame 1 Vo- di calce 1 % e di arseniato di piombo
1 7o. Si prepara prima la poltiglia bordolese e poi vi si aggiunge per
ogni hi. 1 kg. di arseniato bene sciolto preventivamente nell'acqua.
Si spruzzerà (piesta miscela su tutta la pianta, specialmente sui fiori,
con una irroratrice che polverizzi bene il liquido, avendo l'avvertenza
di ripararsi il viso con un velo sottile, perchè illiquido è molto velenoso.
Le irrorazioni si faranno abbondaiìti in tre riprese:
a) quando i fiori sono ancora chiusi in bottoni ;
b) alla fine della fioritura ;
(•; una quindicina di giorni dopo il primo trattamento.
3. Disporre dei stracci per rifugio ai bruchi, alla biforcazione
dei rami, in autunno.
4. Raschiatura dei fusti e dei rami per uccidere il massimo nu-
mero di larve il)ernanti e dare poltiglia bordolese densa al 4%, du-
rante l'inverno.
XIX.
Tignole.
1. — Le tignole hanno le antenne semplici in ambo i sessi; suc-
chiatoio mancante o rudimentale. Addome corto, cilindrico. Zampe
lunghe e speronale. Ali nel riposo coprenti il corpo a guisa di tetto
arrotondato, le superiori lunghe e strette, le iiìferiori ancora più strette,
frangiate e coperte dalle superiori. Bruchi lisci con 1(5 zampe.
Le larve vìvono raramente libere, o spesso sono minatrici delle
foglie, scavaiìdo gallerie fra le due pagine di esse, o le avvolgono in
forma di tubo aperto a una estremità, o formano con bave di seta,
con frammenti e tritumi una specie di fodero, o avviluppano fiori e
foglie formando groviglioli. entro i quali si nascondono solitarie oppure
in colonie numerose, prima vivendo in comune, poi ciascuna da sé,
in un bozzoletto più fitto, per trasformarsi.
Altrimenti, la trasformazione si compie da ciascuna separatamente,
nel luogo stesso dove la larva ha vissuto o si è stabilita all' ultimo,
dentro il fodero suo o in luogo riposto.
2. — HijponomeiUa inalinella L. Tignola del melo (fig. 360). In
aprile appaiono i bruchi che hanno svernato e si costruiscono un nido
serico col quale avvolgono le gemme e le foglie novelle del melo. Con-
sumate queste, passano ad altra parte del ramo cosi da sfogliare comple-
tamente una pianta. Si incrisalida in giugno ed in luglio si hanno le
farfalle che depongono le ova alla base o dei rami o delle gemme o
dei piccioli delle foglie.
— 462 —
Mezzi di difesa : a) Abbruciare i nidi con una fiamma.
b) Schiacciare i bruchi quando sono piccoli, avvertendo che si
lasciano cadere facilmente appesi ad un lilo serico.
e) Irrorare tutta la pianta nella prima settimana di maggio colla
poltiglia arsenicale preparata sciogliendo 1 Kg. di arseniato di piombo
in 10() litri di poltiglia bordolese all' 1 7o
Quest'ultima viene usata per lissare larseniato di piombo e per otte-
nere una maggiore aderenza sulle foglie.
Bisogna usare i composti arsenicali con precauzione, trattandosi
di sostanze molto velenose. Bisogna lavare le pompe accuratamente
e le mani, appena l'operaio ha iìnito di operare. Sarà bene anche che
r operaio sia munito di una
sottile maschera di velo.
Fig. 360. — Hijponomeiita malinella. Fig. 361. — Hyponomenta cognatella.
3. — Altre tignole simili che danneggiano egualmente le piante da
frutto sono : V Hi/, padelliis L. che intacca il susino ; VHi/. evoni/melliis L.
che intacca il ciliegio-, VHy. cognatella Uh. (fìg. 361) che intacca il
susino ed il ciliegio.
4. — Tignola dell'olivo (Prays oleellus F.). La farfallina ha le ali
anteriori bianco-cineree, lucenti, variegate di nerastro; ali posteriori di
color cinereo-cupo.
Bruco lungo 8-9 mm., di color cenere-gialliccio.
Appare per 3 volte in un anno. I bruchi danneggiano l'olivo, intro-
ducendosi nel parenchima delle foglie e scavando gallerie sia ro-
dendo le gemme fiorali sia penetrando nei frutti per cibarsi del seme
contenutovi facendoli poi cadere. Sugli olivi colpiti si notano le foglie
con macchie rossiccie e semitrasparenti e si ha la caduta in settembre,
delle olive bacate.
Mezzi di difesa: a) Raccolta e distruzione delle foglie danneggiate
in febbraio-marzo.
lì) Raccolta precoce delle olive bacate per molirle subito.
cj Irrorazione dei fiori,, in maggio od ai primi di giugno, colla pol-
tiglia bordolese all' 1 7„ a cui si aggiungono grammi 700 di arseniato
di piombo.
5. — La Tignola degli agrumi. (Prays ci tri Mill.) è una piccola far-
fallina, con apertura d'ali di 10-12 mm. Le ali sono di colore cenerino,
sparso di macchie e punteggiature brune sulle ali anteriori e nel
margine cubitale delle ali posteriori.
Larva lunga 6-8 mm. cilindrica, verdognola-chiara se giovane, poi
diventa bruna o giallognola, con linea stigmatica più chiara ; linea
dorsale bruna.
- 463 —
La femmina depone poche uova fra il calice ed i petali dei limoni ;
il bruco si insinua poi fino all'ovario e guasta tutti gli organi llo-
rali, avvolgendoli con una ragnatela. Pare che abbia 5 generazioni :
aprile, maggio, agosto, ottobre e novembre. Danneggia lutti gli agrumi
ma specialmente il cedro e il limone.
Mezzi dì difesa : Raccogliere e bruciare le infiorescenze intaccate.
Irrorare preventivamente, all'epoca in cui si hanno le generazioni
con la poltiglia raccomandata per la tignola dell'olivo.
6. — Tignola minalrice del sorbo. (Lyonetia clerkella) (fig. 362).
Oltre al sorbo intacca il pero, il melo, il nespolo, il susino, l'albicocco
e il ciliegio.
La farfallina ha le ali anteriori grigio-pallide, percorse longitudi-
nalmente da una stretta fascia bruna. Ali posteriori più scure munite
di larga frangia. Lungh. 3 mm.
Le uova vengono deposte sulle foglie il
bruco scava nel parenchima una galleria ser-
peggiante. Quando è maturo ne esce e forma il
bozzolo sulla foglia stessa o su qualche ramo.
Le foglie intaccate presentano solchi traspa- ,
renti, tortuosi.
Si combatte raccogliendo e bruciando le
foglie. ;:^^f
7. — Tignola del fico. (Simaethis nemorana '^^Mi
Hb.) Questa tignola, che oltre alle foglie intacca y^fM
i frutti del fico, ha le ali ad orlo sinuoso, di v^ '
color bruno-cannella, più chiare alla base e i~.
con due linee trasversali ed il margine di co- ^^'
lor bruno ferruginoso; ali posteriori giallo- ^\^ ^
grigie. Lunghezza 6 nmi. "^ f -^
Bruco verdiccio, lungo 14 mm. con capo t-
giallastro, macchiato ai lati, tubercoletti neri H
muniti di peli sui segmenti. Lungh. 14 mm. l\
In luglio i bruchi rodono le foglie non la- %
sciando che le nervature e intaccano la buccia Fig. 362. — Foglia di ciliegio
j . ~ ... P j ,. . j t^- u j con gallerie prodotte dalla
dei frutti, facendoli poi cadere. Si hanno da L,,onetien clerkella.
una a tre generazioni. Le foglie vengono ac-
cartocciate e legate con fili serici, dentro l'insetto compie le meta-
morfosi.
Mezzi di difesa: a) Levare ed abbruciare le foglie intaccate.
b) Irrorare le foglie, colla poltiglia bordolese al sapone. Spe-
cialmente la prima volta, in luglio, bisogna fare questa irrorazione
con molta cura.
I
— 464 —
XX.
Scarabei.
1. — Maggiolino. (Melolontha melolonta L.) (fig. 363). E' un insetto
molto comune , che esce in aprile-maggio ed in 8 giorni distrugge
le foglie di tutti gli alberi. Appare di solito ogni tre anni, poiché la
femmina depone le uova nel terreno a 9-12 mm. di profondità ; le larve
si cibano di giovani radici nel terreno per compire nel suddetto
tempo il loro ciclo vitale.
Mezzi di difesa: a) Caccia diretta agli insetti perfetti scotendo gli
alberi al mattino e dandoli poi ai maiali.
Fig.
Maggiolino.
Z;^ Caccia alle larve in primavera, facendo seguire l'aratro da
tacchini, polli, ecc.
e) Iniezioni nel terreno di solfuro di carbonio in ragione di gr. 30
per m-, in due dosi, nei mesi di novembre e marzo seguente all'annata
della deposizione.
dj Innestare alle larve il fungo del calcino (Botr(/tis tcnella) perchè
co! contagio si moltiplichi il calcino.
2. — Carruga delle vile. (Anomala vitis Fabr.). Insetto perfetto
di un bel color verde-metallico brillante, rare volte dorato, azzurro
o violaceo; protorace marginato di giallo; addome verde, bronzato
o violaceo. Lungh. 12-17 mm.
Larva con capo giallo-rossiccio ed il rimanente del corpo bianco-
gialliccio, con macchia gialla sui lati de primo segmento. Lungh. 11 mm.
~ 465 —
La larva vive sotterra in luoghi sabbiosi ed umidi per un anno e
mezzo, distruggendo radici, specie quelle della vite. Verso la metà di
maggio esce l'insetto perfetto che danneggia le foglie delle viti, del ci-
liegio e del mandorlo, come fossero devastati dalla grandine, lasciando
intatte le nervature.
Mezzi di difesa: La caccia diretta, eh' è facile durante il giorno,
perchè stanno immobili aderenti alle foglie.
3. — Anche la Carruga degli orli. (Phyllopertha horticola I^.), dan-
neggia in egual modo le piante da frutto.
XXI.
Buprestidi, Bostricidi e Crisomelidi.
1. — Le uova di questi insetti vengono deposte in agosto-settembre
sul colletto delle radici. La giovane larva si interna sotto alla corteccia
e scava una galleria nella quale vive fino che ha bisogno di nutrirsi.
Uitorna poi sul suo cammino depositando le feci e viene all'apertura
Fig. 364.
Invasione dell' Agr il us sinuatiis
in un fusto (li pero
(i) insetto perfetto :
e) larva ;
/■| parie posteriore della larva:
gì parte anteriore della larva :
/)) galleria dapprima stretta |)oi
in « ed a ]3iù larga ;
d) screpolature e prominenze del-
la corteccia in corrispondenza
alle gallerie, sotto alle (|uali
vivono :
Ili un nascondiglio di crisalide
coll'insetto ;
Il il medesimo vuoto :
/>■) un toro sulla corteccia:
presso II ed i si nota un colorito
più scuro del legno dovuto
alla galleria della crisalide.
della galleria al principio di giugno dell'anno successivo, epoca in cui
si trasforma in insetto perfetto.
2. — Sul pero abbiamo di frequente la specie Agrilus siniialus Oliv.
(fig. 364), il cui dorso ed il ventre sono color di rame, colle elitre senza
macchie e senza peluria. La malattia si manifesta con screpolature e
prominenze tortuose della corteccia in corrispondenza alle gallerie.
30 — Tamaro - Frutticoltura.
— 466
3. — Il Capnodis tenebrionis L. intacca il nespolo, il mandorlo e
molte specie fruttifere. Ha il capo ovale, capo e corsaletto rugosi,
accuminati verso l'estremità con strie e punteggiature longitudinali
di color nero piceo- opaco. Lungh. 20 mm.
Larva stretta verso l'estremità posteriore, simile a quella del Corebo,
ma distinta per due solchi mediani contluenti sul primo segmento e
per i minuti e fitti peli sulla pelle che è giallastra. Lungh. ."^O-SS mm.
Per combattere questi due insetti si raccomanda di rintracciare le
gallerie e distruggere le larve. Conviene distruggere le vecchie piante
invase.
Si spalmi poi con catrame il tratto dei tronchi sospetti.
4. — Ai bostricidi appartiene il Sinoxi/lon sexdenlatnin Oliv. Apale
della vile, assai simile al S. muricatum rappresentato dalla fig. 365.
La femmina, profittando della inserzione di una gemma di un
tralcio di vile, più sposso sopra che sotto, penetra dentro e scava, 1
o 2 mm. di profondità, una
galleria cilindrica circolare, o
una loggia più o meno cen-
ti'ale. Qui depone le uova e vi
poi più lontano sullo slesso
ramo o sopra altri, per fare
Fig. 365. — Sinoxylon tmiricatìtm.
a, coleottero adulto, ingrandito -
b, antenna - e, parte inflessa
della antenne - d, fronte.
Fig. ."566. — Bromius vitis.
altrettanto. Le larve dal canto loro, partendo dal punto dove son naie,
scavano cunicoli tortuosi ed irregolari, generalmente discendenti, in
modo che, incontrandosi, formano dei vuoti, in parte riempiti da escre-
menti o detriti.
La metamorfosi e l'accoppiamento degli insetti perfetti avviene
nei cunicoli.
Vi è una sola generazione annuale dall'aprile all'agosto, ma vi sono
diversi ritardatari che compaiono in altri tempi dell'anno.
— 467 —
Oltre alla vite, colpisce l'olivo ed il fico.
La malattia si manifesta con un deperimento e sussej^uente dis-
seccamento dei rami.
Fino dalla primavera si nota alla base delle gemme un forellino.
Si combatte tagliando e bruciando i rami colpiti.
5. — Ai Crisomelidi appartiene il Bromìiis vitis Fabr. (tìg. 366)
chiamato Scrivano perchè l'insetto, in giugno, rode le foglie, lasciando
su queste delle traccie caratteristiche. Vola raramente ed al menomo
sospetto si lascia cadere a terra.
D'estate vengono deposte le uova sul colletto della pianta; le larve
che nascono vivono parassite sulle radici fino alla ventura primavera.
Si hanno quindi dei danni, oltre che sui germogli, sui fiori e sulle
foglie della vite, anche sulle radici.
Mezzi di difesa: Raccolta degli adulti: si fa al mattino scotendo
la pianta e raccogliendo gli insetti entro un imbuto. Si raccomandano
le zappature o sarchiature autunnali e primaverili, per cui si espon-
gono le larve e le ninfe agli agenti atmosferici.
In caso di forti invasioni, iniezioni di solfuro di carbonio nel ter-
reno come per la fillossera.
6. - Altica della vile. (Haltica ampelophaga Suer) (fig. 367 a). Forma
oblunga, superiormente convessa, ordinariamente di color verde-bluastro
metallico, lucente, ma spesso di color bleu puro. Corsaletto con solco
trasversale ; elitre finamente e fittamente punteggiate, an-
tenne e tarsi neri : l' insetto adulto vola e salta. Lungh.
4,5-5 mm.
La larva dapprima di color gialla-sporco, più tardi gri-
gio-scuro, ha la testa nera, lucente: cosi ogni anello, meno
l'ultimo che porta ai lati un bitorzolelto nerastro armato
di una setola. I tre anelli anteriori portano 6 zampe nere
e l'ultimo due false (Lunardoni).
Appare alla 2^ metà d'aprile, si accoppia presto e depone da 15 a 30
uova sulla pagina inferiore e lungo la nervatura delle foglie. Le larve
cambiano molte volte di pelle ed in 15 giorni sono mature, lasciandosi
cadere a terra dove si trasformano in ninfe. Gli insetti della 2^ gene-
razione appaiono in luglio e quindi in settembre si ha una 3^ genera-
zione. Gli adulti di quest' ultima generazione svernano fra i crepacci
della scorza, nella fessura dei muri, sotto le foglie cadute. Si ciba di
molte piante, ma specie delle foglie di vite, sia come larva sia come
insetto perfetto : delle foglie rode il parenchima ed il danno è notevole
specialmente nella L^ generazione, quando le foglie sono tenere.
11 mezzo più pratico per combattere questo insetto consiste nel
difendere le foglie dagli attacchi della 1^ generazione, alla seconda
metà di aprile, irrorandole con la soluzione seguente :
Acetato di piombo, gr. 600; Arseniato di soda, gr. 200; Acqua, litri 100.
Si può mescolarla alla poltiglia bordolese. Le soluzioni di acetato
ed arseniato si fanno separatamente e poi si mescolano.
— 468 -
XXII.
Curculionidi o Punteruoli.
1. — Inselli piccoli e piccolissimi, che si distinguono principal-
mente per la forma del capo, che si prolunga anteriormente in mag-
giore o minore grado, a forma di rostro, simile ad un becco o ad una
proboscide.
I curculionidi sono lutti dannosi. Allo stato larvale vivono nelle
radici, nei tronchi, nei rami delle piante, oppure rodono le gemme,
1 frutti, i semi e le foglie.
2. — Anlonomo Piinteniolo del melo (fig. 368) (Anthonomus pomo-
rum L.) è un insetto lungo appena da 3 a 5 mm. dalla tinta bruna-
picea e per avere una fascia pallida obliqua sulle elitre.
Dainieggia il melo e il pesco:
altri autonomi simili danneggiano
il pero, il ciliegio, il lampone e
il rovo.
Larva tozza, apode, più gros-
sa verso il capo, colla cute a
pieghe trasversali, bianco - gial-
liccia; capo piccolo e nero. Lun-
ghezza 6 mm.
In maggio esce l'insetto per-
fetto dopo aver ibernato sotto la
corteccia : le uova vengono de-
poste sulle gemme a fiori, prati-
candovi un foro. Le larve si ci-
bano delle parli interne della
gemma; gli insetti perfetti escono
alla Une di giugno.
Le gemme rimangono chiuse
ed assumono un color bruno con
macchia livida alla base; poi pen-
dono avvizzite e si distaccano.
Mezzi di difesa: a) Coltivare, nelle regioni molto invase, varietà di
fioritura precoce e di {rapido sviluppo.
b) Polare e concimare bene la pianta, per ottenere un rapido
sviluppo in primavera.
e) Scuotere le piante di buon mattino e quando fa ancora fresco,
cominciando dai rami dell'estremità e raccogliere con un lenzuolo gli
insetti che cadono.
d) Raccogliere e distruggere nelle spalliere le gemme colpite
prima che sboccino.
Fig. 368. — Authonomus pomoruni.
1) larva - 2) insetto perfetto ingrandito.
m) -
ej Dalla Fine di marzo lino alla metà d'aprile, si lega attorno al
tronco e vicino alla base, un anello di carta consistente che poi si
spalma con catrame, come è indicato a pag. 45(3, rinnovando la spal-
matura quando perde la sua proprietà attaccaticcia. In questo modo
si impedisce che molte lemmine fecondale (quantunque alcune pos-
sano anche volare) salgano a deporre le uova.
/> Siccome gli insetti ibernano volentieri anche sotto le screpo-
lature della corteccia, conviene, d'inverno, raschiare per bene i tronchi
e pennellarli con una soluzione di 6 kg. di zolfaio di rame e 10 di
solfato di ferro in 100 litri d'acqua.
3. — Apioii pomonae Fbr. (fìg. 369; Apione del melo, anche ([ueslo
piccolo insetto lungo 3 mm. si trova dall'aprile all'autunno sugli alberi
da frutto danneggiando i fiori e
i germogli. Ha le elitre di colore
turchino.
Si combatte come il prece-
denle.
4. — Balaiìiìius niicuni L. (fi-
gura 370) Piiiileruolo delle noc-
ciuolc. Corpo nero, coperto da
Fif?.
Apion pomonae.
Fig. .370. — Balaninus iiiiciini e sua larva
una peluria bianco-gialliccia. Antenne lunghe e piegale con alcune
macchie chiare sparse sulle elitre. Lungh. 7-8 mm.
Larva lunga 6-7 mm., semicilindrica, ricurva, di color bianco-gial-
liccia, carnosa, rugosa, apode.
(Compare alla fine di maggio: la femmina depone l'uovo nell'invo-
lucro follare dell'ancor tenero guscio delle nocciuole, facendo il danno
sopradescritto. La larva rode anche le gemme e le foglie del nocciuolo.
Le nocciuole colpite cadono ordinariamente prima delle sane ed
al posto della mandorla si trova una materia nerastra formata da
escrementi.
Mezzi dì difesa; a) Caccia all'insello collo scotimento degli arbusti
in aprile e maggio.
b) Raccolta delle nocciuole cadute da sé anzi tempo o scolendo
le piante di buon mattino, e loro distruzione.
e) Uccisione delle larve nel terreno da settembre a marzo, span-
dendo calce adoperata nelle officine del gas, oppure ceneri o segatura
di legno imbevuta di acido fenico.
6. — Oliorinclìi (Otiorrhynchus sp.; sono inselli appartenenti a
470
diverse specie clic intaccano quasi tutte le piante da frutto e sono
simili alle precedenti s[)ecie, soltanto sono lunghi da 6 a 1) mni. e per
lo più bruno-scuri.
In primavera l'insetto perfetto danneggia le parti giovani della pianta,
i germogli, le gemme, le foglie, i fiori, cagionando grandissimi danni.
Le larve che nascono in luglio dalle uova deposte al piede delle piante,
si sprofondano nel terreno e guastano le radici, in modo da recare
danni notevoli specialmente alle giovani piante. La malattia si mani-
festa con un indebolimento generale della pianta.
Si fanno ninfe nel terreno dove passano l'inverno.
Mezzi di difesa: a) Dare la caccia (muniti di una lanterna) all'insetto
scotendo le piante di notte e facendolo cadere entro una tela.
b) Applicare una specie d'imbuto ad ombrello rovesciato intorno
alla base del fusto, perchè di giorno sta nascosto nel terreno.
_ cj Fasciare il tronco degli al-
beri con una materia vischiosa quale
il bitume.
d) Provare la pennellazione col-
l'unguento di Balbiani cosi composto :
si sciolgono ;50 parti di naftalina in
Fig. ;571
Foglie «li \ite aci artocciate
dal Rhynchites betuletì.
Fig. :572. — Rhynchites betuletì.
20 parti di olio pesante di catrame,
si versa questa soluzione sopra 100
parti di calce viva, si aggiunge poi
tanta acqua lino a che si ottiene la
soluzione completa. Al momento di
adoperare l'unguento si allunga con altra acqua lino a raggiungere
complessivamente 400 parti d'acqua.
6. — I sit/arai o rinchiti (Rhynchites) sono molto conosciuti, per
esempio quelli della vite (fig. 371-372). Le femmine depongono, in pri-
mavera le uova sulle foglie e rotolano le stesse a guisa di sigari, ta-
gliando la nervatura principale. In tal modo le larve vivono per 4-5
settimane cibandosi delle foglie che poi api)assiscono e cadono a terra,
dove le larve si trasformano in crisalidi. Oltre alle foglie, l' insetto
danneggia i giovani germogli e le gemme. Dalle varie specie di rinchite
vengono intaccate quasi tutte le piante da frutto.
Mezzi di difesa: Raccolta e distruzione dei sigari e scotimento della
pianta (juando e tempo piovoso, avvertendo che gli insetti cadono molto
facilmente.
— 471 -
XXIll.
Scolitidi.
1. — Gli scolitidi dei quali oggi si la una iamiglia chiamata Ipidae,
sono coleotteri piccoli (3-ó mm.) tozzi, roljusti, talvolta villosi e per lo
più di colore scuro. Capo globoso, incassato nel protorace munito di
forti mandibole. Protorace ampio, con-
vesso; elitre spesso striate; zampe brevi.
Le larve sono apodi, cilindriche, molli,
di colore bianco o gialliccio o roseo e
somigliano a quelle dei curculionidi.
Queste larve scavano delle gallerie
tortuose più o meno regolari ai lati di
una galleria mediana più profonda, nel
legno dell'alburno, nel libro e nella scorza
dei rami e tronchi.
La copula avviene nella galleria.
Si hanno più generazioni in un anno.
Fig. 373. — Sezione longitudinale
di un fusto di melo intaccato
dal Bostryciis dispari G, gal-
lerie collapertura esterna in E
(grandezza naturale).
Fig. 374. - Phloeolhribiis scarahaesides.
A, ramo infetto - li, tronco secco con galleria
principale e 2 individui (ci - dd', gali, larvali.
2. — Abbiamo diverse specie: Boslrf/ciis dispai- (Mg. 373) che
intacca molte piante da frutto (melo, pero, susino, albicocco, pesco,
melagrano). Hypoborus ficus Er. che intacca il fico.
Phleotribas scarabaesides Beni, o Fleotribo dell'olivo (lig. 374);
Hyelesinus oleiperda F. Ilesino perdi olivo o Struggiolivo ; Eccoplu-
gaster o Scoli/lus piri. Hatz. che intacca il pero; Scolylus pruni Ratz.
(flg. 375) che intacca oltre il melo e pero, anche le piante a nocciuolo ;
Scolijlus riHiiilosns Hatz. che intacca pressoché tutte le piante da frutto.
— 472 —
I rami colpiti si presentano deperiti, sono fragili e disseccano presto.
3. — I mezzi di difesa sono i seguenti :
a) Mantenere le piante in buona vegetazione.
h) Tagliare e distruggere i rami colpiti.
e) Dal luglio al settembre scortecciare i punti colpiti e distrug-
gere le larve della seconda generazione.
d) All'operazione precedente si
Q faccia seguire una irrorazione della
fronda giovane colla seguente solu-
ti zione:
Sapone molle di po-
tassa
Estratto fenicato di
tabacco ....
Poli solfuro di pa-
tassio e sodio . .
K^'.
1.500
4.400
(Grandezza naturale).
Fig. 375. — Pezzo di tronco di susino in-
taccato dal Scohjtus pruni e di cui è stata
levata una parte della scorza: LL, larve
del coleottero - GG, gallerie scavate dal
coleottero nell'alburno - EE, ingresso
nella galleria dell'insetto - A', un in-
setto sviluppato avvolto nella crisalide.
Acqua litri 100. —
Questo trattamento, seguito nel
Lucchese per distruggere il Fleo-
tribo dell' olivo, risparmia i tagli
molto energici degli olivi invasi.
e) Per catturare le larve della 3"
generazione si facciano attorno ai
rami principali anelli vischiosi, lar-
ghi 10 cm. Il vischio adoperato nel
Lucchese è composto di :
Ragia di pino secca
non distillala . . parti 50
Cera gialla .... „ 4
Olio di lino cotto „ 36
„ ricino . . „ 10
Ogni 8-10 giorni e per 4-5 volte bisogna rinnovare questo vischio.
XXIV.
Imenotteri.
1. — Cefo compresso - laims coinpressus Fabr. o Cephiis compressiis.
Ha le antenne filiformi, lungh. 6-10 mm., capo e torace neri; addome
giallo o rossastro coi due primi segmenti neri e parimenti nero al-
l'apice.
- 473 —
Le uova vengono deposte in maggio vicino alle gemme. Dopo 10
giorni nascono le larve che si internano lino al midollo dei germogli,
dove poi svernano.
Intacca il pero: la malattia si manifesta col disseccamento delle
estremità dei rametti oppure si notano delle brevi depressioni nere
sulla corteccia.
Si combatte tagliando e distruggendo i rami attaccati.
2. — Tentredine del pero, nespolo, ciliegio e susino (Neuroloma o
Lyda flaviventris Klug. Lungh. 12-13 mm. Corpo depresso, capo nero
con macchia frontale gialla, antenne sottili e brune; torace nero. Ali
jaline con una fascia mediana trasversale bruno-giallastro; nervature
e stigma di color bruno ; addome depresso nero, con macchie laterali
su di ogni segmento; zampe gialle colla base di femori neri. Apertura
d'ali 24 mm.
La larva ha un corpo allungato e depresso, gialliccio, antenne a
due placche cornee sul primo segmento, nere, sull'ultimo segmento
due piccoli cornetti ; lungh. 25-30 mm.
L'insetto perfetto esce in maggio e depone le uova sulla pagina
inferiore delle foglie. Le larve tessono poi una tela con cui avvolgono
i rami e le foglie di cui si nutrono: spogliati i rami più alti, discendono
a quelli più bassi: in agosto sono mature e si lasciano calare per mezzo
di un filo serico sul terreno, dove, in primavera, si convertono in ninfe
od insetti perfetti.
Si combatte come la tignola del melo.
3. — Tentredine delle piante a iiocciuolo. (Neurostoma nemoralis L.)
Si combatte come la precedente.
4. — Tentredine nera del ciliegio (lig. 376) (Caliora cerasi L. - Ten-
thredo limacina.) Intacca oltre il ciliegio anche le altre piante a noc-
ciuolo e quelle a granella. La piccola vespa è di color nero lucente,
lungh. 4-5 mm., colla parte anteriore giallo-sporco, torace bruno ; ali
con nervature brune, incolore ed in mezzo leggermente allumicate.
La larva assomiglia ad una limaccia lunga 10 mm. con zampe assai
brevi; pelle liscia e coperta di una sostanza limacciosa, (dolore giallo-
bruno.
Le larve rodono il parenchima delle foglie, e s'incrisalidano nel
terreno. Le piante danneggiate sono il cotogno, il ciliegio, il susino e
l'albicocco.
Mezzi di difesa: a) Aspergeie sulle foglie calce viva in polvere
oppure polvere di tabacco e zolfo.
b) Irrorarle con emulsione di petrolio e sapone, o con una solu-
zione 0.7 7o di acetato di piombo.
e) In settembre aspergere il terreno con una soluzione concen-
trata di zolfo carbonato potassico.
d) Dopo aver zappato il terreno dal novembre al maggio com-
primere la terra per distruggere le pupe.
5. — Tentredine del susino (Hoplocampa minuta Christ.) Insetto
474
nero, lungo 4-5 nim. ; antenne brune nella parte inferiore. Zampe giallo-
brune e gli ultimi articoli neri; ali trasparenti con venature brune e
macchie giallo-brune.
La larva è ingrossala in avanti, di color bianco-rossigno, con 20
zampe, capo giallo-bruno. Emana odore di cimici.
La piccola vespa appare in a-
prile e depone un solo uovo in
ciascun lìore del susino, facendo
un piccolo foro; dopo 14 giorni na
sce la larva. Il frutto, quando ha la
\i»""~5/ grossezza di un granello, viene per-
/
^^^»f***<
Fig. 377. — Tentredine nera del ribes.
Fig. 37(5.
Larva della Caliorti cenisi.
forato dalla larva, la quale penetra
e ne corrode il contenuto. Si rico-
nosce il fiore colpito per l'odore di
cimici e perchè dal foro esce una
bollicina di umore. Dopo 5-6 set-
timane, i bruchi passano spesso da
un frutto all' altro, inline cadono
coi frutti a terra e si interrano per
fare la crisalide.
Scuotere le piante per raccogliere i fruiti bacali che si distruggono
immediatamente.
6. — Tentredine del melo (H testudinea Klug.) come la precedente
ma sul melo.
7. — I frutti del pistacchio, vengono colpiti da un altro imenotlero,
Magastigmus balleslrerii Rond , la cui larva nasce nell'interno del frutto
da un uovo deposto dalla femmina perforandolo alla base del peduncolo.
8. — Tentredine nera del ribes (fig. 877) (Nematus ribesii Scop.). La
larva è di color bleu-grigio, con una striscia verde longitudinale sul
dorso ; col primo e penultimo anello giallo.
Distrugge in pochi giorni tutte le foglie: si combatte con la solu-
zione di arsenialo di piombo (0.800 7o)-
9. — Vespe. Le vespe comuni danneggiano molto le frutta mature
o che stanno per maturare.
Le vespe si riproducono durante l'estate e sono in massimo numero,
quando le frutta stanno per maturare.
Si può difendere le frutta proteggendole con un sacchetto, ma è
meglio distruggere i nidi durante la notte.
- 475 -
Se il vespaio è sotterra, si chiude il foro d'ingresso e se ne apre
un altro introducendo lateralmente 50 gr. di solfuro di carbonio o di
benzina e chiudendo ermeticamente con terra.
Si raccolgono e distruggono i nidi fuori terra con miccie di zolfo
o con batuffoli di cotone imbevuti di petrolio a cui si dà fuoco.
Se il vespaio è nella cavità di un albero si opera come se fosse
sotterra.
Si distruggono molte vespe, specialmente al loro apparire in giugno-
luglio, appendendo bicchieri o bottiglie (fig. 378), riempiti per metà
Fig. 378. Piglia vespe.
di acqua, sui rami delle piante ed ungendo l'orlo del bicchiere con
miele per attrarre le vespe, che poi cadono nell'acqua.
10. — Formiche. Le formiche, come è noto, fanno vita sociale e
guastano i legnami, i germogli, le frutta e danno la caccia a piccoli
insetti, da alcuni dei quali (afidi) estraggono gli umori dolci, di cui
sono ghiotte.
Il danno è quindi dato in tre modi distinti :
1." Costruendo dei nidi nell'interno del tronco e facendolo cosi
andare a male.
2.° Favorendo lo sviluppo e la moltiplicazione di insetti dannosi
— 476 -
alle piante da Irutlo in genere. Questi insetti sono specialmente afidi
e cocciniglie.
3." Intaccando le frutta mature per succhiarne l'umore zuccherino.
La lotta si fa direttamente :
1.° Distruggendo le formiche di mano in mano che escono del nido.
2.0 Versando nei nidi acqua bollente o meglio petrolio in emul-
sione di sapone e acqua.
3." Scoperchiando il nido con un badile, gettandovi dentro calce
viva ed una secchia d'acqua, indi ricoprendo di terra. Per il calore
intenso che si sviluppa, le formiche muoiono.
4° Introducendo nei nidi solfuro di carbonio.
5." Attirando le formiche ed avvelenandole. A tale scopo si pi-e-
para un siroppo dolce con miele o melassa e vi si scioglie 1 gr. per
litro di arseniato di soda. Si mette questa soluzione in un piatto che
si copre con tela metallica perchè gli animali domestici non vadano
a leccare. Dopo 2 o 3 Ire giorni si trovano le formiche morte nei nidi.
Indirettamente si lotta :
1." Distruggendo gli afidi e le cocciniglie che si trovano sulle
piante.
2." Impedendo alle formiche di salire. Ciò si ottiene avvolgendo
con stoppino a corda il fusto del ramo: una delle estremità dello
stoppino viene immersa in una bottiglietta contenente petrolio, cosi
da imbeverlo. Si impedisce in questo modo che le formiche salgano.
Si può ricorrere anche agli anelli di vischio (vedi pag. 472).
XXV.
Mosche.
1. — Moscerino delle pere. Gontarinia pyrivora Riley o Diplosis
pyrivora. Sono minuscoli moscerini, lungh. 2 mm., coU'addome rosso-
nero e col dorso e zampe nere, che, al tempo delia fioritura, depongono
da 10 a 15 uova sui petali. Le larve che nascono, si internano nel-
l'ovario producendo da un lato un rigonfiamento anormale del frutto,
della cui polpa si nutrono rendendolo bacato. In maggio, la larva è
matura, cade col frutto e si incrisalida nel terreno: il moscerino ricom-
pare nel marzo venturo.
Questo insetto arreca notevoli danni: bisogna raccogliere con dili-
genza tutti i frutti bacati e distruggerli.
2. — Mosca delle ciliegie. Rhagoleclis cerasi L. Ortalis cerasi (fig. 379).
La mosca è un po' più grande della jìrecedente e depone un uovo
nella polpa di ogni ciliegia matura. La larva che ne nasce divora l'in-
terno, la fa marcire e cadere. Caduto il frutto, la larva ne esce, si
incrisalida nel terreno e vi rimane fino ai primi di maggio dell'anno
successivo, epoca in cui nasce l'insetto perfetto. La larva è anche
— 477 -
ghiotta delle bacche delle Loiiiceid xi/tosleum e tavlarica nonché del
Berberis.
Mezzi di difesa : a) Estirpare dalla vicinanza dei ciliegi le Loniceve
ed il Berberis.
b) Coltivare le varietà precoci delle ciliegie nelle località più
colpite dalla mosca, perché le frutta maturino prima che nasca la
mosca.
e) Raccogliere precocemente le ciliegie e distruggere quelle
colpite o cadute a terra.
d} Dopo la raccolta delle ciliegie, per distruggere le pupe, spruz-
zare il terreno intorno alla pianta con acqua calda, o con decotto
Fig. 379. — Sezione di una ciliegia
avente fra il nocciolo e la polpa
la larva L della Rhugoìectis cerasi.
Fig. 380.
Olive attaccate dal Daciis oleae.
caldo di foglie di noce, o con una poltiglia al 8-10 % di cloruro di
calce nell'acqua, o con una soluzione al 10% di zolfo carbonaio potas-
sico od infine injettando del solfuro di carbonio.
e) Lavorare profondamente il terreno in autunno per esporre al
gelo le crisalidi.
Nessuno però di questi mezzi é veramente efficace.
3. — Mosca delle olive. Dacus oleae (fig. 380) La mosca com-
parisce al tempo della maturazione delle olive, e depone una grande
quantità di uova, ma affidandone di solito uno solo a ciascun frutto.
Dopo circa due settimane , nascono le larve che divorano esca-
vano la polpa con irregolari gallerie; fattesi adulte, o abbandonano
il frutto per celarsi al piede delle piante, o entro il frutto stesso si
fanno pupe.
- 478
Hanno luogo più generazioni, per ciò lino a novembre si rinven-
gono insetti perfetti, larve e pupe.
Sui metodi di lotta non è detto ancora l'ultima parola.
4. — Mosca delle arancie. Ceratitis capitata Wied., C. hispanica.
Oltre agli aranci fa danni al pesco, al fico, al susino, al fico d'India e
al lazzcruolo.
La mosca è variegata di giallo e bruno, lunga 4-5 nini. 11 maschio
porta sulla fronte due appendici a forma di peli, allargate a spatola al-
l'apice. Larva conica, lunga 8 mm. Pupa ovale, rosso bruna, lunga 5 6 mm.
L'insetto ha più generazioni annue. Le uova vengono deposte sotto
la buccia delle frutta; la larva in 15 giorni altera totalmente la polpa
e poi si porta nel terreno dove incrisalida. Dopo j)ochi giorni, ven-
gono fuori gli adulti, che succhiano i liquidi zuccherini e depongono
nuove uova.
Mezzi di difesa: a) Raccogliere le frutta infette e stratificarle con
calce, per utilizzarle poi quale concime. Bisognerebbe che tutti i pro-
prietari d'accordo operassero in tal modo.
bj Irrorare il terreno intorno alla pianta
con una soluzione al 10 "/„ di solfocarbonalo
potassico.
XXVI.
Acari.
1. — Gli acari, non più grandi della quinta
parte di millimetro, depongono sulla pagina su-
periore delle foglie un uovo; la rispettiva larva
perfora la foglia e passa nella pagina inferiore,
dove si moltiplica per partenogenosi e produce
un feltrato bianco o nero o giallo rossastro, a
seconda della specie, mentre in corrispondenza
sulla pagina superiore si jiroducono tanti rigon-
Piamenli.
D'inverno questi acari ibernano sotto alla
corteccia.
2. — La malattia prodotta si chiama erinosi: cosi abbiamo la eri-
nosi del pero, (fig. 381) del melo, del susino, del nocciuolo. del noce,
della vite, del cotogno, prodotta da diversi acari appartenenti al genere
Phyloptiis; sulla vite abbiamo anche un altro genere, il Telraiii/chus
lelarins L. che produce la malattia del rossore.
Se l'infezione è limitata, le foglie continuano a funzionare e non
sì ha un grande danno, ma quando comincia a svilupparsi molto, ciò
che avviene specialmente con tempo asciutto, in maggio e giugno, può
anche far cadere le foglie.
Fig. .381. — Foglia di pero
col Phijtoptus pijri.
— 479 —
Si raccomanda come mezzi generali di lotta la pulizia generale,
durante l'inverno, dei fusti e rami, facendo seguire una incalcinatura
ed una scottatura con acqua bollente. Raccogliere le prime foglie
intaccate e quelle cadute a terra, bruciandole.
XXVII.
Malattie prodotte da cause meteoriche.
1. — Eccesso difello di luce. Il primo produce l' incurvamento
dei rami (eliotropismo) verso la parte donde viene la luce; il secondo,
r eziolamenlo, per il quale le foglie rimangono liianche o sbiadite, non
raggiungendo la grandezza normale, mentre i rami si prolungano più
dell'ordinario.
2. — Eccesso di calore produce l' avvizzimento delle foglie e dei
frutti. Vi si rimedia con irrorazioni dopo il tramonto; al colpo di sole,
alla scoi tatara ed a\V insolazione dell'uva, si provvede preventivamente
evitando di toccare l'uva nelle ore più calde.
3. — Gelo invernale. I danni prodotti del gelo si manifestano quando
la temperatura media dell'aria si aggira intorno a zero gradi. Dico
intorno a zero gradi, inquantochè, in circostanze speciali di irradia-
zione ed evaporazione, le piante si raffreddano talvolta più dell'aria, e
cosi si hanno danni per gelo anche a temperatura d'aria di uno o due
gradi sopra zero.
E' bene premettere che gli alberi da frutto in genere resistono molto ai freddi,
fino a 15 e 18 gradi sotto zero, purché lo sgelo avvenga gradatamente. Questo si spiega
col fatto che, quando avviene il congelamento, l'acqua del contenuto cellulare passa
attraverso la parete della cellula e negli interstizi cellulari si congela. Se il disgelo
avviene lentamente, quest'acqua può venire lentamente riassirailata e dare nuova vita
alla cellula, altrimenti questa muore. Una volta invece si riteneva che il contenuto cel-
lulare, congelandosi ed aumentando perciò di volume, intaccasse la parete cellulare
rendendola inattiva. Se quest'ipotesi fosse vera, i danni del gelo si manifesterebbero
per tutto il fusto uniformemente, mentre ciò non avviene.
Non tutte le piante, anche se appartenenti alla stessa varietà, soffrono in iegual
misura per il gelo. La loro provenienza, lo stato di sviluppo, il sistema d'allevamento,
il metodo di coltura, l'andamento dell'autunno precedente, il clima, il terreno, l'espo-
sizione, influiscono notevolmente sui danni del gelo.
Tutti i frutticultori pratici avranno osservato che le piante provenienti da vivai di
paesi più caldi soffrono di più di quelle provenienti da paesi più freddi. Per esempio,
in via generale, ad un frutticultore dell'alta Italia non conviene l'acquisto di piante pro-
venienti dai paesi meridionali: così dicasi per la scelta delle varietà originarie.
Le piante giovani, oppure quelle che hanno portato molte frutta e che perciò si
trovano molto esaurite, quelle che hanno dato molti germogli tardivi in autunno, sono
le piante più danneggiate dal gelo.
Rispetto al sistema d' allevamento, le forme a spalliera, specialmente se giovani,
hanno bisogno di essere più riparate delle altre.
Se l'autunno è stato piovoso e caldo, se il legno d'agosto non ha potuto maturare,
allora la linfa, più acquosa, rende la pianta meno resistente al gelo.
Nei climi umidi, poco arcati, nei terreni umidi e poco fertili si notano i maggiori
— 480 —
danni i)er il gelo, mentre sulle colline aereate, con terreni profondi, asciutti o fertili,
raramente lo si deve temere.
Riguardo allesposizione, le piante poste a nord, dove cioè lo sgelamento avviene
lentamente, si rimettono più facilmente che non quelle poste a mezzogiorno.
L' inconveniente delle piante poste a mezzogiorno ed allevate a spalliera sta ap-
punto nel fatlo, che vanno soggette a forti sbalzi di temperatura: la notte sono esposte
ad un freddo intenso, mentre nelle ore di sole la temperatura può anche salire sopra
lo zero.
Le piante più danneggiate sono anche le più deboli per età, per costituzione o
per malattia.
1 danni causati dal gelo non si riconoscono tanto facilmente.
Per conoscere le parti colpite dal gelo, basta raschiare la corteccia fino all'alburno.
Anche se la corteccia è disseccata o morta si può ancora sperare di guarire la pianta,
tagliando la corteccia fino all'alburno ed applicando im mastice come ho detto, per le
;)..H).
Fig. 382. — Azione del gelo sui rami.
rt) ramo sano - b) ramo in parte danneggiato dal gelo
e) ramo morto per il gelo.
.Screpolo per gelo
di un ramo di melo.
ferite. Ma se il gelo è entrato nell' alburno, il che si riconosce dal colorito bruno, è
difficile di poter guarire la pianta.
Molte volte però le cellule della scorza dei giovani rami (fig. 383) vengono disgre-
gate : r epidemia si stacca dai tessuti sottostanti e nell' interno del tessuto legnoso si
formano spaccature più o meno profonde. Col ripristinarsi di una temperatura più ele-
vata si rimarginano in parte tali spacchi ; cioè l'assorbimento dell'acqua da parte delle
cellule fa riaccostare gli orli delle ferite, mentre all'estremità viene a formarsi un orliccio
dovuto a tessuto ricostituente.
Il danno del gelo si può riconoscere solamente in aprile o maggio, a meno che
non si voglia (fig. 382) sezionare gemme e rami.
Se le foglie sono state danneggiate, come sarebbe il caso dell'olivo e degli agrumi,
basta diradare in quell'anno un po' più del solito i giovani rami per dar campo alla
pianta di rimettersi.
Se sono colpiti i rami dall'annata, bisogna amputarli al di sotto degli ultimi punti
colpiti, evitando così non solo un indebolimento maggiore della pianta, ma anche i
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danni derivati dalla decomposizione dei punti morti e la formazione della rogna, specie
sui rami grossi.
Se è colpito anche il tronco si tagli alla base si rimetta a nuovo la pianta colla
potatura di formazione. Però se le piante sono di 20 a 30 anni d'età, conviene estirparle.
In tutti i casi ad una gelata invernale devesi far seguire una copiosa e complessa
concimazione, per rimettere in forze la pianta.
Quando una parte del tronco o dei rami viene colpita, e ciò avviene per lo piìi
dalla parte esposta al sole, conviene asportarla tutta, intonacare la ferita con un
mastice e ripararla con paglia fino a che si rimargina.
Meglio di lutto è però prevenire il male del gelo ed a tale scopo possono servire
le seguenti norme:
1." Non ordinare le piante nei paesi più caldi.
2.° Non piantare specie e varietà che danno getti tardivi in autunno.
3.° Innestare in testa e non al piede.
4." Drenare il terreno.
5.° Concimare e tenere le piante sempre in buon stato di nutrizione.
Quali mezzi di difesa:
l.o Cimare le piante in autunno tardi, specialmente dal legno d'agosto, per arre-
stare per tempo il movimento della linfa.
2." Fare la potatura sempre in primavera.
3." Coprire il terreno attorno al fusto prima dell'inverno con foglie ed anche
lavorarlo.
4.» Avvolgere di paglia il fusto, oppure dargli il bianco con latte di calce.
5.» Coprire con stuoie interamente le piante a spalliera, ed aver sempre cura, in
particolar modo, delle piante giovani in genere e deperenti.
Se il gelo si manifesta in primavera od in autunno, è accompagnato dalla brina:
per questa rimando il lettore all'apposito capitolo.
Conseguenza del gelo è il cancro (fig. 280-286), le placche di gelo
(fig. 287 pag. 418), la rogna (fig. 255-258), il seccume della vette, la stri-
scia (fìg.'383).
4. — Brina. La brina è pi'odotta, come la rugiada, dai vapori con-
tenuti neir atmosfera che si condensano sulle foglie, sui germogli, sui
rami, in tutte le parti aeree della pianta ad una temperatura inferiore
a zero. I lìocchi, che talvolta formano i piccoli cristalli di cui è for-
mata la brina, dimostrano che i vapori si congelarono immediata
mente, senza passare allo stato liquido. Questo rapido raffreddamento
è dovuto a correnti fredde oppure ad eccessivo irradiamento notturno
delle piante nelle notti serene. Le parti piti colpite sono quelle rivolte
all'alto.
Le brine si hanno nel tardo autunno, d'inverno ed in primavera.
Mezzi di difesa: Si basano sul principio di diminuire per quanto è
possibile la dispersione del calore ed il rapido disgelo. Ciò si ottiene:
a) Coprendo con stuoie le piante o munendo i muri contro i
quali si allevano le spalliere, di sporgenze larghe almeno 30 centimetri,
a guisa di tetto, fatte di tegole o di un impiantito su cui si possa
stendere una stuoia.
bj Colle nubi artificiali, che si ottengono dalla combustione imper-
fetta di sostanze catramose miste a radici, a paglia, a steli di granturco,
ad erbacce e a tutte quelle sostanze che si trovano in una azienda e pro-
ducono fumo abbondante e pesante. La sera, quando si teme la brina,
31 — Tamaho - Frutticoltura.
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si fanno questi mucchi a circa 15 metri di distanza e si accendono
durante la notte, quando il termometro vicino a terra segna un grado
sopra zero. Ci sono dei termometri avvisatori elettrici, che si collocano
vicini al terreno e di cui dovrebbero essere provveduti tutti i viti-
coltori e frutticoitori di una certa importanza. Sul far del mattino
bisogna quasi sempre rinnovare i fuochi per impedire il rapido disgelo.
Invece di fare mucchi con queste sostanze si sogliono anche met-
terle entro botti usate di catrame : si ha allora il vantaggio di spo-
starle in caso di vento ; l'effetto delle nubi artificiali è nullo se la
temperatura disce)ide a 4 gradi sotto zero.
e) Spolverizzando le piante con gesso, calce, talco, polvere di
strada, ecc., per impedire una eccessiva irradiazione.
Avvenuto il danno della brina, cura dell' agricoltore deve essere
di sostenere la pianta in modo che non abbia ulteriormente a soffrirne.
Questo si ottiene:
1.° Sulla vite, tagliando dopo 2 o 3 giorni con potatoio ben affilato
sul nodo più prossimo al tralcio a frutto, e ciò per favorire lo sviluppo
di un nuovo germoglio.
2.° Sul pesco tagliando soltanto i brindilli ad una gemma.
3.« Facendo regolarmente la cimatura e la spollonatura.
4.° Concimando in copertura con nitrato e perfosfato e contem-
poraneamente facendo energiche solforazioni e solfatazioni. Queste si
fanno anche per tutte le piante da frutto.
5. — La grandine (fig. 384) è il più terribile degli
accidenti meteorici che può colpire le piante. Può col-
pire in tutto l'anno, ma è più frequente in primavera ed
in estate, più rara in autunno e più ancora nell' in-
verno. In Italia la Valle del Po è la più colpita.
Se viene in primavera si hanno i maggiori danni. Fa
cadere i giovani germogli, i frutti in via di formazione
e lacera le foglie. Se colpisce la vite entro giugno, con-
viene rinnovare la potatura sulla prima gemma buona
di ciascun ramo, per provocare da essa un germoglio
e un nuovo ramo vigoroso destinato a portare frutti od
a formare l'impalcatura della pianta. I vegetiili colpiti
Fig. 384. dalla grandine sono poi sensibilissimi agli attacchi dei
Ramo di melo parassiti vegetali ed animali e quindi si devono ap-
prodotte^ plicare i rimedi con cura e diligenza,
dalla grandine. Se la grandine viene più tardi, allora non si deve
toccare le piante ma si ripetano i rimedi anticrittoga-
mici e la caccia agli insetti. Durante l'inverno si opererà poi sulle
piante a seconda dei casi.
6. — Un eccesso di pioggia caduta a forti scrosci, può danneggiare
meccanicamente giovani foglioline o piccoli germogli ; cosi può far
cadere i petali ai fiori, disperdere il pollime e disturbare la fecon-
dazione. Se la pioggia poi continua per un periodo troppo lungo.
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impedisce un normale sviluppo delle piante, per l'eccessiva umidità e
per la mancanza di calore. Se questo avviene durante la fioritura, 1
granelli pollinici si gonfiano, si aprono le antere, prima che possa
avvenire la fecondazione degli ovuli nell' ovario. L' umidità favorisce
anche in modo particolare lo sviluppo delle crittogame; i frutti rie-
scono più scipiti, molti vanno a male, altri scoppiano (come i fichi,
le pesche, le ciliegie ed altri frutti carnosi) per eccessiva turgescenza
delle cellule parenchimatiche.
7. — La nebbia, oltre che favorire lo sviluppo delle crittogame,